Calpestami!

Capitolo 3 - La Vodka sui Suoi Piedi

una serata in discoteca con la fidanzata troia del migliore amico.

A
Alessia

2 ore fa

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Trentadue minuti.

Ero fermo con il motore acceso sotto il palazzo di Raffy da trentadue fottutissimi minuti. Marco era su un treno o in macchina col fratello, diretto in montagna per due settimane, e io ero stato declassato ad autista personale della sua adorabile, insopportabile fidanzata. Le avevo mandato tre messaggi. Nessuna risposta. Solo una spunta blu. Stavo tamburellando le dita sul volante con una forza tale che la pelle cominciava a farmi male. Proprio quando decisi che la misura era colma, che l'avrei bloccata ovunque e l'avrei lasciata a piedi rovinandole la serata, il portone del palazzo scattò.

E la vidi uscire.

Mi si prosciugò la saliva in bocca. Ero incazzato nero, ma il mio corpo reagì prima del mio cervello. Era vestita da vera zoccola, non c'è altro modo per definirla. Indossava un tubino nero elasticizzato che definire "corto" era un eufemismo: era un fottuto nastro di tessuto che le copriva a malapena il sedere e si stringeva attorno alla vita a clessidra, per poi aprirsi in una scollatura abissale sul davanti. Senza reggiseno, ovviamente. Il seno prosperoso era compresso e spinto in alto, pronto a strabordare a ogni passo. Ma la cosa che mi fece pulsare le tempie furono i piedi. Calzava un paio di sandali a stiletto altissimi, neri, con dei laccetti sottili che le si incrociavano sulle caviglie chiare. Lasciavano quasi tutto il piede nudo, esibendo le sue dita smaltate di bordeaux e l'arco plantare piegato in quella posizione innaturale e fottutamente sensuale.

Camminava sul marciapiede come se stesse sfilando, consapevole di ogni singolo sguardo che avrebbe catturato da lì a fine nottata.

Aprì la portiera del SUV e si lasciò cadere sul sedile del passeggero. Un'ondata del suo profumo dolce alla vaniglia, mescolato a qualcosa di più forte e speziato, saturò l'abitacolo. Non mi guardò. Non disse "ciao". Non si scusò per la mezz'ora di ritardo. Il suo sguardo era già incollato allo schermo dell'iPhone, i pollici che scorrevano veloci sulle storie di Instagram.

«Metti l'aria condizionata a palla, Garg, che qui dentro si muore,» ordinò con la sua solita voce spocchiosa, senza nemmeno alzare gli occhi. «E muoviti. Ho il mio tavolo da gestire e la lista si chiude a mezzanotte. Non farmi fare tardi.»

Non farmi fare tardi. Aveva il fegato di dirlo dopo avermi fatto aspettare mezz'ora. Strinsi i denti, ingranai la marcia e partii con una sgommata che la fece sobbalzare leggermente sul sedile in pelle. Ma lei non fece una piega. Accavallò le gambe, un movimento fluido che fece scivolare quel minuscolo tubino nero ancora più su, scoprendo quasi interamente la coscia chiara e vellutata.

Ci separava una mezz'ora di strada per arrivare al locale in centro. Il silenzio nell'abitacolo era rotto solo dal rumore del motore e dai leggeri tap delle sue unghie sullo schermo del telefono. Era inavvicinabile. Una regina di ghiaccio avvolta in un vestito da troia, totalmente concentrata sui suoi fottuti social, sui cuoricini e sui messaggi dei morti di figa che le scrivevano in direct.

Al primo semaforo rosso, decisi di testare il terreno. La mia pazienza era finita in piscina, e stasera volevo riscuotere.

Allungai il braccio destro, superando il tunnel centrale dell'auto. Con calma, appoggiai la mia mano grande esattamente a metà della sua coscia esposta. La sua pelle era fresca, liscia, spalmata di una crema che la rendeva setosa sotto i polpastrelli. Sentii il calore del suo corpo trasferirsi sul mio palmo. Strinsi leggermente la presa, il pollice che sfiorava l'orlo microscopico del vestitino nero, pericolosamente vicino all'inguine.

Mi aspettavo una reazione. Mi aspettavo che mi tirasse uno schiaffo sulla mano, che mi desse del maniaco, che mi dicesse di rimettermi al mio posto. Mi aspettavo persino che, come l'altra volta, usasse i suoi piedi per provocarmi.

Invece... il nulla.

Raffy non sussultò. Non distolse lo sguardo dallo schermo. L'illuminazione del telefono le rifletteva negli occhiali mentre visualizzava tranquillamente la storia di un'altra persona. Non fece una singola piega, come se la mia mano massiccia posata sulla sua gamba nuda fosse un accessorio in dotazione con la macchina. Come se non esistessi.

L'indifferenza. La sua fottuta indifferenza era un muro di gomma. Provai a spingermi oltre. Iniziai a muovere le dita, accarezzando la pelle morbida dell'interno coscia, tracciando dei piccoli cerchi col pollice. Il contrasto tra la mia mano ruvida e la sua gamba perfetta era elettrizzante. Salii di qualche centimetro, sfiorando il tessuto teso del tubino, avvertendo la morbidezza della sua carne che cedeva sotto la mia pressione.

