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Erotika
Lulu · Cap. 5
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Capitolo 5 di 5 38 min di lettura

Quattro Foto e le Dita Sotto i Jeans

Andrea prova a capire cosa significhi davvero andare avanti mentre presente e passato continuano a confondersi.
Tra famiglia, amici e una notte di provincia, una domanda apparentemente semplice diventa impossibile da evitare.

ale🍻
20 giorni fa · 631 letture · 3

Rimasi in silenzio, colpito in pieno petto. Aveva centrato il nucleo esatto del mio errore. «Lei ha detto ci vediamo,» continuò Lulu, inesorabile. «Tu hai detto ci conosciamo. Nessuno dei due ha tirato fuori la parola fidanzati, nessuno ha prenotato la chiesa. Però tu hai fatto un passo indietro. Hai sminuito lei per proteggere te stesso.» «Non volevo farlo.» «Lo so che non volevi.» Tirò un'altra boccata, guardando la punta incandescente della sigaretta. «Lei non è Elena.» «Lo so.» «E Angela non ti sta chiedendo di giurarle amore eterno, né di risolvere i tuoi traumi passati in un pub il sabato sera. Ti sta solo chiedendo di non sentirsi una cosa di cui ti vergogni quando ci sono gli altri.» Abbassai lo sguardo sulle mie scarpe. «Non mi vergogno di lei.» Luciana buttò il mozzicone a terra e lo schiacciò con la suola della scarpa. «Allora smetti di sembrare uno che si vergogna.»

Non aggiunse altro. Fece un cenno con la testa, si aprì la porta a vetri e rientrò nel caos del locale, lasciandomi solo nel buio, appoggiato al muro, senza aver risolto assolutamente niente ma sapendo esattamente quanto facesse schifo avere torto.

Trovai Angela fuori, nel piazzale sul retro del locale, vicino a una piccola zona arcade illuminata dalle luci a neon di due vecchi flipper. Era appoggiata al muro di mattoni, le braccia incrociate sotto il seno e lo sguardo perso verso la strada statale. Non era furiosa. Non aveva l'aria di chi stava per fare una scenata isterica. Era semplicemente, profondamente infastidita.

Mi fermai a un paio di metri da lei, infilando le mani nelle tasche dei pantaloni. «Posso parlarti?» le chiesi. «Lo stai già facendo,» rispose lei, senza voltarsi a guardarmi. Feci un respiro profondo, cercando disperatamente le parole giuste nel caos del mio cervello. «Senti, prima... non volevo dire che non stiamo... cioè, non volevo sminuire niente.» «Vedi?» mi interruppe, girando finalmente il viso verso di me. I suoi occhi scuri erano due fessure lucide. «Cosa?» Lei si staccò dal muro. «È proprio questo, Andrea. Guarda come ti incarti. Io non ti ho chiesto di essere il mio fidanzato.» «Lo so.» «Non ti ho chiesto una promessa, né un anello, né niente del genere.» «Lo so, Angela.» «Però quando siamo soli fai una cosa, ti comporti in un modo. E appena qualcuno ti chiede cos'è questa cosa che stiamo facendo, tu fai due passi indietro.»

Rimasi in silenzio. Aveva fottutamente ragione. Il mio mutismo non era una difesa, era una resa. Angela si passò una mano tra i ricci, ammorbidendo leggermente il tono. «Mi piaci. Parecchio. E credo di piacerti.» «Sì,» risposi subito, la voce ferma. «Mi piaci tantissimo.» «Allora per ora mi basta questo,» sentenziò, avvicinandosi di mezzo passo. «Anche a me,» le feci eco. «Però non farmi sentire scema, Andrea. Mai più.»

La tensione rimase lì, sospesa tra di noi nell'aria umida della notte. Non era completamente risolta, c'era ancora uno spigolo vivo che premeva contro il petto, ma in qualche modo avevamo tracciato una linea. Angela guardò oltre la mia spalla. A pochi metri di distanza, mezza nascosta dall'ombra dell'edificio, c'era una vecchia cabina fotografica automatica, una di quelle cabine vintage che stampano quattro scatti in sequenza su una striscia di carta lucida. I suoi occhi si accesero.

«Facciamo una foto,» disse all'improvviso. La guardai, spiazzato. «Adesso?» «Sì.» «Siamo nel mezzo di una discussione, Angela.» «Appunto.» Mi prese per un braccio, tirandomi verso la tendina scolorita. «Questa è la tua terapia?» chiesi, opponendo una resistenza puramente formale. «Costa quattro euro,» ribatté lei, infilandosi dentro.

Entrai subito dopo di lei e tirai la tendina. La cabina era minuscola, un metro quadro scarso di spazio soffocante. Questo cambiò immediatamente l'energia. Eravamo costretti a stare vicinissimi. Angela si sedette sullo sgabellino girevole, e io dovetti praticamente incollarmi al suo fianco, schiacciandomi contro di lei, per riuscire a entrare nell'inquadratura dello specchio sporco. Inserì le monete. Sul display a cristalli liquidi comparve la scritta: 4 SCATTI. Poi iniziò il countdown.

3... 2... 1... Eravamo entrambi ancora un po' seri, i muscoli facciali tesi dalla discussione appena conclusa. Flash. La luce bianca ci accecò per un istante. L'immagine comparve sul preview. Era una foto imbarazzante, quasi da documento d'identità, con due persone che sembravano odiarsi cordialmente. Angela guardò lo schermo. «Facciamo schifo.» «Parla per te,» replicai. «Sembri sequestrato.» «Lo sono emotivamente.» Lei scoppiò a ridere, una risata vera che le fece buttare la testa all'indietro. La tensione si incrinò, perdendo la sua consistenza di piombo.

