Calpestami!

Capitolo 5 - La Troia del Mio Migliore Amico

l'epilogo della storia, il rovescio della medaglia...anche se alla fine si torna sempre dove si sta bene.

A
Alessia

2 ore fa

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La sua confessione è come una borsa di ghiaccio contro il mio cazzo bollente. Vergine. Io, Garg, quello che parla sempre col cazzo in mano, mi trovo sopra la più grande puttana che conosca, la troia che mi ha tentato e svergognato per mesi, e lei mi butta addosso questa frase: "Sono vergine".

Rido. Un suono ruvido, secco, che sembra provenire dalle viscere. Un riso che la fa sobbalzare, che le fa rizzare i capezzoli duri come sassolini contro il mio petto.

«Vergine?» dico ancora, e la risata mi scossa di nuovo. «Tu? La regina del cazzo, della fica, della troiaggine varia? Quella che si pavoneggia coi piedi nudi in faccia a tutti, sperando che qualcuno le lecchi le dita? Vergine?»

Lei tenta di spingermi via, ma è debole. La sua rabbia si è trasformata in panico. È bellissima così. In trappola. Con il segreto più grande svelato.

«Non sei nessuno per giudicarmi, stronzo!» sibila, ma la voce è rotta.

«Ah, no?» Le sorrido, un'espressione che non ho mai usato con lei. Una sorrisa da predatore. «E chi, se non io? Io che ti ho visto per quello che sei fin dal primo giorno. Una bambina viziata con un buco tra le gambe che non ha il coraggio di usare. Una troia mancante.»

La mia mano scende, lenta, tra le sue coscia. La sento trementare.

«Allora è così, Raffy? Volevi che la tua prima volta fosse dolce? Magari su un letto di rose, con candele e musichetta romantica? Con il tuo fidanzato Marco, lì, che ti riempie di complimenti mentre ti scopa con la delicatezza di un fiore di loto?»

La risata mi prende di nuovo, mentre le mie dita sfiorano le sue labbra, umide e calde. «No, tesoro. Non per te. Non dopo tutto quello che mi hai fatto passare.»

Mi appoggio sul gomito, il mio corpo sempre più addosso al suo. La guardo dritta negli occhi.

«Volevi giocare? Volevi essere tu al comando? Vedere se potevi piegarmi al tuo volere, usare quei piedi da puttana per farmi diventare il tuo schiavo?»

Le mie dita si insinuano più a fondo, sotto il suo pantaloncino ,trovando il suo clitoride, turgido e pronto. Lei sobbalza, un gemito le sfugge, lo riesce a reprimere solo mordendosi il labbro. Il suo odio ora è lì, mischiato a un piacere che non può controllare.

«Beccati il tuo premio, Raffaella.»

Il mio cazzo duro preme contro il suo inguine, un promessa che non può più essere ignorata. Lei indossa solo quei pantaloncini di cotone, un velo stupido che non serve a nascondere nulla.

«Volevi essere puttana? Sarai puttana. Ti scoperò fino a farti dimenticare anche solo la forma del cazzo di Marco. Fino a quando non mi pregherai di fermarti, non perché hai finito, ma perché non riuscirai più a sentirne un altro senza pensare al mio.

La sua reazione è istintiva, violenta. Mi graffia il petto con le unghie, cercando di scavare solchi nella mia pelle. «Smettila, stronzo! Lasciami andare!»

La sua voce è tornata ad essere quella da mocciosa viziata, ma è un trucco. Vedo la paura nei suoi occhi. Il panico di chi ha perso il controllo.

Le sorrido, un ghigno che le fa capire che ho vinto. «No, Raffy. Il gioco è appena iniziato.»

La ignoro, come ha fatto lei con me più volte. Come se le sue parole fossero solo vento.

La mia mano scende, decisa, afferra il bordo dei suoi pantaloncini. Lei tenta di chiudere le gambe, ma io la blocco e con il ginocchio, la spalanco con la forza.

«No, per favore...» La sua voce è cambiata. Ora c'è supplica. È la voce della ragazzina spaventata che si nasconde dietro la faccia da troia.

«Per favore cosa, Raffy? Per favore non scoparti la fica bagnata che aspetta il mio cazzo da mesi?»

