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Erotika
Lulu · Cap. 1
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Capitolo 1 di 5 30 min di lettura

Non Chiamarmi Lulu

Dopo un’estate passata a cercare corpi per dimenticare Elena, Andrea esce per una ragazza appena sfiorata e incontra Luciana.
Tra fumo, ansia e battute sbagliate, una notte qualunque diventa il primo momento in cui sentirsi meno soli.

ale🍻
20 giorni fa · 573 letture · 3

Il suo viso era un contrasto perfetto con quel corpo dirompente. Era dolce, ma attraversato da un'ombra malinconica, quasi cupa. Aveva occhi scuri, con uno sguardo diretto ma un po' stanco, sfuggente; labbra carnose e morbide, chiuse in un'espressione seria, come se fosse perennemente annoiata o persa nei suoi pensieri. I capelli neri, lunghi, voluminosi e un po' spettinati, le incorniciavano il volto dandole quell'aria da ragazza introversa, sfacciata, urbana. Con quella sigaretta stretta tra le dita e la giacca scura, aveva un fascino decadente e disordinato: una ragazza dal corpo pieno, tenera, ma con un lato notturno e complicato. Una fragilità che rendeva la sua sensualità cruda, vera, per nulla patinata.

Decisi di avvicinarmi prima che il mio cervello potesse suggerirmi di non farlo. Mi staccai dal tavolo e la raggiunsi. Lei mi dava mezza schiena.

«Lulu,» dissi, abbastanza forte da farmi sentire sopra la musica. Sapevo che odiava quel soprannome. Tutti la chiamavano Lucy. Solo io la chiamavo Lulu, apposta, per il puro gusto di vederla sbuffare. Luciana si girò, l'espressione già infastidita, soffiando fuori una nuvola di fumo. «Non mi chiamare Lulu.» «Scusa, Lucy.» Mi squadrò da capo a piedi. I suoi occhi scuri indugiarono un secondo di troppo sul mio viso. «Mi stai prendendo per il culo?» «Un poco.» Un angolo della sua bocca carnosa si piegò in un mezzo sorriso amaro. «Vedo che la sofferenza non ti ha migliorato.» «Era difficile migliorarmi,» replicai, infilando le mani in tasca per non farle vedere che ero teso. «Infatti sei peggiorato.»

Luciana era stata per tre anni una di quelle persone che vedevo senza guardare davvero. Era amica di Elena, certo, ma non una di quelle sorelle di sangue inseparabili. Era semplicemente presente. Ai compleanni, alle serate nei pub con i tavoli troppo lunghi in cui finivi per non parlare con nessuno, alle giornate al mare in cui inevitabilmente qualcuno dimenticava il pallone o la crema solare. Con lei avevo sempre avuto una simpatia facile, superficiale. Era fatta di battute taglienti, mezze conversazioni appoggiati alle ringhiere dei balconi mentre gli altri ballavano in salotto, e insulti gratuiti tirati lì per sorridere. Tra noi non era mai successo assolutamente niente. E la cosa bella era che non era successo niente non perché ci fossimo trattenuti a stento, lottando contro un'attrazione segreta. Non era successo niente perché non c’era mai stato niente da trattenere. Eravamo neutri. O almeno, lo eravamo stati fino a quel momento.

Parlarci, adesso, era strano. C'era un imbarazzo sottile, un'elettricità scomoda nell'aria. Io provavo a fare lo spigliato, a mantenere la nostra solita dinamica fatta di frecciatine, ma sotto schiumava una tensione sociale asfissiante. Lei era l'amica di Elena. Io non sapevo come comportarmi. Avevo il terrore che mi stesse giudicando, che mi stesse compatendo, che mi leggesse in fronte l'etichetta dell'ex fidanzato distrutto e patetico. Ma, guardandola negli occhi, mi resi conto che anche Luciana non sapeva bene dove mettere le mani. Anche lei sembrava incastrata, come se non sapesse quanto potesse accorciare le distanze senza invadere un campo minato. Anche lei, a modo suo, aveva il suo periodo nero.

Fece un altro tiro di sigaretta, spostando il peso da una gamba all'altra. Il movimento fece muovere dolcemente il seno sotto il tessuto del top. «Comunque sei vivo,» disse, abbassando un po' la voce. «A tratti,» risposi. «Pensavo peggio.» «Molto umano da parte tua.» Luciana sospirò, l'espressione di colpo meno spavalda. Le sue spalle morbide si curvarono leggermente in avanti. «No, cioè…» Si fermò, perdendo per un attimo quella sua aria da dura intoccabile. Per una volta, le mancava la battuta pronta. «Volevo dire che non ti vedevo da un po'.» Io deglutii. «Sì. Sono stato… boh.» Lei mi guardò, e per un secondo vidi tutta la sua stanchezza incrociarsi perfettamente con la mia. «Boh è una località bellissima,» mormorò, facendo spallucce e accennando un sorriso sghembo. «Ci vado spesso pure io.»