Niente. Cliccò "mi piace" a una foto, si sistemò una ciocca bionda dietro l'orecchio con la mano libera, e continuò a ignorarmi.

«Sei silenziosa stasera, principessa,» azzardai, la voce bassa e roca, stringendo la presa sulla sua gamba. «Ti stai preparando per il tuo pubblico?»

«Qualcuno deve pur lavorare, Garg,» rispose lei in modo piatto, la voce monocorde. Non mi degnò di uno sguardo. Fece scorrere un'altra foto sul feed. «Concentrati sulla strada. Più vai piano, meno tempo ho per incassare al locale.»

Era frustrante da morire. E, maledizione a me, eccitante in modo spaventoso. Mi stava letteralmente dicendo: Poggi pure la mano dove vuoi, Garg. Non mi fai nessun effetto. Sei così insignificante che non spreco nemmeno le mie parole per fermarti. Ero tornato a essere un cagnolino invisibile, ma la mia mano era lì, fissa sulla sua carne scoperta, mentre attraversavamo la città, e il mio cazzo nei pantaloni cominciava a farsi prepotentemente duro.

Poco dopo, appena arrivati.

I bassi pompavano a un volume così alto che mi facevano vibrare la cassa toracica.

Superammo la fila all'ingresso saltando i buttafuori con un semplice cenno del capo di Raffy. Mi trascinò in un mondo di cui non sapevo un cazzo. Il privé. Non avevo mai messo piede in una zona riservata di una discoteca. Era un fottuto acquario di lusso: divanetti in velluto scuro, tavoli di cristallo coperti di secchielli pieni di ghiaccio e bottiglie di vodka da trecento euro l'una. Ma la vera merce di scambio non era l'alcol. Erano le ragazze.

L'intero privé era un ecosistema basato su un'illusione. Era pieno di ragazze esattamente come Raffy: vestite in modo microscopico, tacchi vertiginosi, trucco perfetto e sguardi predatori. Il loro lavoro era farsi guardare, farsi desiderare e farsi comprare da gruppi di tizi incravattati, trentenni o quarantenni con l'orologio costoso, che pagavano fior di quattrini per avere quelle bambole al loro tavolo. Gli uomini compravano le bottiglie convinti di potersela scopare a fine serata. E le ragazze, dall'alto della loro spietata furbizia, sorridevano, strusciavano una coscia, si facevano offrire da bere e poi sparivano, lasciandoli col cazzo in mano e il portafoglio vuoto.

Appena mettemmo piede sul tappeto del privé, Raffy si voltò verso di me. «Senti, Garg,» mi disse, la voce fredda che tagliava il rumore della musica. «Io adesso lavoro. Ho tre tavoli da gestire. Il bar è da quella parte. Bevi quello che ti pare, metto io in conto. Ma non starmi tra i piedi e, per l'amor di Dio, non fare la faccia da cane bastonato. Divertiti.»

Non mi diede nemmeno il tempo di rispondere. Mi voltò le spalle, il culo perfetto fasciato da quel tubino nero che ondeggiava in modo ipnotico sui tacchi a spillo, e si immerse nella folla. Sparita.

Rimasi lì come un coglione. Avevo guidato per lei, l'avevo portata fin lì con un'erezione dolorosa nei pantaloni, e lei mi aveva parcheggiato al bar come un cappotto vecchio. La frustrazione mi chiuse lo stomaco. Andai dritto al bancone. «Vodka liscia. Doppia,» ordinai al barman. La buttai giù d'un fiato, sentendo il calore dell'alcol bruciarmi la gola. Ne ordinai subito un'altra. Avevo bisogno di un anestetico per sopportare quello che stavo per vedere.

Mi appoggiai col gomito al bancone, il bicchiere in mano, e la cercai con lo sguardo. Non ci volle molto per trovarla. Era al centro dell'attenzione, come sempre.

Raffy era seduta sul bracciolo di un divanetto di pelle nera, circondata da quattro ragazzi vestiti con camicie di lino sbottonate e un'aria da finti ricchi. E stava facendo la troia in un modo così sfacciato che mi fece ribollire il sangue. Si era piegata in avanti, appoggiando una mano sulla coscia di uno di loro, un tizio con un finto Rolex d'oro. La posizione del suo corpo era studiata al millimetro: inarcava la schiena in modo che la scollatura abissale del vestitino senza reggiseno gli finisse letteralmente sotto il naso. Il seno prosperoso, compresso e bianchissimo sotto le luci strobo, era un'arma di distrazione di massa.

«Ma dai, non ci credo che hai la barca!» le sentii urlare sopra la musica, la voce carica di finto stupore e risatine maliziose, mentre accarezzava il braccio del tizio.

Lui, visibilmente su di giri, le versò da bere in un calice. «Te la faccio vedere quando vuoi, bellissima. Basta che porti quel corpicino a bordo.»

