Trentadue minuti.
Ero fermo con il motore acceso sotto il palazzo di Raffy da trentadue fottutissimi minuti. Marco era su un treno o in macchina col fratello, diretto in montagna per due settimane, e io ero stato declassato ad autista personale della sua adorabile, insopportabile fidanzata. Le avevo mandato tre messaggi. Nessuna risposta. Solo una spunta blu. Stavo tamburellando le dita sul volante con una forza tale che la pelle cominciava a farmi male. Proprio quando decisi che la misura era colma, che l'avrei bloccata ovunque e l'avrei lasciata a piedi rovinandole la serata, il portone del palazzo scattò.
E la vidi uscire.
Mi si prosciugò la saliva in bocca. Ero incazzato nero, ma il mio corpo reagì prima del mio cervello. Era vestita da vera zoccola, non c'è altro modo per definirla. Indossava un tubino nero elasticizzato che definire "corto" era un eufemismo: era un fottuto nastro di tessuto che le copriva a malapena il sedere e si stringeva attorno alla vita a clessidra, per poi aprirsi in una scollatura abissale sul davanti. Senza reggiseno, ovviamente. Il seno prosperoso era compresso e spinto in alto, pronto a strabordare a ogni passo. Ma la cosa che mi fece pulsare le tempie furono i piedi. Calzava un paio di sandali a stiletto altissimi, neri, con dei laccetti sottili che le si incrociavano sulle caviglie chiare. Lasciavano quasi tutto il piede nudo, esibendo le sue dita smaltate di bordeaux e l'arco plantare piegato in quella posizione innaturale e fottutamente sensuale.
Camminava sul marciapiede come se stesse sfilando, consapevole di ogni singolo sguardo che avrebbe catturato da lì a fine nottata.
Aprì la portiera del SUV e si lasciò cadere sul sedile del passeggero. Un'ondata del suo profumo dolce alla vaniglia, mescolato a qualcosa di più forte e speziato, saturò l'abitacolo. Non mi guardò. Non disse "ciao". Non si scusò per la mezz'ora di ritardo. Il suo sguardo era già incollato allo schermo dell'iPhone, i pollici che scorrevano veloci sulle storie di Instagram.
«Metti l'aria condizionata a palla, Garg, che qui dentro si muore,» ordinò con la sua solita voce spocchiosa, senza nemmeno alzare gli occhi. «E muoviti. Ho il mio tavolo da gestire e la lista si chiude a mezzanotte. Non farmi fare tardi.»
Non farmi fare tardi. Aveva il fegato di dirlo dopo avermi fatto aspettare mezz'ora. Strinsi i denti, ingranai la marcia e partii con una sgommata che la fece sobbalzare leggermente sul sedile in pelle. Ma lei non fece una piega. Accavallò le gambe, un movimento fluido che fece scivolare quel minuscolo tubino nero ancora più su, scoprendo quasi interamente la coscia chiara e vellutata.
Ci separava una mezz'ora di strada per arrivare al locale in centro. Il silenzio nell'abitacolo era rotto solo dal rumore del motore e dai leggeri tap delle sue unghie sullo schermo del telefono. Era inavvicinabile. Una regina di ghiaccio avvolta in un vestito da troia, totalmente concentrata sui suoi fottuti social, sui cuoricini e sui messaggi dei morti di figa che le scrivevano in direct.
Al primo semaforo rosso, decisi di testare il terreno. La mia pazienza era finita in piscina, e stasera volevo riscuotere.
Allungai il braccio destro, superando il tunnel centrale dell'auto. Con calma, appoggiai la mia mano grande esattamente a metà della sua coscia esposta. La sua pelle era fresca, liscia, spalmata di una crema che la rendeva setosa sotto i polpastrelli. Sentii il calore del suo corpo trasferirsi sul mio palmo. Strinsi leggermente la presa, il pollice che sfiorava l'orlo microscopico del vestitino nero, pericolosamente vicino all'inguine.
Mi aspettavo una reazione. Mi aspettavo che mi tirasse uno schiaffo sulla mano, che mi desse del maniaco, che mi dicesse di rimettermi al mio posto. Mi aspettavo persino che, come l'altra volta, usasse i suoi piedi per provocarmi.
Invece... il nulla.
Raffy non sussultò. Non distolse lo sguardo dallo schermo. L'illuminazione del telefono le rifletteva negli occhiali mentre visualizzava tranquillamente la storia di un'altra persona. Non fece una singola piega, come se la mia mano massiccia posata sulla sua gamba nuda fosse un accessorio in dotazione con la macchina. Come se non esistessi.
L'indifferenza. La sua fottuta indifferenza era un muro di gomma. Provai a spingermi oltre. Iniziai a muovere le dita, accarezzando la pelle morbida dell'interno coscia, tracciando dei piccoli cerchi col pollice. Il contrasto tra la mia mano ruvida e la sua gamba perfetta era elettrizzante. Salii di qualche centimetro, sfiorando il tessuto teso del tubino, avvertendo la morbidezza della sua carne che cedeva sotto la mia pressione.
Niente. Cliccò "mi piace" a una foto, si sistemò una ciocca bionda dietro l'orecchio con la mano libera, e continuò a ignorarmi.
