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Erotika
Calpestami! · Cap. 4
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Capitolo 4 di 5 22 min di lettura

Umiliazione in Vivavoce

garg è a casa di raffy e sembra star succedendo di tutto...

Alessia
5 mesi fa · 941 letture · 3

«Sì... così... sei una puttana, Raffaella. Una puttana che ama essere trattata come tale,» sussurrai, spingendo più a fondo. «Lo vedi? Il tuo corpo mente. Il tuo corpo mi vuole.»

Lei chiuse gli occhi, scacciando la verità, e aumentò il ritmo, le sue labbra si stringevano attorno alla mia carne, la sua lingua mi avvolgeva, la sua saliva mi bagnava tutto. La sentii ansimare, la sentii tremare. Sentii che stava perdendo il controllo, che stava cedendo al piacere che la stava divorando.

«Ma così... cazzo...» gemetti io, la mia voce rotta dal piacere. «Sei brava... sei una brava cagna...»

Lei ringhiò, un suono animalesco che mi vibrò sul cazzo. Mi stava portando al limite. Ma non volevo finire così. Non ancora. Con un movimento brusco, la spinsi via.

Lei cadde indietro, sedendosi sul tappeto, il seno nudo che si alzava e si abbassava pesantemente, le labbra gonfie e lucide. Mi guardò, confusa, furiosa.

«Perché... perché ti sei fermato?» domandò, la voce tremante.

«Perché?» le chiesi, piegandomi su di lei. Il mio viso era a un soffio dal suo. Le vidi le labbra tremare, la vidi indecisa tra l'odio e il desiderio. Le afferrai il mento con forza, costringendola a guardarmi negli occhi.

«Perché una puttana come te non decide quando finisce,» le sibilai, e poi le sputai in faccia. Un getto caldo e umido le colpì la guancia e il labbro. Si irrigidì, un lampo di puro disguso sul viso, ma non si mosse. «Ora sputa così sul mio cazzo e succhialo. Ancora più intensamente.»

Lei sbatté le palpebre, la saliva del mio sputo le colava lungo il mento. Per un secondo pensai che mi avrebbe morsicato, che sarebbe scappata. Invece, lentamente, raccolse la saliva con la lingua, poi, abbassando la testa, la sputò sulla mia cappella, già lucida e dura. Lo guardò, un filo brillante che collegava le sue labbra alla mia pelle, poi si tuffò.

Lo prese in bocca con una fame che prima non aveva. Non era più solo obbedienza, era avidità. Mi succhiò con violenza, la testa che si muoveva su e giù, i capelli che mi flagellavano le cosce. Sentivo la gola contrarsi mentre cercava di prendermi tutto.

«Usa anche le tette,» le ordinai, la voce roca. «Fammi vedere quanto sei troia.»

Lei obbedì senza esitazione. Si tirò indietro, il fiato corto, il viso rosso per lo sforzo. Mi prese il cazzo tra le mani e lo strinse tra le sue tette grandi e morbide. Iniziò a muoverle su e giù, il cazzo che spariva e riappariva tra la carne bianca e piena. Le sue dita stringevano i seni, schiacciandoli contro di me, mentre la sua lingua leccava la punta ogni volta che spuntava fuori.

«Cazzo... sì... così...» gemetti io, la mano che si aggrappava ai suoi capelli. «Più forte. Sfregami sulle tue tette, troia.»

Lei accelerò il ritmo, il respiro corto, gli occhi fissi sul mio viso. C'era un'espressione di pura lussuria nel suo sguardo, un bisogno animalesco di farmi godere. Mi sentivo arrivare, un calore che si espandeva dalla pancia, una tensione che stava per esplodere.

«Guarda negli occhi miei mentre ti riempio di sborra,» sibilai. «Voglio vedere la faccia della troia che ama essere inondata.»

Lei alzò lo sguardo, e i nostri occhi si incrociarono di nuovo. Vidi il piacere mescolato all'odio, vedi la lotta interiore che la stava consumando. Era una vittoria. La stavo piegando, la stava trasformando in quella che volevo.

«Apri la bocca,» ordinai. «Apri la bocca e prendi tutto.»

