Capitolo 4 - Umiliazione in Vivavoce
garg è a casa di raffy e sembra star succedendo di tutto...
Mi lasciai scivolare contro la parete fredda dell'androne. Il marmo mi ghiacciava la schiena attraverso la camicia, ma il bruciore sulla guancia era l'unica cosa che riuscivo a sentire davvero. Erano le quattro di notte. Qualsiasi uomo con un briciolo di dignità si sarebbe voltato, sarebbe tornato al suo SUV e avrebbe chiuso quella storia malata per sempre. Ma la mia dignità l'avevo sputata via insieme all'ultimo sorso di vodka bevuto dal suo piede.
Passò mezz'ora. Fissavo il pavimento, il buio del palazzo rotto solo dalla luce al neon dell'ascensore. Mi sentivo una merda. Uno straccio vecchio usato per asciugare i suoi capricci. Tirai fuori il telefono. Fissai la chat vuota per un minuto buono, il pollice che tremava sopra la tastiera.
Garg: Scendi giù. Dobbiamo parlare.
Inviai. Spunta grigia. Poi doppia spunta blu. Nessuna risposta.
Restai lì, seduto a terra, mentre i minuti si trascinavano. L'alcol che avevo in corpo mi teneva sveglio, alimentando un misto di disperazione e rabbia animale. Passò un'altra mezz'ora. Erano le cinque del mattino quando lo schermo del mio telefono si illuminò, ferendomi gli occhi.
Raffy: Sali, coglione. Ultimo piano.
Mi alzai di scatto. I muscoli indolenziti protestarono, ma non me ne fregava nulla. Chiamai l'ascensore e premetti il pulsante. Il tragitto verso l'ultimo piano sembrò durare un'eternità. Il cuore mi martellava contro le costole.
Quando le porte si aprirono, la trovai già sulla soglia, la porta di casa socchiusa. Mi bloccai sul posto. Si era tolta quel tubino nero da troia da discoteca, eppure, quello che aveva addosso ora era cento volte più letale. Indossava un pigiamino casereccio di cotone leggero: un paio di pantaloncini grigi così corti e sfilacciati che le scoprivano metà delle natiche e una canottiera bianca, sformata, chiaramente priva di reggiseno. I capezzoli turgidi spuntavano prepotenti sotto il tessuto sottile. Ma la cosa che mi mandò in cortocircuito il cervello furono i capelli: si era fatta due treccine bionde che le ricadevano sulle spalle. Le davano un'aria da scolaretta innocente, un contrasto così perverso e osceno con il trucco sbavato e lo sguardo da vipera che mi fece pulsare di nuovo l'inguine in modo doloroso. E, ovviamente, era scalza. Le dita dei piedi smaltate di bordeaux affondavano nel parquet dell'ingresso.
«Muoviti a entrare, prima che ti veda qualche vicino,» sibilò, staccandosi dallo stipite e facendomi segno di passare.
La sua voce era leggermente impastata. L'alcol della serata stava presentando il conto, rendendola meno lucida ma, se possibile, ancora più cattiva.
Entrai. Chiuse la porta alle mie spalle e girò la chiave. Il clic metallico mi fece sentire in trappola, ma era esattamente la trappola in cui volevo cadere. L'appartamento era buio, illuminato solo dalla luce dei lampioni che filtrava dalle tapparelle abbassate. L'aria sapeva di lei, di quel fottuto profumo dolce che mi stava fottendo la vita.
«Pensavi che mi fossi addormentata?» mi provocò, incrociando le braccia sotto il seno per spingerlo in fuori, barcollando impercettibilmente sui talloni. Mi guardò dall'alto in basso, gli occhi socchiusi dietro le lenti sottili. «Pensavi di potermi sbattere contro un muro come uno scaricatore di porto e passarla liscia? Chi cazzo ti credi di essere, Garg?»
«Sono quello che hai fatto salire a casa tua alle cinque del mattino, mentre il tuo ragazzo è in montagna,» le risposi, la voce roca, facendo un passo verso di lei.
«Fermo lì,» ordinò, alzando una mano. «Non ti ho fatto salire perché ti voglio. Ti ho fatto salire perché mi facevi pena. Eri seduto là sotto come un cane bastonato, mi stavi sporcando l'androne con la tua disperazione.» Fece una risatina crudele, passandosi una mano sul viso. «Ti ho fatto entrare solo per darti l'opportunità di farti perdonare. Perché mi hai mancato di rispetto, e adesso devi strisciare.»
