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Erotika
Lulu · Cap. 4
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Capitolo 4 di 5 33 min di lettura

I Piedi di Angela sul Cruscotto

Andrea prova a vivere il primo appuntamento senza portarsi dietro il fantasma di Elena.
Tra biliardo, birre, tacchi tolti e un parcheggio del Mc, Angela trasforma una sera qualunque in qualcosa che finalmente basta.

ale🍻
20 giorni fa · 492 letture · 3

Fu un'esplosione. L'erotismo puro di quel momento cancellò ogni pensiero razionale, ogni freno inibitore. Angela mi salì addosso con una naturalezza assurda, scavalcando il tunnel centrale come se la macchina non fosse una vecchia Punto ma un palco minuscolo su cui sapeva comunque trovare spazio perfetto. Si mise a cavalcioni sulle mie gambe. Io, nel disperato tentativo di farle posto, urtai violentemente il ginocchio contro la leva del cambio e bestemmiai sottovoce. Lei si staccò appena, rise di nuovo contro la mia bocca, e quella risata mi entrò dentro più del bacio.

Le mie mani scivolarono finalmente sui suoi fianchi, stringendo la stoffa leggera della gonna, per poi risalire lungo la schiena nuda sotto la camicetta sbottonata. La sua pelle bruciava. Angela mi circondò il collo con le braccia, spingendo il bacino contro il mio. La fame fisica era totale. Le nostre lingue si cercavano, si incrociavano, in un bacio profondo che sapeva di gelato, di birra e di desiderio crudo. La strinsi forte, forse troppo. «Puoi stringermi, non mi rompo,» mi sussurrò lei, staccandosi di un millimetro per riprendere fiato. «Sto cercando di comportarmi bene.» «Che noia, Andrea.» «Scusa se sono civile.» Lei mi morse il labbro inferiore, tirandolo piano con i denti prima di lasciarlo andare. «Ti perdono.»

Riprese a baciarmi, muovendo il bacino contro il mio in un attrito lento e disperato. La macchina era diventata un forno. Il mio respiro era diventato un rantolo, le mie mani si ancorarono ai suoi glutei morbidi, sollevandola appena per farla aderire meglio contro di me. «Chi si stacca prima perde,» mi sfidò lei, ansimando contro il mio collo. «Anche questo è una competizione?» «Tutto è una competizione.» «Sei malata, Angela.» «E tu stai perdendo tempo.»

Riprendemmo a baciarci, stuzzicandoci. Fu un corpo a corpo caldo, buffo, disordinato e meravigliosamente giovane. Ci mordevamo piano, ridevamo, ci fermavamo per riprendere fiato e poi ripartivamo con più urgenza di prima. Non c'era nulla di asettico o puramente meccanico in quello che stavamo facendo: era bellissimo proprio perché ci stavamo fottutamente divertendo.

A un certo punto, però, il suo sguardo cadde sull'orologio digitale del cruscotto. Angela si bloccò, ansimando. «Merda.» «Che c’è?» chiesi, cercando di rimettere a fuoco la realtà, la voce impastata. «Domani ho danza alle nove.» «Ah.» Si appoggiò con la fronte contro la mia spalla, sospirando profondamente. «E io sto limonando in una macchina nel parcheggio del Mc come una quindicenne problematica.» «Tecnicamente abbiamo ventidue anni,» le ricordai, accarezzandole i riccioli scompigliati. «Questo peggiora notevolmente la cosa, Andrea.»

Fece per sollevarsi, ma si bloccò, guardandomi le labbra. Non voleva davvero staccarsi, e si vedeva lontano un miglio. «Ultimo,» decretò. «Lo hai già detto tre baci fa.» «Sono bugiarda.»

Si avventò di nuovo sulla mia bocca per un bacio lungo, vorace, che mi lasciò senza fiato e con i muscoli tesi allo spasimo, prima di costringersi a staccarsi definitivamente. Scavalcò di nuovo il tunnel e si lasciò cadere sul sedile del passeggero. La guardai. Aveva la camicetta stropicciata, aperta in modo sconcio sul seno sollevato dal respiro affannoso. I capelli erano un groviglio selvaggio attorno al viso arrossato, le labbra gonfie e lucide. Se ne stava lì, bellissima, con i piedi nudi sul tappetino e i tacchi abbandonati in mano, a cercare di rimettere insieme i pezzi della sua compostezza.

Il viaggio di ritorno fu molto diverso dall'andata. L'energia elettrica e caotica della serata si era trasformata in una stanchezza dolce, appagata. L'aria che entrava dai finestrini abbassati era finalmente fresca, o forse era solo il mio corpo che aveva smesso di andare a fuoco. Tenevo la radio a un volume bassissimo, un sottofondo appena percepibile che riempiva i silenzi, che ora non erano più carichi di tensione, ma di una tranquillità nuova.

