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Erotika
Lulu · Cap. 1
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Capitolo 1 di 5 30 min di lettura

Non Chiamarmi Lulu

Dopo un’estate passata a cercare corpi per dimenticare Elena, Andrea esce per una ragazza appena sfiorata e incontra Luciana.
Tra fumo, ansia e battute sbagliate, una notte qualunque diventa il primo momento in cui sentirsi meno soli.

ale🍻
20 giorni fa · 573 letture · 3

Il silenzio cadde per un istante sul nostro pezzo di marciapiede, coperto solo dal basso rimbombante della cassa del bar. Io e Luciana ci guardammo. Fu uno sguardo strano. Da un lato, era la cosa più pacifica e ovvia del mondo: abitavamo a venti metri di distanza, la strada per tornare era buia e isolata, aveva perfettamente senso che facessimo il tragitto insieme. Dall'altro lato, c'era un peso improvviso, inaspettato, in quell'idea. Camminare da soli, nel cuore della notte, staccandoci dal gruppo. Toglierci di dosso il rumore di fondo degli altri per rimanere solo noi due, il silenzio, e tutto quello che non ci stavamo dicendo.

Sentii lo stomaco contrarsi in un misto di ansia e di un'attrazione sottile che non volevo ammettere. «Sì,» dissi alla fine, schiarendomi la voce che minacciava di uscire di nuovo troppo acuta. Feci un passo verso di lei, mettendomi le mani in tasca. «Sì, certo. Andiamo.»

Luciana non fece battute sarcastiche. Non mi prese in giro. Mi guardò con quegli occhi neri, insondabili, fermandosi un secondo di più sul mio viso. Poi fece un piccolo cenno con la testa, le labbra carnose piegate in un'espressione indecifrabile. «Andiamo.»

Camminammo in silenzio per i primi duecento metri, lasciandoci alle spalle il basso rimbombante del bar e immergendoci nella quiete afosa e rotta della zona residenziale. Nessuno dei due aveva davvero voglia di salire a casa. Sapevamo entrambi, senza bisogno di dirlo, che dietro i nostri rispettivi portoni c'era solo un silenzio troppo denso ad aspettarci.

Finimmo quasi per inerzia al parchetto di cemento dietro i palazzi, uno spiazzo anonimo circondato da panchine scrostate e da un muretto basso che odorava di umidità e asfalto ancora caldo. La luce del lampione sopra di noi era di un giallo malato, intermittente, che gettava ombre spigolose sui nostri visi. In lontananza, un cane abbaiava a intervalli regolari, e il rombo di un motorino scarburato squarciò l'aria per qualche secondo prima di perdersi nella notte. Ai nostri piedi, un paio di cartacce mosse da un alito di vento inesistente.

Ci sedemmo sul muretto. A distanza normale. Non appiccicati, non lontani. Il giusto spazio vitale tra due persone che si conoscono da anni ma che non sono mai state da sole al buio. Luciana tirò fuori dal giubbotto di pelle un accendino e qualcosa di già rollato, storto e malconcio. Odore di erba economica, tabacco e benzina inziò a mescolarsi con quello delle zanzare che ci ronzavano attorno.

«Questa è l’ultima e poi salgo,» annunciò, accendendosi la punta con un gesto rapido. La guardai, inarcando un sopracciglio. «È mezza canna, Lulu.» «Non sminuire i miei averi.» «L’hai rollata tu?» «Sì.» «Si vede.» «Ti odio.»

Luciana fece il primo tiro. Aspirò profondamente, ma qualcosa andò storto: il fumo le graffiò la gola e lei scoppiò in un colpo di tosse improvviso, aspro, piegandosi in avanti e battendosi una mano sul petto, mentre il seno morbido e pesante sussultava sotto il top scuro. «Madonna,» gracchiò, con gli occhi lucidi e la voce impastata. «Brava, Snoop Dogg,» la presi in giro, allungando la mano per prendere il mozzicone incandescente. Lei me lo passò, asciugandosi una lacrima all'angolo dell'occhio col dorso della mano. «Parla quello che tossisce anche col vapore della doccia.» Volevo fare lo spavaldo. Feci un tiro lungo, profondo, aspirando l'aria calda della notte insieme al fumo denso. Sentii il bruciore esplodermi nei polmoni un secondo dopo. Iniziai a tossire malamente anch'io, in modo convulso e per niente affascinante, sputacchiando fumo e piegandomi sulle ginocchia. Eravamo ridicoli. Due ventenni goffi, sudati e imbarazzanti, lontanissimi da qualsiasi immagine cinematografica o patinata.

Luciana mi guardò tossire, le labbra carnose piegate in un mezzo sorriso. «Stai morendo?» «No,» annaspai, schiarendomi la gola e passandomi una mano tra i capelli. «Sto maturando.» «Secondo me ti manca poco.»

Ridemmo entrambi, una risata breve e raschiata che sciolse un po' della tensione. Il silenzio che seguì fu meno rigido. Era un silenzio stanco, abitato da problemi che sembravano minuscoli visti da fuori, ma che per noi pesavano come macigni.

