Si avventò di nuovo sulla mia bocca, baciandomi con una foga cieca, disperata, mentre i suoi fianchi acceleravano le spinte contro la mia mano. Sentivo le sue contrazioni farsi sempre più vicine, sempre più strette. E in quei secondi di pura passione, successe la cosa più importante di tutte. Non pensai a Elena. Non pensai a Lulu. Non pensai al pub, a Sara o alla parola "fidanzata". Il mio cervello, per la prima volta da mesi, era completamente svuotato. Esisteva solo Angela, il suo sapore, il calore del suo corpo stretto al mio e il rumore meraviglioso del suo piacere.
Stava per venire, me ne accorsi dal modo in cui mi strinse i capelli sulla nuca, quando un rumore acuto e meccanico distrusse il silenzio ovattato della cabina. TRRRRR. La stampante all'esterno aveva iniziato a sputare fuori la striscia di carta. Ci bloccammo di colpo. Il mio polso si fermò. Angela sgranò gli occhi, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, poi scoppiò in una risata cristallina e incontrollabile, lasciandosi cadere con la fronte contro la mia spalla. «Abbiamo prodotto prove,» ansimò, cercando di ricomporsi.
Ritirai la mano con riluttanza. Lei si sistemò gli slip, tirò su la cerniera e si allacciò il bottone dei jeans, ancora scossa dalle risate e dai brividi dell'eccitazione interrotta. Uscimmo dalla cabina, l'aria notturna che ci sembrò improvvisamente gelida sui volti accaldati. Angela tirò fuori la striscia fotografica dalla fessura metallica.
La guardammo insieme sotto la luce del neon. Noi due seri e distanti. Noi due idioti e felici. Lei che mi baciava sulla guancia, sfacciata. Noi due che ci baciavamo davvero, un secondo prima di perdere il controllo. Era praticamente la storia del nostro intero rapporto, riassunta in quattro fotogrammi. La fissai, sentendo una stretta di gratitudine assoluta per la ragazza che avevo accanto.
Angela alzò lo sguardo dalla carta lucida e mi guardò. «Quindi?» chiese, con un mezzo sorriso. «Quindi cosa?» Sventolò la striscia tra due dita. «Queste come le definiamo?» Ritornava il tema. La grande domanda della serata, riproposta in miniatura. La guardai, poi guardai le foto, poi di nuovo lei. «Foto,» risposi, impassibile.
Angela mi fissò malissimo, stringendo gli occhi. «Sei un coglione.» «Era tecnicamente corretto,» mi difesi, facendo spallucce. Lei rise suo malgrado, ma sotto la risata restava un filo di quella tensione. Avevo scherzato ancora una volta, per non dover rispondere alla domanda vera. Senza dire una parola, Angela prese la striscia per le estremità e la strappò esattamente a metà. Due foto a testa. Mi allungò la parte superiore.
«Ehi,» protestai, prendendo il mio pezzo di carta. «Custodia condivisa,» decretò lei. «Di cosa?» Si girò verso di me, incamminandosi di nuovo verso l'ingresso del bar. Mi lanciò un'occhiata da sopra la spalla, gli occhi che brillavano di un misto perfetto di malizia e intelligenza. «Non mettiamo etichette, ricordi?»
La frase era perfetta. Un capitolo che finiva con un piccolo mistero e una promessa sospesa, un equilibrio che mi teneva sulla corda e mi faceva venire voglia di seguirla ovunque stesse andando. Era maledettamente divertente, sì. Ma sapevo bene che, sotto quel sorriso, c'era la lama sottile di un avvertimento.
Rientrammo nel locale lasciandoci alle spalle l'aria umida e l'intimità soffocante della cabina fotografica. Il rumore del pub ci investì di nuovo, un muro solido di voci, risate sguaiate e musica in sottofondo. Mentre ci facevamo largo tra le sedie per tornare al nostro tavolo, notai che la postura di Angela era cambiata. Camminava più vicina a me, i nostri fianchi si sfioravano a ogni passo, eppure la tensione non era svanita del tutto. Avevamo condiviso un climax fisico, un'esplosione di desiderio puro che ci aveva travolti e consumati per qualche minuto, ma la questione fondamentale restava esattamente dove l'avevamo lasciata: sospesa e irrisolta.