Il display segnò di nuovo il countdown. 3... 2... 1... Un secondo prima del lampo, Angela allungò una mano e mi schiacciò una guancia con il palmo, deformandomi l'espressione. Io, d'istinto, alzai due dita dietro la sua testa per farle le corna.Flash. Guardammo lo schermo e ridemmo di gusto. Eravamo di nuovo noi. La pesantezza del pub e di Sara era rimasta fuori dalla tendina. La storia erotica e sentimentale è sempre un crescendo; si parte adagio, con preliminari arguti e un'attrazione sottile, per poi passare ad approcci più diretti. E noi stavamo scivolando esattamente su quel piano inclinato.

«La terza la scelgo io,» annunciò Angela, la voce che si abbassava di mezza ottava. 3... 2... 1... Mentre il timer scadeva, mi prese il mento con due dita, girò il mio viso verso di sé e mi stampò un bacio umido e sonoro sulla guancia. Flash.Rimasi sorpreso, gli occhi sgranati. Sul preview, la sua bocca era premuta contro la mia pelle, i suoi occhi chiusi, il suo corpo praticamente addosso al mio. «Questa è propaganda,» commentai, sentendo il respiro che iniziava a farsi corto. Lei mi sfiorò il labbro inferiore con il pollice. «Questa è documentazione.»

Poi partì l'ultimo countdown. La quarta foto. 3... Eravamo vicinissimi. Sentivo il suo respiro caldo sul viso, il profumo di vaniglia che saturava l'aria viziata della cabina. La guardai negli occhi. Lei guardò me. Nessuno dei due aveva intenzione di fare una faccia stupida. 2... «Che c’è?» sussurrò Angela. «Niente.» 1...

Azzerai la distanza e la baciai. Flash. La macchina scattò, ma noi non ci staccammo. Il conto alla rovescia era finito, lo schermo si era spento in attesa della stampa, ma la spontaneità assoluta di quel momento aveva ormai preso il controllo, vincendo su qualsiasi altra cosa. Il bacio, iniziato come una dimostrazione a favore di telecamera, divenne immediatamente affamato, profondo.

La cabina era troppo stretta, e quell'assenza di spazio fece da acceleratore. Angela mi prese il colletto della camicia, tirandomi ancora più giù contro di sé. Io le afferrai la vita, stringendo la carne morbida sotto il tessuto leggero. Lei si spostò sullo sgabello, accavallando una gamba e finendo quasi seduta sulle mie cosce. Eravamo un incastro perfetto, disordinato e bollente.

Non c'era spazio per muoversi, ma ce n'era abbastanza per cercarsi. La mia mano scivolò dal suo fianco, scendendo lungo l'addome piatto fino a incontrare il bottone di metallo dei suoi jeans. La guardai negli occhi, le nostre bocche a un millimetro di distanza. Lei annuì, un respiro tremante che le aprì le labbra. Con un movimento rapido, slacciai il bottone e abbassai la cerniera. Il denim era stretto, rigido, e creava una pressione deliziosa mentre infilavo la mano sotto il tessuto, superando l'elastico degli slip di pizzo. La sua pelle era bollente. Le mie dita trovarono subito il suo centro, già bagnato, gonfio di un'eccitazione che stava montando da tutta la serata.

Angela soffocò un gemito contro la mia bocca quando il mio dito medio scivolò lungo la fessura scivolosa, trovando il clitoride. Iniziai a strofinarlo con movimenti lenti, circolari, premendo contro il tessuto stretto dei jeans che le fasciava i fianchi e le impediva di aprire completamente le gambe, costringendola a spingere il bacino contro il mio palmo. «Andrea...» sussurrò, ansimando, le unghie piantate nelle mie spalle. La baciai sul collo, succhiando la pelle sensibile sotto l'orecchio. Il crescendo era ormai inarrestabile, un'apoteosi dei sensi che ci stava travolgendo in quello spazio minuscolo. Spinsi un dito dentro di lei. Era stretta, caldissima, e si contrasse attorno al mio polpastrello con un fremito violento. Subito dopo, ne infilai un secondo.

Iniziai a muovere le dita dentro e fuori, lentamente all'inizio, poi con un ritmo più costante, stuzzicandola. L'attrito fluido, il suono umido dei nostri corpi, i gemiti bassi che Angela cercava di soffocare mordendosi il labbro o nascondendo il viso nell'incavo del mio collo: era tutto di un erotismo crudo, viscerale, perfetto. Schiacciata com'era nello spazio angusto, non poteva muoversi molto, così iniziò a inarcare la schiena e a spingere ritmicamente il bacino contro le mie dita, cavalcando il movimento della mia mano. La tensione la stava piegando. Il suo respiro era un rantolo disperato, i muscoli delle sue cosce tremavano contro le mie.

Si staccò dal mio collo per un istante, gli occhi lucidi e scuri, le guance in fiamme. «Questa non era prevista,» ansimò, la voce rotta dal piacere mentre il mio pollice tornava a torturarle il clitoride. «Hai detto che la quarta era libera.» «Non l'ho detto.» «L'hai pensato.» «Bugiardo.»

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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