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Erotika
Lulu · Cap. 7
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Capitolo 7 di 8 40 min di lettura

Scopata in Doccia, Lulu con un Altro

Tra una lezione di danza che prende una piega decisamente diversa e una notte in discoteca, Andrea scopre quanto alcune relazioni siano cambiate senza chiedergli il permesso.
E mentre Angela diventa sempre più la sua ragazza, vedere Lulu tra le braccia di un altro gli lascia addosso una sensazione che non sa ancora nominare.

ale🍻
11 ore fa · 10 letture · 0

Ridemmo entrambi col fiato corto, e un secondo dopo spinsi il bacino in avanti ed entrai dentro di lei con un colpo unico,profondo. Il gemito di Angela riempì tutto il bagno, mescolandosi al mio grugnito roco contro il suo collo. La sensazione della sua figa calda e strettissima che mi avvolgeva per intero mentre fuori l'acqua ci scrosciava addosso era quasi violenta per quanto era intensa; il contrasto tra la pelle bagnata che scivolava e il calore interno, denso e pulsante attorno al mio cazzo, mi fece tremare le gambe. Angela sfruttò tutta la sua elasticità in modo naturale: tenendo la schiena appoggiata alle piastrelle, mi avvolse la gamba libera ben alta attorno al fianco, stringendomi con il tallone dietro i glutei e muovendo il bacino con una mobilità incredibile per venirmi incontro a ogni spinta.

Iniziai a muovermi dentro di lei con passione, tenendola su con una mano piantata sotto la natica e l'altra che correva dal suo fianco al seno, stringendoglielo mentre affondavo il cazzo fino alla base. Ogni colpo produceva un suono umido,schiaffeggiato dall'acqua che ci cadeva sulle spalle, e a ogni spinta Angela inarcava la schiena, guardandomi dritto negli occhi con quel mezzo sorriso sfacciato che si scioglieva subito in un gemito quando la toccavo in fondo. Le baciai la bocca, il mento, la linea del collo, mordendole piano la spalla mentre acceleravo il ritmo. A un certo punto, nel tentativo di spingere ancora più a fondo sollevandola di più, il mio piede destro scivolò di qualche centimetro sul piatto doccia insaponato. Mi aggrappai di scatto al bordo del muro con la mano libera, bloccandomi dentro di lei con il cuore in gola.Angela strinse le braccia e la gamba attorno a me come una morsa, sgranando gli occhi prima di scoppiare a ridere contro la mia guancia. «Non morire.» «Se mi rompo il collo qui dentro,» ansimai, riprendendo l'equilibrio sui piedi e tenendola stretta, «racconta a tutti che è successo facendo qualcosa di più dignitoso.» Lei mi morse il lobo dell'orecchio, muovendo piano il bacino attorno al mio cazzo ancora fermo dentro di lei. «Dirò che non sapevi ballare.» «Stronza.»

La baciai con ancora più foga per chiuderle la bocca e ripresi a spingere, piantando bene i piedi e usando il muro come leva. L'intesa tra noi era totale: non c'era nessun imbarazzo, solo il piacere crudo dei nostri corpi che ormai si conoscevano e sapevano esattamente come portarsi al limite. Le presi entrambe le gambe, facendogliele allacciare attorno alla mia vita mentre la tenevo schiacciata contro le piastrelle calde, e aumentai l'intensità dei colpi. Il mio cazzo entrava e usciva dalla sua figa bagnata con un ritmo serrato, profondo, mentre facevo scivolare una mano tra i nostri ventri per strofinarle il clitoride a tempo con le spinte. Angela smise di sorridere; le sue dita mi affondarono nella carne delle spalle,la bocca aperta in una serie di gemiti spezzati e sinceri che si perdevano nel rumore dell'acqua, gli occhi fissi nei miei fino all'ultimo secondo prima di chiuderli di colpo. «Andre...» ansimò, stringendo la fronte contro la mia tempia.

Sentii la sua figa contrarsi violentemente attorno al mio cazzo, uno spasmo caldo e ritmico che mi strinse in una morsa strettissima mentre tutto il suo corpo iniziava a tremare tra le mie braccia, scosso da un orgasmo lungo che le fece inarcare la schiena contro il muro. Vedere il suo viso stravolto dal piacere sotto il getto d'acqua e sentirla pulsare in quel modo attorno a me mi tolse ogni freno: spinsi dentro di lei ancora due, tre volte con tutta la forza che avevo, baciandole il collo aperto, e venni con un gemito profondo e liberatorio, scaricando ogni briciolo di tensione dentro di lei mentre le gambe ci tremavano sotto il vapore.

Scivolò piano con i piedi sul piatto doccia, ma nessuno dei due fece il gesto di staccarsi. Rimanemmo fermi così per lunghi secondi, abbracciati sotto il getto caldo che continuava a scrosciare sulle nostre teste, con i petti che battevano uno contro l'altro e il respiro che tornava lento un poco alla volta. Appoggiai il mento sopra la sua testa bagnata, guardando l'acqua correre via verso lo scarico. «Ci siamo lavati malissimo,» mormorai con la voce ancora roca. Angela alzò appena il viso dal mio petto, regalandomi un sorriso stanco. «Parla per te.»

Uscire dal box doccia significò passare dal tropico umido al gelo delle piastrelle del bagno in mezzo secondo. Il vapore saturava ancora la stanza, appannando lo specchio sopra il lavandino fino a renderlo una lastra grigia. Allungai il braccio verso il termosifone per prendere l'accappatoio e il telo grande che avevo appoggiato lì prima di entrare, ma Angela fu più veloce: mi sfilò da sotto il naso l'asciugamano caldo e ci si avvolse dentro da capo a piedi, lasciandomi con quello più piccolo e umido appeso dietro la porta.

