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Erotika
Lulu · Cap. 1
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Capitolo 1 di 5 30 min di lettura

Non Chiamarmi Lulu

Dopo un’estate passata a cercare corpi per dimenticare Elena, Andrea esce per una ragazza appena sfiorata e incontra Luciana.
Tra fumo, ansia e battute sbagliate, una notte qualunque diventa il primo momento in cui sentirsi meno soli.

ale🍻
20 giorni fa · 573 letture · 3

La solitudine era subdola. Non era una tristezza continua e lineare, era fatta di picchi, voragini e contraddizioni. A luglio, una sera, seduto sui gradini di una piazza, avevo riso fino a piegarmi in due per una cazzata di Fede. Avevo riso tantissimo, con le lacrime agli occhi. E improvvisamente, mentre tornavo a casa da solo camminando lungo i marciapiedi vuoti, mi ero sentito terrorizzato. Perché se riuscivo a ridere in quel modo, se i polmoni potevano ancora riempirsi d'aria per una battuta, allora forse non ero completamente distrutto. E se non ero distrutto, perché mi faceva ancora così fottutamente male?

In mezzo a quel caos vuoto c'era stata anche Flavia. Due notti a luglio. Non abbastanza per chiamarla una storia, decisamente troppo per fingere che non fosse successo niente.

Flavia aveva un fascino molto minuto, nervoso, quasi felino. Il suo fisico era asciutto, stretto, con spalle sottili, braccia fini e una struttura complessivamente leggera. Non dava l'idea di una ragazza formosa o morbida, ma di una presenza magra, compatta, spigolosa nel modo giusto, con una sensualità più tagliente che abbondante. La sua forza stava proprio lì: sembrava piccola, quasi fragile, però nello sguardo e nella posa c’era un’aria sicura, provocatoria, tipica di una persona che sa perfettamente che effetto fa. Il suo viso era un palcoscenico: occhi scuri e allungati, sopracciglia marcate, un trucco netto con l'eyeliner tirato e labbra piene e lucide che risaltavano in modo prepotente. Lineamenti mediterranei, intensi, e un'espressione spesso seria, un po’ altezzosa, come se guardasse il mondo dall’alto al basso. I capelli scuri, mossi e voluminosi, le davano un’aria selvaggia e disordinata. Indossava sempre top aderenti che valorizzavano un seno contenuto e proporzionato, un dettaglio elegante e compatto. La sua era una sensualità notturna, ruvida, un po' strafottente. L'aria da "brava a sembrare cattiva". Messaggi alle tre del mattino, nessuna richiesta di spiegazioni, nessuna pretesa di dolcezza. Sembrava sempre che stesse scappando da qualcosa.

Una notte calda di fine luglio, eravamo parcheggiati con la mia macchina dietro al palazzetto dello sport. Io provavo ad accendermi una sigaretta, ma le mani mi tremavano per la stanchezza e finii per tossire malamente dopo il primo tiro. Flavia scoppiò in una risata storta, mi tolse la sigaretta di bocca e la buttò fuori dal finestrino. Poi mi baciò. Un bacio che sapeva di fumo e di un'urgenza disordinata. L'abitacolo era un inferno, il sedile era tirato indietro male e la cintura mi segava il fianco. Flavia rise di nuovo, un suono basso contro la mia bocca, quando sbattei forte il ginocchio contro la leva del cambio nel tentativo di avvicinarmi a lei. Poi mi prese il viso tra le mani, stringendomi le guance, e smise di ridere. I suoi occhi si scurirono.

La tirai su di me, in grembo, il caldo soffocante che faceva appiccicare i vestiti alla pelle. Le mie mani scivolarono sotto il suo top, trovando la pelle calda e nuda della sua schiena, sentendo le vertebre sotto i polpastrelli. Lei inarcò la schiena con un gemito basso, premendosi contro di me, la sua bocca affamata, i denti che mi sfioravano il labbro inferiore. Per qualche minuto, il corpo fu una cosa incredibilmente semplice. Solo pelle, fiato corto, l'umidità dell'aria e il mondo chiuso fuori dai vetri appannati della Punto. Per un attimo brevissimo, bruciante, mi sentii vivo.

Poi finì. Flavia si staccò, il respiro ancora un po' corto. Si tirò giù la maglia con un gesto brusco, si sistemò i capelli guardandosi frettolosamente nello specchietto retrovisore e disse una cazzata, qualcosa sull'umidità, che nemmeno registrai. Io annuii, guardando il cruscotto impolverato, e in quel preciso istante capii che il sesso, la pelle di un'altra persona, poteva spegnere il dolore solo finché durava. Subito dopo, il vuoto si spalancava di nuovo, identico a prima.

Torniamo a settembre. Alla mia stanza, alla maglia nera e al ventilatore. Presi le chiavi dal comodino, me le infilai in tasca ed uscii chiudendomi la porta alle spalle. Scesi le scale un po' di fretta, i gradini consumati sotto le suole. Passando per il primo piano, sentii mia madre che mi urlava qualcosa dalla cucina a proposito delle zanzariere, ma finsi di non aver sentito e tirai dritto.

