Mi voltai a guardarla. Il suo viso era a pochi centimetri dal mio, dolce, stanco, incorniciato dai capelli neri e disordinati. La giacca aperta rivelava la pelle chiara del décolleté, una morbidezza calda e viva che contrastava con il gelo che avevo dentro. E improvvisamente mi sentii addosso una stanchezza infinita, il bisogno di dire la verità ad alta voce, almeno per una volta. Abbassai la voce, quasi vergognandomi di quello che stavo per ammettere. «A me manca una che forse non esiste più.»
Luciana rimase in silenzio. Mi guardò negli occhi, e per un lunghissimo momento l'unico suono fu il ronzio del lampione sopra le nostre teste e il frinire lontano dei grilli. Il suo sguardo non esprimeva pietà, ma una comprensione dura, concreta. «Forse esiste,» disse alla fine, con una voce così calma da sembrare una carezza. «Solo che non è più quella che stava con te.»
Lasciai che il silenzio si depositasse tra noi, denso ma improvvisamente meno ostile. Guardai Luciana. Era lì, seduta sul muretto scrostato, con la sua giacca di pelle e i capelli disordinati, a fissare un frammento di vetro sull'asfalto che rifletteva la luce gialla del lampione. «Tu invece?» le chiesi, spezzando la quiete. «Sempre tutto bene?» Lei voltò appena il viso verso di me, inarcando un sopracciglio con espressione teatrale. «Certo. Io sono un esempio di stabilità emotiva.» «Quindi stai una merda.» «Più o meno.» Fece oscillare le gambe, i tacchi degli stivaletti che sbattevano piano contro il cemento del muretto. Sembrò ponderare per un attimo quanto esporsi. Poi, senza guardarmi, lasciò cadere una frase sottile, come se fosse polvere. «Io ho avuto uno che mi ha fatto passare la voglia di spiegare come sto.»
Fu solo uno spiraglio, una crepa nel suo muro di sarcasmo, ma fu sufficiente per farmi intravedere il buco nero che si portava dentro. Non era il momento di fare domande. «Pesante,» commentai a bassa voce. «Sì,» sospirò lei, passandosi una mano sul viso. «Ma detta così sembra una bio Tumblr del 2016, quindi cambiamo argomento.» Voleva ritirarsi, chiudere la porta che aveva appena socchiuso perché si sentiva ridicola. Non glielo permisi. «Comunque non sembrava una bio Tumblr,» le dissi, guardandola fissa. «No?» «No. Sembrava una bio Tumblr scritta meglio.» Luciana scoppiò a ridere. Una risata genuina, che le fece piegare un po' la testa all'indietro. Era il mio modo di dirle che l'avevo sentita, che avevo registrato il colpo e che non scappavo.
Il silenzio tornò, ma questa volta era un silenzio normale. Niente filtri, niente attese. La canna era ormai morta e sepolta sotto la sua scarpa. In tasca, il mio telefono vibrò due volte. Una notifica, forse il gruppo, forse Fede che cercava di capire dove fossi finito. Non feci nemmeno il gesto di tirarlo fuori. Faceva ancora caldo, ma l'umidità stava iniziando a bagnarci i vestiti. Eppure, Luciana non faceva il minimo accenno a volersene andare.
«A volte mi sembra che tutti sappiano fare le cose normali meglio di me,» disse all'improvviso, la voce piatta, rivolta al buio davanti a noi. La guardai, ma non troppo, per non farla sentire sotto esame. «Tipo?» «Tipo parlare. Uscire. Studiare. Rispondere ai messaggi.» Si strinse nelle spalle, come se volesse occupare meno spazio. «Non sparire. Non sentirmi in colpa se non ho voglia di vedere nessuno. Cose da persone normali.» Sentii quelle parole scivolarmi sotto la pelle, andandosi a incastrare perfettamente nei miei stessi identici buchi. «Secondo me le persone normali mentono meglio,» le risposi. Luciana sorrise, un sorriso amaro e bellissimo. «Questa me la rubo.» «Me la devi citare.» «Nei ringraziamenti della mia depressione.»
