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Erotika
Lulu · Cap. 8
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Capitolo 8 di 8 58 min di lettura

Ho Vomitato su Eren, Poi Mi Sono Scopato Mikasa

Halloween dovrebbe essere soltanto costumi, alcool e una promessa piccante con Angela, ma vecchie paure trasformano la notte di Andrea in un crollo che non riesce più a nascondere.
Quando arriva il mattino, scopre che mostrarsi nel momento peggiore non significa necessariamente essere meno desiderato o meno amato.

ale🍻
10 ore fa · 11 letture · 0

Eppure, nei giorni che seguirono, iniziai a capire che il mio blocco alla scrivania non riguardava più soltanto i codici o l'esame. Ogni volta che mi sedevo davanti al libro e non riuscivo a mandare giù una pagina, il mio cervello smetteva di pensare ai professori e andava dritto ad Angela. Non perché lei mi mettesse pressione, non lo faceva mai, ma perché la mia testa aveva già imparato a memoria quella catena di montaggio: non studiare portava a fallire, fallire portava a deludere chi avevi accanto, la delusione creava distanza, e dopo la distanza c'era l'abbandono. Era lo schema esatto di Elena. Non riuscivo ancora a metterlo a fuoco con parole chiare, ma il mio corpo lo sapeva benissimo, tanto che ogni volta che sul telefono compariva un messaggio di Angela che mi chiedeva con totale innocenza «Hai studiato oggi?»,sentivo un peso di piombo cadermi dritto nello stomaco.

Qualche sera prima di Halloween, Davide aveva una cena con i suoi compagni di corso. Verso le dieci e mezza mi arrivò un messaggio di Lulu, e dieci minuti dopo eravamo giù in strada. L'aria di fine ottobre era ormai troppo rigida per restare seduti sul cemento del muretto senza congelare, così ci eravamo rifugiati dentro la Punto parcheggiata sotto il solito lampione. Avevo acceso il motore per far andare il riscaldamento al minimo; i vetri si erano appannati quasi subito,isolandoci dal marciapiede vuoto e creando una piccola bolla calda che sapeva di tabacco, erba e caffè delle macchinette.Sul supporto del cruscotto c'era il mio telefono con un episodio di un anime messo in pausa a metà, che nessuno dei due stava più guardando da un quarto d'ora.

Per i primi venti minuti parlammo del più e del meno, passandoci la cannetta col finestrino abbassato di due dita per far uscire il fumo. Ma io rispondevo a monosillabi, con la nuca poggiata al poggiatesta e gli occhi persi sul tetto dell'abitacolo. Lulu fece un ultimo tiro, spense tutto nel portacenere di plastica e si girò sul sedile. «Sei noioso stasera.» «Grazie,» risposi senza muovermi. «Prego.» Nell'abitacolo scese il silenzio, rotto solo dal soffio basso delle bocchette dell'aria calda. «Che hai?» mi chiese dopo un po'. «Niente.» «Okay,» fece lei tranquillamente. Prese il suo telefono dalla tasca della giacca e si mise a scorrere lo schermo, senza insistere di un millimetro e senza farmi sentire sotto interrogatorio.

Durai esattamente trenta secondi. Quel suo lasciarmi in pace funzionava sempre meglio di qualsiasi tenaglia. «Università di merda,» borbottai guardando il parabrezza appannato. Con la coda dell'occhio vidi Lulu abbozzare un sorriso minuscolo, senza nemmeno alzare la testa dal display. «Eccolo.»

Bloccò il telefono, se lo posò in grembo e si tirò su una gamba sul sedile, girandosi verso di me. «Esame?» «Boh.» «Boh cosa, Andre?» Feci scorrere il pollice lungo la cucitura del volante. «Non riesco a studiare.» «Non hai voglia?» Scossi la testa piano. «No. Magari fosse quello. È diverso.» Esitai un secondo, fissando la condensa sul vetro. «Apro il libro e mi viene l’ansia.» «Per l’esame?» Deglutii, sentendo quanto fosse ridicolo dirlo ad alta voce a una persona che studiava la mia stessa roba. «Perché magari non capisco. E se non capisco una frase alla prima lettura, penso subito che magari non sono abbastanza intelligente per fare questa facoltà.»

Nella macchina calò un silenzio denso. Dirlo fuori dalla mia testa mi era costato una fatica fisica, come se le avessi appena consegnato la prova certificata della mia mediocrità. Lulu però non rise e non fece nessuna battuta per smontarmi; rimase semplicemente lì a guardarmi, aspettando. Provai a cambiare tono, rispondendo a mezza bocca a un paio di domande sul programma, finché non sentii il resto premere per uscire. «C’è pure un’altra roba,» dissi a voce bassa.«Dimmi.» Mi chiusi di nuovo. «No, lascia stare.» «Okay.»

Ancora una volta non mi tirò per la giacca. Eppure, restando zitto in quel sedile, ebbi la percezione nettissima che se le avessi raccontato tutta la storia avrei rischiato di perdere qualcosa: l'idea che lei aveva di me, o forse solo quel terreno pari su cui ci muovevamo. Ma tenermelo dentro mi stava soffocando. «Tu sai che prima facevo un’altra università,» ripresi piano, senza guardarla. «Sì, me l'avevi accennato.» «Non sai bene perché ho cambiato, però.» Lulu appoggiò il braccio allo schienale. «Pensavo semplicemente non ti piacesse.» «Sì. Più o meno.» Presi fiato e tornai indietro di un anno.

