«Sei in ritardo,» esordì, infilandosi in macchina e chiudendo lo sportello. «Di cinque minuti.» «Cinque minuti raccontano molto di un uomo.» «Sono stato vittima di un sequestro di chiavi.» Angela fece una smorfia divertita, allacciandosi la cintura. «Pessima scusa.» «Lo so. Il problema è che è vera.» Lei scoppiò a ridere, un suono limpido, e l'abitacolo si riempì istantaneamente della sua energia.
Misi in moto e mi allontanai dalla villetta. Mentre ingranavo la seconda, il paragone si fece strada da solo, ma stavolta non portò con sé nessuna fitta. Con Elena, al nostro primo vero appuntamento, ero arrivato venti minuti prima e avevo fatto tre giri completi dell'isolato per non sembrare disperato, col cuore in gola. Con Angela arrivai sudato, leggermente in ritardo e con una storia assurda sulle chiavi. Non era romantico. Però era vero. E a volte la spontaneità vince in modo schiacciante sulla complessità, sia nella vita che nel desiderio.
Finimmo in un pub storico della zona, uno di quei posti veraci con le pareti coperte di legno scuro, l'aria condizionata tenuta a temperature glaciali e un perenne, rassicurante odore di fritto e birra artigianale a riempire la sala. Ci sedemmo a un tavolino rialzato, ordinammo da bere, e parlammo. Parlammo tanto, in modo disordinato e continuo. partimmo adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile che viaggiava sotto la superficie delle parole.
Angela mi raccontò dell'animazione, della danza, dei saggi massacranti e di bambini assurdi che le rubavano l'energia ma che adorava. Mi parlò della musica, di quanto amasse muoversi e di come odiasse fisicamente la sensazione di sentirsi ferma. Io risposi raccontando le serate provinciali, gli aneddoti stupidi su Fede e Marco, le partite a padel, tralasciando di proposito i dettagli più grigi dell'università, Elena e la serata appena trascorsa con Lulu.
Il feeling era radicalmente diverso da tutto ciò a cui ero abituato. Con Elena, al primo appuntamento, tutto mi era sembrato fragile, romantico, quasi sacro, come se un passo falso potesse rompere il cristallo. Con Angela era tutto rumoroso, competitivo, fisico, allegro, meravigliosamente imperfetto e sfacciato. Con Elena avevo avuto paura di rovinare una cosa bellissima. Con Angela avevo paura di non riuscire a starle dietro. Era una paura diversa. Meno dolce, forse. Ma molto più viva.
Prendemmo due pinte. Scoprii quasi subito che Angela reggeva pochissimo l'alcol. A metà del bicchiere aveva già le guance leggermente accaldate, parlava più veloce e i suoi occhi scuri brillavano di un'allegria liquida. Non era ubriaca, era solo sciolta. «Io reggo benissimo,» dichiarò a un certo punto, gesticolando con le mani. «Hai bevuto mezza birra,» le feci notare, indicando il livello nel bicchiere. Lei alzò le spalle, per nulla scalfita. «Appunto. Ottimo rapporto qualità-prezzo.» «Economica.» «Sostenibile, Andrea.»
La conversazione scivolò inevitabilmente sulla competizione quando nominai di nuovo la mia partita della sera prima. «Il padel è sport da divorziati,» sentenziò lei. «Anche tu?» «È verità sociale.» «Invece la danza cos'è, muoversi a tempo?» Angela appoggiò il bicchiere con un colpo secco sul tavolo di legno. «Hai appena scelto la morte.» «La danza è più faticosa del padel?» la sfidai. «Ovviamente.» «Dimostralo.» «Biliardo.» Scoppiai a ridere. «Non c’entra niente.» Lei si alzò dallo sgabello, lisciandosi la gonna sui fianchi morbidi con un gesto che mi fece improvvisamente mancare il respiro. «La giustizia funziona così.»
Andammo verso il fondo del locale, dove c'erano un paio di tavoli da carambola illuminati da lampade basse e circondati dalla solita clientela della zona. Era il cuore della provincia, ma quella sera, incorniciato dalla musica di sottofondo, mi sembrava il posto più intimo del mondo. Angela prese una stecca dalla rastrelliera, fiera. Appena fece il primo giro intorno al tavolo verde per prepararsi, si fermò e sbuffò. «Mi fanno già male i piedi,» si lamentò, guardando i sandali alti. «Li hai messi tu.» Angela mi puntò la punta della stecca dritta contro il petto, socchiudendo gli occhi scuri. «Non usare la logica contro di me.»
Il fondo del pub era un mondo a sé, immerso nella penombra del legno scuro e rinfrescato da un'aria condizionata fin troppo aggressiva. Sopra il panno verde del biliardo, sotto le luci basse delle lampade a sospensione, Angela si rivelò immediatamente un disastro totale, ma con un'attitudine meravigliosa.
Fingeva di sapere perfettamente cosa stesse facendo. Si piegava sul tavolo, socchiudeva un occhio per calcolare angoli inesistenti, e poi finiva per lisciare la palla bianca o per mandarla a sbattere contro la sponda sbagliata. Ogni volta che, per un puro miracolo della fisica, una palla finiva in buca, esultava alzando la stecca al cielo e accusandomi di gufare contro di lei. Io, dal canto mio, cercavo di fare il figo, atteggiandomi da grande esperto, per poi sbagliare tiri elementari perché la mia concentrazione era costantemente dirottata altrove.
