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Erotika
Lulu · Cap. 8
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Capitolo 8 di 8 58 min di lettura

Ho Vomitato su Eren, Poi Mi Sono Scopato Mikasa

Halloween dovrebbe essere soltanto costumi, alcool e una promessa piccante con Angela, ma vecchie paure trasformano la notte di Andrea in un crollo che non riesce più a nascondere.
Quando arriva il mattino, scopre che mostrarsi nel momento peggiore non significa necessariamente essere meno desiderato o meno amato.

ale🍻
15 ore fa · 16 letture · 0

Poco dopo l'una qualcuno improvvisò una votazione assurda per i costumi migliori della serata, urlando i nomi da sopra una sedia. Quando toccò a noi, metà salone ci votò a furor di popolo come "coppia più nerd della provincia". Lulu, ferma vicino al tavolo con Davide, scosse la testa guardando me e Angela che facevamo l'inchino teatrale. «Avete perso ufficialmente ogni dignità.» Le puntai il dito contro, barcollando di mezzo centimetro sui talloni. «Parla quella che si è vestita da vampira nel duemilaventisei.» «È un classico eterno, ignorante.» Davide le passò un braccio intorno alle spalle,ridendo. «Mi dispiace, ma ha ragione lei.» Lo guardai stringendo gli occhi con finto fastidio. «Io a te non ti sopporto.» «Eppure sono ancora qui,» ribatté lui col sorriso, usando senza saperlo la stessa identica frase di Angela. Scoppiammo tutti a ridere, e per un altro minuto sembrò ancora una serata perfetta.

Poi mi girai verso il tavolo per riempirmi di nuovo il bicchiere con la bottiglia di vodka alla pesca. Stavo già versando quando due dita con lo smalto scuro afferrarono il bordo di plastica e me lo tolsero di mano. Era Lulu. «No,» disse piano,posando il bicchiere lontano da me. La guardai aggrottando la fronte. «Ma che fai?» «Hai bevuto abbastanza, Andre.» «Sto benissimo,» risposi, alzando la voce più del necessario. Lulu mi tenne gli occhi addosso. Non aveva più l'espressione divertita di due minuti prima; mi stava leggendo attraverso il costume e il sorriso tirato. «Sì. Si vede quanto stai bene.» Sentirmi scoperto in quel modo, proprio lì in mezzo agli altri, mi fece irrigidire tutta la schiena. Allungai il braccio e mi ripresi la bottiglia dal tavolo con un gesto secco. «Vai da Davide, Lu,» le dissi. Mi uscì piccola, fredda, molto più tagliente di quanto avessi voluto. Vidi le palpebre di Lulu battersi una volta sola, accusando il colpo. Ma non fece una piega e non aprì una discussione davanti agli altri. «Okay,» rispose soltanto. Si girò sui tacchi e tornò verso il salone. Mi sentii una merda nell'istante stesso in cui la vidi allontanarsi, ma invece di correrle dietro alzai il bicchiere e bevvi un'altra sorsata lunga che mi bruciò l'esofago.

Due minuti dopo comparve Angela con un piatto di carta pieno di pizzette e rustici freddi. Me lo mise davanti al petto con aria decisa. «Mangia.» Scossi la testa, appoggiandomi al bancone. «Non ho fame.» «Hai bevuto quattro cose diverse nell'ultima ora, Andrea. Mangia un pezzo.» «Sto bene, davvero.» «Andre.» Mi sporsi in avanti e le rubai un bacio veloce sulle labbra, sorridendole subito dopo. «Sto bene, Mikasa.» Angela mi guardò non del tutto convinta, con una piccola ruga tra le sopracciglia, ma il mio sorriso riuscì a bluffare ancora per qualche minuto. Mi prese per mano e mi riportò di là a ballare; nella penombra rossa della pista mi passò le braccia attorno al collo, stringendo il suo corpo contro il mio e muovendo i fianchi a tempo con i bassi in un attrito lento che mi fece chiudere gli occhi per un secondo. Le strinsi la vita con entrambe le mani, chinandomi sul suo orecchio. «Se continui a muoverti così andiamo via adesso.» Angela rise contro la mia guancia, stuzzicandomi. «Non reggi una sera intera?»

Era una battuta. Una frase buttata lì per scherzare come faceva sempre. Ma nella mia testa ormai satura di alcol e fumo,quelle quattro parole andarono a incastrarsi esattamente nell'ingranaggio sbagliato.Devo reggerla, rimbombò il cervello.Devo stare al suo passo, devo essere divertente, non devo fare quello pesante che rovina le feste. Così, appena lei si girò per salutare Sonia, allungai la mano sul tavolo più vicino e buttai giù il fondo di un altro bicchiere.

