«Madonna,» mi scappò, fermo sullo zerbino. Lulu si appoggiò allo stipite della porta. «È così grave?» «Sembri un ostaggio.» «Lo sono. Dell’esame.» Abbassai lo sguardo, cercando di non focalizzarmi sulle sue cosce scoperte e piene. «Sei… vestita poco.» Lei sbuffò. «Se mi vedi in costume al mare è la stessa cosa, che me ne fotte.» «Non è proprio la stessa cosa.» «Lo è se smetti di fare il vittoriano.»
Si staccò dallo stipite, voltandosi per guidarmi lungo il corridoio. Il tessuto scuro della maglia scivolò appena, rivelando la linea morbida delle natiche coperte dal rosa degli slip. «Poi tranquillo,» aggiunse, senza voltarsi, la voce ruvida e carica di malizia. «Se va come penso io, sono l’unica ragazza che vedrai in mutande oggi.» Mi bloccai. «Bell’incoraggiamento.» «Realismo preventivo,» sentenziò, sparendo in camera sua.
La seguii lungo il corridoio, superando il confine invisibile della sua soglia. La camera di Lulu era un vero e proprio campo di battaglia accademico. L'aria era calda, pesante, mossa a malapena da un ventilatore a piantana che ronzava stancamente in un angolo, con la finestra aperta a metà che non faceva entrare un filo di vento. Ovunque posassi lo sguardo, c'era l'eco di una crisi di nervi: libri aperti a faccia in giù, appunti sparsi sul pavimento, post-it incollati persino sui bordi del monitor, evidenziatori senza tappo, bottigliette d'acqua vuote accartocciate, tazze incrostate di caffè e pacchetti di snack finiti. Il letto era disfatto, un groviglio di lenzuola chiare.
E poi, i dettagli che rendevano quello spazio inequivocabilmente suo. Vestiti buttati alla rinfusa, il computer acceso su un PDF interminabile, un calendario a muro con il giorno dell'esame cerchiato ossessivamente di rosso. Sullo schienale della sedia c’era un reggiseno buttato come se fosse stato sconfitto in battaglia. Lo vidi, lo registrai, e feci immediatamente finta di essere molto interessato a una pila di fotocopie.
Lulu si buttò in mezzo a quel caos, iniziando a spostare fascicoli e quaderni con gesti frenetici. Si muoveva con una naturalezza disarmante, ignara dell'effetto che faceva. Ogni volta che si chinava a cercare qualcosa tra gli appunti, la maglia le scivolava sulle cosce e io dovevo ricordarmi di essere una persona civile, profumata e già in ritardo per un appuntamento. Sapevo bene che, in certe situazioni, la spontaneità assoluta vince sempre sulla complessità, e il suo essere così vulnerabilmente disordinata esercitava su di me un'attrazione viscerale, che andava oltre il semplice erotismo.
Cercò sulla scrivania, sollevò un manuale di cinquecento pagine, frugò tra le lenzuola del letto, infilò le mani nella tasca di un paio di jeans abbandonati a terra. Delle chiavi non c'era traccia. Guardai l'orologio al polso. L'ansia cominciava a montare. «Lulu, io ti voglio bene, ma se mi fai saltare questo appuntamento ti denuncio.» Lei sollevò la testa da una pila di fogli. «Per furto aggravato di possibilità romantiche?» «Esatto.» «Mi sembra fondato.» Fece un mezzo sorriso stanco, ma si spense subito. Riprese a cercare, aprendo persino una tazza vuota, ma i suoi movimenti si facevano sempre più lenti, pesanti.
All'improvviso, si fermò. Si lasciò cadere sul bordo del materasso, i piedi nudi sul parquet, le mani abbandonate in grembo. Le sue spalle morbide si curvarono sotto il peso di quella maglia enorme. «Non ce la faccio,» mormorò, la voce incrinata. «A trovare le chiavi?» chiesi, speranzoso. Lei scosse la testa, fissando il vuoto. «No, a vivere.» «Ah,» deglutii. «Più grave.»
L'ironia si fermò lì. Lulu alzò il viso verso di me, e vidi i suoi occhi lucidi, carichi di una frustrazione tossica, di quelle che ti prosciugano. «Ho iniziato tardi. Troppo tardi,» sbottò, passandosi nervosamente le mani sul viso. «E adesso sto facendo quella cosa ridicola in cui leggo venti pagine, sottolineo tutto e dopo mezz’ora non so nemmeno dire il titolo del capitolo. Non capisco un cazzo, Andrea. Mi sembra di essere stupida. Gli altri vanno avanti, sono sempre più avanti di me, e io mi riduco sempre all'ultimo per ritrovarmi con la testa che esplode e zero concetti dentro.» Mi appoggiai allo stipite della porta. «Classico.» «Non dire classico, mi viene da piangere.» «Ok. Non-classico.» «Andrea.» «Scusa.»
Smisi di fare battute. Avevo l'appuntamento con Angela che premeva, ero vestito bene, profumato, ma guardare Lulu sfaldarsi in quel modo mi bloccò sul posto. Non volevo fare il salvatore della patria, ma in quel momento non riuscivo proprio a girarmi e andarmene. «Io una volta ho preparato Diritto medievale in una notte,» sbottai all'improvviso, incrociando le braccia. Lulu tirò su col naso, guardandomi con un cipiglio scettico. «Non esiste Diritto medievale.» «Esisteva per me. Era un mostro a tre teste.» «E com’è andata?» «Ventitré.» Lei sgranò gli occhi, incredula. «Con una notte?» «Con una notte, quattro caffè, una crisi mistica e la certezza di vedere Carlo Magno seduto sulla lavatrice alle cinque del mattino.»