Ridemmo di nuovo. Stavolta la risata non serviva a cancellare il dolore, non era un meccanismo di difesa. Era un modo per alleggerirlo, per dividerne il peso. «Comunque è strano,» mormorai, appoggiando le mani sul muretto freddo dietro di me. «Cosa?» «Che certe cose non le dici mai perché pensi che non freghino a nessuno. Che sei tu quello sbagliato. Poi le dici, e magari l'altra persona stava pensando la stessa identica stronzata.» Luciana scosse la testa, fingendo un brivido di disgusto. «Che schifo, l'empatia.» «Sopravvalutata.»
Ci sorridemmo nel buio. E lì, in quel preciso momento, in mezzo alle zanzare, all'odore di spazzatura e di erba scadente, capii che non era successo niente. Non ci eravamo detti niente di enorme, niente di irreparabile. Eravamo rimasti a distanza di sicurezza. Eppure, avevo quella sensazione rara, quasi sconosciuta ultimamente, di non dover tenere su la faccia. Non stavo performando, non stavo cercando di sembrare quello che aveva superato la rottura, e lei non stava cercando di fare la ragazza dura a cui scivola addosso il mondo. Eravamo solo due persone stanche. Meno soli di mezz'ora prima.
Quando finalmente decidemmo di alzarci, l'aria era diventata appiccicosa. Rifacemmo a ritroso la strada verso casa camminando lenti, affiancati ma senza mai sfiorarci. Arrivammo nella nostra via. I nostri due palazzi erano lì, incombenti nel buio, l'uno di fronte all'altro. Il marciapiede era rotto per colpa delle radici di un pino, e una macchina grigia era parcheggiata esattamente a metà strada tra i nostri due portoni. Da una finestra al primo piano proveniva la luce bluastra di un televisore acceso, mischiata al rumore sordo di stoviglie nel lavandino e a un vago, persistente odore di soffritto e cena rimasto incastrato tra i muri. Una notte di provincia, banalmente normale.
Ci fermammo in mezzo alla strada. «Io sto là,» dissi, indicando il mio cancello verde. «Lo so,» rispose lei. «E tu là.» «Lo so pure questo.» Infilai le mani in tasca, fissando le distanze. «Assurdo.» «Cosa?» «Che stiamo a venti metri e ci vediamo sempre altrove.» Luciana si strinse nella giacca. «Forse siamo molto bravi a evitarci.» La guardai negli occhi. «O molto scemi.»
Lei sostenne il mio sguardo. Le sue labbra piene si dischiusero per un momento, ma non aggiunse nulla. Fece un passo indietro verso il suo marciapiede. «Comunque bella serata,» le dissi. Luciana mi guardò, perplessa, con l'ombra di un sorriso. «Non abbiamo fatto un cazzo.» «Appunto.»
Mi girai e andai verso il mio portone. Inserii la chiave nella serratura mentre sentivo i suoi stivaletti allontanarsi. Feci scattare la mandata e mi chiusi il vetro pesante alle spalle, trovandomi immerso nel buio e nel consueto odore di detersivo al limone. Mentre chiamavo l'ascensore, il telefono vibrò in tasca. Lo tirai fuori. Luciana: comunque non chiamarmi Lulu Sorrisi da solo, nel silenzio dell'androne. Andrea: ok Lulu La risposta arrivò un secondo dopo. Luciana: muori
Risi piano. Salii le scale a piedi, ignorando l'ascensore, con addosso l'odore acre del fumo e una stanchezza diversa dal solito. Una stanchezza buona, che mi pesava sui muscoli e non sul petto. Mi spogliai buttando la maglietta nera su una sedia, mi lavai i denti e crollai sul materasso sfatto, accendendo il ventilatore. Solo quando mi svegliai, la mattina dopo, realizzai un dettaglio. Prima di dormire, non avevo aperto il profilo Instagram di Elena per controllare se fosse online. Non se n'era parlato proprio. Non me n'ero accorto nemmeno. Forse era quella, la cosa strana.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
sono alle prime armi con i racconti erotici e spero possiate apprezzare quello che pubblico.
Altri racconti di ale🍻
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.