L'androne del palazzo mi accolse con il suo perenne, pungente odore di detersivo per i pavimenti al limone. Spinsi il pesante portone di ferro e vetro, che rispose con il solito stridio metallico a cui ormai ero assuefatto. L'aria della sera mi investì il viso; faceva ancora caldo, ma almeno non era l'aria viziata della mia camera. Sul marciapiede davanti casa regnava il solito disordine: la Yaris grigia del signor Nardi parcheggiata talmente storta da invadere metà del passaggio pedonale, e un motorino scarburato lasciato in bilico sul cavalletto.

Mi fermai sul bordo della strada per accendermi una sigaretta. Mentre schermavo la fiamma dell'accendino con la mano, alzai lo sguardo. Dall’altra parte della strada, nel palazzo quasi di fronte al mio, c'era una luce accesa dietro le tapparelle del secondo piano. Lì ci abitava Luciana. Lucy per tutti. Lo sapevo da anni, le avrò incrociato lo sguardo un centinaio di volte sulle scale o al supermercato, ma non ci avevo mai pensato davvero. In provincia certe persone fanno parte del paesaggio prima ancora di diventare persone.

Il piazzale davanti al bar era esattamente come lo avevo lasciato, come se l'intera estate non fosse mai passata. La solita bolla di provincia, rassicurante e asfissiante allo stesso tempo. C'erano i tavolini di plastica sparsi senza un vero ordine, i motorini parcheggiati male in doppia fila, gruppetti di ragazzi appoggiati alle fiancate delle macchine con le portiere aperte per far uscire la musica distorta da qualche cassa Bluetooth. L'aria sapeva di asfalto caldo, fumo e birre economiche. C'era sempre qualcuno che sbracciava per salutare da lontano, qualcuno che chiedeva in prestito una cartina, e il classico gruppo che ripeteva "vabbè, mo ce ne andiamo" per poi rimanere piantato lì un'altra ora abbondante.

Mi avvicinai al nostro solito tavolo. Cercai Angela con lo sguardo, spazzando la folla con finta noncuranza, ma non c'era. «Eccolo, il vedovo,» esordì Fede, alzando la sua mezza chiara in segno di saluto. Mi sedetti, tirando indietro la sedia di plastica che stridette sull'asfalto. «Vi fa proprio schifo essere normali?» Marco ghignò, accendendosi una sigaretta. «Angela ancora non è arrivata.» «Io non sono venuto per Angela,» mentii, guardando un punto indefinito oltre la sua spalla. «No, infatti ti sei messo il profumo per il barista,» ribatté Fede, inesorabile.

Li mandai a quel paese con un gesto della mano, ma sentii il calore salirmi alle guance. Angela comparve circa venti minuti dopo. Stava andando verso l'ingresso del bar con un'amica. Passò vicino al nostro tavolo. Mi preparai mentalmente, sentendo quello stupido formicolio allo stomaco. Lei si voltò appena. «Ciao.» «Ciao,» risposi. «Tutto bene?» mi chiese, rallentando un millimetro il passo, ma senza fermarsi davvero. «Sì, tu?» «Sì.» E se ne andò. Fine della grande interazione. Eppure, mi restò addosso come una macchia. Mentre i miei amici riprendevano a parlare, io mi incantai a fissare il fondo del mio bicchiere, torturandomi. Avevo detto quel sì in un modo stranissimo. La voce mi era uscita un tono più alta del normale, quasi strozzata. Ero suonato finto, bisognoso, scemo. Un'inadeguatezza reale, fisica, che mi faceva sentire un adolescente sfigato alla sua prima uscita.

Mentre ero perso a compatirmi, la vidi. Luciana. Non l'avevo notata arrivare. Si era semplicemente aggregata a un gruppo vicino all'ingresso, materializzandosi dal nulla con quella sua presenza che non passava mai inosservata. Vederla mi fece uno strano effetto. Un tonfo sordo, dritto al petto. Non era desiderio immediato, era una scossa emotiva. Luciana era una persona del mondo di Elena. Era un frammento della mia vita passata, una presenza legata a doppio filo alla relazione appena finita. Per me era quasi intoccabile, non dal punto di vista erotico, ma da quello emotivo. Era il fantasma del periodo in cui Elena era ancora la mia casa.

Eppure, era impossibile non guardarla. Luciana aveva una bellezza intensamente fisica, morbida e magnetica. Fisicamente ti dava subito l'idea di una ragazza curvy, ma in modo del tutto armonioso: busto pieno, spalle morbide, braccia naturali, una vita non troppo stretta ma spiccatamente femminile. Il suo corpo comunicava calore, carne, presenza. Indossava una giacca di pelle nera lasciata aperta su un top scuro e scollato, che valorizzava in modo prepotente il suo punto più evidente: un seno abbondante, pieno, pesante nel modo giusto. Non c'era nulla di rigido o artificiale in lei, solo una morbidezza carnale che rendeva la sua figura profondamente sensuale, perfino mentre se ne stava lì, curva e stanca, senza mettersi in posa.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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