Lei prese il calice, portandoselo alle labbra rosse, e lo guardò da sopra il bordo del bicchiere con uno sguardo carico di promesse che sapevo benissimo non avrebbe mai mantenuto. Poi, con una lentezza esasperante, accavallò le gambe. Il tubino nero si ritirò fino all'inguine. Il suo piede, calzato in quel sandalo a stiletto vertiginoso, iniziò a dondolare a pochi centimetri dal ginocchio del ragazzo. Le dita smaltate di bordeaux si muovevano a tempo di musica, un richiamo feticista irresistibile. Il tizio non riusciva a staccare gli occhi dalle sue gambe.

Mandai giù l'ennesimo sorso di vodka, stringendo il bicchiere fino a farmi sbiancare le nocche.

Era la fidanzata del mio migliore amico. Era una manipolatrice vuota e viziata. Eppure, vederla lì, mentre offriva il suo corpo agli sguardi affamati di quegli idioti, mi faceva impazzire. Quei ragazzi le stavano pagando centinaia di euro di alcol solo per farsi sfiorare una mano, per farsi illudere da un sorriso finto e da un paio di tette sbattute in faccia. Non sapevano che sotto quel vestitino c'era una vipera pronta a sputare veleno.

Ma la verità, quella che mi faceva più schifo, era che io non ero incazzato per l'onore di Marco. Marco era a centinaia di chilometri di distanza, cieco e rassegnato. Ero incazzato perché volevo essere io al posto di quel tizio col finto Rolex. Volevo che quel seno prosperoso premesse contro il mio petto, volevo che quella coscia nuda si strusciasse contro la mia, e, cazzo, volevo che quei sandali neri a spillo le restassero ai piedi mentre glielo spingevo dentro con tutta la forza che avevo, sbattendola contro il muro di un cazzo di bagno per farle passare quell'aria da superiore.

Svuotai il terzo bicchiere. L'alcol iniziava a pulsarmi nelle tempie, sciogliendo i miei freni inibitori e alimentando una rabbia scura, possessiva e viscerale. Guardai Raffy che si alzava dal tavolino, lasciando il ragazzo sbavante, per dirigersi verso un altro gruppo di polli da spennare.

Illudili finché vuoi, strega, pensai, sentendo un fuoco liquido e bollente all'inguine. Ma stasera tu torni in macchina con me.

Quello era il suo famoso "lavoro", dunque. Spennare idioti figli di papà facendosi sbavare dietro. A dire il vero, le si addiceva perfettamente. Era la regina delle illusioni.

Ma dopo il quarto bicchiere di vodka, la rabbia scura che avevo nello stomaco lasciò il posto a una lucidità spietata. Se quello era un gioco, potevo giocarci anch'io. Avevo l'alcol a pomparmi nelle vene e nessuna fottuta intenzione di passare la notte a fare la tappezzeria mentre lei si divertiva.

Poco distante da me, c'era un'altra ragazza immagine. Mora, curve esplosive fasciate in un vestitino rosso scarlatto, anche lei mezza brilla. Intercettai il suo sguardo, le feci un sorriso sfacciato e in due minuti eravamo in mezzo alla pista del privé. Non mi feci nessuno scrupolo. Iniziai a flirtare in modo spudorato, ballando incollato a lei. Quando il basso della musica esplose, feci scivolare le mani sui suoi fianchi e le afferrai il culo con prepotenza, stringendole le natiche morbide attraverso la stoffa. Lei rise, gettando la testa all'indietro e strusciandosi contro di me.

Ma i miei occhi non erano per lei. Guardai oltre la sua spalla, puntando dritto al bancone del bar. Raffy era lì. Aveva smesso di sorridere ai suoi polli da spennare. Mi stava fissando con uno sguardo che avrebbe potuto incenerire il locale. Stringeva il suo calice con una forza tale che le nocche le erano sbiancate. Era il colmo della tossicità: non mi voleva, mi usava come un autista e mi trattava come uno straccio, ma il suo ego smisurato non poteva tollerare che le mie attenzioni andassero a qualcun'altra. Io dovevo essere suo, un cane fedele ad aspettare un suo cenno.

Quando la mora si allontanò un attimo per andare a prendere da bere, non feci in tempo a voltarmi che un'ondata di profumo alla vaniglia mi investì.

Raffy mi si era incollata addosso. Era visibilmente brilla, le guance chiare accese da un rossore febbrile, gli occhi leggermente lucidi dietro le lenti. Non disse una parola. Mi diede le spalle, appoggiò le mani sulle mie ginocchia piegandosi leggermente in avanti e iniziò a ballare. Il suo fondoschiena, coperto solo da quel lembo di tessuto nero, si piantò esattamente contro il mio inguine. Iniziò a strusciarsi col bacino a tempo di musica, un movimento rotatorio e profondo che mi schiacciò il cazzo, già duro come la roccia, contro la sua carne morbida.

«Che cazzo fai, Garg?» mi sibilò poi, voltandosi a metà per guardarmi da sopra la spalla. Il suo tono era quello della solita stronza arrogante, ma il respiro era corto. «Pensi di farmi ingelosire con quella sciacquetta da due soldi? Non devi parlare con nessuna, hai capito? Sei venuto qui con me, sfigato. Devi guardare solo me.»

