Mi lasciai scivolare contro la parete fredda dell'androne. Il marmo mi ghiacciava la schiena attraverso la camicia, ma il bruciore sulla guancia era l'unica cosa che riuscivo a sentire davvero. Erano le quattro di notte. Qualsiasi uomo con un briciolo di dignità si sarebbe voltato, sarebbe tornato al suo SUV e avrebbe chiuso quella storia malata per sempre. Ma la mia dignità l'avevo sputata via insieme all'ultimo sorso di vodka bevuto dal suo piede.
Passò mezz'ora. Fissavo il pavimento, il buio del palazzo rotto solo dalla luce al neon dell'ascensore. Mi sentivo una merda. Uno straccio vecchio usato per asciugare i suoi capricci. Tirai fuori il telefono. Fissai la chat vuota per un minuto buono, il pollice che tremava sopra la tastiera.
Garg: Scendi giù. Dobbiamo parlare.
Inviai. Spunta grigia. Poi doppia spunta blu. Nessuna risposta.
Restai lì, seduto a terra, mentre i minuti si trascinavano. L'alcol che avevo in corpo mi teneva sveglio, alimentando un misto di disperazione e rabbia animale. Passò un'altra mezz'ora. Erano le cinque del mattino quando lo schermo del mio telefono si illuminò, ferendomi gli occhi.
Raffy: Sali, coglione. Ultimo piano.
Mi alzai di scatto. I muscoli indolenziti protestarono, ma non me ne fregava nulla. Chiamai l'ascensore e premetti il pulsante. Il tragitto verso l'ultimo piano sembrò durare un'eternità. Il cuore mi martellava contro le costole.
Quando le porte si aprirono, la trovai già sulla soglia, la porta di casa socchiusa. Mi bloccai sul posto. Si era tolta quel tubino nero da troia da discoteca, eppure, quello che aveva addosso ora era cento volte più letale. Indossava un pigiamino casereccio di cotone leggero: un paio di pantaloncini grigi così corti e sfilacciati che le scoprivano metà delle natiche e una canottiera bianca, sformata, chiaramente priva di reggiseno. I capezzoli turgidi spuntavano prepotenti sotto il tessuto sottile. Ma la cosa che mi mandò in cortocircuito il cervello furono i capelli: si era fatta due treccine bionde che le ricadevano sulle spalle. Le davano un'aria da scolaretta innocente, un contrasto così perverso e osceno con il trucco sbavato e lo sguardo da vipera che mi fece pulsare di nuovo l'inguine in modo doloroso. E, ovviamente, era scalza. Le dita dei piedi smaltate di bordeaux affondavano nel parquet dell'ingresso.
«Muoviti a entrare, prima che ti veda qualche vicino,» sibilò, staccandosi dallo stipite e facendomi segno di passare.
La sua voce era leggermente impastata. L'alcol della serata stava presentando il conto, rendendola meno lucida ma, se possibile, ancora più cattiva.
Entrai. Chiuse la porta alle mie spalle e girò la chiave. Il clic metallico mi fece sentire in trappola, ma era esattamente la trappola in cui volevo cadere. L'appartamento era buio, illuminato solo dalla luce dei lampioni che filtrava dalle tapparelle abbassate. L'aria sapeva di lei, di quel fottuto profumo dolce che mi stava fottendo la vita.
«Pensavi che mi fossi addormentata?» mi provocò, incrociando le braccia sotto il seno per spingerlo in fuori, barcollando impercettibilmente sui talloni. Mi guardò dall'alto in basso, gli occhi socchiusi dietro le lenti sottili. «Pensavi di potermi sbattere contro un muro come uno scaricatore di porto e passarla liscia? Chi cazzo ti credi di essere, Garg?»
«Sono quello che hai fatto salire a casa tua alle cinque del mattino, mentre il tuo ragazzo è in montagna,» le risposi, la voce roca, facendo un passo verso di lei.
«Fermo lì,» ordinò, alzando una mano. «Non ti ho fatto salire perché ti voglio. Ti ho fatto salire perché mi facevi pena. Eri seduto là sotto come un cane bastonato, mi stavi sporcando l'androne con la tua disperazione.» Fece una risatina crudele, passandosi una mano sul viso. «Ti ho fatto entrare solo per darti l'opportunità di farti perdonare. Perché mi hai mancato di rispetto, e adesso devi strisciare.»
«Strisciare?» ripetei, stringendo i pugni.
