Appoggiai la fronte contro il volante per un secondo, poi mi tirai su e chiusi il cerchio, arrivando finalmente al motivo per cui avevo lo stomaco a pezzi da una settimana. «E ora sto facendo la stessa identica cosa.» Lulu non ebbe nemmeno bisogno che glielo spiegassi. «Le dici che studi.» «Sì.» «E non studi.» «Non riesco.» Mi passai entrambe le mani sul viso,strofinandomi gli occhi. «E ho una paura fottuta di dirglielo.» «Perché?» Abbassai le mani in grembo. «Perché magari cambia.» «Angela?» «Il modo in cui mi guarda.» Non avevo paura che mi mollasse su due piedi nel parcheggio della palestra. Avevo il terrore puro di vedere comparire anche nei suoi occhi scuri quell'ombra di delusione stanca, quel momento esatto in cui una ragazza smette di vederti come un uomo che desidera e inizia a vederti come un peso che non sa dove sta andando.
Lulu rimase in silenzio per diversi secondi. Guardò il cruscotto, poi tornò a fissarmi con una calma disarmante. «Andre.» «Che?» «Ma a te piace quello che studi?»
Quasi mi scappò una risata nervosa. «Ma che domanda è?» «Una domanda normale. Rispondi.» Aprii la bocca per dire di sì, o per fare uno dei miei soliti discorsi sul fatto che ormai avevo scelto quella strada, ma le parole mi si fermarono sulla lingua. Pensai ai manuali sulla mia scrivania, alle lezioni in aula magna, all'idea di passare la vita in mezzo a quei codici.E non trovai niente. Non avevo una risposta. Lulu mi guardò restare muto e annuì piano. «Okay.» Mi innervosii all'istante.«Che cazzo significa okay?» «Significa che non lo sai.»
Si sistemò meglio sul sedile, stringendosi la giacca sulle spalle. «Puoi cambiare di nuovo, eh.» Mi irrigidii subito contro lo schienale. «Sarebbe la seconda volta in due anni.» «E allora?» «Sembro uno che non sa minimamente cosa fare della propria vita.» Lulu piegò la testa di lato, guardandomi con un'ovvietà spietata. «Magari non sai cosa fare della tua vita.» La fulminai con lo sguardo. Lei scoppiò a ridere, dandomi un colpetto col piede contro il cambio. «Abbiamo ventidue anni, coglione,» disse, e poi la risata si spense, lasciando il posto a una serietà pulita, ferma, che mi tenne inchiodato al sedile. «È mille volte meglio provare qualcosa e capire di aver sbagliato, piuttosto che restare fermo in una roba scelta a caso solo perché hai il terrore che qualcuno da fuori ti consideri un fallito.» Mi tenne gli occhi addosso senza abbassarli.«Sbagliare strada non significa essere stupido, Andrea.»
Abbassai lo sguardo sulle chiavi inserite nel quadro, dove il suo portachiavi penzolava immobile. Quelle parole mi entrarono dentro dritte, andando a toccare esattamente il nervo scoperto che mi portavo dietro dall'inverno prima, ma senza fare male. Restai zitto per un po', poi rialzai gli occhi verso di lei. «E Angela?» «Angela è Angela.» Accennai un sorriso stanco. «Molto profondo.» «No, è proprio quello il punto,» ribatté lei senza scomporsi. «Non c'entra niente con la tua ex e non c'entra niente con le cene a casa dei suoceri. Non puoi farle pagare in anticipo il conto di quello che ti è successo con Elena.» Non risposi, perché sapevo che aveva ragione su tutta la linea. Lulu allungò una mano e aprì di mezzo centimetro lo sportellino del cruscotto per chiuderlo subito dopo. «E comunque quella ti guarda come se fossi molto più figo di quanto sei realmente, quindi parti già in vantaggio.» «Grazie per la stima.» «Sempre disponibile.» Si tirò su col busto, recuperando il telefono dal grembo, e mi guardò un'ultima volta prima di mettere la mano sulla maniglia.«Diglielo, Andre.» Sospirai, sentendo il peso di tutta la serata sulle spalle. «Non so se ce la faccio adesso.» Lulu non insistette e non mi fece la predica. Aprì semplicemente la portiera, facendo entrare una folata d'aria fredda nell'abitacolo.«Allora glielo dici quando ce la fai.»
Il pomeriggio successivo alla chiacchierata in macchina con Lulu tornai a sedermi alla scrivania e aprii il manuale. Per qualche ora, incredibilmente, funzionò. Lessi una pagina, poi un'altra, tirando dritto senza fermarmi a vivisezionare ogni verbo e senza chiedermi ogni tre righe quale fosse il mio posto nel mondo. Quando alzai la testa verso la finestra era già buio e avevo messo in fila quindici, forse venti pagine, con gli appunti ordinati a margine. Quasi mi sentii stupido per essermi bloccato così tanto nei giorni precedenti, come se fosse bastato parlarne ad alta voce per sbloccare l'ingranaggio.Poi arrivò il giorno dopo, e ricaddi esattamente al punto di partenza. Bastò un paragrafo più ostico a metà mattina per farmi tornare il fiato corto e la testa vuota. Fu lì che capii che Lulu non mi aveva guarito, nessuno poteva farlo al posto mio, mi aveva solo mostrato per qualche ora che esisteva un modo diverso di guardarmi, anche se non sapevo ancora come tenermelo stretto da solo.
