Ma non riuscivo a respirare. L'alcol aveva raso al suolo ogni filtro, l'umiliazione di essermi vomitato addosso davanti a tutti aveva fatto saltare il coperchio e adesso il panico, quello vero, quello che tenevo compresso in gola da settimane, esplose tutto insieme senza che riuscissi più a fermare i pensieri o la bocca. Il respiro mi si fece corto, spezzato, troppo veloce. «Andre, piano,» mi disse Angela vedendomi il petto sobbalzare. «No, no, perché io lo so come va questa cosa,» iniziai a dire, parlando a raffica, le parole che si mangiavano l'una con l'altra. Angela si fermò con l'asciugamano in mano.«Quale cosa?» «Questa.» Feci un gesto confuso nell'aria, incapace persino di darle un nome. «Che all'inizio va tutto bene,siamo tutti insieme, e poi un pezzo alla volta tutti hanno qualcuno e poi non ci sono più e alla fine io rimango—» Mi bloccai a metà frase per tirare su aria che non voleva entrare nei polmoni. Lulu si abbassò sulle ginocchia davanti a me.«Andre, guardami.» Non riuscivo a mettere a fuoco i suoi occhi. «Pure tu non ci sei più.» «Sono letteralmente qui davanti a te.» «No, cioè sì, adesso sei qui, ma sei sempre con Davide e prima scendevi sempre sul muretto quando ti scrivevo e adesso magari non scendi e va bene, lo so che va bene, non sto dicendo che non devi avercelo, però—» Il fiato mi si spezzò di nuovo in un rantolo corto. Angela mi prese entrambe le mani, stringendole forte. «Respira con me, Andre,guardami.» «E anche Fede, e Marco, tutti hanno la ragazza e fanno le cose loro e io lo so che è normale, non sono scemo,però prima se uscivo di casa c’eravate tutti e ora devo chiedere prima e rimanere in camera da solo e—» «Andre,» provò a fermarmi Lulu. Girai di scatto la testa verso Angela, con gli occhi spalancati, e fu lì che crollai del tutto. «E se poi succede pure con lei?»
Angela rimase immobile, stringendomi le dita. «Tu prima o poi ti stanchi di me,» dissi con la voce che mi tremava in gola. «No, ascoltami un secondo—» «No, perché io lo so, io lo so benissimo come funziona!» non la lasciai parlare,travolto dal fiume in piena che mi usciva dallo stomaco. «All’inizio va tutto bene perché usciamo e ridiamo e scopiamo,ma poi inizi a vedere che non faccio abbastanza, che non combino un cazzo, che non studio, che non so cosa voglio fare della mia vita, che sono un casino ambulante e—» «Andrea, fermati.» «Non ho studiato.»
Nel bagno piccolo calò un silenzio improvviso, rotto solo dal mio respiro affannoso e dai bassi lontani della musica oltre la porta. Una volta aperta quella crepa, venne giù tutto il muro. «Ti ho detto per tutta la settimana che studiavo e non è vero,» buttai fuori tutto d'un fiato, guardando le piastrelle tra noi. «Cioè, io ci ho provato, mi sono seduto lì, ma non ci riesco. Apro quel cazzo di libro e non capisco niente, leggo dieci volte la stessa riga e penso subito che sono stupido, e se sono stupido allora vuol dire che ho sbagliato università un'altra volta e magari la cambio di nuovo a ventidue anni, e poi tu che cazzo pensi di me?» Angela aprì la bocca per intervenire, ma non riuscivo a smettere. «Perché Elena—» Mi si chiuse la gola; dovetti inghiottire a vuoto per riprendere fiato. «Elena alla fine mi guardava come se fossi diventato solo una delusione.» Le parole mi uscivano velocissime, disperate. «E magari non era nemmeno così, magari metà me lo sono inventato io nella mia testa, però io mi sentivo così ogni giorno e non voglio che succeda di nuovo con te. Tu sei brava in quello che fai, tu quando balli sai esattamente chi sei e cosa vuoi, sei bellissima e là fuori hai tutti che ti vogliono, e io—» Allargai le braccia, indicandomi seduto per terra sul pavimento del bagno con una maglietta prestata e i pantaloni macchiati. «Guarda come cazzo sto.»
Sentii gli occhi riempirsi di lacrime calde che non riuscii a ricacciare indietro. Non era un pianto teatrale; avevo solo il viso bagnato e la voce completamente spezzata quando alzai lo sguardo su di lei. «Io non lo capisco perché stai con me.»
Per un secondo nessuno parlò. Poi Lulu si spostò in avanti sulle ginocchia, mettendosi esattamente nel mio campo visivo finché non fui costretto a guardarla. «Andre. Guardami negli occhi,» disse con una voce calmissima ma ferma come il marmo. «Io non sono sparita.» Tirai su col naso, scuotendo appena la testa. «Un po’ sì.» «No.» Mi tenne fermo per le spalle. «Ho una vita fuori dal muretto. È diverso. Posso uscire con Davide, posso passarci le serate e volerti bene esattamente come prima.» Fece una pausa, scandendo ogni parola perché mi entrasse nel cervello annebbiato: «Non devi essere l’unica persona rimasta nella vita di qualcuno per essere importante, Andrea.»