Continuava a muovere il culo contro la mia erezione, torturandomi, pretendendo sottomissione. Ma questa volta, io avevo il coltello dalla parte del manico. Decisi di approfittarne. C'era una cosa, una perversione estrema che non era da me, roba che avevo visto solo in qualche video oscuro su internet, ma che in quel momento, accecato dal feticismo e dall'alcol, divenne un'ossessione bruciante. Era il momento di provarci.

Le afferrai i fianchi con forza, bloccando il suo movimento, e mi chinai in avanti, premendo la bocca contro il suo orecchio. Le sussurrai esattamente quello che volevo che facesse con quella bottiglia mezza vuota di vodka Grey Goose che aveva lasciato sul tavolino lì accanto.

Raffy si irrigidì di colpo. Si voltò verso di me, gli occhi spalancati per lo shock e lo schifo. «Tu sei un fottuto malato di mente,» sputò, spingendomi per il petto. «Non ci penso nemmeno! Fai vomitare, scordatelo!»

Feci un mezzo sorriso, freddo e calcolatore. «Va bene, principessa. Come vuoi,» le risposi, alzando le mani in segno di resa. Guardai ostentatamente verso il bar. «Vado a chiederlo alla mora. È così ubriaca che non le sembrerà vero di farsi venerare in quel modo al centro del locale. E ha anche dei piedi niente male.»

Feci per voltarmi. Fu la mossa dello scacco matto. L'idea che un'altra ragazza prendesse il centro della scena, rubandole l'attenzione e l'adorazione estrema che le stavo offrendo, mandò in frantumi le sue finte difese morali.

«Fermo,» ringhiò, afferrandomi per il colletto della camicia. Mi fulminò con lo sguardo, il petto che si alzava e abbassava furiosamente. «Sei un cane schifoso. Ma se vuoi umiliarti fino a questo punto davanti a tutti... accomodati.»

Fece due passi verso il tavolino più vicino. Con un gesto teatrale e sfacciato, salì con un piede nudo, calzato in quel vertiginoso sandalo nero, che si era sfilata, direttamente sopra il pouf di velluto, esponendo la gamba perfetta e la coscia nuda agli occhi di mezzo privé. Afferrò la bottiglia di vodka ghiacciata. Io mi misi in ginocchio davanti a lei.

La musica sembrava ovattata. Raffy mi guardò dall'alto in basso, un ghigno spocchioso e crudele sulle labbra. Poi, inclinò la bottiglia. Il liquido trasparente e ghiacciato colpì la sua caviglia liscia, scivolando giù lungo il collo del piede, bagnando i laccetti neri del sandalo e colando tra le sue dita smaltate di bordeaux.

Schiusi le labbra e mi attaccai alla punta del suo piede. L'alcol gelido mi bruciò la gola, ma il sapore era inebriante: vodka mescolata al sapore caldo, salato e dolciastro della sua pelle sudata. Bevvi tutto quello che scendeva. Le mie labbra accarezzavano le sue dita, la mia lingua raccoglieva ogni singola goccia che le colava lungo l'arco plantare.

Raffy ansimava. La guardai dal basso verso l'alto: aveva la testa gettata all'indietro, gli occhi chiusi, le mani strette a pugno. Le faceva schifo ammetterlo, ma quell'atto di adorazione pubblica e degradante la stava bagnando fino al midollo. Stava svuotando l'intera bottiglia sul suo piede, facendomi bere direttamente da lei come se fosse una fottuta divinità.

Alcune persone attorno a noi si erano fermate. Ragazzi e ragazze del privé ci stavano guardando, un mix di shock, voyeurismo e pura eccitazione. Eravamo lo spettacolo della serata. E Raffy amava essere lo spettacolo.

Quando l'ultima goccia di vodka lasciò la bottiglia, lei buttò il vetro vuoto sul divano. Non mi diede il tempo di staccarmi. Senza alcun ritegno, con una sfacciataggine animalesca, spinse la punta del suo piede bagnato direttamente dentro la mia bocca. Fu un'invasione prepotente. Strinsi le labbra attorno alle sue dita smaltate, succhiandole con una fame viscerale e malata, assaporando ogni millimetro di quella pelle fredda di alcol ma bollente di eccitazione. Le tenni la caviglia con entrambe le mani, massaggiandola, mentre la mia lingua lavorava sotto le sue dita in mezzo a quel locale affollato.

«Succhialo, bastardo,» sussurrò lei, guardandomi con un'arroganza estrema, sebbene le sue ginocchia stessero tremando. «Fai vedere a tutti a cosa servi. Sei solo roba mia.»

Aveva la corona in testa. Ma per la prima volta, mentre il sapore di lei mi saturava la bocca e gli sguardi del locale ci bruciavano addosso, sentii che la stavo finalmente trascinando all'inferno con me.