«Sei silenziosa stasera, principessa,» azzardai, la voce bassa e roca, stringendo la presa sulla sua gamba. «Ti stai preparando per il tuo pubblico?»
«Qualcuno deve pur lavorare, Garg,» rispose lei in modo piatto, la voce monocorde. Non mi degnò di uno sguardo. Fece scorrere un'altra foto sul feed. «Concentrati sulla strada. Più vai piano, meno tempo ho per incassare al locale.»
Era frustrante da morire. E, maledizione a me, eccitante in modo spaventoso. Mi stava letteralmente dicendo: Poggi pure la mano dove vuoi, Garg. Non mi fai nessun effetto. Sei così insignificante che non spreco nemmeno le mie parole per fermarti. Ero tornato a essere un cagnolino invisibile, ma la mia mano era lì, fissa sulla sua carne scoperta, mentre attraversavamo la città, e il mio cazzo nei pantaloni cominciava a farsi prepotentemente duro.
Poco dopo, appena arrivati.
I bassi pompavano a un volume così alto che mi facevano vibrare la cassa toracica.
Superammo la fila all'ingresso saltando i buttafuori con un semplice cenno del capo di Raffy. Mi trascinò in un mondo di cui non sapevo un cazzo. Il privé. Non avevo mai messo piede in una zona riservata di una discoteca. Era un fottuto acquario di lusso: divanetti in velluto scuro, tavoli di cristallo coperti di secchielli pieni di ghiaccio e bottiglie di vodka da trecento euro l'una. Ma la vera merce di scambio non era l'alcol. Erano le ragazze.
L'intero privé era un ecosistema basato su un'illusione. Era pieno di ragazze esattamente come Raffy: vestite in modo microscopico, tacchi vertiginosi, trucco perfetto e sguardi predatori. Il loro lavoro era farsi guardare, farsi desiderare e farsi comprare da gruppi di tizi incravattati, trentenni o quarantenni con l'orologio costoso, che pagavano fior di quattrini per avere quelle bambole al loro tavolo. Gli uomini compravano le bottiglie convinti di potersela scopare a fine serata. E le ragazze, dall'alto della loro spietata furbizia, sorridevano, strusciavano una coscia, si facevano offrire da bere e poi sparivano, lasciandoli col cazzo in mano e il portafoglio vuoto.
Appena mettemmo piede sul tappeto del privé, Raffy si voltò verso di me. «Senti, Garg,» mi disse, la voce fredda che tagliava il rumore della musica. «Io adesso lavoro. Ho tre tavoli da gestire. Il bar è da quella parte. Bevi quello che ti pare, metto io in conto. Ma non starmi tra i piedi e, per l'amor di Dio, non fare la faccia da cane bastonato. Divertiti.»
Non mi diede nemmeno il tempo di rispondere. Mi voltò le spalle, il culo perfetto fasciato da quel tubino nero che ondeggiava in modo ipnotico sui tacchi a spillo, e si immerse nella folla. Sparita.
Rimasi lì come un coglione. Avevo guidato per lei, l'avevo portata fin lì con un'erezione dolorosa nei pantaloni, e lei mi aveva parcheggiato al bar come un cappotto vecchio. La frustrazione mi chiuse lo stomaco. Andai dritto al bancone. «Vodka liscia. Doppia,» ordinai al barman. La buttai giù d'un fiato, sentendo il calore dell'alcol bruciarmi la gola. Ne ordinai subito un'altra. Avevo bisogno di un anestetico per sopportare quello che stavo per vedere.
Mi appoggiai col gomito al bancone, il bicchiere in mano, e la cercai con lo sguardo. Non ci volle molto per trovarla. Era al centro dell'attenzione, come sempre.
Raffy era seduta sul bracciolo di un divanetto di pelle nera, circondata da quattro ragazzi vestiti con camicie di lino sbottonate e un'aria da finti ricchi. E stava facendo la troia in un modo così sfacciato che mi fece ribollire il sangue. Si era piegata in avanti, appoggiando una mano sulla coscia di uno di loro, un tizio con un finto Rolex d'oro. La posizione del suo corpo era studiata al millimetro: inarcava la schiena in modo che la scollatura abissale del vestitino senza reggiseno gli finisse letteralmente sotto il naso. Il seno prosperoso, compresso e bianchissimo sotto le luci strobo, era un'arma di distrazione di massa.
«Ma dai, non ci credo che hai la barca!» le sentii urlare sopra la musica, la voce carica di finto stupore e risatine maliziose, mentre accarezzava il braccio del tizio.
Lui, visibilmente su di giri, le versò da bere in un calice. «Te la faccio vedere quando vuoi, bellissima. Basta che porti quel corpicino a bordo.»
Lei prese il calice, portandoselo alle labbra rosse, e lo guardò da sopra il bordo del bicchiere con uno sguardo carico di promesse che sapevo benissimo non avrebbe mai mantenuto. Poi, con una lentezza esasperante, accavallò le gambe. Il tubino nero si ritirò fino all'inguine. Il suo piede, calzato in quel sandalo a stiletto vertiginoso, iniziò a dondolare a pochi centimetri dal ginocchio del ragazzo. Le dita smaltate di bordeaux si muovevano a tempo di musica, un richiamo feticista irresistibile. Il tizio non riusciva a staccare gli occhi dalle sue gambe.
