Mathi arricciò il naso, un'espressione di puro e genuino scetticismo che le increspò la fronte. «Più o meno non esiste.» La frase mi colpì con la forza di uno schiaffo a mano aperta. Rimasi congelato. Le parole di Luciana della sera prima, identiche e spietate, mi risuonarono nelle orecchie con un tempismo quasi grottesco. Una studentessa di giurisprudenza cinica e insonne e una bambina di seconda elementare erano appena arrivate alla stessa identica conclusione sulla mia vita sentimentale. La guardai, sbalordito. «Pure tu?» Mathi sbatté le palpebre, confusa. «Che?» Scossi la testa, sentendo un peso assurdo allo stomaco. «Niente. Niente.»
Lei sembrò accontentarsi della mia resa. Iniziò a rimettere i pennarelli dentro l'astuccio di plastica, uno per uno, con una lentezza calcolata. «Papà dice che quando torno devo fare i compiti,» annunciò a un certo punto, senza guardarmi. «Papà ha ragione,» le diedi corda, raccogliendo le carte del gioco da tavolo sparpagliate sul tappeto. «Tu e papà litigate?»
Le mie mani si fermarono a mezz'aria. Il muro difensivo si alzò istantaneamente, freddo e spesso, esattamente come faceva ogni volta che il discorso scivolava su quel terreno minato. «Perché me lo chiedi?» Mathi alzò lo sguardo e smise di riordinare. «Perché quando parla di te fa questa faccia.» Strinse le labbra in una linea sottile, abbassò le sopracciglia fino a farle quasi toccare e gonfiò leggermente le guance. Era un'imitazione comica ma spaventosamente accurata dell'espressione corrucciata e delusa che conoscevo fin troppo bene. Feci una mezza risata, più per stemperare la tensione che per reale divertimento. «Tuo padre fa tante facce brutte, Mathi.» Lei mi puntò contro un pennarello rosso, serissima. «È pure tuo papà.» Il silenzio calò di colpo nel salotto. Guardai il suo viso pulito, così simile al mio in certi tratti, e inghiottii il groviglio di risentimento, estraneità e parole non dette che mi portavo dentro da anni. «Sì,» risposi, con voce piatta.
Non aggiunsi altro. Lei percepì la chiusura, quel confine invisibile che le stavo impedendo di oltrepassare, e tornò a trafficare con il suo zainetto rosa. Non c'era bisogno di spiegare altro, non a lei, non in quel momento.
Quando fu l'ora di riportarla a casa, la aiutai a infilare le braccia nella felpina leggera. Mentre le sistemavo il colletto, mi guardò dal basso verso l'alto. «Quando torno giochiamo ancora?» mi chiese, aggrappandosi alla mia maglietta con una mano. «Certo che giochiamo.» «Anche se hai Angela?» Sorrisi, sentendo una stretta di tenerezza mista a resa. «Sì, anche se ho Angela.» Mathi fece un sorrisetto furbo, gli occhi che le brillavano di puro spirito provocatorio. «Quella più o meno?» Sospirai, passandomi una mano sulla faccia. «Mathi.» «Che?» fece lei, spalancando le braccia con finta innocenza. La spinsi dolcemente verso il corridoio. «Vai a mettere le scarpe.»
Sabato sera, la provincia sembrava essersi data appuntamento nello stesso bar per controllare i fatti nostri.
Il piazzale era un tappeto ininterrotto di motorini parcheggiati male, bicchieri di plastica abbandonati sui muretti e voci sguaiate che si accavallavano. I tavolini bianchi erano stati uniti in una lunga tavolata irregolare che occupava mezza veranda. Tutti conoscevano tutti, e chi non ti conosceva faceva finta di farlo per non sentirsi escluso dal grande teatro del paese. Io e Angela eravamo già lì, seduti vicini, incastrati in mezzo a quel delirio. E a differenza della settimana precedente, la nostra chimica non era più un segreto sussurrato al buio o confinato nell'abitacolo di una Punto. Era fottutamente pubblica.
Angela era puro istinto. La sua fisicità era diretta, sfacciata, a conferma di quanto la spontaneità vincesse su qualsiasi costruzione mentale complessa. Rideva per una battuta di Marco e si appoggiava con tutto il peso del corpo contro la mia spalla, lasciandomi addosso un'ondata del suo profumo dolce. Mi sfilava il bicchiere di birra dalle mani, beveva un sorso fissandomi da sopra l'orlo di vetro e poi me lo restituiva senza dire una parola. A un certo punto, si voltò verso di me per sistemarmi un ciuffo ribelle sulla fronte, le sue dita calde che indugiavano sulla mia tempia un secondo di troppo.
E poi c'era il tavolo. Sotto la plastica bianca, lontano dagli occhi degli altri ma vicinissimo ai miei sensi, la sua mano aveva preso residenza fissa sulla mia coscia. Le dita smaltate accarezzavano il tessuto dei miei pantaloni, salendo piano verso l'inguine con una lentezza calcolata, per poi fermarsi e stringere leggermente la presa. Era un gioco di preliminari arguti e di un'attrazione sottile, ma implacabile, che mi faceva accelerare i battiti.
