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Erotika
Lulu · Cap. 4
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Capitolo 4 di 5 33 min di lettura

I Piedi di Angela sul Cruscotto

Andrea prova a vivere il primo appuntamento senza portarsi dietro il fantasma di Elena.
Tra biliardo, birre, tacchi tolti e un parcheggio del Mc, Angela trasforma una sera qualunque in qualcosa che finalmente basta.

ale🍻
20 giorni fa · 492 letture · 3

Senza il minimo ritegno, allungò le gambe e appoggiò i piedi nudi sul cruscotto della Punto. Sotto la luce arancione e fioca del parcheggio, le dita smaltate di bianco si mossero appena. La sua pelle era liscia, ma si vedevano i segni rossi lasciati dai cinturini dei tacchi, piccoli solchi scavati dalla fatica della serata. Erano piedi perfetti, curati, incredibilmente sensuali nella loro nudità domestica e improvvisa. Mi trovai a fissarli per un secondo di troppo, la mano ferma sulla leva del cambio. Lei se ne accorse, girando la testa verso di me. «Che c’è?» «Niente.» «Ti fanno schifo i piedi?» «No.» «Risposta sospetta.» Distolsi lo sguardo, ingranando la prima. «Mi concentro sulla strada.» «Siamo fermi, Andrea.»

Sorridente, mi immisi sulla strada statale deserta, diretti verso il McDrive più vicino. Il viaggio fu un botta e risposta continuo. Angela mi raccontò dell'animazione, dei bambini ingestibili, di un'estate in cui aveva ballato con trentanove di febbre sotto il sole cocente, delle coreografie provate fino alla nausea e delle serate nei villaggi finite in modo disastroso. Io le parlai dei miei amici, delle cazzate di provincia, di quella volta che io e Fede ci eravamo persi tornando da un locale in campagna. Ci interrompevamo, ci contraddicevamo, ridevamo con i finestrini abbassati e il vento caldo che ci scompigliava i capelli.

Arrivammo in coda al McDrive. C'erano un paio di macchine davanti a noi, ferme. Il motore girava al minimo. Fu in quel momento che Angela decise di alzare la posta in gioco. Con una naturalezza disarmante, spostò le gambe dal cruscotto e, scivolando un po' più in basso sul sedile, allungò i piedi verso di me. Invece di appoggiarli sul tappetino o sul tunnel centrale, li fece scivolare direttamente sulle mie cosce.

Sussultai appena. Il contatto fu elettrico. Sentii la pianta dei suoi piedi calda e morbida premere contro il tessuto leggero dei miei pantaloni. Ma non si fermò lì. Con un movimento pigro, quasi impercettibile, accomodò un piede esattamente sul mio inguine, la caviglia che sfiorava il rigonfiamento che si stava già risvegliando con prepotenza. Feci un respiro profondo, stringendo il volante. La tensione erotica esplose nell'abitacolo, densa e improvvisa.

«Angela,» dissi, la voce che mi uscì mezza ottava più bassa. «Che c’è?» rispose lei, innocente. «Mi hai appena usato come poggiapiedi.» «Sì.» «Almeno chiedi.» Lei fece scorrere leggermente il tallone contro la mia cerniera, un movimento minuscolo, letale. «Posso usarti come poggiapiedi?» Chiusi gli occhi per una frazione di secondo. «Ormai.» «Grazie.»

La macchina davanti a noi avanzò di un paio di metri. Mollai la frizione, cercando di concentrarmi sul pedale e non sul fatto che l'attrito dei suoi piedi nudi mi stava mandando il cervello in pappa. «Se mi distrai e finiamo contro un palo, lo scrivo nel verbale,» la avvertii, deglutendo a fatica. Lei rise, una risata bassa e di gola, e accarezzò con l'alluce l'interno della mia coscia. «Causa dell’incidente: piedi belli.» «Non ho detto belli.» «L’hai pensato fortissimo.»

Parcheggiai la Punto in uno degli stalli vuoti vicino all'ingresso del McDonald's. Spensi il motore, ma lasciai i finestrini abbassati per far girare quel poco d'aria che la notte ci concedeva. «Scendi?» le chiesi, slacciandomi la cintura. Angela scosse la testa, affondando meglio nel sedile. «No.» «Come no?» «I miei piedi hanno dichiarato indipendenza. Non rimetto quei trampoli stasera nemmeno sotto tortura.» «E il gelato?» «Me lo porti tu,» disse, sbattendo le ciglia con un'innocenza totalmente finta. Sospirai, aprendo lo sportello. «Quindi sono il tuo cameriere.» Lei mi puntò un dito contro, sorridendo. «Triste no, però.»

Quella battuta mi colpì a tradimento. Il "cameriere triste", il vecchio insulto di Elena che fino a una settimana prima mi avrebbe mandato in rovina la serata, detto da Angela suonava solo come un gioco. Chiusi la portiera e andai verso l'ingresso. Mentre aspettavo in fila alla cassa, mi voltai verso la grande vetrata del locale. Riuscivo a vedere la mia macchina sotto il lampione. Angela era lì, comodamente sdraiata col sedile reclinato e i piedi nudi appoggiati sul cruscotto. Quando si accorse che la stavo guardando, invece di ricomporsi, mi fece una faccia scema, strabuzzando gli occhi, e poi agitò la mano salutandomi con la lentezza e la grazia di una regina su una carrozza. Sorrisi da solo, come un idiota, davanti a un vassoio di patatine fritte altrui. In quel preciso istante, Angela smise di essere una distrazione. Smise di essere il metro di paragone per misurare quanto mi mancasse Elena. Era semplicemente lei, viva, assurda e bellissima.