Le raccontai del novembre precedente, di come il mio primo percorso universitario avesse iniziato a starmi stretto fino a togliermi l'aria. Andavo a lezione senza sapere dove stessi andando a parare, guardavo i miei colleghi e non mi vedevo da nessuna parte, finché non avevo deciso di mollare e buttarmi su Giurisprudenza cercando una strada diversa. Il problema era stato che Elena, quella mia confusione, non l'aveva mai capita davvero. «Lei aveva sempre avuto una direzione precisa,» spiegai a Lulu, guardando le luci arancioni della strada sfocate oltre il vetro. «Voleva fare il medico praticamente da quando sapeva parlare. Non aveva mai avuto un piano B in vita sua.» «E quindi?» chiese Lulu. «Quindi per lei era letteralmente incomprensibile che io a ventun anni non sapessi cosa cazzo fare della mia vita.» Lulu mi guardò con un'espressione quasi disarmata nella sua semplicità. «Andre, non sapere cosa fare a ventun anni è probabilmente la cosa più normale del mondo.» Girai la testa verso di lei. Sentirglielo dire con quella naturalezza, come se fosse un'ovvietà banale e non una colpa da nascondere sotto il tappeto, mi arrivò addosso con una forza assurda.

Continuai a parlare, tirando fuori i pezzi che non avevo mai detto nemmeno a Fede. Le raccontai delle cene a casa dei genitori di Elena in quel periodo: la tavola apparecchiata bene, le domande educate sul cambio di facoltà, sugli esami che avrei dato a breve, sui piani per il futuro. Erano commenti apparentemente innocenti, detti col sorriso tra una portata e l'altra, ma ogni volta che uscivo da quella casa mi sentivo come se avessi appena sostenuto un colloquio di lavoro per dimostrare di meritare il posto accanto alla loro figlia. «Sembrava sempre che dovessi dimostrare di essere abbastanza affidabile per lei,» dissi con un filo di amarezza. «E Elena?» chiese Lulu piano. Abbassai gli occhi sulle mie mani. «Non li fermava.» E quel silenzio di Elena a capotavola, mentre suo padre mi chiedeva con finta leggerezza quanti anni avessi intenzione di metterci a laurearmi, aveva pesato molto più di qualsiasi insulto aperto.

Poi erano arrivati dicembre e gennaio. Mi ero messo alla scrivania per preparare il primo esame importante della nuova facoltà per dimostrare a tutti e prima di tutto a lei, che non avevo fatto un salto nel vuoto. E mi ero bloccato.Esattamente come adesso. Passavo i pomeriggi a fissare il muro con il panico in gola, ma quando Elena mi chiamava la sera per chiedermi com'era andata la giornata, io le rispondevo sempre la stessa cosa: sto studiando. A dicembre non mi ero presentato all'appello, inventando una scusa ridicola su una pratica della segreteria. A gennaio avevo fatto lo stesso,finché il castello di carte non era crollato in un litigio enorme. «Quando non ho più potuto nasconderlo, le dissi la verità,» raccontai nella penombra della macchina. «Le dissi che mi sedevo davanti al libro e mi veniva il panico.» Lulu mi ascoltava immobile. «E lei?» «Mi disse che non capiva.» Feci una pausa. «Non capiva come facessi a non riuscire a fare una cosa normale che lei faceva otto ore al giorno tutti i giorni. E alla fine della serata mi disse che stava perdendo fiducia in me.»

Quella frase era stata l'inizio della fine. Da quel momento in poi avevo passato i mesi successivi a cercare disperatamente di ricomprarmi quella fiducia: facevo finta di essere sempre produttivo, non mi lamentavo mai, cercavo di sembrare uno con le idee chiare. E intanto Elena si chiudeva sempre di più nei suoi esami di Medicina. Non rispondeva ai messaggi per ore, tagliava le uscite, riduceva gli spazi. «A un certo punto ero diventato praticamente il fidanzato dalle nove a mezzanotte del sabato,» dissi con un mezzo sorriso storto. «Minchia,» mormorò Lulu. «Durante la settimana ci sentivamo venti minuti al telefono prima di dormire, se andava bene e se non era troppo stanca.» Anche fisicamente si era spento tutto un pezzo alla volta: meno baci, meno voglia di cercarsi, meno sesso, meno contatto. Mi ero ritrovato a essere un accessorio da infilare nei ritagli di tempo che avanzavano dalla sua vita vera.

Finché una sera non ero esploso, cercando di farle capire che quella pressione e quella distanza mi stavano mangiando vivo. Ma Elena, da parte sua, aveva messo sul piatto il resto: le avevo mentito per mesi guardandola negli occhi, avevo inventato scuse sugli appelli, e lei aveva smesso di sentirsi stimolata da una relazione in cui doveva chiedersi continuamente se la persona che aveva accanto fosse affidabile o no per costruire un futuro. «E col senno di poi capisco pure perché fosse incazzata nera per le bugie,» ammisi con onestà. «Però?» mi incalzò Lulu a voce bassa. «Però io in quei mesi ero terrorizzato, Lu.» Rimasero solo il rumore della ventola del riscaldamento e il mio respiro. «E da quel litigio in poi ho iniziato a pensare che, sotto sotto, lei mi ritenesse semplicemente stupido.» Lulu strinse leggermente le palpebre.«Te l’ha mai detto?» «No. Mai usato quella parola. Ma era esattamente come mi sentivo ogni singola volta che parlavamo.»

Prima di andare avanti…

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