Angela era sprofondata nel sedile, la testa appoggiata al poggiatesta, i piedi nudi sul tappetino. Si rigirava i sandali tra le mani, fissando la strada con un sorriso morbido, ancora con le labbra un po' gonfie per i baci. «Mi sono divertita,» disse all'improvviso, senza voltarsi. «Anch'io,» risposi, tenendo gli occhi sulla strada illuminata dai fari. «Si vedeva.» Feci un mezzo sospiro, sentendomi per l'ennesima volta smascherato. «Devo lavorare sulla faccia.» Angela girò il viso verso di me. La luce arancione di un lampione le scivolò sui lineamenti perfetti. «No.» «No?» «Mi piace che ti si veda.»

Quella frase mi colpì con una dolcezza inaspettata. Io mi vergognavo a morte di essere così trasparente, di avere ogni mia insicurezza o emozione stampata in faccia a caratteri cubitali. E lei, con sei parole, aveva preso quel mio difetto e lo aveva trasformato in una cosa desiderabile, in qualcosa che le piaceva guardare.

Accostai davanti al cancello della sua villetta. Lasciai il motore acceso al minimo. «Scrivimi quando arrivi,» mi ordinò, aprendo lo sportello. «Abiti a tre minuti,» le feci notare. «Appunto. Non farti investire proprio adesso che sei migliorato.» Mise un piede fuori dall'abitacolo, poi ci ripensò. Tornò indietro, sporgendosi verso di me, e mi diede un altro bacio. Fu un bacio più lento, profondo, che sapeva di stanchezza e di promesse a mezza voce, il culmine perfetto di un crescendo emotivo e fisico che aveva scandito tutta la serata. «Ok, vado,» sussurrò a un millimetro dalla mia bocca. «Ok.» Fece per allontanarsi, ma il suo sguardo indugiò sul mio. «Davvero.» «Ti sto credendo,» mormorai. «Non mi guardare così.» «Come?» «Come se poi resto.»

Mi sorrise, poi uscì definitivamente dall'abitacolo. Rimasi a guardarla mentre percorreva il vialetto di casa sua, a piedi scalzi, con i tacchi in una mano e la borsa nell'altra. Guardai il modo in cui la gonna assecondava il movimento dei suoi fianchi, la curva morbida del suo fondoschiena, la linea della sua schiena. Provavo ancora attrazione, certo, ma per la prima volta era incapsulata dentro una felicità calda, rassicurante. Non era solo voglia. Era appagamento.

Ripartii, imboccando la strada verso casa. Il paragone con Elena c’era stato tutta la sera, infilato negli angoli della mia mente come polvere che non riesci a togliere. Si era ripresentato al pub, durante la partita a biliardo, nel profumo di una sconosciuta. Ma Angela aveva fatto una cosa che non credevo minimamente possibile: non aveva vinto il paragone. Lo aveva reso inutile per qualche ora. Tornavo a casa portandomi addosso il sapore del gelato misto a quello della sua bocca. Avevo ancora nelle narici il suo profumo di vaniglia, negli occhi l'immagine di lei piegata sul panno verde del biliardo, il ricordo tattile dei suoi piedi caldi sul mio inguine, la consistenza dei suoi fianchi sotto le mie mani. Non era guarigione. Era dopamina. Ma dopo mesi di lutto, di pianti in macchina e di risvegli col respiro spezzato, anche la dopamina sembrava una religione.

Arrivai sotto casa. Parcheggiai nel mio solito posto e spensi i fari, ma lasciai il motore acceso. Tirai fuori il telefono dalla tasca. C'era già un messaggio. Angela gate: sono viva e ho ancora i piedi distrutti

Risi da solo, nel silenzio dell'abitacolo, la luce dello schermo che mi illuminava il viso nel buio. Digitai rapidamente.Andrea: i miei servizi da fisioterapista improvvisato sono disponibili su prenotazione La risposta fu istantanea.Angela gate: non montarti

Sorrisi ancora, appoggiando la testa al sedile. Poi, la mia attenzione fu catturata da un'altra notifica, scivolata più in basso sulla schermata di blocco. Era arrivata più di un'ora prima. Lulu: sei sopravvissuto o Angela palestra ti ha sepolto da qualche parte?

Sotto casa, con il motore ancora acceso e il sapore di Angela sulle labbra, lessi il messaggio di Lulu. Sorrisi. Avrei potuto risponderle subito. Fino a qualche giorno prima, persino la sera prima, lo avrei fatto senza pensarci, correndo a condividere con lei ogni singolo dettaglio, ogni mia insicurezza o trionfo. Ma quella notte rimasi fermo un momento, le mani sul volante, il telefono acceso tra le dita. Guardai il portone del suo palazzo, buio. E decisi di non dividere ancora quella cosa con nessuno. Non con Fede. Non con Marco. Non con Lulu. Non con Elena. Per una volta, Angela bastava.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Scritto da
ale🍻

sono alle prime armi con i racconti erotici e spero possiate apprezzare quello che pubblico.

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