Rimasi paralizzato. Fedele. Se ci credi tu, Marco, pensai, sentendo lo stomaco stringersi. Se solo sapessi che la tua principessina fedele voleva il mio cazzo in bocca a due chilometri da casa tua.
Ma le sue parole scavarono un solco profondo nella mia mente. Adora essere adulata. Era un'illuminazione. Fino a quel momento, avevo combattuto Raffy con la mia stessa arma: la schiettezza, l'insulto, il muro di gomma. Ero stato l'unico stronzo a non prostrarsi ai suoi piedi nudi, e questo l'aveva mandata fuori di testa. Ma l'odio non aveva funzionato. Mi aveva solo fatto guadagnare una masturbazione violenta e un biglietto di sola andata per l'inferno della frustrazione.
Se il suo carburante era l'adulazione... perché non darglielo? Ero logorato da quel desiderio proibito. Volevo scoparla fino a svuotarle il cervello, volevo distruggere quell'ossessione che mi teneva sveglio la notte e che mi faceva odiare me stesso. E se la chiave per aprirle le gambe definitivamente fosse stata proprio assecondare il suo ego smisurato? Se adularla, fare la parte del cagnolino sedotto, fosse la strada più veloce per portarmela a letto, svergognarla e poi, finalmente, togliermela dalla testa?
La guardai di nuovo. Si era girata supina, portandosi le ginocchia al petto in una posa falsamente innocente, offrendo allo sguardo di tutti l'interno delle sue cosce chiare. Vuoi un cane che ti aduli, strega? pensai, mentre un'eccitazione fredda e calcolatrice mi invadeva il sangue. Allora preparati. Perché ti darò tutta l'attenzione che brami, ma quando avrò finito con te, non ti resterà nemmeno un briciolo di dignità.
Non mi fermai. Se aveva bisogno di essere venerata per cedere, l'avrei venerata fino a farle perdere la fottuta ragione.
Continuai a baciarle le piante dei piedi, sentendo il sapore leggero del cloro mescolato a quello della sua pelle. Feci scivolare la lingua nell’incavo tra le dita smaltate di rosso, leccandole con una lentezza calcolata, per poi prenderne una tra le labbra e succhiarla delicatamente. Nel frattempo, la mia mano libera risalì lungo il suo polpaccio bagnato, accarezzando l'interno della coscia, sfiorando il bordo sgambato di quel costume bianco che ormai non nascondeva più nulla.
«Sei un fottuto capolavoro, Raffy», mormorai contro il suo collo del piede, spingendo al massimo l'acceleratore dell'adulazione. Mi faceva quasi schifo dirlo, ma l'effetto su di lei era esplosivo. «Nessuno ti merita. Non Marco, non quegli sfigati là fuori. Hai un corpo fatto per essere adorato, per essere servito... Lasciati venerare, principessa».
Raffy gettò la testa all'indietro. Il respiro le si spezzò in un rantolo umido, ma la sua maschera da stronza non cadde del tutto, anzi, la usò per godersi il momento. «Mmh... guarda come sbavi», ansimò, la voce impastata di lussuria e spocchia. Mi guardò dall'alto in basso con quel suo sorrisetto crudele. «Sei patetico, Garg. Facevi tanto il superiore, e guardati adesso... sei letteralmente ai miei piedi come un cane randagio. Fai pena».
«Faccio pena, sì», le diedi corda, baciandole l'arco plantare e risalendo con la mano fino a sfiorare l'inguine fasciato dal tessuto fradicio. «Faccio pena perché non riesco a smettere di pensarti. Sei la mia cazzo di ossessione».
Mentre lo dicevo, portai una mano alla vita e mi sfilai il costume bagnato. Lo spinsi giù lungo le gambe, liberandomi. Il mio cazzo scattò in avanti, duro come la pietra, teso e pulsante.
Raffy abbassò lo sguardo. Le lenti sottili dei suoi occhiali si appannarono leggermente. Il suo petto si alzava e si abbassava a un ritmo frenetico. Il costume bianco, proprio lì in mezzo alle sue gambe, era zuppo, bagnato fradicio di un'eccitazione che l'acqua della piscina non poteva giustificare. A quel punto, con un movimento brusco, mi piantò un piede contro il petto e mi spinse indietro.
«Alzati», mi ordinò, il tono perentorio.
Mi alzai in piedi, svettando sopra di lei. Ero completamente nudo dalla vita in giù, esposto al suo sguardo famelico e arrogante. Raffy si sistemò meglio sui gomiti, allargando le gambe sul letto. Sollevò i piedi nudi e, finalmente, fece la mossa che aspettavo da mesi. Appoggiò la pianta fredda e liscia del suo piede destro direttamente sulla base del mio cazzo. Trattenni il fiato. Il contrasto tra la sua pelle fresca e il mio calore febbrile fu una scossa elettrica. Poi aggiunse l'altro piede, intrappolando la mia erezione tra i suoi archi plantari morbidi.