Lulu si lasciò scappare una mezza risata, un suono raschiato che le spezzò il nodo in gola. «Non ti sto dicendo che è sano,» continuai. «Ah, meno male.» «Ti sto dicendo che il cervello umano, quando è terrorizzato, fa cose indegne ma efficaci. Quindi, smetti di sottolineare tutto. Fatti tre domande per argomento. Se sai rispondere male, sei già avanti rispetto al nulla.» «Questo è il tuo metodo?» «Il mio metodo è sopravvivere con dignità variabile.» Lei si asciugò l'angolo dell'occhio col dorso della mano. «Funziona?» «Ho detto ventitré, non trenta.»
Lulu sorrise, stavolta per davvero. L'aria nella stanza sembrò allentarsi. Mi guardò, i lineamenti distesi, e per un attimo il silenzio si fece stranamente denso. «È strano,» mormorò, stringendosi le ginocchia al petto. «Cosa?» «Che tu sia qui.» «Per le chiavi?» «No. Cioè sì, anche. Ma… boh.» «Boh è una località bellissima.» Lulu assottigliò lo sguardo. «Non rubarmi le battute mentre sto avendo un momento.» «Scusa.» Fece un respiro profondo. «Ci conosciamo da una vita, ma non così. E in tipo una settimana sei finito nella mia camera mentre io sono in mutande a disperarmi per un esame.» Sorrisi appena, tenendo lo sguardo basso per non farmi tradire dagli occhi. «Detta così sembra grave.» «Lo è un po’.» «Vuoi che esca?» Lei scosse la testa. «No.» Quel "no" fu sussurrato, ma riempì l'intera stanza. Mi guardò dritta in faccia, e la sua voce si fece più morbida. «È solo che con te mi viene facile non fare finta.»
Non risposi subito. La frase mi centrò in pieno petto, vibrando con una risonanza che non mi aspettavo. Ma non c'era tempo per ragionarci. Lulu si alzò e andò dritta verso la felpa grigia che aveva buttato ai piedi del letto la sera prima. Infilò la mano nella tasca e tirò fuori il mazzo di chiavi della mia Punto, facendole tintinnare con un sospiro di sollievo. Si avvicinò per darmele.
«Comunque grazie,» mi disse, fermandosi a un passo da me. «Per averti rubato dieci minuti di studio?» «Per avermi impedito di lanciarmi dal balcone per colpa del programma.» «Servizio incluso.»
Mi abbracciò di colpo, senza preavviso, affondando la faccia contro la mia spalla. Rimasi fermo mezzo secondo, preso in contropiede. Sentii il suo corpo caldo contro il mio, il peso morbido del seno schiacciarsi attraverso la maglia, le sue braccia stringermi con una forza stanca e sincera. Non era seduzione. Era bisogno. E forse proprio per questo mi fece più casino addosso.
Si staccò quasi subito, recuperando istantaneamente la sua armatura di sarcasmo. «Ok, vattene.» «Così?» feci finta di protestare. «Sì, mi hai visto vulnerabile. Ora sparisci prima che ti uccida.» Mi mise le chiavi nel palmo della mano e me lo chiuse. «E non fare schifo con Angela.» «Pressione utile.» «Prego.»
Feci un passo nel corridoio. «Vai,» mi intimò lei, appoggiandosi allo stipite. «Sì.» «E non paragonarla tutta la sera a Elena.» Mi bloccai sulla porta. Mi voltai a guardarla, colpito a freddo. «Non lo sto facendo.» «Lo stavi facendo prima ancora di salire.» «Mi conosci da una settimana, Lulu.» «Evidentemente sei un manuale facile,» ribatté, con una lucidità che faceva paura. Si incrociò le braccia sotto il petto, tornando serissima. «Seriamente, Andre. Non farle pagare cose che non c’entrano con lei.» Strinsi le chiavi. «Non voglio.» «Allora vai e stai dove sei.» «Dove sono?» Luciana mi regalò l'ultimo frammento della sua saggezza stanca, la frase di cui avevo disperatamente bisogno. «Con lei. Non con il fantasma.»
Arrivai da Angela con cinque minuti di ritardo. Guidavo con il finestrino completamente abbassato, cercando di far scivolare via l'ansia, il ricordo dell'abbraccio nel corridoio e quella frase, "non con il fantasma", che continuava a ronzarmi in testa. La zona in cui viveva era un po' sperduta, uno di quei quartieri residenziali della provincia fatti di villette basse, palazzine isolate e campi vuoti lasciati a metà. I lampioni erano radi, la fermata del bus sembrava un reperto urbano abbandonato, e l'unico suono in quel silenzio profondamente diverso dal centro era l'abbaiare ritmico e lontano di qualche cane da guardia.
Parcheggiai la Punto sotto l'unica luce funzionante della via. Angela uscì dal portone con una camicetta chiara infilata in una gonna leggera e i tacchi ai piedi, e per un secondo tutto il casino di chiavi, esami, fantasmi e paragoni si spense. La camicetta era sottile, lasciata slacciata di un bottone di troppo, e la gonna assecondava la curva piena e femminile dei suoi fianchi a ogni passo verso la macchina. I capelli ricci erano perfetti, curati, e il profumo dolce della vaniglia mi arrivò prima ancora che aprisse lo sportello. Abbassando lo sguardo, notai lo smalto bianco sui piedi nudi stretti nei sandali alti. Era bellissima, curata, sfacciatamente sexy.
