A quel punto, Lulu non riuscì a mantenere la maschera. I suoi lineamenti si distesero e la sua attenzione tornò su di me, inarcando entrambe le sopracciglia. «Hai diffuso il titolo?» mi chiese. «Si è auto-diffuso,» mi difesi, sentendo le orecchie che andavano a fuoco. Angela rise di nuovo, passandosi una mano tra i ricci voluminosi. «Sembra un Pokémon. Angela palestra, scelgo te!»
Il ghiaccio non si ruppe, si sciolse del tutto. Si stavano simpatiche. La spontaneità sfacciata di Angela vinceva su qualsiasi complessità o muro difensivo che Luciana potesse provare a erigere. Non c'era nessuna guerra tra femmine, nessuna occhiataccia nascosta. E paradossalmente, questo mi mandò ancora più in cortocircuito. I miei due mondi stavano convivendo perfettamente, rimpallandosi battute e bevendo la stessa birra. Ero io quello che non riusciva ancora a farli convivere dentro di sé, sballottato tra la leggerezza elettrica che mi regalava Angela e l'intimità domestica e notturna che condividevo con Lulu.
Nel frattempo, la chimica tra me e Angela continuava a pulsare, visibile a chiunque avesse gli occhi aperti. L'erotismo di quella sera non era fatto di azioni esplicite, ma di un'attrazione sottile, fatta di dettagli e di una fisicità continua. Bevevamo dalla stessa pinta. Quando la birra stava per finire, io le lasciai istintivamente l'ultimo sorso, spingendo il vetro ghiacciato verso di lei. Angela lo prese, lo finì e poi, con una naturalezza disarmante, mi si appoggiò addosso. La sua testa trovò l'incavo della mia spalla, il calore della sua guancia premette contro il mio collo, mentre rideva per una battuta di Fede. La sua mano si intrufolò sotto il tavolo, risalendo lungo la mia coscia fino a posarsi vicino all'inguine, un tocco caldo e possessivo che mi faceva mancare il respiro e mi teneva in bilico su un'eccitazione costante.
A un certo punto si alzò per andare in bagno. Non dovette chiedermi nulla: mi sfilò semplicemente la borsa dalla spalla e me la mise in grembo. «Tienimela,» disse, dandomi un bacio veloce, troppo vicino all'angolo della bocca per essere un bacio casto. E se ne andò verso l'interno del locale, camminando con quell'ondeggiare dei fianchi che sembrava calamitare gli sguardi di mezza provincia.
Quando tornai a guardare il tavolo, incrociai di nuovo gli occhi di Lulu. Aveva registrato tutto. Aveva visto la borsa, la testa sulla spalla, l'ultimo sorso di birra, e probabilmente aveva anche intuito il gioco di mani sotto il tavolo. Non sembrava apertamente gelosa. Anzi, le spuntò sulle labbra un sorriso minuscolo, obliquo, quasi materno nel suo cinismo. Eppure, un secondo dopo, quel sorriso svanì. La vidi abbassare lo sguardo sulle proprie mani, giocherellare con l'accendino, e poi fissare un punto indefinito oltre la veranda del bar. C'era un guizzo di distrazione, un'increspatura nella sua solita corazza. Forse era solo la scure dell'esame imminente che le stava tornando a pesare sul collo, o forse, per la prima volta, la nostra dinamica sul muretto le stava sembrando improvvisamente troppo stretta. Non potevo saperlo. Sapevo solo che, pur con il profumo di Angela ancora addosso, non riuscivo a smettere di guardarla.
Il baccano del tavolo fu spezzato da una voce fin troppo familiare che emerse dal rumore di fondo del locale. «No vabbè.»
Mi voltai, e sentii lo stomaco sprofondare all'istante verso i talloni. Era Sara. Non eravamo più amici stretti da mesi, per una serie di silenzi e distanze che non avevamo mai avuto il coraggio di affrontare ad alta voce, ma conosceva tutto di me. Conosceva Elena. Conosceva i dettagli del disastro. E, cosa ancora peggiore, tempo prima era stata proprio lei a buttarmi lì il nome di Angela. Non era una persona cattiva, ma aveva quel tipo di invadenza cronica e inopportuna che faceva molti più danni della cattiveria pura.
Si piazzò davanti al nostro lato del tavolo, fissando prima me e poi la mano di Angela che, fino a un secondo prima, era stata comodamente appoggiata sulla mia coscia. «Ciao, Sara,» dissi, cercando di mantenere la voce piatta. Lei fece un sorriso tirato. «Quindi alla fine Angela davvero.»
Angela, che stava finendo la sua birra, si bloccò. Abbassò il bicchiere e si voltò lentamente verso Sara, incrociando le braccia sul tavolo. «Alla fine?» domandò, con un tono di voce perfettamente calmo ma tagliente come il vetro. Avrei voluto evaporare. Scomparire in una nuvola di fumo e miseria direttamente sulla sedia di plastica. «No, perché ne avevamo parlato tempo fa...» farfugliò Sara, rendendosi conto con due secondi di ritardo di essere entrata in un campo minato. «Sara,» la interruppi, duro. Lei mi guardò, allargando le braccia con finta innocenza. «Che ho detto?» Non aveva detto niente di irreparabile, ma Angela aveva registrato tutto. Aveva captato l'ombra di un trascorso, l'idea di essere stata un argomento di conversazione in un contesto che non conosceva, mescolata al fantasma ingombrante del mio passato.