Ci sedemmo ai nostri posti. Sara era ancora lì, impegnata a discutere animatamente con Fede di qualcosa che non mi interessava minimamente. Dall'altra parte della tavolata, Luciana stava ascoltando Dario, ma con la coda dell'occhio registrò il nostro ritorno. Gli altri finsero di non aver notato la nostra assenza prolungata, o forse, persi nelle loro conversazioni e nell'alcol, non se ne erano accorti per davvero.
Per qualche minuto non successe assolutamente nulla. Nessun gesto, nessuna parola tra me e Angela. Lei si reinserì subito nella discussione con Miriam, parlando di non so quale corso in palestra, la voce allegra e il viso apparentemente rilassato. Ma sotto il tavolo, lontano dagli sguardi di tutti, fece una cosa precisa. Appoggiò la mano sul bordo della panca di legno, a pochissimi centimetri dalla mia coscia. Non me la prese. Non cercò il contatto in modo attivo. La lasciò semplicemente lì, in bilico. Il messaggio era limpido: la mossa, adesso, spettava a me.
La guardai. Apparentemente non mi stava prestando la minima attenzione. Rideva a una battuta della sua amica, gesticolando con la mano libera. Fissai le sue dita smaltate a un palmo dalle mie. Sapevo che avrei potuto ignorarle. Avrei potuto aspettare di essere di nuovo soli in macchina, nel buio, per toccarla. Avrei potuto continuare a vivere tutto privatamente, lasciandola in quel limbo di cose negate in pubblico per non turbare i fantasmi del mio passato o per non dover dare spiegazioni a chi mi guardava. Sarebbe stata la scelta più facile, la mia solita via d'uscita per codardi. Invece, senza pensarci un secondo di più, scivolai con la mano sulla panca e le presi le dita.
Non fu un bacio plateale in mezzo al bar. Non mi alzai in piedi per annunciare a Sara e al resto della provincia che quella era la mia fidanzata. Sarebbe stato falso, prematuro, e avrebbe chiuso con l'accetta un conflitto che aveva ancora bisogno di tempo per respirare. Le intrecciai semplicemente le dita sotto il tavolo. Una morsa salda, pelle contro pelle.
Angela interruppe a metà la frase che stava dicendo. Fu una frazione di secondo, un'esitazione quasi impercettibile. Girò il viso verso di me. Io non la guardai subito. Fissavo ostinatamente il mio bicchiere mezzo vuoto, sentendo un calore fastidioso salirmi lungo il collo, figlio della mia solita, cronica vergogna. Poi, feci un respiro profondo e incrociai i suoi occhi scuri.
Lei mi guardò in silenzio. Strinse la mia mano, ricambiando la presa. Ma non sorrise. Non completamente, almeno. L'ombra dell'irritazione, la ferita per quel mio stupido passo indietro di mezz'ora prima, era ancora lì, annidata dietro le sue pupille. Il problema non era risolto. Quel gesto silenzioso non era una formula magica che cancellava le mie insicurezze o le sue aspettative. Era solo un passo. Ma era un passo reale.
Dall'altra parte della tavolata, in mezzo al caos di boccali vuoti e portacenere pieni, Luciana si portò la bottiglia di birra alle labbra. Mentre beveva, il suo sguardo scivolò verso il basso per un singolo, interminabile secondo, superando il bordo del tavolo. Vide le nostre mani intrecciate. Non fece nessuna smorfia, non alzò gli occhi al cielo, non cambiò espressione. Deglutì la birra, posò la bottiglia sul legno appiccicoso e tornò a voltarsi verso Dario, annuendo a qualcosa che lui le stava raccontando. Io non me ne accorsi nemmeno, la mia attenzione era totalmente assorbita dal peso della mano di Angela nella mia.
Nella tasca dei jeans avevo due mezze fotografie su carta lucida che non sapevo come definire. Alla mia destra, Angela mi teneva la mano sotto il tavolo senza guardarmi, tornata a chiacchierare con le sue amiche come se nulla fosse. Non sapevo ancora dire cosa fossimo. Il fantasma di Elena mi attraversò la mente per un istante, automatico come un respiro, ma per la prima volta non si portò dietro il gelo di sempre. E lei, la ragazza sfacciata e bellissima seduta al mio fianco, evidentemente non aveva ancora deciso se perdonarmi del tutto. Però, quando provai ad allentare appena le dita per prendere il bicchiere, Angela strinse più forte. Lasciai perdere il bicchiere.
Ti è piaciuto?
sono alle prime armi con i racconti erotici e spero possiate apprezzare quello che pubblico.
Altri racconti di ale🍻
intrigante, scritto molto bene