Lei aprì la bocca, la lingua fuori. Con un ultimo, potente strattone, mi lasciai andare. Un getto caldo e denso di seme le colpì il viso, gli occhi, le labbra. Un altro le inondò la bocca, colando lungo il mento. Mi venni sulle sue tette, sulla sua pancia, marcandola come mia proprietà. Lei ansimò, deglutendo, il corpo che tremava sotto il mio.

Mi lasciai andare sul letto, esausto, il cuore che batteva all'impazzata. Lei rimase lì, in ginocchio sul pavimento, coperta del mio sperma, il respiro affannoso. Per un lungo momento, il solo suono nella stanza fu il nostro respiro affannato.

Poi, lentamente, si alzò. Senza dire una parola, si avvicinò al letto. Si sdraiò accanto a me, il suo corpo caldo e appiccicoso contro il mio. Mi guardò, i suoi occhi ancora pieni di odio, ma anche di qualcos'altro. Qualcosa di nuovo. Qualcosa che mi faceva paura e mi eccitava allo stesso tempo.

«Sì... è stato bello,» ammise, la voce un filo roco. Si voltò verso di me, il suo corpo caldo e unto contro il mio. Un lampo dell'odio di sempre ritornò nei suoi occhi. «Sei comunque uno stronzo. Uno stronzo schifoso.»

«E tu una puttana ingrata,» le risposi, senza guardarla. Ma sentii la sua mano che mi accarezzava il petto, un tocco che era allo stesso tempo dolce e violento, come volesse graffiarmi la pelle e allo stesso tempo cercare conforto.

«Ma nessuno... nessuno aveva mai avuto il coraggio di trattarmi così,» continuò, le sue dita che disegnavano cerchi intorno ai miei capezzoli. Si avvicinò, il suo respiro caldo sul mio collo. «Allora... c'è vuoi anche le coccole, prima di andare via, stronzo?»

La sua provocazione riaccese una fiamma dentro di me. Mi voltai, la afferrai per i polsi e la schiacciai contro il materasso. Il mio cazzo, che si era appena addormentato, iniziò a risvegliarsi, pulsando contro la sua coscia.

«Credi davvero che mi accontenterò solo della tua bocca da troia, Raffaella?» le chiesi, la voce un ringhio basso. «Credi che la storia finisca qui?»

Il suo corpo si tese sotto il mio. L'odio ritornò nei suoi occhi, ma questa volta c'era anche qualcos'altro. Paura. Una paura che la rendeva ancora più desiderabile.

«Ora ti scoperò, Raffy,» annunciai, le mie parole una sentenza. «Scoperò ogni centimetro di te, finché non ti resterà solo il mio nome sulle labbra.»

Lei lottò, ma era inutile. La mia forza la sovrastava. Il mio peso la inchiodava al letto.

«No!» gridò, la voce rotta. «Non puoi!»

«E perché non potrei?» le chiesi, sorridendo. «Hai già tradito il mio migliore amico una volta. Cosa ti impedisce di farlo di nuovo?»

Lei smise di lottare. Il suo viso si distese, e per un momento pensai che si fosse arresa. Invece, mi guardò dritta negli occhi, e le sue parole mi colpirono come un pugno.

«Perché nessuno... nessuno l'ha mai fatto,» sussurrò lei, la voce tremante. «Sono vergine, Garg.»

La confessione mi lasciò senza fiato. Per un attimo, il mondo si fermò. La vedevo lì, sotto di me, nuda, vulnerabile, con il suo segreto più profondo svelato. E in quel momento, capii che non l'avrei più potuta odiare.

Ma non potevo nemmeno fermarmi. Non ora. Non dopo tutto quello che era successo.

«Vergine?» ripetei, la voce incredula. «Tu? La reginetta delle troie, la fottuta mocciosa che si toglie le scarpe e si appoggia i piedi in faccia a chiunque? Vergine?»

Lei scosse la testa, le lacrime che le scendevano lungo le guance. «È una bugia... lo so... ma è la verità. Ho avuto paura... ho sempre avuto paura...

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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Scritto da
Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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