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Erotika
Lulu · Cap. 8
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Capitolo 8 di 8 58 min di lettura

Ho Vomitato su Eren, Poi Mi Sono Scopato Mikasa

Halloween dovrebbe essere soltanto costumi, alcool e una promessa piccante con Angela, ma vecchie paure trasformano la notte di Andrea in un crollo che non riesce più a nascondere.
Quando arriva il mattino, scopre che mostrarsi nel momento peggiore non significa necessariamente essere meno desiderato o meno amato.

ale🍻
14 ore fa · 16 letture · 0

Uscimmo dalla mia camera con le giacche in mano e trovammo mia madre in corridoio, appena tornata dal turno del pomeriggio con la borsa ancora al braccio. Si era già incrociata con Angela un paio di volte di sfuggita sulle scale nelle settimane precedenti, ma non c'era ancora mai stato il momento ufficiale. Mi fermai sotto la luce dell'ingresso. «Mamma,lei è Angela,» dissi. Esitai per una frazione di secondo, poi mi venne naturale: «La mia ragazza.» Con la coda dell'occhio vidi Angela voltarsi immediatamente verso di me, le labbra che si increspavano in un piccolissimo sorriso luminoso. Mia madre ci squadrò entrambi da capo a piedi, soffermandosi sulle mie cinghie finte e sulla sciarpa di Angela, poi guardò lei con un'espressione sollevata. «Ah, quindi esiste davvero.» «Mamma,» la ripresi. Angela rise, facendosi avanti per stringerle la mano. «Piacere, signora.» «Il piacere è tutto mio, cara. E in bocca al lupo per stasera,» aggiunse mia madre lanciandomi un'occhiata eloquente. «Grazie, ne avrò parecchio bisogno,» rispose Angela senza perdere un colpo. Alzai gli occhi al cielo mentre aprivo la porta di casa. «Perfetto, vi siete già alleate in trenta secondi.» Ma mentre scendevamo le scale sentii quel piccolo scambio caldo sciogliermi un pezzo del nodo che avevo nello stomaco dal pomeriggio.

La festa era in una villetta a due piani appena fuori paese, messa a disposizione da un amico di amici i cui genitori avevano avuto il pessimo istinto di partire per il ponte. Quando arrivammo, il giardino e il salone erano già stracolmi.Ovunque c'erano ragnatele sintetiche appese ai lampadari, luci al neon rosse e viola che tagliavano il fumo delle sigarette,bicchieri rossi sparsi su ogni superficie piana e una fauna confusa di costumi ridicoli alternati a vestiti ridotti al minimo sindacale. Entrai tenendo Angela per mano, facendoci largo tra la calca fino al tavolo delle bevande. Cinque minuti dopo la porta d'ingresso si aprì di nuovo ed entrarono Lulu e Davide.

Lulu aveva scelto un costume da vampira, o strega, curato con una precisione ancora più letale della sera in discoteca: un corsetto nero steccato che le disegnava il busto e le spingeva su il seno, gonna lunga con uno spacco profondo sulla coscia, calze velate scure e un rossetto rosso sangue sulle labbra. Angela spalancò gli occhi appena la vide. «Oddio, sei bellissima.» Lulu ricambiò lo sguardo passando in rassegna le gambe scoperte di Angela e le cinghie di pelle. «Tu sei praticamente Mikasa porno.» «Grazie, era l'obiettivo.» Mi misi in mezzo alle due con un bicchiere in mano. «Questa amicizia non deve assolutamente continuare.»

La prima ora e mezza della festa filò via con una leggerezza perfetta, di quelle che ti fanno dimenticare persino che giorno della settimana sia. Facemmo una decina di foto tutti insieme col flash sparato negli occhi; Lulu allungò le mani per sistemare meglio la sciarpa rossa attorno al collo di Angela, e due minuti dopo Angela ricambiò correggendole con il pollice una sbavatura di rossetto scuro all'angolo della bocca. Io e Davide restammo appoggiati al muro a dare i voti ai costumi più disperati della sala, finché non ci trascinarono al tavolo del beer pong in cucina. Fede, già mezzo ubriaco dentro un costume da Teletubby giallo che sfidava le leggi della fisica, sbagliò tre tiri di fila prima di lasciarmi il posto.Quando feci canestro nel bicchiere centrale, per festeggiare accennai il solito movimento di bacino imparato a scuola di danza. Dall'altra parte del tavolo Angela si coprì gli occhi con una mano. «NO.» Fede mi indicò sconvolto, girandosi verso di lei. «Ma è colpa tua questa roba?» «Purtroppo sì,» ammise Angela tra le risate generali.