Iniziò a muoverli. Su e giù. Le sue dita smaltate di rosso sfioravano il glande a ogni passaggio, mentre i talloni premevano contro di me. Era un tocco arrogante, sfacciato, di chi sa esattamente il potere che ha tra le mani... o tra i piedi.
«Sei proprio un poveraccio, Garg», sussurrò, accelerando il ritmo. La sua voce era un sussurro crudele che mi entrava nel cervello. «Mi hai insultata, mi hai dato della troia, hai fatto la spia con Marco. E tutto per cosa? Perché morivi dalla voglia di farti toccare da me. Ti sei dovuto mettere in ginocchio per avere un po' della mia attenzione».
Strinsi i pugni lungo i fianchi, chiudendo gli occhi per il piacere devastante che mi stava dando. «Sì... continua, strega...»
«Non mi chiami più troia, adesso?» lo stuzzicò, premendo le piante dei piedi con più forza, frizionandomi la pelle con un ritmo che mi faceva mancare l'aria. «Siete tutti uguali. Cagnolini al guinzaglio. Ti accontenti delle briciole che ti lancio, vero Garg? Ti basta che io ti accarezzi col piede per farti sentire in paradiso. Faccio quello che voglio di te».
Era odiosa. Era la persona più schifosa, viziata e insopportabile che conoscessi. E proprio per questo, mentre i suoi piedi perfetti mi mungevano con una precisione sadica e il suo corpo seminudo si offriva al mio sguardo in tutta la sua arroganza, mi resi conto che non ero mai stato così fottutamente eccitato in vita mia.
Il ritmo che mi stava imponendo era una tortura perfetta. Le piante dei suoi piedi, lisce e fresche, scivolavano lungo la mia erezione con una frizione che mi mandava in corto circuito il cervello. Raffy stringeva gli archi plantari attorno a me, usando i talloni per fare pressione alla base e le dita smaltate di rosso per accarezzarmi fino in cima.
«Guarda come tremi,» mi derise, incrociando le braccia sotto il seno prosperoso per spingerlo ancora più in su, offrendomelo come uno spettacolo intoccabile. «Sei così disperato. Scommetto che stavi sognando questo momento da mesi, chiuso in camera tua a piangere. Povero, piccolo sfigato. Ti basta che io muova un po' le caviglie per ridurti a uno straccio.»
«Sì... cazzo, sì,» ansimai, incapace di negarlo, le mani strette a pugno lungo i fianchi. L'odio che provavo per lei era pari solo alla lussuria cieca che mi stava divorando.
«Sei un giocattolino divertente, Garg,» continuò, spietata, mentre accelerava il ritmo. I suoi piedi si muovevano con una maestria sadica, conoscendo esattamente i punti giusti per farmi impazzire. «Ma vedi di darti una regolata.» Arricciò il naso perfetto in una smorfia di puro disgusto. «Avvertimi quando ci sei. Togliti prima di finire. Non osare sporcarmi i piedi, mi fa uno schifo tremendo. Hai capito? Non azzardarti a toccarmi con la tua roba.»
Le sue parole, così cariche di spocchia e ribrezzo, furono la scintilla finale. Il mio corpo si tese come la corda di un arco. Non volevo fermarmi. Non volevo togliermi. Volevo marchiarla.
«Raffy...» ringhiai, la voce rotta, i muscoli dell'addome contratti. «Ti ho detto di spostarti! Togliti!» ordinò lei, cercando di ritrarre le gambe con uno scatto stizzito, ma era troppo tardi.
Con un gemito gutturale, esplosi. Non mi ritrassi di un millimetro. Il mio seme caldo e denso schizzò fuori, colpendo in pieno il collo del suo piede, colando tra le dita smaltate di rosso e macchiando la pelle chiara delle sue caviglie. Fui scosso da spasmi violenti, riversando su di lei tutta la frustrazione e il desiderio di quei mesi maledetti.
Il silenzio nella stanza durò una frazione di secondo. Poi, scoppiò l'inferno.
«Ma sei un fottuto idiota?!» strillò Raffy, gli occhi spalancati dietro le lenti per l'orrore e la rabbia. Scalciò, colpendomi di striscio il fianco per allontanarmi, guardando i suoi piedi perfetti imbrattati di me. «Che schifo! Che cazzo di schifo! Ti avevo detto di non sporcarmi, brutto maiale! Fai vomitare, sei un fottuto incapace!»