Il trentuno ottobre arrivò al termine di un pomeriggio passato a fissare la stessa pagina del codice per tre ore filate, con il mal di testa che mi bussava dietro le tempie e la sensazione di aver buttato via un'altra giornata. Sul comodino, intanto, il telefono non aveva smesso di vibrare per un solo minuto. Il gruppo WhatsApp era in fiamme dalle quattro: Fede aveva mandato il video di un costume da gladiatore palesemente di tre taglie più piccolo, Marco rispondeva con foto di bottiglie già nel carrello della spesa, e poco dopo mi arrivò anche un messaggio privato di Lulu.
Lulu: davide vieneee
Subito sotto comparvero due notifiche di Angela, tutte in maiuscolo.
Angela: A CHE ORA VENGO DA TEAngela: EREN PREPARATI
Guardai lo schermo e mi scappò un sorriso stanco. A essere sincero fino in fondo, avevo zero voglia di uscire, zero voglia di infilarmi in mezzo a cinquanta persone e zero voglia di far finta di essere riposato. Ma Angela aspettava quella festa da due settimane, aveva organizzato i nostri costumi nei minimi dettagli ed era felicissima; rovinarle la serata per colpa delle mie paranoie universitarie non era nemmeno un'opzione.
Andrea: quando vuoi ❤️
Arrivò da me un'ora più tardi con due buste enormi piene di vestiti, trucchi, cinture e accessori, e nel giro di cinque minuti il peso grigio che aveva stagnato nella mia camera per tutto il pomeriggio sparì. Angela mise una playlist dal telefono appoggiato sul comò, buttò tutto sul materasso e prese il comando delle operazioni mentre io mi lamentavo seduto sul bordo del letto. Non avevamo puntato a dei cosplay perfetti da fiera del fumetto, ma a una versione da festa di Halloween per ventenni: io avevo un paio di pantaloni scuri, stivali, una camicia bianca lasciata sbottonata sul petto sotto la giacca corta marrone e i capelli tirati indietro che Angela mi fissò con le dita umide di gel; lei, invece, aveva trasformato Mikasa in qualcosa che avrebbe fatto arrestare metà del corpo di ricerca. Indossava una minigonna nera a pieghe cortissima con le cinghie di pelle che le fasciavano le cosce nude, stivali alti fino al ginocchio, una camicetta bianca stretta in vita e lasciata aperta quanto bastava per mostrare il pizzo scuro del reggiseno, la giacca corta sopra le spalle, la sciarpa rossa morbida attorno al collo e una parrucca nera a caschetto che raccoglieva alla meglio i suoi ricci sotto la retina, completando definitivamente l’effetto Mikasa.
Quando finì di mettersi il mascara e si alzò in piedi davanti allo specchio dell'armadio per controllare l'insieme, io mi fermai alle sue spalle e rimasi a fissarla attraverso il vetro. «No,» dissi piano. Angela si girò a metà, tenendo il tubetto del lucidalabbra in mano. «Che?» «Ho un problema.» Lei inarcò un sopracciglio, divertita. «Quale dei tanti?» Feci scorrere lo sguardo dalle cinghie strette sulla carne morbida delle sue cosce fino alla sciarpa rossa. «Ho sempre avuto una cosa per Mikasa.» «Una cosa?» «Tipo che da adolescente volevo scoparmela.» Angela tenne i suoi occhi scuri fissi nei miei attraverso il riflesso dello specchio, lasciando che sulle labbra le spuntasse un mezzo sorriso malizioso. «Solo da adolescente?» Feci un passo avanti, fermandomi proprio dietro di lei. «No.»
Lei posò il trucco sul comò e si voltò del tutto, annullando lo spazio tra noi e posandomi le mani sulle spalle sopra la giacca del costume. «Potrei accontentarti.» Le misi le mani sui fianchi, stringendo il bordo della gonna corta, e la baciai. Il primo bacio fu subito caldo, profondo, con Angela che aprì le labbra lasciandomi sentire il sapore dolce del lucidalabbra mentre le mie mani scivolavano giù a stringerle le natiche sotto la stoffa leggera per tirarla contro il mio bacino. Sentendola premere contro di me, provai a spingerla all'indietro verso il bordo del materasso, facendo scivolare le dita sul bottone della gonna, ma Angela staccò la bocca dalla mia con un respiro corto e mi mise un palmo sul petto, dandomi una spinta giocosa. «Dopo,» sussurrò, sistemandosi la sciarpa rossa con gli occhi che brillavano. Rimasi lì a metà strada, con il respiro già accelerato. «Odio Halloween.»