Per tutta quella prima parte della serata, Angela non smise un secondo di provocarmi. Ogni volta che mi passava vicino mi sfiorava il fianco, mi tirava per i passanti della cintura o si alzava in punta di piedi per soffiarmi nell'orecchio, sopra il baccano della musica: «Eren.» Mi veniva la pelle d'oca sul collo. «Non farlo.» «Perché?» «Sai benissimo perché.» Lei rideva piano e mi mordeva il labbro prima di sparire verso il bancone. A un certo punto, mentre andavamo a cercare il bagno al piano di sopra, la presi per un polso e la tirai in una rientranza buia del corridoio, lontano dalla fila. La spinsi con la schiena contro il muro e la baciai con tutta la fame che mi stava facendo salire da quando eravamo usciti di casa. Angela mi avvolse le braccia al collo, gemendo piano nella mia bocca quando feci scivolare la mano lungo la sua coscia nuda, superando le cinghie di pelle fino a infilare le dita sotto l'orlo della gonna a pieghe, stringendole il fianco caldo sopra gli slip di pizzo. Spingevo il bacino contro il suo, sentendola già pronta a lasciarsi andare, quando lei si staccò di un millimetro dalle mie labbra, col fiato corto e le guance arrossate. «Il sogno Mikasa deve aspettare stanotte,» mormorò, prendendomi il polso per fermarmi la mano sotto la gonna. Appoggiai la fronte contro la sua. «Sei crudele.» «Voglio ballare ancora un po',» sorrise lei, dandomi un ultimo bacio veloce prima di riportarmi giù per le scale.

Tornati nel salone presi il primo drink vero della serata, seguito a ruota da un giro di shot alla pesca insieme a Marco e Fede. Quando partì un pezzo che conoscevamo tutti, Angela mi trascinò al centro della pista improvvisata tra i divani spinti contro le pareti, e poco dopo si unirono anche Lulu e Davide. Ballavo, ridevo, avevo il sapore di Angela sulle labbra e il calore della vodka che iniziava a sciogliermi le spalle. Per una mezz'ora buona non pensai a niente: niente manuali, niente pagine bianche, niente appelli invernali. Mi accorsi solo, con un senso di sollievo quasi fisico, che l'alcol aveva il potere immediato di abbassare il volume del rumore che avevo in testa. E quella fu la trappola.

Perché intorno a mezzanotte e mezza la geografia della stanza iniziò lentamente a scomporsi. Non successe niente di strano: Fede si imboscò su una poltrona in un angolo a parlare fitto con Martina; Marco sparì in giardino mano nella mano con la sua ragazza; Lulu era al centro della sala che ballava stretta a Davide, con le braccia allacciate dietro il suo collo; e un minuto dopo Sonia e Miriam arrivarono di corsa per rapire Angela e trascinarla a fare le foto vicino alle scale. Rimasi fermo accanto al tavolo delle bottiglie con il bicchiere mezzo vuoto in mano. La musica continuava a pompare dalle casse, le luci viola giravano sul soffitto, la gente urlava e rideva a mezzo metro da me. Mi guardai intorno, passando da una coppia all'altra, e il pensiero mi entrò dentro freddo e precisissimo: erano tutti lì. Era probabilmente quello che rendeva così assurdo sentirmi solo.

Spostai lo sguardo verso il corridoio e vidi Angela ferma vicino alla porta della cucina. Le sue amiche si erano allontanate di qualche passo e lei stava parlando con un ragazzo che avevo già incrociato fuori dalla sua scuola di danza: alto, spalle larghe, maglietta nera aderente che mostrava un fisico allenato al millimetro, il sorriso sicuro di chi sta bene nella propria pelle. Ridevano di qualcosa legato probabilmente agli allenamenti; lui fece un gesto ampio con la mano mimando una presa, perfettamente a proprio agio nel mondo di lei. Sapevo benissimo che stavano solo chiacchierando e che non c'era niente di male. Non provai nemmeno una fitta di vera gelosia. Provai qualcosa di molto più acido e pesante: inferiorità pura.Quello capisce il suo mondo, pensai, stringendo il bicchiere di plastica fino a piegarlo. Sa cosa vuole fare, parla la sua stessa lingua. Io faccio fatica persino a capire il mio. Cinque minuti dopo Angela si staccò da lui, attraversò la stanza dritta verso di me e mi diede un bacio sulle labbra, sorridendomi come sempre. Oggettivamente non c'era il minimo problema. Ma il pensiero ormai aveva messo radici.

Così decisi di alzare il volume. Se non potevo essere quello con la vita in ordine, potevo almeno essere quello divertente,il centro della festa. Mandai giù un altro shot con due ragazzi che conoscevo appena. Tornai al tavolo del beer pong in cucina, persi due partite di fila di proposito o per mira sballata e scolai tutti i bicchieri di birra e gin tonic rimasti sul tavolo. Quando uscii in giardino a prendere aria feci quattro tiri lunghi da una cannetta che girava vicino alla siepe, e rientrando mi versai un altro drink carico, senza nemmeno guardare le proporzioni. Nel giro di venti minuti il freno a mano saltò del tutto. Iniziai a parlare più forte degli altri, a urlare i ritornelli delle canzoni salendo mezzo gradino sopra il divano, a fare video idioti col telefono di Fede, a prendere Angela per la vita facendola girare in mezzo alla pista fino a farla strillare dal ridere. Mi infilavo in tutte le foto di gruppo, sparavo una battuta dietro l'altra e vedevo la gente intorno a me piegarsi in due dalle risate. L'adrenalina mescolata all'alcol mi diede una botta di euforia cieca: ecco, mi dissi nel frastuono delle casse. Così va bene. Così sono abbastanza.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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