Tornai in macchina stringendo due McFlurry. «Eroe,» esultò lei, allungando le mani per prendere il suo. «Ho rischiato la vita tra rider nevrotici e tredicenni in crisi ormonale,» precisai, sedendomi al posto di guida. «Ti onoro.» Iniziammo a mangiare nel parcheggio semivuoto, illuminati solo dalla luce arancione del lampione e dall'insegna del fast food. A un certo punto, con un guizzo rapido e infame, Angela allungò il suo cucchiaino e scavò una voragine nel mio gelato, portandoselo alla bocca. «Ehi, quello è mio,» protestai. «Dovevo verificare se il tuo fosse più buono,» si giustificò, leccandosi le labbra macchiate di cioccolato. «Sei una criminale.» «L’avevamo già capito, Andrea.»

Si sistemò meglio sul sedile, girandosi verso di me. Riposizionò le gambe, stendendole in modo che i suoi piedi nudi tornassero esattamente sulle mie cosce. La dinamica tra noi stava seguendo un ritmo naturale: si parte adagio, con provocazioni leggere, per poi lasciare che l'attrazione prenda il controllo. «Massaggia,» mi ordinò, allungando la gamba e spingendo leggermente le dita contro il mio stomaco. «Prego?» «Mi hai fatto giocare a biliardo per due ore coi tacchi.» «Io?» «Sì, sei responsabile emotivo del mio dolore.» Sbuffai, ma posai il gelato nel portabicchieri. «Non sono un centro benessere.» «Puoi migliorare.»

Le presi il piede tra le mani con una prudenza ridicola, come se fosse una cosa fragile e non una parte del corpo che Angela mi stava praticamente imponendo addosso. Iniziai a massaggiarle la pianta, usando i pollici per sciogliere la tensione sotto il tallone e sull'arco plantare. La sua pelle era liscia, calda. «Sei serissimo,» mi prese in giro lei, mangiando un'altra cucchiaiata di gelato. «Sto eseguendo un servizio professionale.» «Fa schifo.» «Dammi tempo.»

Il finestrino era abbassato, ma l'aria nell'abitacolo iniziò a farsi comunque pesante, densa. La spontaneità dei nostri gesti stava innescando qualcosa di molto più profondo. Sentivo il calore del suo corpo a pochi centimetri da me, il profumo dolce della sua pelle che riempiva lo spazio ristretto della Punto. Le mie mani si mossero con più sicurezza, accarezzandole il dorso del piede e risalendo appena verso la caviglia sottile. Il mio corpo stava registrando ogni singolo millimetro di quel contatto, e la mia erezione tornò a farsi sentire, prepotente e dolorosa contro la cerniera dei jeans. Lei se ne accorse. I suoi occhi scuri si abbassarono per un istante sul mio bacino, poi tornarono sul mio viso. «Ti piace?» mi chiese, la voce improvvisamente più bassa, vellutata. «Massaggiare?» «La situazione.» Deglutii. «È… insolita.» «Che risposta da vecchio.» «Sto cercando di non sembrare un depravato, Angela.» Lei ridacchiò, un suono basso e gutturale. «Non ci stai riuscendo benissimo.»

Per provocarmi, piegò il ginocchio e sollevò il piede, avvicinandomelo pericolosamente al viso. Non era un'umiliazione, era un gioco erotico sfacciato, una sfida. «Guarda che ho sofferto davvero per questi tacchi,» sussurrò. «Si vede.» «Quindi meritano rispetto.» «Sto rispettando moltissimo.» «Non abbastanza.»

Le presi la caviglia con una mano, ridendo, e gliela abbassai con delicatezza. Ma lei sfruttò il movimento per scivolare in avanti col bacino sul sedile. La pianta del suo piede non tornò sulla mia coscia. Scivolò più giù. Il suo tallone trovò esattamente la curva del mio inguine. Non era un tocco casuale. Con un movimento lento, calcolato, iniziò a strofinare l'arco plantare proprio lì, contro il rigonfiamento teso dei miei pantaloni. Sentii una scossa risalirmi lungo la spina dorsale. La pressione era morbida ma implacabile, un massaggio al contrario che mi fece mancare il respiro. Chiuse gli occhi per un istante, muovendo le dita dei piedi contro la stoffa tesa, godendosi la mia paralisi. Era un crescendo di tensione fisica impossibile da ignorare.

Incrociò il mio sguardo. «Stai pensando troppo anche adesso?» mi sfidò, un sussurro a fior di labbra. «Un poco,» ammisi, la voce arrochita. «A cosa?» «A quanto è assurda questa serata.» «Assurda bella o assurda da denuncia?» «Bella.» Angela spostò il bicchiere del gelato sul cruscotto. La luce fioca illuminava la scollatura della camicetta aperta, il respiro che le sollevava il petto. «Allora vieni qui.» Si morse il labbro, accentuando la pressione del piede. «Baciami o mi riprendo il piede. E tutto il resto.» «Questa è estorsione.» «Funziona?» «Sì.»

Mi sporsi oltre il freno a mano. La baciai male per mezzo secondo, troppo pieno di testa e troppo povero di coraggio. Poi Angela mi prese il viso tra le mani, rise contro la mia bocca e mi baciò meglio.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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