Le settimane successive furono un fottuto inferno di silenzi.
Nessun messaggio. Nessuna notifica su Instagram. Nessuna delle sue maledette frecciatine velenose. Il vuoto totale. Mi aveva castrato psicologicamente in quella macchina, mi aveva usato come un fottuto vibratore umano e poi mi aveva ghostato, sapendo perfettamente che l'assenza delle sue provocazioni mi avrebbe fatto impazzire cento volte più della sua presenza. La odiavo. La odiavo così tanto che mi facevano male i denti a furia di stringere la mascella.
Eppure, la notte il mio cervello mi tradiva nel modo più lurido e umiliante possibile. Sognavo di scoparla. Non c'era un briciolo di dolcezza o romanticismo nei miei incubi bagnati, solo una brama violenta, cruda e totalmente proibita. La sognavo incastrata sotto di me, nuda, la pelle chiara madida di sudore. Nel sogno, non le permettevo di scappare. Le bloccavo i polsi sopra la testa, schiacciandola contro il materasso, e le sbattevo dentro tutta la rabbia che avevo in corpo finché quel suo sorrisetto arrogante non si spaccava in un gemito rotto e implorante. Sognavo i suoi maledetti piedi nudi, quelli che usava per provocarmi, agganciati dietro la mia schiena; sentivo le unghie laccate graffiarmi la pelle mentre la costringevo a guardarmi negli occhi e ad ammettere, piangendo, che non poteva fare a meno di me. Mi svegliavo nel cuore della notte, sudato, col respiro corto e il cazzo così duro da farmi pulsare l'addome, odiandomi per quanto il mio corpo desiderasse quella vipera.
La rividi finalmente a metà maggio. Una festa in piscina a casa di un mio amico, una di quelle robe pomeridiane destinate a degenerare in sbronze notturne. Appena varcai il cancello, superando il prato inglese e la cassa bluetooth che sparava musica a palla, il mio sguardo la agganciò come un fottuto radar.
Era arrivata con Marco, ovviamente. E, come sempre, sembrava aver studiato ogni singolo millimetro del suo aspetto per fare danni e mietere vittime. I capelli biondi e voluminosi erano sciolti, onde morbide che le accarezzavano le spalle e la schiena mezza scoperta. Indossava un costume intero bianco. Ma chiamarlo "intero" era una barzelletta: era sgambatissimo sui fianchi, un taglio netto che metteva in mostra le cosce tornite e l'attaccatura morbida dei glutei, e aveva una scollatura vertiginosa, trattenuta da laccetti sottili, che lasciava esplodere il suo seno prosperoso a ogni respiro. Il tessuto bianco e aderente, teso sulle sue curve a clessidra, contrastava in modo accecante con la sua pelle chiara e vellutata. E ai piedi? Niente. Rigorosamente scalza, le dita che accarezzavano il bordo ruvido della piscina.
Marco era seduto su un lettino a bersi una birra, invisibile come un fantasma nel suo stesso mondo. Lei, invece, stava tenendo banco. Appoggiata al bordo della piscina, rideva e scherzava con tre ragazzi che le ronzavano attorno come cani in calore. Si piegava in avanti, apposta, per far ciondolare i seni nella scollatura, sfiorando con finta innocenza il braccio di uno di loro, lanciando occhiate languide e maliziose da dietro le lenti sottili degli occhiali. Era uno spettacolo stomachevole. Una puttana dell'attenzione allo stato puro che si nutriva degli sguardi altrui.
Mi avvicinai al gruppo per salutare il padrone di casa e prendere da bere. Sentii lo sguardo di Raffy scivolarmi addosso per una frazione di secondo. I nostri occhi si incrociarono. Mi aspettavo un ghigno, una smorfia, un'occhiata di sfida per ricordarmi come mi aveva umiliato. E invece... niente. Il vuoto cosmico.
Distolse lo sguardo senza battere ciglio, passandosi una mano tra i capelli e ridendo sguaiatamente a una battuta pietosa di un tizio muscoloso accanto a lei. «Eh già, se continui a fare palestra così mi sa che ti assumo come guardia del corpo!» le sentii tubare, la voce impastata di finta dolcezza.
Mi aveva cancellato. Stava giocando alla principessa intoccabile. Andai al tavolo delle bevande e afferrai una birra ghiacciata. La strinsi così forte che il vetro rischiò di andarmi in frantumi in mano. Stava flirtando sfacciatamente con tutti, umiliando Marco che non se ne rendeva conto, e usava la sua indifferenza come un'arma per farmi esplodere.