«Strisciare?» ripetei, stringendo i pugni.
«Sì, strisciare,» ribadì lei, avvicinandosi. Il suo respiro alcolico mi solleticò il viso. Si fermò a un millimetro da me. «Mi hai lasciato lividi sulle braccia. Hai preteso di toccarmi senza il mio permesso. Io non sono la tua puttana, Garg. Sono il tuo fottuto privilegio.»
La guardai. Le due treccine le incorniciavano il viso morbido, i pantaloncini grigi lasciavano scoperte quelle cosce piene e perfette che avevo assaporato in macchina. Era odiosa, viziata, completamente ubriaca di potere e di alcol, ma la desideravo con una violenza che mi spaventava.
«Come vuoi che mi faccia perdonare, strega?» le chiesi, la voce ridotta a un ringhio roco, cedendo al suo gioco malato.
Raffy mi squadrò nel buio del salotto. Le due treccine bionde le ricadevano sulle spalle, dandole quell'aria da scolaretta innocente che stonava in modo grottesco con la crudeltà sadica che le brillava negli occhi. Le sue labbra, ancora gonfie per i miei baci violenti nell'androne, si incresparono in un sorriso lento, velenoso.
«Spogliati,» ordinò, con la freddezza di un generale. «Togliti tutto. E non usare le mani per coprirti. Voglio guardare quanto sei disperato.»
La mascella mi si contrasse. L'istinto mi diceva di mandarla all'inferno, ma l'alcol e quell'ossessione malata che mi corrodeva da mesi presero il controllo. Con movimenti rigidi, mi sbottonai la camicia e la gettai a terra. Slacciai la cintura, feci scivolare giù i jeans e i boxer in un colpo solo. Rimasi lì, nel mezzo del suo salotto, completamente nudo. La mia erezione era una lancia tesa e dolorante, che pulsava in modo osceno sotto il suo sguardo attento.
Raffy mi fissò dalla testa ai piedi. Fece uno schiocco con la lingua, chiaramente compiaciuta dal potere assoluto che aveva su di me. «Sdraiati sulla schiena, sul tappeto. Proprio davanti alla poltrona,» comandò.
Ubbidii. Mi sdraiai sul tappeto ruvido, sentendo il freddo del pavimento contro la pelle nuda. Ero completamente esposto, vulnerabile. Raffy si lasciò cadere sulla poltrona di pelle nera di fronte a me. Allungò le gambe e, con una naturalezza disarmante, poggiò i suoi piedi nudi direttamente sulla mia faccia.
Trattenni il fiato. Le sue piante erano fredde, lisce, e profumavano ancora di quella vodka che le avevo leccato via al locale, mista al sudore della sua pelle. Mi schiacciò le dita contro la bocca, costringendomi a inalarne l'odore. Mi stava usando letteralmente come un fottuto poggiapiedi umano.
Ma l'umiliazione non era finita. Anzi, era appena iniziata. Allungò una mano verso il tavolino di vetro e prese il suo iPhone. Sbloccò lo schermo.
«Adesso, Garg, mi dimostrerai quanto sei un bravo cagnolino,» sussurrò, guardandomi dall'alto in basso, le dita dei piedi che mi accarezzavano le labbra con finta dolcezza. «Sto per chiamare Marco. Se fiati, se fai un solo, minuscolo rumore mentre parlo con il tuo migliore amico... io giuro su Dio che ti scatto una foto così come sei, nudo e ai miei piedi, e gliela mando. Devi stare muto e subire.»
Il sangue mi si gelò nelle vene. No. Era un livello di sadismo e tradimento che rasentava la follia pura. Cercai di scuotere la testa, ma lei premette l'alluce con forza contro le mie labbra per zittirmi, schiacciando il tasto verde sul display. Mise il vivavoce.
Uno squillo. Due squilli. Al terzo, la voce assonnata di Marco invase il silenzio della stanza. «Pronto...? Amore?»
«Ciao, cucciolo!» rispose Raffy. La sua voce cambiò all'istante: la spocchia crudele sparì, sostituita da un tono dolce, angelico e languido. «Scusa se ti chiamo a quest'ora, ti ho svegliato? Sono appena tornata dal locale, non riuscivo a dormire senza sentirti.»
«Tranquilla, piccola...» biascicò Marco, la voce impastata dal sonno. «Com'è andata la serata? Tutto bene?»