«Ladra,» le dissi, strizzandomi i capelli sopra il tappetino. «Sopravvivenza,» rispose lei, strofinandosi le spalle con un'espressione beata.

Dato che i suoi vestiti da allenamento erano ancora ammucchiati sul pavimento in condizioni pietose, andai in camera e le presi dal cassetto una delle mie magliette nere più larghe. Quando se la infilò, l'orlo le arrivò quasi a metà coscia,coprendole gli slip; rimase a piedi scalzi, con i ricci ancora bagnati che scurivano il cotone sulle spalle. Mentre recuperavo il telefono lasciato sulla scrivania, lo schermo si illuminò per una notifica. Era Fede.

Fede: sei ancora con la tua ragazza?

Avevo ancora la testa mezza vuota per il vapore e per quello che avevamo appena fatto sotto l'acqua. Senza nemmeno starci a riflettere, sbloccai il cellulare con il pollice e digitai due lettere.

Andrea: sì

Proprio in quel momento Angela mi passò dietro la schiena per posare il pettine sul comodino e buttò distrattamente l'occhio sullo schermo acceso. Si fermò a metà passo. Nella stanza calò un silenzio improvviso. «Hai scritto sì,» disse piano. Mi girai a metà, tenendo ancora il telefono in mano. «A cosa?» Angela alzò un dito e indicò il display. Abbassai lo sguardo, rilessi il messaggio di Fede e poi la mia risposta appena inviata. «Ah,» mi scappò. Angela incrociò le braccia sotto il petto, appoggiando il fianco al bordo del comodino. «Ah.» Grattai il retro del telefono con l'indice, sentendo un mezzo sorriso tirarmi l'angolo della bocca. «A quanto pare.» Lei inarcò un sopracciglio, studiandomi con gli occhi scuri ancora lucidi. «Siamo diventati fidanzati così? Per interposta persona su WhatsApp?» «Non lo so.» «Molto romantico,Andrea.» Allungai una mano, la presi per il tessuto largo della mia maglietta e la tirai contro di me, chiudendole le braccia attorno alla vita. «Ti lamenti?» Angela appoggiò le mani sul mio petto ancora umido e sorrise. «Non particolarmente.»

Non ci fu nessuna domanda solenne, nessun discorso ufficiale per mettere il timbro sulla serata. Il punto non era esserci chiesti il permesso; il punto era che, arrivati lì, nessuno dei due sentiva più il bisogno di correggere la parola quando la usavano gli altri.

Due giorni dopo era sabato sera, e il registro della settimana cambiò completamente. Angela aveva organizzato da tempo un'uscita tra ragazze con Sonia e Miriam in un locale fuori zona; io avevo promesso a Fede e Marco una serata intera col vecchio gruppo, e Lulu doveva vedersi in discoteca con un po' di gente dell'università per festeggiare finalmente la fine della sessione d'esami. Dato che andavamo tutti nello stesso posto e che io e Lulu abitavamo letteralmente a dieci metri di distanza, la cosa più logica del mondo fu andare insieme con una macchina sola.

Alle dieci e mezza ero già pronto sul divano. Presi il telefono.

Andrea: scendi?Lulu: 5 minutiAndrea: quindi 20Lulu: vestiti meglio e aspetta

Scesi in strada con calma, accesi il motore della Punto per scaldare un po' l'abitacolo nell'aria pungente di ottobre e mi misi a scorrere il telefono sotto il solito lampione. Passarono diciassette minuti esatti prima che il portone di vetro dall'altra parte del marciapiede si aprisse. Alzai gli occhi dal cellulare e rimasi con il pollice fermo a mezz'aria.

Non avevo mai visto Lulu vestita davvero per andare a ballare. Nella mia testa lei era catalogata sotto un'estetica precisissima fatta di felpe sformate, pantaloni della tuta, magliette larghe da casa, occhiaie da diritto privato e capelli tirati su con le mollette da cucina. La ragazza che stava attraversando la strada sotto la luce gialla del lampione portava una gonna nera corta che le lasciava scoperte le gambe, un paio di stivali alti fin sotto il ginocchio e un top scuro e aderente sotto una giacca di pelle aperta. Aveva i capelli sciolti, lavorati in onde morbide che le cadevano sulle spalle, e un trucco più deciso del solito che le allungava il taglio degli occhi neri. Non c'era niente di volgare o fuori posto; era semplicemente un'altra versione di lei che non avevo mai preso in considerazione.

Aprì la portiera del passeggero ed entrò in macchina portandosi dietro un'ondata netta di profumo, non il solito odore di shampoo e caffè, ma qualcosa di caldo, speziato, decisamente da sera. Si tirò giù il bordo della gonna, prese la cintura di sicurezza e la agganciò. Solo allora si accorse che non avevo ancora messo la marcia e che la stavo fissando in pieno silenzio. Si girò verso di me. «Che?» «Niente,» dissi subito, rimettendo le mani sul volante. Lulu strinse gli occhi,scrutandomi nella penombra del cruscotto. «Hai fatto la faccia.» Sbatté la nuca contro il poggiatesta, chiudendo gli occhi verso il tettuccio della macchina. «GIURO CHE VI ODIO.» Lei scoppiò a ridere, un suono pieno e leggero che riempì tutto l'abitacolo mentre ingranavo la prima e partivo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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