«Oh, grande Garg! Sei arrivato!» mi salutò uno dei ragazzi del gruppo. Lei non si voltò nemmeno. Prese il suo bicchiere, sollevò una gamba e appoggiò un piede nudo sul bordo di un lettino, una posa plastica e calcolata al millimetro per far risaltare il culo fasciato dal costume bianco, e continuò a ignorarmi.
Rimasi a fissarla, bevendo un sorso amaro. Ogni suo movimento era un insulto. Il modo in cui si inumidiva le labbra rosse, il modo in cui tendeva la caviglia per farsi ammirare le gambe. Voleva farmi perdere il controllo. Voleva che sbavassi e mi mettessi in fila dietro agli altri sfigati solo per ricevere un'briciolo della sua attenzione.
Era rivoltante guardare come tutti i nostri amici le sbavassero dietro. Ragazzi fidanzati, single, non faceva differenza: la presenza di Raffy li riduceva a un branco di idioti lobotomizzati. E la cosa peggiore era che lei lo sapeva benissimo. Anzi, si nutriva di quell'attenzione. Eppure, mentre li giudicavo dall'alto della mia finta superiorità, la verità mi colpì come uno schiaffo: criticarli era da ipocriti. Loro almeno si limitavano a guardarle il culo. Io, invece, avevo infilato le dita nelle mutandine della ragazza del mio migliore amico e, se lei non si fosse tirata indietro per puro sadismo, me la sarei scopata nel mio SUV senza pensarci due volte. Ero un amico di merda tanto quanto loro. Forse anche peggio.
La giornata scivolò via tra birre ghiacciate, musica a palla e l'odore della crema solare che si mescolava a quello del cloro. Cercai di stare con gli altri, di fare discorsi normali, ma i miei occhi tornavano sempre lì. A fare la guardia. O meglio, a fare il guardone. Raffy passava da un gruppetto all'altro, facendo la troia con una naturalezza disarmante. A un certo punto decise di farsi un tuffo. Quando uscì dall'acqua, fu come se qualcuno avesse premuto il tasto slow-motionsu tutta la fottuta festa. Si sollevò facendo leva sui polsi, inarcando la schiena. Il costume bianco, ora completamente bagnato, le si era incollato addosso come una seconda pelle, diventando pericolosamente trasparente. La stoffa tesa lasciava intravedere il contorno scuro dei capezzoli inturgiditi dall'acqua fredda. L'acqua le scivolava lungo il collo, tra i seni prosperosi, giù fino alla vita stretta e ai fianchi larghi. E lei si prese tutto il tempo del mondo per sistemarsi il bordo sgambato del costume, tirandolo ancora più su per mostrare i glutei sodi, mentre camminava scalza sul bordo vasca, lasciando adorare i suoi piedi nudi dai presenti.
Sospirai pesantemente, distogliendo lo sguardo per non impazzire. Mi lanciai in acqua e mi stesi a pancia in su su un materassino galleggiante, cercando di farmi passare il calore che mi si era accumulato all'inguine. Poco dopo, l'acqua si increspò e Marco si aggrappò al bordo del mio materassino, bagnato e sorridente. Iniziammo a chiacchierare del più e del meno. Il calcio, il lavoro, le solite stronzate. Guardarlo negli occhi mi faceva sentire un verme, un pezzo di merda viscido. Mentivo con ogni mio respiro. Ma l'istinto di sopravvivenza ebbe la meglio e riuscii a parlarci con il solito tono fraterno.
Poi, l'attenzione di Marco si spostò oltre la mia spalla. Mi voltai. Raffy era sdraiata a pancia in giù su un asciugamano, il sedile esposto in modo osceno, mentre un nostro amico, chiaramente su di giri, le spalmava la crema solare sulle cosce e sui polpacci. Lei aveva gli occhi chiusi e muoveva pigramente le dita dei piedi in aria, godendosi ogni singolo tocco.
Non ce la feci a tenermelo per me. «Cazzo, fra...» mormorai, indicandola con un cenno del mento. «Ma non ti dà ai nervi? Voglio dire, si sta facendo strusciare da mezza festa. Come fai a sopportare che si metta in mostra in quel modo?»
Marco si passò una mano tra i capelli bagnati. Sospirò, ma sul suo viso non c'era rabbia, solo un'infinita, patetica rassegnazione mista a ingenuità. «Garg, tu sei fatto in un modo, lei in un altro,» mi rispose, stringendo gli occhi per il sole. «Lo so che sembra esagerata, ma lei è così. Adora essere adulata. Ama avere tutti gli occhi addosso, la fa sentire sicura di sé. Alla fine, lascia che le sbavino dietro... io so che fa la provocatrice, ma in fondo mi è fedele. È solo il suo modo di giocare.»