Mentre pronunciava quelle parole affettuose, Raffy spostò lentamente i piedi dal mio viso. Li fece scivolare lungo il mio petto nudo, giù per l'addome teso, fino ad arrivare al mio inguine. Trattenni un gemito, mordendomi l'interno della guancia a sangue. Le sue dita smaltate di bordeaux si chiusero a tenaglia attorno alla base del mio cazzo.
«Sì, tutto bene amore, la solita noia,» mentì lei, con una naturalezza spaventosa, mentre iniziava a muovere il piede su e giù lungo la mia erezione. «Ho fatto un sacco di tavoli. I ragazzi del privé facevano un po' troppo i viscidi, ma sai che io non calcolo nessuno. Ho pensato solo a te.»
«Sei la migliore... mi manchi da morire, Raffy. Non vedo l'ora di tornare.»
«Mi manchi anche tu, amore. Sono qui sul divano, stanchissima... mi sto rilassando un po'.»
Era il diavolo. Stava rassicurando il mio migliore amico sul suo amore, mentre, a meno di un metro da lei, mi stava facendo una sega con i piedi, torturandomi fisicamente e psicologicamente. Il contrasto tra la voce dolce che usava con Marco e la violenza dei suoi piedi nudi su di me era un cortocircuito che mi fondeva il cervello. Sfregava l'arco plantare contro la cappella sensibile, premendo con i talloni alla base, torturandomi in un gioco di edging spietato.
I miei fianchi si inarcarono involontariamente dal tappeto. Chiusi gli occhi, stringendo i pugni fino a conficcarmi le unghie nei palmi. Le lacrime per lo sforzo mi pungevano gli occhi. Non potevo ansimare. Non potevo gemere. Se avessi emesso un suono, Marco avrebbe sentito tutto. Ero intrappolato nel silenzio più assordante della mia vita, costretto a godere come un animale mentre il mio migliore amico le diceva che l'amava.
«Garg come si è comportato?» le chiese improvvisamente Marco dall'altro lato del telefono, con una risatina assonnata. «Spero non ti abbia stressata troppo, sai che fa sempre il musone.»
Raffy mi guardò. Prese la punta del mio cazzo teso tra l'alluce e il secondo dito, stringendo forte, provocandomi una fitta di piacere e dolore che mi fece contorcere silenziosamente sul tappeto. «Mmh... Garg?» fece lei, fingendo indifferenza. «Ma no, figurati. Ha fatto il suo dovere. Mi ha accompagnata e poi l'ho mandato via. Sai com'è fatto, è inutile perderci tempo.»
Mi stava distruggendo. Ero meno di niente. La tortura andò avanti per altri tre, interminabili minuti. I suoi piedi continuavano a mungermi con una maestria sadica, portandomi ripetutamente sull'orlo del precipizio per poi rallentare, lasciandomi bruciare nella frustrazione, tutto mentre augurava la buonanotte al suo "cucciolo".
«Notte, amore. Ti amo,» tubò infine Raffy. «Ti amo anch'io, piccola. A domani.»
Chiuse la chiamata. Il silenzio calò di nuovo nella stanza, rotto solo dal mio respiro spezzato e irregolare. Ero madido di sudore, i muscoli tremanti.
Raffy abbassò il telefono. Mi guardò dall'alto in basso, i suoi piedi nudi ancora saldamente appoggiati sulla mia erezione tesa e umida dei miei stessi fluidi pre-seminali. Il suo sorriso dolce era sparito, rimpiazzato di nuovo da quella maschera di arroganza suprema.
«Hai visto, Garg?» mormorò, premendo il tallone con forza contro il mio inguine, schiacciandomi al pavimento. «Marco si fida ciecamente di me. E tu... tu sei sdraiato sul mio tappeto, nudo, a farti segare dai miei piedi mentre lo ascolti farsi prendere in giro. Chi è il pezzo di merda adesso?»
Cercai di prendere fiato, la gola secca. Non riuscivo a formulare una risposta. Aveva ragione. Mi aveva ridotto a un animale senza dignità.
«Adesso conosci il tuo posto,» continuò, implacabile. «Non provare mai più ad aggredirmi. Da ora in poi, prenderai solo quello che ti concedo io. E se fai il bravo, forse... ma solo forse... un giorno ti farò sentire cosa c'è sotto questi pantaloncini.»
