Vai al contenuto
Erotika
Lulu · Cap. 8
Aa
Dimensione testo
Tema
Salva
Capitolo 8 di 8 58 min di lettura

Ho Vomitato su Eren, Poi Mi Sono Scopato Mikasa

Halloween dovrebbe essere soltanto costumi, alcool e una promessa piccante con Angela, ma vecchie paure trasformano la notte di Andrea in un crollo che non riesce più a nascondere.
Quando arriva il mattino, scopre che mostrarsi nel momento peggiore non significa necessariamente essere meno desiderato o meno amato.

ale🍻
18 ore fa · 17 letture · 1

In camera mia avevo finalmente recuperato abbastanza lucidità da capire dove mi trovassi e da collaborare senza fare il peso morto. Con un aiuto minimo mi tolsi i pantaloni sporchi e gli stivali, infilandomi un paio di pantaloni della tuta puliti, bevvi tre sorsi d'acqua fresca e mi lasciai cadere lungo disteso sul materasso. Angela mi sistemò il cuscino sotto la testa, mentre Lulu posava con cura metodica la bottiglia d'acqua sul comodino e la bacinella sul pavimento proprio accanto al bordo del letto. Appoggiai la nuca sul morbido e chiusi un secondo gli occhi. «Comunque adesso sto meglio.» «No,» risposero entrambe nello stesso identico istante. «Okay,» mi arresi.

Riaprii gli occhi a fessura. Angela era andata un secondo in bagno a posare i vestiti da lavare; Lulu invece era rimasta in piedi al centro della stanza. Mi guardò per un momento in silenzio, poi spostò lo sguardo sulla mia scrivania, dove il manuale di diritto era rimasto aperto esattamente alla pagina che avevo fissato per tutto il pomeriggio, circondato da fogli sparsi e penne. Senza dire una parola, Lulu fece due passi verso la scrivania. Staccò un foglietto bianco da un blocco per gli appunti e prese una penna nera. Io avevo la testa troppo pesante per farci davvero caso, ma quando Angela rientrò sulla soglia della camera la guardò incuriosita mentre scriveva. Lulu si accorse dello sguardo di Angela e fece un cenno leggero con la mano. “Niente.” Finì di scrivere, piegò il foglietto una sola volta a metà e lo infilò con precisione dentro il manuale aperto, chiudendo poi la copertina sopra per nasconderlo.

Prima di uscire per tornare giù in macchina da Davide, Lulu si avvicinò di nuovo al bordo del mio letto. Aprii gli occhi e la guardai dal basso. «Lu.» «Mm.» «Non sparire.» Lei si fermò. Mi guardò per due secondi, poi allungò la mano e mi diede un colpetto leggero sulla fronte con le nocche. «Non rompere il cazzo, Andrea.» Accennai un mezzo sorriso stanco sul cuscino. La sua espressione si fece un filo più seria, pulita. «Io ci sono.» Poi, tanto per non smentirsi mai, aggiunse:«Anche se ogni tanto scopo qualcun altro.» Chiusi gli occhi gemendo. «Dio santo.» Dalla porta della camera partì la risata cristallina di Angela. «Notte, Eren,» salutò Lulu, e sentii i suoi passi allontanarsi lungo il corridoio e la porta d'ingresso chiudersi piano.

Angela aveva già avvertito i suoi genitori prima della festa che quella notte avrebbe dormito fuori da Sonia, quindi rimase lì con me. Non c'era spazio per il sesso, né per le promesse piccanti che ci eravamo fatti davanti allo specchio cinque ore prima, e a nessuno dei due importò minimamente. Si tolse gli stivali, la gonna con le cinghie e la camicetta, infilandosi una delle mie magliette larghe, poi tornò da me con un dischetto di cotone umido e mi pulì con una pazienza infinita gli ultimi residui di gel e trucco intorno al viso, passandomi di nuovo l'acqua per sciacquarmi la bocca. Quando spense la luce grande e si infilò sotto le coperte accanto a me, nel buio della stanza mi girai su un fianco per guardarla. «Scusa,» mormorai. Lei mi posò una mano calda sul petto. «Domani.» «Per cosa?» «Per tutto, Andre. Domani parliamo di tutto.Adesso dormiamo.»

Mi avvicinai fino a sentire la sua fronte contro la mia spalla e il profumo dolce della sua pelle che copriva l'odore acido della serata. Ero svuotato, fragile come non mi sentivo da anni, ma la tenni stretta. «Sei ancora qui,» sussurrai nel buio prima che il sonno mi portasse giù. Sentii le labbra di Angela muoversi contro il mio collo in un sorriso invisibile.«Purtroppo.» Sorrisi appena anch'io, e finalmente chiusi gli occhi.

Quando aprii gli occhi la mattina del primo novembre, la prima cosa che arrivò fu un chiodo fisso piantato esattamente dietro la fronte. Avevo la bocca impastata, secca come se avessi masticato sabbia per tutta la notte, e la striscia di sole che filtrava dalle stecche della tapparella sembrava progettata appositamente per trapanarmi le retine. Provai a girare la testa sul cuscino e nel mio campo visivo entrò una macchia di lana rossa abbandonata sulla sedia, seguita subito dopo da una massa di ricci scuri completamente distrutti a venti centimetri dalla mia faccia.