Quindici minuti più tardi avevo perso completamente la misura. Parlavo urlando a due centimetri dalla faccia di Marco,ridevo fuori tempo per battute che non avevo nemmeno capito fino in fondo e perdevo il filo a metà delle mie stesse frasi,inciampando sulle parole. Angela mi osservava da qualche passo di distanza. La vidi posare il suo bicchiere, venire dritta verso di me e prendermi per il polso senza sorridere. «Vieni un secondo.» Mi tirò fuori dalla porta-finestra, sul retro del giardino dove non c'era quasi nessuno. L'aria gelida della notte mi colpì la faccia accaldata, ma invece di svegliarmi mi fece solo girare leggermente la testa. «Che c’è?» chiesi, liberando il polso con un gesto goffo. Angela incrociò le braccia,stringendosi nella sciarpa rossa. «Che ti prende stasera?» «Niente.» «Non è vero che non hai niente.» Mi scappò una risata corta, stonata. «Mi sto divertendo, Angela.» Lei mi fissò nel buio, con gli occhi scuri lucidi e serissimi. «Sembra che stai facendo un provino per dimostrarlo a tutti.»

La frase mi centrò in pieno stomaco, togliendomi il fiato per quanto era vera. E proprio perché aveva colpito il nervo scoperto, reagii nel modo peggiore possibile, alzando il muro. «Magari per una volta voglio solo divertirmi pure io senza dover rendere conto a nessuno.» «Non ho detto il contrario,» rispose lei piano, spiazzata dal mio tono. «Allora lasciami stare.»

Vidi il viso di Angela contrarsi, ferito e confuso allo stesso tempo. Nel momento esatto in cui chiusi la bocca capii di aver pisciato completamente fuori dal vaso, di averle risposto come uno stronzo quando stava solo cercando di capire cosa avessi. Avrei voluto allungare una mano e chiederle scusa subito, ma l'orgoglio stupido dell'ubriaco mi bloccò le gambe:le diedi le spalle e rientrai in casa lasciandola fuori.

Non feci in tempo a fare dieci passi dentro il salone che il mio corpo presentò il conto tutto insieme. Prima mi salì una vampata di calore violenta dal petto fino alle orecchie, così forte che mi sembrò di soffocare dentro la giacca del costume.Poi la bocca mi diventò improvvisamente secchissima, impastata. La musica delle casse, che fino a due minuti prima mi era sembrata normale, si trasformò in un martello pneumatico che mi picchiava dritto dietro gli occhi; i flash delle luci rosse e viola e il fumo denso della stanza mi fecero salire una folata acida di nausea dallo stomaco alla gola. Allungai una mano e mi appoggiai al muro del corridoio per non cadere. Fede, che passava di lì con due birre, si bloccò vedendomi la faccia. «Oh, siediti subito.» «Sto bene,» biascicai, cercando di staccarmi dalla parete. «Non stai bene per un cazzo, sei bianco come un lenzuolo.»

Provai a ridere per dargli torto, feci due passi in avanti verso le scale e il pavimento della casa si inclinò di quarantacinque gradi. Tutto prese a girare a una velocità folle. Cercai di accelerare per raggiungere la porta del bagno in fondo al corridoio, ma lo stomaco si contrasse in uno spasmo violento prima che potessi arrivare alla maniglia. Mi piegai in avanti in mezzo al passaggio e vomitai. Non riuscii a fermarlo e non riuscii a spostarmi: mi finì addosso, sulla camicia bianca,sulla giacca di Eren, sui pantaloni e sulle scarpe, schizzando sul pavimento davanti a una decina di persone che si scostarono di colpo urlando o ammutolendo. Rimasi piegato sulle ginocchia, con le mani appoggiate alle cosce sporche, la gola che bruciava e le orecchie che fischiavano. E attraverso la nebbia dell'alcol realizzai con un orrore gelido che avevo gli occhi di mezza festa puntati addosso. Esattamente la cosa che avevo passato tutta la sera a cercare di evitare.

Due secondi dopo sentii delle mani afferrarmi per le spalle. Angela si era inginocchiata accanto a me senza curarsi minimamente del pavimento sporco, mentre Lulu era arrivata di corsa dall'altro lato. Ero scivolato seduto contro il battiscopa, pallido da far paura e paralizzato dalla vergogna. «Andre. Guardami,» disse Angela, cercando di alzarmi il mento. Scossi la testa tenendo gli occhi chiusi, quasi volessi sparire dentro il muro. «No, vai via.» «Guardami, non me ne frega niente.» Sopra la mia testa sentii la voce di Lulu partire secca come una frustata verso il capannello di gente che si era fermato a guardare nel corridoio: «Raga, fuori dai coglioni. Sul serio, giratevi e andate di là.»

Con l'aiuto di Fede mi tirarono su di peso e mi fecero entrare nel bagno piccolo del piano terra, chiudendo la porta a chiave. Mi fecero sedere per terra, con la schiena appoggiata alle piastrelle fredde accanto alla vasca. In meno di un minuto Lulu aveva già recuperato da qualche parte una bottiglia d'acqua, due asciugamani bagnati, una bacinella di plastica e una maglietta pulita rimediata dal padrone di casa, mentre Angela mi sfilava con delicatezza la giacca e la camicia sporche, passandomi l'asciugamano umido sul viso, sul collo e sul petto. Tenevo la testa piegata in avanti,fissando le mie mani che tremavano sulle ginocchia. «Che figura di merda,» sussurrai con la voce raschiata. «Sì,» rispose Angela con totale onestà, continuando a pulirmi il collo. Alzai gli occhi sconvolto verso di lei, e lei abbozzò un mezzo sorriso calmo. «Domani ti prendo per il culo tutto il giorno. Adesso respira e basta.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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