Con un ultimo, brusco movimento, ritrasse le gambe, lasciandomi dolorante e sull'orlo dell'esplosione. Si alzò dalla poltrona, sistemandosi le treccine con nonchalance.
«La punizione è finita,» sentenziò, voltandomi le spalle per dirigersi verso la camera da letto. «Rivestiti, Garg. La porta sai dov'è. E vedi di non lasciare macchie sul tappeto quando ti finisci da solo.»
Il dolore all'inguine era una fottuta morsa di fuoco. Mi aveva portato sull'orlo del baratro, facendomi assaporare la caduta libera per venti, interminabili minuti, e poi mi aveva tirato indietro con uno strattone brutale.
Cazzo, non mi aveva neanche fatto sborrare. Stavo letteralmente scoppiando.
Mi trascinai in ginocchio sul parquet, nudo, umiliato, sentendo il sudore freddo scivolarmi lungo la schiena. La seguii fino alla soglia della sua camera da letto. Raffy si era già infilata sotto le lenzuola. Aveva sistemato due cuscini contro la testiera del letto, aveva acceso l'abat-jour e stava sfogliando una rivista di moda, con la stessa fottuta tranquillità di chi si prepara per la notte.
«Raffy... cazzo, ti prego,» ansimai, aggrappandomi allo stipite della porta. L'orgoglio era cenere. L'avevo perso completamente. «Non puoi lasciarmi così. Sto male.»
Lei non alzò nemmeno lo sguardo dalla pagina patinata. Inumidì la punta del dito con la lingua e voltò foglio. «Ti ho detto che la punizione è finita, Garg. Vai a casa.»
«Dimmi cosa vuoi sentirti dire,» la supplicai, avanzando di un passo nella stanza, la voce rotta e disperata. «Che sono una merda? Lo sono. Che Marco non vale un cazzo in confronto a te? È vero. Sono il tuo cane, Raffy. Farò tutto quello che vuoi, ma ti supplico... finiscimi. Usa le mani, usa i piedi, non me ne frega un cazzo, ma fammi venire.»
«Sei noioso,» sospirò lei, scocciata, girando un'altra pagina. La luce calda della lampada illuminava il profilo morbido del suo seno sotto la canottiera bianca. «Quando facevi lo stronzo arrogante eri divertente da spezzare. Ora che piagnucoli fai solo pena. Mi hai fatto passare la voglia.»
Era un muro di ghiaccio. Mi stava trattando peggio di uno scarto. Guardai l'orologio sul suo comodino. Erano le cinque e un quarto del mattino. Fuori, il cielo iniziava a tingersi del grigio livido dell'alba. Una voce razionale, l'ultimo brandello del vecchio Garg, urlò nella mia testa: Rivestiti. Prendi la macchina, vai a casa. Mettiti sotto la doccia ghiacciata, sparati una sega per liberarti di questo veleno, bloccala ovunque e dimenticati questa storia malata.
Ma non ci riuscivo. I miei piedi erano incollati a quel pavimento. Guardavo il suo corpo morbidamente adagiato sul materasso, i piedi nudi che spuntavano dal bordo del lenzuolo, e sentivo che se fossi uscito da quella porta senza essermi svuotato, sarei impazzito del tutto. Non potevo andarmene da sconfitto. Non di nuovo.
E così, presi una scelta.
Se implorare non funzionava, e andarmene era impossibile, c'era solo un'altra via. Me lo sarei preso. Senza il suo fottuto permesso.
Avanzai a grandi passi verso il letto. La mia erezione pulsava, dolorosamente tesa e lucida. Sentendo il materasso abbassarsi sotto il mio peso, Raffy abbassò finalmente la rivista. Gli occhi le si strinsero dietro le lenti in due fessure cariche di veleno. «Ma sei sordo o sei stupido? Ti ho detto di lecarti dalle p...»
Non le diedi il tempo di finire la frase.
Scattai in avanti. Con un movimento fulmineo e brutale, le afferrai entrambe le caviglie. Raffy urlò, presa alla sprovvista, mentre la strattonavo verso di me sul lenzuolo, trascinandola fino al bordo del letto. La rivista cadde a terra con un tonfo.
«Che cazzo fai?! Lasciami!» strillò, iniziando a scalciare come una furia, le treccine che le sbattevano sul viso. «Sei un fottuto maniaco! Ti denuncio, bastardo!»