Io ricambiavo. Tenevo il braccio appoggiato dietro la sua sedia, le sfioravo la schiena scoperta dal top, mi godevo quel contatto continuo e inebriante. Ma la provincia ha un peso specifico, e io lo sentivo tutto addosso. Ogni volta che intercettavo lo sguardo di qualcuno che ci fissava dal tavolo accanto, o riconoscevo un volto del vecchio giro, i miei muscoli si tendevano. Non la respingevo, non mi allontanavo fisicamente, ma mi irrigidivo. Diventavo improvvisamente, dolorosamente consapevole di essere osservato. Il fantasma delle mie vecchie abitudini, di come mi comportavo in pubblico quando c'era Elena, mi scendeva addosso come una doccia gelata.
Angela aveva un radar per queste cose. Mentre mi accarezzava la gamba, sentì la contrazione nervosa del mio quadricipite. Alzò gli occhi verso di me e mi scrutò per un istante lungo e silenzioso in mezzo al baccano del bar. Non disse nulla. Non mi fece scenate, non ritrasse la mano in modo stizzito. Ma lo registrò.
A rompere la tensione fu l'arrivo di due ragazze che si fecero largo a spallate nella calca, puntando dritte verso il nostro lato della tavolata. Erano le amiche di Angela, quelle che la settimana prima l'avevano letteralmente trascinata lì. Sonia, trucco scuro e un'aria protettiva e diretta di chi non ha tempo da perdere, incrociò le braccia e mi puntò gli occhi addosso. Miriam, accanto a lei, aveva un'espressione ironica e curiosa, da osservatrice nata. Avevano l'aria di chi sapeva già assolutamente tutto.
«Quindi tu sei Andrea,» esordì Sonia, squadrandomi. «Dipende,» risposi, cercando di mantenere il tono leggero. Miriam si appoggiò al tavolo, sorridendo a mezza bocca. «Quello del biliardo.» Feci un respiro profondo, guardando Angela con la coda dell'occhio. «Cosa vi ha raccontato?» Sonia non fece una piega, spietata. «Che sei scarso.» Allargai le braccia in segno di resa. «Allora sì, sono io.» Angela intervenne subito, stringendomi appena la coscia sotto il tavolo per farsi perdonare. «Non ho detto scarso.» Miriam alzò un sopracciglio. «Hai detto imbarazzante.» «È diverso,» precisò Angela, con un sorriso sfrontato che fece scoppiare a ridere tutto il nostro pezzo di tavolata.
Il gruppo prese subito vita. La dinamica si accese, rumorosa, carica di prese in giro incrociate, e io mi lasciai trascinare da quel ritmo veloce, cercando di godermi la serata e di ignorare gli sguardi del resto del locale che continuavano a pesarmi sulle spalle.
Il baccano del bar raggiunse un picco improvviso quando una mano pesante si abbatté sulla spalla di Marco, facendogli quasi rovesciare la birra. Era Dario, un nostro vecchio amico che non incrociavamo da mesi. I saluti esplosero rumorosi, fatti degli insulti affettuosi e delle pacche sulla schiena tipiche del nostro giro. Ma Dario non era da solo. Dietro di lui, a formare un piccolo gruppo in attesa, c'erano due ragazze e, un passo più indietro, con le braccia incrociate e l'inconfondibile aria di chi stava già calcolando le vie di fuga, c'era Luciana.
In provincia le dinamiche sociali sono elementari e inesorabili: basta un amico in comune e un cenno di saluto perché i confini vengano abbattuti. Nel giro di tre minuti netti, assistemmo alla fusione dei tavoli. Sedie di plastica vennero trascinate stridendo sull'asfalto, i tavolini quadrati furono incastrati in una lunga e precaria asse centrale, e nacque il "groppone". Era un caos meraviglioso e vitale. I bicchieri si mescolavano, la gente entrava e usciva dalle conversazioni urlando sopra la musica di sottofondo, e lo spazio vitale si ridusse a zero.
Nel rimescolamento generale, Lulu finì seduta quasi esattamente di fronte a me e ad Angela. Incrociai il suo sguardo per una frazione di secondo. Lei alzò un sopracciglio, come a dire guardati in che guaio ti sei cacciato, ma non ci fu tempo per nessuna comunicazione silenziosa. Angela, che non aveva filtri e non conosceva l'imbarazzo, si appoggiò con i gomiti al tavolo e puntò i suoi occhi scuri e vivaci dritta su di lei.
«Tu sei Lulu,» decretò Angela, con un sorriso aperto. Lulu spostò lo sguardo da lei a me, fulminandomi con un'occhiata che avrebbe potuto incenerire un bosco. «No,» rispose, con voce piatta e vagamente minacciosa. «Io sono Luciana.» Angela scoppiò a ridere, gettando indietro la testa e facendo vibrare la scollatura del top scuro. «Oddio, quindi è vero che ti dà fastidio!» Lulu mi fissò, assottigliando gli occhi. «Andrea.» Alzai le mani in segno di resa, schiacciato tra le due. «Non ho detto niente.» «Ti odio,» sibilò Luciana. «Comunque,» riprese Angela, per nulla intimorita da quell'aura di misantropia, allungando una mano per prendere una patatina dal piattino al centro, «io sono Angela palestra, a quanto pare.»