Passarono un paio di minuti in cui cercai disperatamente di far ripartire la conversazione con gli altri, sperando che l'incidente fosse rientrato. Ma Sara era ancora lì, in piedi a chiacchierare con Marco, e non aveva finito di fare danni. In una pausa del rumore, si voltò di nuovo verso di noi. Il suo sguardo passò dalla mia spalla al viso di Angela. «Ma quindi voi due che siete?»
Fu una domanda buttata lì con leggerezza, ma cadde sul tavolo come una granata. Il silenzio che ci avvolse durò solo una frazione di secondo, ma fu sufficiente per farmi andare il sangue alla testa. Il panico prese il controllo. Le vecchie abitudini, il terrore di essere giudicato da chi conosceva Elena, l'ansia di dare un nome a qualcosa che mi stava salvando, mi strozzarono la gola. Rispondemmo esattamente nello stesso istante, sovrapponendo le voci. Angela disse: «Ci stiamo vedendo.» Io dissi: «Ci stiamo conoscendo.»
La differenza era minuscola. Una sfumatura semantica invisibile a un orecchio disattento. Ma l'effetto fu devastante. Ci stiamo vedendo era una presa di posizione, un'affermazione di presenza e intenzione. Ci stiamo conoscendo era una ritirata, uno scudo di plastica, un passo indietro verso il nulla. Sara annuì, facendo un sorrisetto. «Ah.» Quel cazzo di ahfu sufficiente per chiudere la bara. Attorno a noi, la gente continuava a parlare, a bere, a ridere. Non calò nessun gelo da soap opera, nessuno smise di respirare. Angela stava ancora sorridendo, il viso rilassato. Ma io sentii, con una precisione chirurgica, che qualcosa di fondamentale si era appena rotto.
Angela non fece scenate. Non divenne drammatica, non si alzò sbattendo la sedia, non smise di parlare. Continuò a ridere alle battute di Fede, rimase seduta vicino a me. Ma la sua fisicità, quell'erotismo sfacciato e continuo che mi aveva tenuto in ostaggio fino a dieci minuti prima, sparì. Smise di toccarmi. Non si appoggiò più spontaneamente contro la mia spalla. Trovò scuse per girarsi verso Miriam e Sonia, riducendo lo spazio di interazione con me. Il suo corpo si era spostato di forse venti centimetri, una distanza ridicola su una panca di legno. Ma io la sentivo come se ci fosse un cratere di due metri. La mancanza di quel calore mi svuotò i polmoni. Era una tensione vera, fredda, molto peggiore di uno schiaffo.
A metà serata, la intercettai mentre andava al bancone a prendere un giro d'acqua per le amiche. La raggiunsi, fermandomi a un passo da lei. «Oh.» Lei non si voltò subito. Finì di prendere le bottigliette, poi mi guardò. «Oh.» «Prima...» iniziai, sentendo le parole incastrarsi sotto il palato. «Tranquillo.» «Non intendevo...» «Andrea.» Angela mi sorrise. Era un sorriso stanco, adulto, che non le arrivava agli occhi. «Non dobbiamo fare questo discorso adesso.» «Non volevo sminuire quello che...» «Lo so,» mi interruppe dolcemente, stringendo le bottigliette. E tornò verso il tavolo. Quella risposta, così misurata e priva di rabbia, mi fece mille volte più male di una litigata furiosa in mezzo al parcheggio.
Uscii dal locale, l'aria condizionata che mi lasciava il posto al calore opprimente della notte. Mi appoggiai al muro sbreccato vicino all'ingresso, frugando nelle tasche in cerca di una sigaretta che non avevo, solo per il bisogno di tenere le mani occupate. La porta a vetri si aprì qualche minuto dopo. Luciana uscì, si accese una sigaretta con gesti misurati e si venne a piazzare esattamente di fianco a me, guardando il traffico lento della statale. Non fece la terapista. Non iniziò con sguardi di compatimento. «Bella figura,» sentenziò, buttando fuori una nuvola di fumo grigio. «Grazie del supporto, Lulu.» Lei fece spallucce. «Prego.» Sospirai, passandomi entrambe le mani sul viso. «Non l'ho fatto apposta.» «Lo so.» «E allora?» «E allora ti sei cagato sotto.»
Sbuffai, frustrato dalla sua schiettezza, dalla mia stessa vigliaccheria. «Non so cosa siamo.» «Non devi saperlo, Andrea.» «Allora perché sembra che debba sempre dare una cazzo di risposta pronta a tutti?» Luciana si voltò verso di me, gli occhi scuri fissi nei miei. Non c'era ironia adesso, non c'era cinismo. C'era solo una lucidità feroce. «Non devi dare un'etichetta,» mi spiegò, scandendo bene le parole. «Devi solo evitare di dire una cosa più piccola di quella che stai vivendo.»