«Hai detto che sono il tuo cane, vero?» le ringhiai contro, gli occhi iniettati di sangue, sovrastandola con il mio corpo nudo e massiccio.
Non mi fermai di fronte ai suoi insulti. La mia pazienza era estinta. Usai tutto il mio peso per bloccarla. Afferrai i suoi talloni con una stretta ferrea e piegai le sue ginocchia, costringendola ad allargare le cosce. Poi, con una violenza calcolata e disperata, incastrai le piante dei suoi piedi nudi esattamente ai lati del mio cazzo durissimo.
«No! Levati! Non ti azzardare a sporcarmi!» sibilò lei, il panico che per un attimo le incrinò la voce spocchiosa. Provò a ritrarre le gambe, ma io serrai i suoi piedi attorno alla mia carne pulsante in una morsa ineluttabile.
«Fai la stronza, mi fai impazzire, e poi ti metti a leggere?» ansimai, guardandola dritto negli occhi mentre iniziavo a muovere i fianchi. «Non stasera, Raffy.»
Iniziai a spingere. Avanti e indietro. Usavo i suoi piedi come la mia personale valvola di sfogo, strofinando il mio cazzo contro l'arco delle sue piante lisce e morbide, sfruttando l'attrito del suo stesso sudore. Ogni spinta era un affronto, un atto di pura dominazione fisica per riprendermi quello che mi aveva negato.
«S-stronzo...» ansimò lei. Aveva smesso di lottare, sopraffatta dalla mia forza fisica e dall'audacia del mio gesto. Il suo petto si alzava e abbassava furiosamente sotto la canottiera. Le sue dita smaltate di bordeaux si contraevano contro la mia pelle bollente a ogni mia spinta. «Ti odio... cazzo, ti odio...»
«Odiami,» le risposi a denti stretti. Il piacere era accecante, amplificato dal fatto che lo stavo rubando. «Odiami quanto cazzo ti pare. Ma adesso guardami. Guardami mentre vengo sulla tua fottuta pelle.»
Aumentai il ritmo, martellando il bacino contro le sue piante. La frustrazione accumulata per mesi esplose all'improvviso, incontrollabile. Non le diedi nemmeno il tempo di provare a girarsi. Con un gemito roco e bestiale, venni.
Ondate di seme caldo e denso schizzarono fuori, inondando i suoi piedi nudi, colando tra le dita smaltate, imbrattando le sue caviglie e macchiando irrimediabilmente le lenzuola bianche del suo letto. Mi svuotai completamente, tremando per gli spasmi, rilasciando ogni singola stilla di tensione che mi aveva avvelenato la mente.
Il silenzio piombò nella stanza, pesante come un macigno, interrotto solo dal mio respiro spezzato.
Lasciai la presa sulle sue caviglie. Feci un passo indietro, barcollando leggermente, sentendo i muscoli svuotati ma il cervello finalmente lucido, liberato da quella nebbia tossica. Raffy era immobile sul letto. Fissava i suoi piedi sporchi del mio seme, il respiro corto. Lentamente, alzò lo sguardo verso di me. Mi aspettavo un'esplosione, urla, minacce.
Il mio peso la inchiodò al materasso. Avevo avuto quello che volevo, avevo marchiato la sua pelle, sentito il suo corpo tremare sotto il mio, ma non bastava. Era un appetizer, non un pasto. così vulnerabile, Raffaella era ancora bellissima, ancora fastidiosa, e ancora mia per la presa.
«Scazzati via, Garg,» sbuffò, cercando di spingermi via con le spalle. «Hai finito il tuo schifo sporco. Vai via.»
Ma non andai via. Mi mossi su di lei, sentendo la nostra pelle nuda sfiorarsi. Indossava ancora un paio di pantaloncini grigi così corti e sfilacciati che le scoprivano metà delle natiche e una canottiera bianca, sformata, chiaramente priva di reggiseno. I capezzoli turgidi spuntavano prepotenti sotto il tessuto sottile, come due gemme scure che imploravano di essere scoperte.
«Ancora non ho finito, mocciosa,» ringhiai, abbassando la testa verso il suo seno. «Non finirò finché non capirai cosa succede quando giochi con il fuoco.»
M'afferrai i seni attraverso la canottiera bagnata di sudore. Erano pieni, caldi, pesanti. Le mie dita affondarono nella morbidezza, stringendo fino a farla gemere. Poi mi tuffai, prendendo un capezzolo in bocca attraverso il tessuto. Era duro, un sassolino contro la mia lingua. Lo succhiai con ardore, mordicchiandolo, facendole sentire i miei denti attraverso il cotone.