«Tu che stai facendo mo?» le chiesi a un certo punto, passandole di nuovo la canna. Luciana sospirò, incrociando le gambe e guardando il fumo disperdersi nell'aria giallognola del lampione. «Bella domanda.» «Risposta tragica.» «Università, teoricamente.» «Teoricamente è il mio corso preferito.» Lei fece un altro tiro, stavolta senza tossire. «Sto in quella fase in cui dico che sto studiando, ma in realtà sto solo accumulando sensi di colpa in formato PDF.» Non riuscii a trattenermi e scoppiai a ridere. Era esattamente la mia vita. Era il peso di sentirsi perennemente indietro, sbagliati, inadeguati persino mentre i tuoi amici fanno battute al bar e tu fingi di divertirti. «Io apro i libri e mi viene sonno preventivo,» confessai. «Preventivo?» «Sì, il corpo capisce prima di me che sto per fallire.»

Luciana sorrise, un sorriso vero, che le illuminò il viso togliendole per un attimo quell'ombra cupa dagli occhi. Era confortante. Non ci stavamo confessando drammi epocali, stavamo solo mettendo in comune le nostre piccole, stupide vergogne quotidiane. Le nostre paralisi. «Comunque io, quando sto così, faccio la cosa più adulta possibile,» continuai, appoggiando i gomiti alle ginocchia. «Cioè?» «Mi rivedo episodi di anime che ho già visto tre volte.» «Ah, terapia seria.» «Altro che psicologo.» «Dipende dall’anime,» precisò lei, guardandomi di sottecchi. «Non giudicarmi.» «Troppo tardi.»

Iniziammo a parlare di personaggi rotti. Di quelli che fingono di avere tutto sotto controllo, che fanno gli sbruffoni, ma che dentro sono un cumulo di macerie. Parlare di loro era un modo sicuro per parlare di noi, senza esporsi troppo, aggirando il muro dell'imbarazzo. «Sai quei personaggi che fanno i coglioni tutto il tempo e poi scopri che stanno messi una merda?» disse Luciana, voltandosi a guardarmi. I suoi occhi neri erano piantati nei miei. «Stai parlando di me?» chiesi, a mezza voce. «Un poco sì.» Sostenni il suo sguardo per un secondo, sentendomi stranamente nudo, disarmato. Poi accennai un sorriso amaro. «Allora vaffanculo, ma con precisione.»

Lei ridacchiò, un suono basso, gutturale. Poi la risata si spense lentamente. Il silenzio tornò, ma stavolta era più denso. Il mozzicone di canna era ormai finito. Luciana se lo rigirava tra le dita, guardando un punto indefinito oltre il marciapiede. Sapevo che ci stavamo girando intorno.

«Comunque mi fa strano parlarti così,» disse all'improvviso, la voce un po' più roca. «Così come?» «Boh. Così.» Il mio stomaco si contrasse. Avevo capito. Non del tutto, ma l'elefante era entrato nella stanza e occupava tutto lo spazio tra noi. «Per Elena?» chiesi. Il nome mi uscì dalla bocca lasciando il solito sapore di cenere e rimpianto. Luciana non rispose subito. Portò la canna alle labbra e tirò, ma si era già spenta a metà. La buttò a terra e la schiacciò con la punta della scarpa. «Pure.»

Si passò una mano tra i capelli lunghi e mossi, sistemandosi la giacca sulle spalle. Non mi stava attaccando, e me ne rendevo conto. Il suo era un muoversi cauto in un campo minato. «Io non voglio fare quella che parla della tua ex,» chiarì, abbassando il tono della voce. «Lo so.» «Anche perché non sono manco la sua migliore amica. Però… boh. C’ero.» «Sì.» «Vi ho visti parecchio felici.»

Quella frase mi colpì con la violenza di un pugno nello stomaco. Mi tolse il respiro. Non era una pugnalata contro Elena, non era un giudizio. Era la semplice, pura validazione di quello che era stato. Una conferma che non mi ero inventato niente, che eravamo stati felici davvero, sotto gli occhi di tutti. «È quello il problema,» mormorai, sentendo la gola stringersi. «Che eravate felici?» «Sì.» Lo dissi troppo in fretta. Distolsi lo sguardo, fissando l'asfalto sbeccato sotto le mie scarpe. Sentivo gli occhi pizzicare e odiavo me stesso per quella fragilità. «Cioè, no. Non lo so.»

Luciana non mi pressò. Non fece la psicologa da quattro soldi. Rimase semplicemente lì, ferma, massiccia e presente, lasciandomi il tempo di respirare il mio stesso casino. Ripresi il controllo, deglutendo a fatica. «Mi fa incazzare che non riesco a pensare male di lei,» confessai, la voce che mi tremava appena. «Perché dovresti?» «Perché sarebbe più facile.» Avere un nemico era sempre più facile. Se fosse stata una stronza, se mi avesse fatto del male di proposito, avrei avuto qualcosa a cui appigliarmi per odiarla. «Sì,» convenne Luciana. «Però sarebbe pure una cazzata.» Non potei fare a meno di ridere piano, un suono disperato e stanco. «Grazie, Lulu. Sempre delicata.» «Prego,» rispose lei, imperturbabile. «Offro traumi realistici.»

Prima di andare avanti…

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