Sorrisi anch'io, guardando l'asfalto. Lei stava per dire una cosa seria, una cosa forse troppo intima, si era sentita esposta e aveva sentito il bisogno di coprirla subito con una battuta per proteggersi. Non ci fu bisogno di dirselo ad alta voce. Lo capii perfettamente. In quel momento, l'ombra di Elena sparì, e vidi solo Luciana. Una ragazza incasinata, morbida e bellissima, in piedi davanti a un bar, che cercava di restare a galla esattamente come me.

Rimanemmo lì, in quel limbo strano, a fissare il traffico inesistente sulla strada principale mentre la musica del bar ci martellava alle spalle. A un certo punto, con la coda dell'occhio, vidi un movimento. Era Angela. Stava uscendo dal locale con la sua amica, probabilmente per spostarsi da qualche altra parte o per tornare a casa. Passò a un paio di metri da noi. Incrociò il mio sguardo.

«Ciao, Andrea,» disse, senza rallentare troppo il passo. «Ciao,» risposi io, cercando di mantenere un tono neutro, normale. «Tutto a posto?» «Sì. Tu?» «Sì, dai. Ci vediamo.»

Tutto qui. Luciana, di fianco a me, si era appena accesa un'altra sigaretta e stava guardando un cane randagio dall'altra parte della strada. Non aveva fatto una piega, non aveva collegato nulla, non aveva nemmeno registrato l'esistenza di Angela. Non aveva motivo di farlo. Ma io, all'improvviso, mi sentii un idiota totale. Un ragazzino goffo e patetico. Ero venuto lì stasera, mi ero cambiato tre volte la maglietta sudando per l'ansia, mi ero spruzzato quel maledetto profumo sperando di incrociare Angela, di imbastire chissà quale gioco di sguardi o di frasi a metà. E poi? Poi mi ero ritrovato a parlare con Lulu, e la cosa mi sembrava infinitamente più complicata di quanto avrebbe dovuto essere.

C'era uno spessore in Luciana, una gravità che Angela non aveva. C'era carne, c'era passato. E il fatto stesso di fare pensieri su un'altra ragazza – una cotta estiva, una distrazione – mentre ero in piedi accanto a un pezzo così ingombrante della mia vita di prima, accanto a lei, mi faceva sentire fuori posto. Come se stessi barando. Era un disagio basso, sotterraneo, un ronzio fastidioso sotto la pelle che mi faceva abbassare lo sguardo sulle mie stesse scarpe. Ero venuto per una ragazza leggera, e mi ritrovavo invischiato nel campo magnetico di una ragazza densa, scura, che mi guardava come se sapesse esattamente quanto fossi rotto dentro.

La serata, come tutte le serate di provincia che si rispettino, cominciò inesorabilmente a sfilacciarsi. Da noi non c'è mai una vera fine, un momento catartico in cui tutti dicono "buonanotte" e se ne vanno. C'è solo un lento, agonizzante logoramento delle opzioni e della pazienza. Dopo un'oretta, i nostri gruppetti si erano fusi in un unico, grande ammasso di indecisione ronzante attorno alla macchina di Marco.

«Andiamo al forno di San Vito a prenderci un cornetto?» buttò lì Fede, illuminandosi il viso con lo schermo del cellulare. Erano quasi le due. «A me va bene,» rispose Marco, appoggiato al cofano, «ma qualcuno deve allungare dieci euro per la benzina, sto in riserva sparata e il bancomat non mi va.» «Ma che palle, mo ce ne andiamo fino a lì per un cornetto di gomma? Restiamo qua, prendiamo un'altra birra,» si lamentò un altro dal sedile posteriore, con lo sportello aperto. E via così. Il solito, estenuante disco rotto.

Luciana sbuffò. Spostò il peso da una gamba all'altra, visibilmente insofferente, e con un gesto stanco si strinse leggermente la giacca di pelle nera sul petto. Il movimento schiacciò appena i suoi seni pieni e morbidi contro il bordo del top scollato. Fu un dettaglio puramente fisico, carnale, che la stoffa tesa mise in risalto con una naturalezza disarmante. Mi catturò lo sguardo per una frazione di secondo di troppo, prima che mi sforzassi di riportarlo sul suo viso. Sembrava esausta, un'ombra scura le segnava lo sguardo basso e intenso.

«Io mollo il colpo,» annunciò, con la sua voce un po' roca che tagliò il chiacchiericcio. «Domani mattina devo alzarmi presto. Me ne torno a casa.» «A piedi?» le chiese Marco, sporgendosi dal cofano. Lei fece spallucce, tirando su il bavero della giacca. «E come ci vado, volando? Sono dieci minuti di camminata.»

Fu a quel punto che Fede, con la solita mancanza di filtri che lo contraddistingueva, si intromise. Si girò verso di me, illuminato dall'idea più banale, logica e al contempo destabilizzante del mondo. «Andre, accompagnala tu, no?» disse, indicandomi con una mezza birra. «Tanto state praticamente nello stesso palazzo, la strada è quella.»

Prima di andare avanti…

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