«Ma che cazzo fai?!» gridò, ma la sua voce era rotta da un tremito. Le sue mani, prima spinte a respingermi, ora si aggrappavano alle mie spalle, le unghia mi graffiavano la pelle. «Smettila... sei un animale... un porco...»
Continuai a succhiare, alternando i due seni, bagnando il cotone finché non divenne trasparente, rivelando l'areola scura e gonfia. Il sapore di lei, mescolato al tessuto umido, mi fece impazzire. La mia mano scese lungo il suo ventre, verso i pantaloncini. Li trovai bagnati. Non di sudore.
«Guarda che sporca che sei,» sussurrai, sfiorandola. «Ti ecciti quando ti tratto come una troia. Ami il fatto che io non ti rispetti.»
«No...» negò, ma le anche iniziarono a muoversi, cercando il mio tocco. «Ti odio...»
«Odia pure,» risposi, scivolando una mano sotto il bordo dei pantaloncini. La trovai bagnata, calda, pronta. Le mie dita la esplorarono con lentezza, imparandone la forma, il calore, l'umidità. La sentii contrarsi, sentii il suo respiro interrompersi.
«Cazzo...» ansimò, la sua testa si rovesciò all'indietro, esponendo la gola. «Garg...»
«Mi chiami per nome, mocciosa?» domandai, inserendo un dito dentro di lei.
Le diedi piacere per qualche secondo, sentendola avvolgere il mio dito, sentendola pulsare contro il palmo della mia mano. Poi, con un sorriso crudele, me lo strappai via.
«Basta dare piacere a una troia come te, cazzo,» le sibilai in faccia. «Ora mi prenderò tutto. Che tu lo voglia o no.»
La sua reazione fu istintiva, un sibilo di puro odio. Ma non le diedi il tempo di sferrare una risposta o un graffio. Con un movimento secco, afferrai il colletto della sua canottiera bianca e la strappai. Il tessuto sfilacciato cedette con un rumore sordo, esponendo il suo seno pieno e oscillo all'aria fredda della stanza. Lei gridò, più di sorpresa che di dolore, e iniziò a colpirmi con i pugni deboli e a scalciare, una furia viziata e impotente.
«Bastardo! Animale! Ti ammazzerò!»
La sua resistenza mi eccitava più del suo consenso. La presi per le spalle e, con una spinta decisa, la buttai giù dal letto. Atterrò sul tappeto con un tonfo sordo, perdendo l'equilibrio e finendo carponi, le natiche perfette offerte in aria, i pantaloncini grigi che le entravano nella fessura del culo.
Mi sedetti sul bordo del letto, davanti a lei, il mio cazzo già di nuovo duro e pulsante. «E adesso? Chi è il cane?» le domandai, scuotendolo lentamente con una mano. «Dai, vieni a prenderti il biscottino.»
Lei alzò la testa, i capelli un disastro sul viso, gli occhi che lanciavano fulmini. Sputò per terra, vicino al mio piede. «Vaffanculo, stronzaccio. Sei un malato, un pervertito. Mai.»
«Mai è una parola lunga, mocciosa,» risposi, e la afferrai per le treccine, tirando indietro con forza. La sua testa si piegò all'indietro, un gemito di dolore le sfuggì dalle labbra. La trascinai verso di me, le ginocchia che sbattevano sul pavimento.
«Ahi! Ma che cazzo... lasciami, stronzo!» urlò, cercando di liberarsi, ma la mia presa era di ferro.
La costrinsi ad inginocchiarsi tra le mie gambe. Il suo viso era a pochi centimetri dal mio sesso eretto.
«Succhiamelo,» ordinai, la voce un ringhio basso e possessivo. «Succhiamelo tutto, puttana.»
«Ti ammazzo,» sibilò lei, ma i suoi occhi erano fissi sul mio cazzo, e il suo respiro era accelerato.
«Prima succhi,» le dissi, e la spinsi ancora giù. Le sue labbra, morbide e calde, toccarono la punta. Era un contatto elettrico. Sentii il suo corpo rigidersi, poi cedere. Lentamente, la sua bocca si aprì, e sentii la sua lingua, umida e nervosa, leccarmi la cappella.