Angela era ancora lì. Era seduta a gambe incrociate sul fondo del materasso, con addosso la mia maglietta nera stropicciata e le cinghie del costume di Mikasa ancora buttate ai piedi del letto. Mi stava guardando in silenzio, con una tazza fumante tra le mani. Chiusi immediatamente le palpebre. «Oh no.» «Buongiorno, Eren,» disse lei, con una voce fin troppo sveglia per le mie condizioni. Mi passai un braccio sugli occhi per schermare la luce. «Uccidimi.» «Stanotte ci ho pensato parecchio, te lo giuro.» Deglutii a fatica, sentendo i flash confusi della sera prima, il giardino, il corridoio, il pavimento del bagno, rimettersi in fila uno dopo l'altro con una nitidezza spietata. «Quanto mi sono umiliato?» chiesi da sotto il braccio. «Scala da uno a dieci?» «Sì.» Angela bevve un sorso dalla tazza. «Dodici.»

Prima che potessi anche solo pensare di rimettermi in posizione verticale o di affrontare qualsiasi discorso umano, dovetti fare i conti con la sopravvivenza fisica. Le due ore successive furono dedicate interamente a rimettermi al mondo: bevvi quasi un litro d'acqua a piccoli sorsi, mandai giù due fette biscottate in cucina sotto lo sguardo divertito di mia madre prima che uscisse per le commissioni, e mi chiusi in bagno per una doccia lunghissima che portò via l'odore acido del doposbronza e gli ultimi residui di nausea.

La cosa che mi fece respirare davvero, mentre recuperavo un briciolo di lucidità, fu il modo in cui Angela gestì la mattina.Non si mise a camminare sulle uova e non mi trattò come un malato terminale di cristallo che andava compatito a bassa voce. Mi prese per il culo senza pietà. Quando uscii dal bagno con i capelli bagnati e trovai la giacca marrone del mio costume appesa in lavanderia, lei era appoggiata allo stipite della cucina. «Hai letteralmente vomitato sul simbolo della libertà,» osservò seria, indicando lo stemma cucito sulla stoffa. Mi appoggiai al muro passandomi l'asciugamano sul collo.«Ti prego.» «Eren sarebbe profondamente deluso da te.»

Quella leggerezza spazzò via la cappa di vergogna molto meglio di qualsiasi carezza consolatoria. Ma quando verso mezzogiorno tornammo in camera mia e ci sedemmo sul letto rifatto alla meglio, con la finestra aperta per far cambiare l'aria, il tono cambiò da solo. Non c'era più alcol in circolo e non c'erano più scuse. Angela si tirò su le maniche della felpa che aveva infilato sopra la maglietta e mi guardò. «Ieri sera hai detto una cosa,» iniziò piano. Feci un mezzo sorriso tirato, guardandomi le mani. «Ieri sera ne ho dette parecchie di cazzate.» «Hai detto che non hai studiato.»

Sentii le spalle irrigidirsi d'istinto, il solito riflesso difensivo che provava a tirare su il muro. Poi mi fermai e annuii. «Sì.» Nella stanza scese un silenzio pulito, senza rumori di fondo. Angela non aggiunse niente; aspettò semplicemente che fossi io a fare il passo successivo. Presi fiato, fissando la piega del copriletto tra le mie ginocchia. «Quando mi blocco con lo studio mi parte una roba assurda in testa.» «Che roba?» mi chiese con calma. «Penso di essere stupido,» dissi ad alta voce,ed era la prima volta che lo dicevo a lei da sobrio. Angela non mi interruppe e non fece facce strane; continuò ad ascoltarmi con gli occhi scuri fermi sui miei. «E da lì non mi fermo più,» continuai, sentendo le parole uscire finalmente dritte. «Penso che se non capisco una pagina allora sono stupido, e se sono stupido vuol dire che ho sbagliato università di nuovo, e se ho sbagliato università a ventidue anni sono un'altra volta quello che non sa cosa cazzo fare della sua vita e—» «Andre,» mi fermò lei, posandomi una mano calda sul dorso della mia. Mi bloccai, alzando lo sguardo. «Io non sto con il tuo libretto universitario,» mi disse, con una semplicità talmente disarmante da togliermi qualsiasi replica. Restai zitto per un secondo, lasciando che quella frase si posasse dove serviva. Angela strinse leggermente le dita sulle mie. «Ieri hai tirato fuori anche un sacco di roba su quello che è successo prima. Se vuoi raccontarmi tutto, me lo racconti.» Esitai,sentendo che per aprire davvero tutto il capitolo su Elena e su quell'inverno mi serviva ancora un po' di fiato. «È lungo.» Lei abbozzò un sorriso tranquillo, senza fretta. «Abbiamo tempo.»

Un'ora più tardi mi sentivo finalmente di nuovo una persona intera. La nausea era sparita del tutto, il mal di testa si era ridotto a un ricordo lontano e avevamo pranzato con un piatto di pasta in bianco. Ero seduto sul bordo del letto in pantaloni della tuta e maglietta, impegnato a controllare i pantaloni del costume per capire se fossero recuperabili, quando la porta della camera si aprì.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
Pagina 8 senza votare
Indice dei capitoli

Commenti

CallMeHot
Salva in una lista