Mi alzai lentamente, passandomi il dorso della mano sulle labbra bagnate di vodka. Il petto mi si alzava e abbassava per l'adrenalina. Il sapore della sua pelle mi bruciava ancora sulla lingua. Mi chinai verso di lei, il viso a un millimetro dal suo collo, respirando il suo profumo dolce alla vaniglia.

«Visto che ti ho succhiato i piedi davanti a tutti e ti ho fatto fare la tua fottuta scena,» le sussurrai, la voce roca e carica di aspettativa, «perché non andiamo cinque minuti nel bagno del privé e succhi tu qualcosa di mio, adesso?»

Il suo sguardo languido sparì in una frazione di secondo. La solita, insopportabile spocchia le tornò a indurire i lineamenti. Fece una risatina fredda, spingendomi indietro per il petto con due dita smaltate. «Scordatelo,» rispose, guardandomi come se le avessi appena chiesto l'elemosina. «Io sto lavorando. E poi, chi ti credi di essere? Ti ho concesso di baciarmi i piedi solo perché mi andava. Non mi chiudo in un cesso puzzolente per farti un favore. Torna a cuccia, Garg, e non mi stressare.»

Mi voltò le spalle. Un rifiuto secco, crudele, sbattuto in faccia dopo che mi ero letteralmente umiliato per lei.

L'alcol iniziò a martellarmi il cervello in modo prepotente. La rabbia mi accecava, ma la botta di lussuria che mi aveva scatenato bere dal suo piede era una droga a cui non riuscivo a rinunciare. Invece di mandarla a fanculo e andarmene, ingoiai il rospo. Decisi di restare lì e prendermi quello che potevo. Per gran parte della notte, mi incollai alla sua schiena. L'alcol scioglieva i miei freni e lei, pur facendo la stronza e ordinandomi di "non starle troppo addosso", non mi allontanava. Anzi. Ballavamo avvinghiati, circondati dal fumo e dalle luci stroboscopiche. Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi morbidi, stringendole il culo attraverso la stoffa sottile di quel tubino nero. Mi strusciavo contro di lei a ogni colpo di cassa, premendo il cazzo duro contro l'attaccatura delle sue cosce, facendole sentire esattamente quanto fossi eccitato. Ogni tanto lei buttava la testa all'indietro contro la mia spalla, ansimando piano, per poi ricomporsi subito e lanciarmi qualche insulto sottovoce, in una danza tossica di odio e puro desiderio fisico.

Arrivati alle battute finali della serata, il privé iniziò a svuotarsi. Il mio stomaco era un lago di vodka. Andai al bar e mi scolai due o tre bottigliette d'acqua d'un fiato. Il freddo dell'acqua mi schiarì le idee, spazzando via la nebbia dell'alcol e lasciando solo una lucidità predatrice. Sapevo che avrei dovuto guidare, e dovevo essere pronto per la resa dei conti.

Mi voltai a cercarla. Raffy era alla console a salutare il DJ e il fotografo del locale. Stavano scorrendo le foto della serata sullo schermo della macchina fotografica. Mi avvicinai silenziosamente alle sue spalle, giusto in tempo per sentire la sua mente diabolica all'opera. «Questa,» stava dicendo al fotografo, indicando lo scatto in cui io ero in ginocchio a bere dal suo piede. «Ma taglia la bottiglia di vodka. Croppala fuori. Voglio che si veda solo il mio piede e lui in ginocchio che lo bacia. La bottiglia fa sembrare tutto un gioco alcolico... senza, invece, sembra pura sottomissione.» Una troia furba e calcolatrice. Voleva l'immagine perfetta del suo dominio da postare, epurata da ogni contesto che potesse sminuire il suo ego.

«Andiamo,» le ringhiai dietro la schiena, afferrandola per il braccio.

Il tragitto verso la macchina e il viaggio di ritorno furono un fottuto calvario per la mia sanità mentale. Ero eccitatissimo. Il cazzo mi pulsava contro la cerniera dei jeans in modo doloroso, e nella mia testa rimbombava una sola, incrollabile certezza: stasera me la scopo. Stasera la apro in due. Appena salita sul SUV, Raffy si sfilò i sandali a spillo. Li buttò sui tappetini e, con la massima cafonaggine, schiaffò i piedi nudi direttamente sul cruscotto della mia macchina, sfiorando le bocchette dell'aria condizionata.

Per tutto il viaggio non fece altro che fare la viziata odiosa. «Vai più piano, mi fai venire la nausea,» si lamentava, incrociando le braccia sotto il seno. «Guarda che schifo di musica che tieni, mettila in pausa. Mamma mia Garg, sei un autista pessimo. Marco guida molto meglio di te.»

La ignorai. Fissavo la strada, stringendo il volante, guardando con la coda dell'occhio i suoi piedi nudi e quel tubino nero che le era salito fin quasi all'inguine.

Quando finalmente parcheggiai il SUV sotto casa sua, spensi il motore. La strada era deserta, avvolta nel buio delle quattro del mattino. L'unico rumore era il nostro respiro. Mi slacciai la cintura, girandomi verso di lei. Mi aspettavo che aprisse la portiera e mi liquidasse con un "ciao, sfigato". Invece, non si mosse.