«Così, sì...» sospirai, stringendo più forte le sue treccine. «Ancora.»
Lei obbedì, ma con rabbia. Mi prese in bocca non con passione, ma con furia, quasi come volesse mordermi. Il suo ritmo era rude, aggressivo. Sentivo i suoi denti sfiorare la pelle, sentivo la sua saliva scendere lungo l'asta. Le sue mani si aggrappavano alle mie cosce, le unghie mi scavavano la pelle.
«Guardami,» le ordinai. «Guardami mentre lo fai.»
Lei alzò lo sguardo, e i nostri occhi si incrociarono. C'era odio lì dentro, profondo, ma anche qualcos'altro. Qualcosa di oscuro, di desiderante. Vedevo che, pur odiandomi, la eccitava essere sottomessa, essere usata. Vedevo la lotta tra la sua mente che la insultava e il suo corpo che la tradiva.
«Sì... così... sei una puttana, Raffaella. Una puttana che ama essere trattata come tale,» sussurrai, spingendo più a fondo. «Lo vedi? Il tuo corpo mente. Il tuo corpo mi vuole.»
Lei chiuse gli occhi, scacciando la verità, e aumentò il ritmo, le sue labbra si stringevano attorno alla mia carne, la sua lingua mi avvolgeva, la sua saliva mi bagnava tutto. La sentii ansimare, la sentii tremare. Sentii che stava perdendo il controllo, che stava cedendo al piacere che la stava divorando.
«Ma così... cazzo...» gemetti io, la mia voce rotta dal piacere. «Sei brava... sei una brava cagna...»
Lei ringhiò, un suono animalesco che mi vibrò sul cazzo. Mi stava portando al limite. Ma non volevo finire così. Non ancora. Con un movimento brusco, la spinsi via.
Lei cadde indietro, sedendosi sul tappeto, il seno nudo che si alzava e si abbassava pesantemente, le labbra gonfie e lucide. Mi guardò, confusa, furiosa.
«Perché... perché ti sei fermato?» domandò, la voce tremante.
«Perché?» le chiesi, piegandomi su di lei. Il mio viso era a un soffio dal suo. Le vidi le labbra tremare, la vidi indecisa tra l'odio e il desiderio. Le afferrai il mento con forza, costringendola a guardarmi negli occhi.
«Perché una puttana come te non decide quando finisce,» le sibilai, e poi le sputai in faccia. Un getto caldo e umido le colpì la guancia e il labbro. Si irrigidì, un lampo di puro disguso sul viso, ma non si mosse. «Ora sputa così sul mio cazzo e succhialo. Ancora più intensamente.»
Lei sbatté le palpebre, la saliva del mio sputo le colava lungo il mento. Per un secondo pensai che mi avrebbe morsicato, che sarebbe scappata. Invece, lentamente, raccolse la saliva con la lingua, poi, abbassando la testa, la sputò sulla mia cappella, già lucida e dura. Lo guardò, un filo brillante che collegava le sue labbra alla mia pelle, poi si tuffò.
Lo prese in bocca con una fame che prima non aveva. Non era più solo obbedienza, era avidità. Mi succhiò con violenza, la testa che si muoveva su e giù, i capelli che mi flagellavano le cosce. Sentivo la gola contrarsi mentre cercava di prendermi tutto.
«Usa anche le tette,» le ordinai, la voce roca. «Fammi vedere quanto sei troia.»
Lei obbedì senza esitazione. Si tirò indietro, il fiato corto, il viso rosso per lo sforzo. Mi prese il cazzo tra le mani e lo strinse tra le sue tette grandi e morbide. Iniziò a muoverle su e giù, il cazzo che spariva e riappariva tra la carne bianca e piena. Le sue dita stringevano i seni, schiacciandoli contro di me, mentre la sua lingua leccava la punta ogni volta che spuntava fuori.
«Cazzo... sì... così...» gemetti io, la mano che si aggrappava ai suoi capelli. «Più forte. Sfregami sulle tue tette, troia.»
Lei accelerò il ritmo, il respiro corto, gli occhi fissi sul mio viso. C'era un'espressione di pura lussuria nel suo sguardo, un bisogno animalesco di farmi godere. Mi sentivo arrivare, un calore che si espandeva dalla pancia, una tensione che stava per esplodere.
«Guarda negli occhi miei mentre ti riempio di sborra,» sibilai. «Voglio vedere la faccia della troia che ama essere inondata.»