L'erotismo di quella partita non era costruito, era un effetto collaterale del modo in cui Angela abitava il proprio corpo. Ogni volta che si chinava sul bordo del tavolo per prendere la mira, la camicetta chiara si scostava leggermente, rivelando l'ombra profonda del décolleté e il pizzo scuro del reggiseno. La gonna si tendeva sui fianchi, sottolineando la curva morbida della schiena. Io provavo a fissare il panno verde, a guardare il gessetto, a concentrarmi sulla mia birra, ma fallivo miseramente.
«Mi stai guardando la traiettoria o il culo?» mi chiese a bruciapelo, rialzandosi con un sorriso diabolico, la stecca appoggiata a terra. «La traiettoria,» risposi, senza battere ciglio. «Bugiardo.» «Era una traiettoria interessante.»
Al mio turno, sbagliai clamorosamente, la bianca che finì dritta in buca. Angela scoppiò a ridere, appoggiandosi al bordo del tavolo. Quando toccò di nuovo a lei, si mise in una posizione talmente assurda che non potei fare a meno di intervenire. Mi avvicinai, annullando la distanza tra noi. «Così non colpisci niente,» le dissi, posizionandomi alle sue spalle. «Sto prendendo confidenza col tavolo.» «Il tavolo non ricambia, Angela.» «Geloso?» sussurrò lei, voltando appena il viso verso di me. «Del tavolo? Un poco.»
Senza chiederle il permesso, allungai le braccia ai lati dei suoi fianchi. Sovrapposi la mia mano destra alla sua, che stringeva il fondo della stecca, e con la sinistra le sfiorai le dita per correggerle il ponte sul panno verde. Il mio petto era a un millimetro dalla sua schiena. Sentivo il calore della sua pelle attraverso la camicetta, il profumo dolce della vaniglia che mi riempiva le narici, il suo respiro che si faceva un attimo più superficiale. Eravamo un incastro perfetto. La guidai nel movimento, un colpo secco e preciso che mandò la palla in buca. Mi staccai, ma prima che potessi allontanarmi del tutto, lei si voltò con un guizzo e mi diede una spinta secca col bacino contro il mio fianco, facendomi quasi perdere l'equilibrio. «Ehi!» finsi indignazione, ridendo. «Non si tocca l'avversario,» sentenziò, tornando a guardare il tavolo con aria trionfante.
Mentre aspettavo il mio turno, la guardai appoggiarsi alla stecca e bere un sorso di birra, e un pensiero si fece strada con una chiarezza assoluta. Con Elena, il primo appuntamento era stato fatto di mani sfiorate per caso, di silenzi emozionati e frasi dette piano, con la paura costante di rompere un cristallo. Con Angela, stavo discutendo da venti minuti se una palla entrata per sbaglio valesse come dimostrazione di talento sportivo. Non era meno bello. Era solo meno fragile.
Erano le due passate quando decidemmo di fare l'ultima partita decisiva. Il locale si era quasi svuotato. «Ultima,» annunciai, sistemando il triangolo. «Chi vince?» «Chi vince offre il Mc.» Angela inarcò un sopracciglio, appoggiando le mani sui fianchi. «Quindi se vinco io paghi tu?» «Hai capito benissimo.» «Sistema truccato.» «Sistema italiano,» ribattei, passandole il gessetto.
Stava per rompere il triangolo, concentratissima, quando il gestore del pub ci si affiancò, asciugandosi le mani in uno strofinaccio. «Ragazzi, mi spiace, stiamo chiudendo.» Angela abbassò la stecca, guardandolo come se avesse appena interrotto una finale olimpica. «Ma stavamo decidendo una questione morale.» «La morale domani, ragazzi.» «Il pub non rispetta la competizione,» mi lamentai io. «Il pub vuole andare a dormire,» tagliò corto lui, spegnendo la lampada sopra il nostro tavolo.
Uscimmo nel parcheggio con la coda tra le gambe, ridendo come scemi nella notte calda e umida. Stavamo camminando verso la mia macchina quando Angela, all'improvviso, scartò di lato. «Macchina gialla!» urlò, e mi mollò un colpetto secco e preciso sul braccio. Mi massaggiai il bicipite, guardandola incredulo. «Hai dodici anni?» «No, ma vinco,» rispose lei, facendomi l'occhiolino. «Non sapevo fossimo in gara.» «È per questo che perdi, Andrea.»
Risi, spingendola leggermente per le spalle per farla camminare verso la Punto. Eravamo fisici, allegri, naturali. Niente silenzi imbarazzanti, niente filtri. Appena aprì lo sportello e si lasciò cadere sul sedile del passeggero, Angela fece un verso gutturale, a metà tra un gemito e un sospiro di sollievo, e si sfilò immediatamente i sandali. «Oddio, libertà,» mormorò, massaggiandosi le caviglie. «Li hai messi tu,» le ricordai, mettendo in moto. «La logica non è sexy, Andrea.»