Raffy mi squadrò nel buio dell'abitacolo. I suoi occhi brillavano di una luce famelica, cattiva. Abbassò i piedi dal cruscotto. E poi, con un movimento felino e inaspettato, scavalcò il tunnel centrale dell'auto.

Mi saltò letteralmente addosso, mettendosi a cavalcioni sulle mie cosce.

Il mio respiro si fermò. Il tubino nero le si era arrotolato quasi fino alla vita. Sentii l'attrito dei suoi slip di pizzo, umidi e caldissimi, premere direttamente contro il tessuto ruvido dei miei jeans, proprio sopra la mia erezione esplosiva.

Non mi diede il tempo di parlare. Mi afferrò il viso con entrambe le mani, le unghie che mi graffiavano le guance, e mi baciò. Non fu un bacio romantico. Fu un fottuto scontro armato. Le nostre bocche si schiantarono l'una contro l'altra, denti contro denti. Sapeva di alcol, di fumo e di sesso puro. La sua lingua invase la mia bocca in modo prepotente, famelico, mentre le mie mani scattavano ad afferrarle i fianchi larghi e morbidi, stringendoli con una forza che le avrebbe lasciato i lividi.

«Sei uno stronzo...» ansimò contro le mie labbra, staccandosi per un secondo solo per respirare, guardandomi con puro disprezzo e lussuria. «Sei un viscido, maledetto bastardo.»

«E tu sei una puttana viziata che non ne ha mai abbastanza,» le ringhiai di rimando, afferrandola per i capelli biondi alla nuca e tirandola di nuovo contro la mia bocca.

Iniziai a limonare duro, baciandola con una violenza che le strappò un gemito gutturale. La mia lingua le esplorava la bocca, mentre con le mani le stringevo le natiche, sollevandola appena per poi farla ricadere con forza contro il mio bacino. Lei piantò le ginocchia ai lati dei miei fianchi sul sedile di pelle, inarcando la schiena. Iniziò a strusciarsi contro di me, un movimento ritmico, disperato e osceno. Il tessuto bagnato delle sue mutandine scivolava contro la cucitura spessa dei miei pantaloni, creando una frizione che ci stava facendo impazzire entrambi.

«Muoviti,» mi ordinò, mordendomi il labbro inferiore fino a farmi sentire il sapore metallico del sangue. «Spingi, Garg... cazzo, spingi!»

Era odiosa, prepotente e mi dava ordini persino mentre me la stavo letteralmente mangiando. Ma non me ne fregava più un cazzo. Iniziai a spingere il bacino verso l'alto, rispondendo ai suoi movimenti, strusciando il mio cazzo duro contro la sua intimità attraverso i vestiti, in un fottuto delirio di hate-sex e sudore nell'abitacolo chiuso. Era arrivato il momento. Stasera non l'avrei fatta scappare.

Le nostre bocche si scontravano con una violenza che sapeva di alcol e rabbia, mentre i nostri bacini continuavano a cercarsi attraverso i vestiti in una frizione disperata. Il respiro di Raffy era corto, spezzato, le sue unghie mi graffiavano la nuca. Sembrava sul punto di cedere, di lasciarsi strappare quel maledetto tubino nero.

Ma sottovalutavo il suo sadismo. Il suo bisogno di controllo era una malattia.

Di colpo, si staccò dalle mie labbra. Ansante, con il rossetto sbavato e gli occhi accesi da una cattiveria purissima, allungò una mano verso il lato del mio sedile. Clack. Tirò la leva. Il sedile scattò all'indietro di botto, facendomi cadere sdraiato con la schiena contro la pelle dell'auto. Fui preso in contropiede, stordito dalla mossa, ma prima che potessi tirarmi su, lei si era già mossa.

Invece di restare a cavalcioni sul mio bacino, Raffy si spostò in avanti. Le sue ginocchia si piantarono ai lati delle mie spalle. Il tubino nero le era ormai arrotolato sopra la vita. Mi ritrovai letteralmente schiacciato sotto di lei, il viso intrappolato tra le sue cosce chiare e morbide. L'odore della sua eccitazione, mescolato al profumo alla vaniglia e al sudore della discoteca, era una morsa che mi toglieva il fiato. Era una droga pura.

Raffy mi guardò dall'alto in basso, stagliandosi contro il tettuccio buio del SUV. Il suo sorriso era l'incarnazione del disprezzo. Con estrema lentezza, infilò due dita sotto il bordo degli slip di pizzo neri, ormai zuppi, e li spostò di lato, liberando la sua intimità bagnata e bollente. Si abbassò di qualche centimetro, fino a sfiorare il mio naso con la sua pelle umida.

«Hai detto che con la lingua sei bravo,» mi ordinò, la voce gelida e perentoria, come una regina che comanda il suo schiavo peggiore. «Lavora. E vedi di non deludermi.»