Lei alzò lo sguardo, e i nostri occhi si incrociarono di nuovo. Vidi il piacere mescolato all'odio, vedi la lotta interiore che la stava consumando. Era una vittoria. La stavo piegando, la stava trasformando in quella che volevo.
«Apri la bocca,» ordinai. «Apri la bocca e prendi tutto.»
Lei aprì la bocca, la lingua fuori. Con un ultimo, potente strattone, mi lasciai andare. Un getto caldo e denso di seme le colpì il viso, gli occhi, le labbra. Un altro le inondò la bocca, colando lungo il mento. Mi venni sulle sue tette, sulla sua pancia, marcandola come mia proprietà. Lei ansimò, deglutendo, il corpo che tremava sotto il mio.
Mi lasciai andare sul letto, esausto, il cuore che batteva all'impazzata. Lei rimase lì, in ginocchio sul pavimento, coperta del mio sperma, il respiro affannoso. Per un lungo momento, il solo suono nella stanza fu il nostro respiro affannato.
Poi, lentamente, si alzò. Senza dire una parola, si avvicinò al letto. Si sdraiò accanto a me, il suo corpo caldo e appiccicoso contro il mio. Mi guardò, i suoi occhi ancora pieni di odio, ma anche di qualcos'altro. Qualcosa di nuovo. Qualcosa che mi faceva paura e mi eccitava allo stesso tempo.
«Sì... è stato bello,» ammise, la voce un filo roco. Si voltò verso di me, il suo corpo caldo e unto contro il mio. Un lampo dell'odio di sempre ritornò nei suoi occhi. «Sei comunque uno stronzo. Uno stronzo schifoso.»
«E tu una puttana ingrata,» le risposi, senza guardarla. Ma sentii la sua mano che mi accarezzava il petto, un tocco che era allo stesso tempo dolce e violento, come volesse graffiarmi la pelle e allo stesso tempo cercare conforto.
«Ma nessuno... nessuno aveva mai avuto il coraggio di trattarmi così,» continuò, le sue dita che disegnavano cerchi intorno ai miei capezzoli. Si avvicinò, il suo respiro caldo sul mio collo. «Allora... c'è vuoi anche le coccole, prima di andare via, stronzo?»
La sua provocazione riaccese una fiamma dentro di me. Mi voltai, la afferrai per i polsi e la schiacciai contro il materasso. Il mio cazzo, che si era appena addormentato, iniziò a risvegliarsi, pulsando contro la sua coscia.
«Credi davvero che mi accontenterò solo della tua bocca da troia, Raffaella?» le chiesi, la voce un ringhio basso. «Credi che la storia finisca qui?»
Il suo corpo si tese sotto il mio. L'odio ritornò nei suoi occhi, ma questa volta c'era anche qualcos'altro. Paura. Una paura che la rendeva ancora più desiderabile.
«Ora ti scoperò, Raffy,» annunciai, le mie parole una sentenza. «Scoperò ogni centimetro di te, finché non ti resterà solo il mio nome sulle labbra.»
Lei lottò, ma era inutile. La mia forza la sovrastava. Il mio peso la inchiodava al letto.
«No!» gridò, la voce rotta. «Non puoi!»
«E perché non potrei?» le chiesi, sorridendo. «Hai già tradito il mio migliore amico una volta. Cosa ti impedisce di farlo di nuovo?»
Lei smise di lottare. Il suo viso si distese, e per un momento pensai che si fosse arresa. Invece, mi guardò dritta negli occhi, e le sue parole mi colpirono come un pugno.
«Perché nessuno... nessuno l'ha mai fatto,» sussurrò lei, la voce tremante. «Sono vergine, Garg.»
La confessione mi lasciò senza fiato. Per un attimo, il mondo si fermò. La vedevo lì, sotto di me, nuda, vulnerabile, con il suo segreto più profondo svelato. E in quel momento, capii che non l'avrei più potuta odiare.
Ma non potevo nemmeno fermarmi. Non ora. Non dopo tutto quello che era successo.
«Vergine?» ripetei, la voce incredula. «Tu? La reginetta delle troie, la fottuta mocciosa che si toglie le scarpe e si appoggia i piedi in faccia a chiunque? Vergine?»
Lei scosse la testa, le lacrime che le scendevano lungo le guance. «È una bugia... lo so... ma è la verità. Ho avuto paura... ho sempre avuto paura...
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