Sentii il respiro rallentare di una frazione. Al mio fianco, Angela non aveva mai mollato la presa sulla mia mano; alzò l'altra e mi prese il viso tra le dita, girandomi piano verso di sé. «Io non lo so cosa succederà tra un anno,» mi disse dritta in faccia. Sentii i muscoli delle spalle irrigidirsi di scatto per il terrore di quella frase, ma lei strinse di più le dita sulle mie guance. «No. Fammi finire,» mi ordinò dolcemente. «Non ti prometto che staremo insieme per sempre perché sarebbe una stronzata detta in un bagno a ventidue anni. Però adesso sono qui. E sono qui perché voglio esserci io, non perché mi fai pena.» «Ma se poi—» «Non c’è nessun se stasera,» mi tagliò la strada. Poi i suoi occhi scuri si ammorbidirono, andando a colpire con una precisione chirurgica il centro esatto di tutta la mia paura senza nemmeno conoscere ancora i dettagli del passato: «Non devi passare un esame per piacermi, Andre.»
Rimasi completamente immobile contro le piastrelle. Quelle sette parole fecero crollare di colpo tutta l'impalcatura su cui mi ero massacrato per due settimane. La guardai con gli occhi ancora lucidi, sentendo le forze svuotarsi. «Però ti ho mentito.» Angela annuì piano. «Mi hai detto che stavi studiando.» «E non stavo studiando.» «Okay.» La fissai confuso, aspettando il resto. «Okay?» «Sì.» «Non sei incazzata?» «Ne parliamo domani quando sei lucido,» disse lei con una tranquillità disarmante. «Ma—» «Domani.» Allungò una mano e mi passò lentamente le dita tra i capelli umidi e spettinati. «Adesso sei ubriaco fradicio, hai vomitato addosso a Eren e stai avendo una crisi esistenziale sul pavimento di un bagno a Halloween.» Dal bordo della vasca, Lulu incrociò le braccia. «Una frase bellissima, onestamente.» Angela le lanciò un'occhiata. «Grazie, mi sono impegnata.» Mi scappò un suono a metà tra un sospiro e una risata, e per la prima volta da mezz'ora sentii l'aria arrivare fino in fondo ai polmoni. Il panico non era sparito per magia, avevo ancora i battiti alti e le gambe di gomma, ma tra loro due avevano appena costruito un argine abbastanza solido da tenermi dentro.
Ovviamente la mia serata era finita lì, e dato che nessuno del nostro gruppo era abbastanza sobrio da mettersi al volante della mia macchina, Davide si offrì senza battere ciglio di accompagnarci a casa con la sua. Lulu decise di venire con noi fino al palazzo per assicurarsi che arrivassi vivo a letto, dicendo a Davide di aspettarla giù cinque minuti. Salii sui sedili posteriori che ero uno straccio. Non appena la macchina partì nel buio, lasciai cadere la testa sulla spalla di Angela alla mia destra, mentre alla mia sinistra Lulu teneva pronti una bottiglietta d'acqua aperta e un sacchetto di plastica per ogni evenienza. Ero letteralmente schiacciato, al caldo, tra le due persone che avevo passato l'intera serata a convincermi che avrei perso.
Con il ronzio regolare del motore e il crollo verticale dell'adrenalina, le palpebre mi diventarono pesantissime. Scivolai in un dormiveglia confuso, sentendo le loro voci parlare piano sopra la mia testa, convinte che stessi già dormendo. «Fa sempre così?» chiese Angela a bassa voce, continuando ad accarezzarmi un braccio. «No,» rispose Lulu guardando fuori dal finestrino. Fece una piccola pausa. «Di solito si rovina la vita pensando da sobrio.» Sentii il petto di Angela muoversi in una risata silenziosa. «Era già così incasinato quando l’ho conosciuto.» «Ha molta più paura di quanto fa vedere in giro,» mormorò Lulu. Angela abbassò lo sguardo su di me; sentii le sue dita sfiorarmi la tempia. «Lo so.» «Non sempre sembra, da fuori.» «A me sì,» rispose Angela semplicemente. E nel buio del sedile posteriore, senza più battute o schermi, capii che quelle due ragazze si stavano capendo davvero, passando proprio attraverso il mio disastro.
Quando arrivammo sotto casa e salimmo le scale reggendomi in due, ad aprirci la porta ci pensò mia madre, che si era alzata per bere un bicchiere d'acqua in vestaglia. Si bloccò sulla soglia guardando il mio colorito cadaverico, la maglietta di tre taglie più larga e i pantaloni del costume ridotti uno schifo. «Madonna santa,» sospirò alzando gli occhi al soffitto.Alzai una mano debole. «Ciao mamma.» «Non parlare, che fai solo danni. Filate in camera.» Accanto a me Angela si morse forte il labbro inferiore per non scoppiare a ridere in faccia a mia madre, mentre Lulu fece mezzo passo avanti con aria professionale. «Signora, in sua difesa—» Mia madre la fermò con un gesto della mano. «Non difenderlo.» Lulu chiuse subito la bocca e annuì. «Okay, giusto.»