Non avevo scampo. E, maledizione a me, non volevo averlo. Aprii la bocca e affondai la lingua direttamente contro il suo centro. Raffy sussultò violentemente, inarcando la schiena. Ma non si limitò a farsi leccare. Voleva dominarmi totalmente, umiliarmi su ogni fottuto fronte. Mentre io ero costretto a divorarla dal basso verso l'alto, sentii un peso improvviso atterrarmi dritto sull'inguine.

Raffy aveva allungato le gambe all'indietro.

I suoi piedi nudi, quelli che avevo venerato e da cui avevo bevuto fino a mezz'ora prima, premettero esattamente contro la mia erezione, tesa allo spasimo sotto la cerniera dei jeans. I talloni duri e lisci affondarono nella carne, mentre le piante e le dita smaltate iniziarono a massaggiarmi con forza, calpestandmi e strusciandosi contro il denim ruvido.

«Mmh... cazzo, sì...» ansimò lei sopra la mia faccia, stringendo le cosce attorno alla mia testa per impedirmi di scappare. «Leccami, bastardo. Più forte.»

Il contrasto era un corto circuito per il cervello. Da una parte mi toglieva il respiro con il suo sesso bagnato, obbligandomi a ingoiare i suoi umori, a usare la lingua con un ritmo frenetico per assecondare i suoi gemiti. Dall'altra, mi torturava l'inguine con i piedi, usandomi come un fottuto poggiapiedi. Ogni volta che io le davo piacere con la bocca, lei premeva il tallone contro il mio cazzo, strofinandolo con una violenza che mi faceva vedere le stelle.

«Guarda come sei duro, Garg,» mi derise dall'alto, la voce rotta dal piacere ma carica di veleno. La sentivo vibrare contro le mie labbra. «Sei intrappolato sotto di me. Mi stai pulendo come un cagnolino... e intanto ti strusci sotto i miei piedi come un verme. Fai pena. Sotto di me fai davvero pena.»

Provai a stringerle i fianchi, a ribaltarla, ma la sua presa coi talloni sul mio linguine si fece dolorosamente eccitante. E poi, il sapore di lei mi stava fottendo il cervello. Ero schiavo del suo corpo.

«M-muovi quella lingua... ah!» squittì all'improvviso. Le sue dita dei piedi si contrassero, aggrappandosi al tessuto dei miei pantaloni. «Non fermarti adesso, sfigato! Fammi venire! Fammi venire!»

Le diedi esattamente quello che chiedeva. Aumentai la pressione, succhiandola e stuzzicandola con una foga animalesca. Raffy perse completamente il controllo. Il suo corpo fu scosso da uno spasmo violento. Gettò la testa all'indietro, urlando il mio nome nel buio della macchina. Mentre l'orgasmo la attraversava, i suoi piedi nudi premettero contro il mio cazzo con una forza spasmodica, i talloni che mi schiacciavano in una morsa di dolore e lussuria assoluta. Inondò la mia bocca, tremando, costringendomi a ingoiare ogni singola goccia del suo trionfo.

Rimase accasciata sopra di me per qualche secondo, il petto ansante, i muscoli delle cosce tesi. Io ero al limite dell'esplosione, il bacino che si inarcava istintivamente contro le piante dei suoi piedi, cercando disperatamente una via d'uscita.

Poi, l'incantesimo si ruppe. Raffy sollevò il bacino. Si tirò su gli slip di pizzo con un colpo secco e ritirò le gambe. Senza dire mezza parola, scavalcò il mio corpo sudato, tornò sul sedile del passeggero e si tirò giù il tubino nero. Si sistemò i capelli guardandosi nello specchietto parasole, fredda e distaccata come se fosse appena uscita dal parrucchiere.

Rimasi sdraiato sul sedile abbassato, il viso sporco di lei, il respiro grosso e il cazzo che mi doleva in modo insopportabile per l'eccitazione negata.

«Mi hai sbavato tutto il trucco addosso, Garg,» disse lei, passandosi un dito sotto l'occhio, scocciata. Mi lanciò un'occhiata di sbieco, soffermandosi sul rigonfiamento osceno dei miei pantaloni. Un sorrisino sadico le piegò le labbra. «Io ho finito. Tirati su il sedile e portati a casa la tua erezione. Magari, se sei un bravo bambino, ci penserà la tua mano a consolarti.»

Aprì la portiera ed scese dall'auto, sbattendola con forza. Il suono echeggiò nella strada vuota. L'ennesima umiliazione. L'ennesima fottuta trappola. Mi aveva schiacciato, usato e lasciato a bruciare. Ma mentre ritiravo su il sedile, sentendo il sapore di lei ancora sulla lingua, la rabbia che provavo superò il limite del ritorno. Non era più un gioco di dispetti. Era diventata una guerra di annientamento.

Le sue parole mi rimbombarono nel cervello mentre la guardavo camminare verso il portone del palazzo. Portati a casa la tua erezione. Il dolore all'inguine era accecante, ma la nebbia dell'alcol che mi infiammava il sangue fu più forte di qualsiasi residuo di razionalità. Non questa volta. Non le avrei permesso di svuotarmi addosso la sua frustrazione per poi lasciarmi a marcire in macchina come un cane randagio.