«Sì, strisciare,» ribadì lei, avvicinandosi. Il suo respiro alcolico mi solleticò il viso. Si fermò a un millimetro da me. «Mi hai lasciato lividi sulle braccia. Hai preteso di toccarmi senza il mio permesso. Io non sono la tua puttana, Garg. Sono il tuo fottuto privilegio.»
La guardai. Le due treccine le incorniciavano il viso morbido, i pantaloncini grigi lasciavano scoperte quelle cosce piene e perfette che avevo assaporato in macchina. Era odiosa, viziata, completamente ubriaca di potere e di alcol, ma la desideravo con una violenza che mi spaventava.
«Come vuoi che mi faccia perdonare, strega?» le chiesi, la voce ridotta a un ringhio roco, cedendo al suo gioco malato.
Raffy mi squadrò nel buio del salotto. Le due treccine bionde le ricadevano sulle spalle, dandole quell'aria da scolaretta innocente che stonava in modo grottesco con la crudeltà sadica che le brillava negli occhi. Le sue labbra, ancora gonfie per i miei baci violenti nell'androne, si incresparono in un sorriso lento, velenoso.
«Spogliati,» ordinò, con la freddezza di un generale. «Togliti tutto. E non usare le mani per coprirti. Voglio guardare quanto sei disperato.»
La mascella mi si contrasse. L'istinto mi diceva di mandarla all'inferno, ma l'alcol e quell'ossessione malata che mi corrodeva da mesi presero il controllo. Con movimenti rigidi, mi sbottonai la camicia e la gettai a terra. Slacciai la cintura, feci scivolare giù i jeans e i boxer in un colpo solo. Rimasi lì, nel mezzo del suo salotto, completamente nudo. La mia erezione era una lancia tesa e dolorante, che pulsava in modo osceno sotto il suo sguardo attento.
Raffy mi fissò dalla testa ai piedi. Fece uno schiocco con la lingua, chiaramente compiaciuta dal potere assoluto che aveva su di me. «Sdraiati sulla schiena, sul tappeto. Proprio davanti alla poltrona,» comandò.
Ubbidii. Mi sdraiai sul tappeto ruvido, sentendo il freddo del pavimento contro la pelle nuda. Ero completamente esposto, vulnerabile. Raffy si lasciò cadere sulla poltrona di pelle nera di fronte a me. Allungò le gambe e, con una naturalezza disarmante, poggiò i suoi piedi nudi direttamente sulla mia faccia.
Trattenni il fiato. Le sue piante erano fredde, lisce, e profumavano ancora di quella vodka che le avevo leccato via al locale, mista al sudore della sua pelle. Mi schiacciò le dita contro la bocca, costringendomi a inalarne l'odore. Mi stava usando letteralmente come un fottuto poggiapiedi umano.
Ma l'umiliazione non era finita. Anzi, era appena iniziata. Allungò una mano verso il tavolino di vetro e prese il suo iPhone. Sbloccò lo schermo.
«Adesso, Garg, mi dimostrerai quanto sei un bravo cagnolino,» sussurrò, guardandomi dall'alto in basso, le dita dei piedi che mi accarezzavano le labbra con finta dolcezza. «Sto per chiamare Marco. Se fiati, se fai un solo, minuscolo rumore mentre parlo con il tuo migliore amico... io giuro su Dio che ti scatto una foto così come sei, nudo e ai miei piedi, e gliela mando. Devi stare muto e subire.»
Il sangue mi si gelò nelle vene. No. Era un livello di sadismo e tradimento che rasentava la follia pura. Cercai di scuotere la testa, ma lei premette l'alluce con forza contro le mie labbra per zittirmi, schiacciando il tasto verde sul display. Mise il vivavoce.
Uno squillo. Due squilli. Al terzo, la voce assonnata di Marco invase il silenzio della stanza. «Pronto...? Amore?»
«Ciao, cucciolo!» rispose Raffy. La sua voce cambiò all'istante: la spocchia crudele sparì, sostituita da un tono dolce, angelico e languido. «Scusa se ti chiamo a quest'ora, ti ho svegliato? Sono appena tornata dal locale, non riuscivo a dormire senza sentirti.»
«Tranquilla, piccola...» biascicò Marco, la voce impastata dal sonno. «Com'è andata la serata? Tutto bene?»
Mentre pronunciava quelle parole affettuose, Raffy spostò lentamente i piedi dal mio viso. Li fece scivolare lungo il mio petto nudo, giù per l'addome teso, fino ad arrivare al mio inguine. Trattenni un gemito, mordendomi l'interno della guancia a sangue. Le sue dita smaltate di bordeaux si chiusero a tenaglia attorno alla base del mio cazzo.