Spensi il motore con una manata. Spalancai la portiera e mi fiondai fuori, i passi pesanti sull'asfalto silenzioso. Il portone a vetri si stava richiudendo lentamente dietro di lei. Ci infilai la mano un secondo prima che la serratura scattasse, bloccandolo.

Raffy era a metà dell'androne di marmo, diretta verso l'ascensore. Sentendo il rumore, si voltò di scatto. Sussultò, gli occhi spalancati per la sorpresa, ma ci mise meno di un secondo a rimettersi la sua fottuta maschera da stronza arrogante.

«Ma sei completamente impazzito?» sibilò, incrociando le braccia sotto il seno. «Che cazzo ci fai qui dentro? Ti ho detto di andartene. Esci subito prima che mi metta a urlare.»

Non dissi una parola. La raggiunsi in tre falcate. L'afferrai per i fianchi e, con una spinta brutale, la sbattei contro la parete fredda dell'androne. Raffy emise un gemito strozzato per l'urto, i tacchi a spillo che raschiavano sul pavimento. Il contrasto tra il marmo ghiacciato dietro la sua schiena e il mio corpo bollente schiacciato contro di lei la fece tremare.

«Lasciami, animale!» mi intimò, piantandomi le mani sul petto per spingermi via.

Ma io non arretrai di un millimetro. Le bloccai un polso contro il muro e con l'altra mano feci esattamente quello che volevo fare da tutta la sera. Le afferrai una tetta attraverso il tessuto sottile del tubino nero. La strinsi con forza, possedendo la pienezza della sua carne morbida, senza alcuna delicatezza.

«Ah! G-Garg...» ansimò lei, la finta indignazione spezzata dal tocco rude.

«Basta, Raffy,» le ringhiai contro la bocca, il respiro pesante che sapeva di vodka. «Basta con i tuoi fottuti giochetti. Non puoi usarmi solo come un fottuto vibratore umano per farti venire e poi sbattermi la porta in faccia. Non sono Marco. Io me lo prendo quello che voglio.»

Affondai il viso nel suo collo. Iniziai a baciarla, a morderle la pelle chiara e profumata di vaniglia, succhiando con rabbia per lasciarle il segno. Nel frattempo, la mia mano continuava a impastare il suo seno prosperoso, il pollice che sfregava senza pietà il capezzolo turgido eretto sotto la stoffa.

Lei si contorceva, ma non per scappare. Il suo corpo la tradiva, inarcandosi contro la mia mano e premendo l'inguine contro la mia erezione dolorosa. «S-sei ubriaco... sei un bastardo...» sussurrò, ma la sua voce era un lamento di puro desiderio.

«Lo so che i tuoi genitori non ci sono questo fine settimana,» le mormorai contro l'orecchio, facendola rabbrividire. «Sei sola in quella cazzo di casa. Saliamo. Finiamo questa serata come si deve. Fammi entrare. Te lo sbatto dentro così forte che domani mattina non riuscirai a camminare con quei fottuti tacchi.»

L'odio e l'eccitazione erano arrivati al punto di fusione. Raffy cedette per un istante. Chiuse gli occhi, buttò le braccia attorno al mio collo e mi baciò. Un bacio disperato, bagnato, profondo, le nostre lingue che lottavano come bestie feroci nell'androne silenzioso. Ricambiò con una passione che sapeva di resa, strusciando la coscia nuda contro il mio fianco.

Pensai di aver vinto. Sentii l'adrenalina esplodermi nel petto all'idea di trascinarla in ascensore, strapparle quel tubino da troia e farla urlare sul suo stesso letto.

Ma stavo dimenticando chi avevo di fronte.

Proprio quando mi rilassai, abbassando le difese per stringerla più forte, lei si staccò dalle mie labbra. Il suo sguardo, un secondo prima annebbiato dal piacere, tornò gelido come il marmo contro cui era appoggiata. La sua mano destra scattò in aria.

SBAAM.

Uno schiaffo violentissimo, secco e bruciante, mi colpì in pieno viso. Il rumore rimbombò nell'androne come uno sparo. La testa mi scattò di lato. Il bruciore si propagò sulla guancia all'istante, lasciandomi paralizzato per lo shock.

Raffy mi spinse via, approfittando del mio sbandamento. Si sistemò la scollatura del vestito, il petto che le si alzava e abbassava furiosamente, ma l'espressione era quella di una statua di ghiaccio.

«Non permetterti mai più,» sibilò, la voce carica di un veleno letale, puntandomi un dito contro il petto. «Io decido se, quando e come. E stasera, io ho deciso che tu torni a casa a farti una sega con i jeans sporchi della mia roba.»

Fece due passi indietro, premette il pulsante dell'ascensore e si infilò nell'abitacolo appena le porte si aprirono. «Ciao, sfigato,» aggiunse con un sorrisetto crudele, un secondo prima che le porte scorrevoli si chiudessero, inghiottendola e lasciandomi lì.

Solo, nel cuore della notte. Con la guancia in fiamme, il cazzo duro come il marmo e la consapevolezza che, in questa fottuta guerra, lei mi aveva appena massacrato di nuovo.

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