Le tiro giù i pantaloncini con un colpo secco. Le mutandine sono fradicie, completamente bagnate. Le alzo, le porto al suo viso.

«Guarda che schifo, Raffy. Sei una cagna in calore.»

Lei cerca di scappare, di girare la testa. Io le afferro il mento, la costringo a guardarmi.

«Apri la bocca, puttana.»

Scuote la testa, le lacrime che le rigano il viso.

«Apri la bocca!» ripeto, e questa volta la mia voce è un commando.

Le schiaffeggio, non forte, ma abbastanza da farle aprire le labbra in un gemito di sorpresa. Ne approfitto. Le infilo le mutandine in bocca, fino in fondo. Il sapore del suo piacere, la sua umidità, ora le riempiono la bocca, soffocandola.

«Zitta,» le sibilo. «Ora zitta e gusta il tuo succo di troia.»

Il suo corpo si contorce, i suoi lamenti sono soffocati dal cotone fradicio. La eccita, lo vedo nei suoi occhi. Odia che io le stia facendo questo, ma il suo corpo ama ogni secondo.

Mi sistemo tra le sue cosce, la punta del mio cazzo duro e caldo contro la sua fica, già aperta e tremante.

«Senti, Raffy? Senti il cazzo che ti sta per distruggere?»

Lei si lamenta, un suono strozzato e incomprensibile, mentre la mia asta si struscia contro le sue labbra, bagnandola con il suo stesso succo. Il mio prepuzio sfiora il suo clitoride, duro come un sasso. Lei trema.

Prendo le sue trecce bionde, le avvolgo attorno al mio pugno, e poi le giro attorno al suo collo, non troppo stretto, ma abbastanza da farle sentire la pressione.

«Se ti muovi, stringo,» le avverto.

Un gemito più forte le sfugge, soffocato dalle mutandine.

La guardo dritta negli occhi, mentre il mio cazzo preme contro il suo ingresso. È un momento perfetto. L'ho piegata, l'ho sottomessa. Ora è mia.

Con una spinta decisa, entro in lei.

Un urlo le esce dalla gola, ma è ancora soffocato. Il suo corpo si inarca, le sue mani si aggrappano alle lenzuola. È stretta, incredibilmente stretta. La sua verginità non era una bugia.

Mi fermo un secondo, godendomi la sensazione della sua fica che mi stringe, che si adatta alla mia dimensione. Poi inizio a muovermi.

Non ci sono carezze, non ci sono complimenti. C'è solo la violenza del mio cazzo che la scopa, che la possiede. Ogni colpo è profondo, violento, facendola urlare contro il cotone in bocca.

«Senti questo, Raffy? Questo è cazzo. Questo è quello che volevi.»

E stringo le trecce, con violenza e forza. La sua aria si fa più corta, il suo viso si arrossa, i suoi occhi si spalancano. La sua fica, invece, si bagna ancora di più, stringendomi in un abbraccio mortale.

Sento una resistenza, un diaframma di carne che si oppone alla mia invasione. Il suo corpo si tende tutto, un arco teso all'infrangersi. La sua fica trema attorno alla mia testa del cazzo, un sussulto spasmodico.

«Senti questo, Raffy?» sibilo contro il suo orecchio, la mia voce bassa e brutale. «Questo è il cazzo che spacca le puttane come te.»

E spingo. Con tutto il peso del mio corpo. Con tutta la rabbia accumulata in mesi di provocazioni.

Un sibilo acuto le si strozza in gola. Le mutandine fradicie assorbono il suono. Sento la sua membrana lacerarsi sotto la mia spinta, un calore umido e denso che avvolge la mia asta. È sangue. Il sangue della sua fottuta verginità.

«Adesso sì, Raffy. Adesso sei una vera puttana.»

Inizio a scoparla. Non c'è ritmo, non c'è grazia. C'è solo la rabbia pura, tradotta in colpi bassi, profondi, che le spingono l'utero contro la colonna vertebrale. Le palle, pesanti e piene, sbattono contro il suo culo ad ogni spinta.

Si dimena. Cerca di liberarsi, ma io la tengo bloccata. La sua rabbia esplode in insulti soffocati. «Mmhhph... hhphh... fffhhg... nnnoh!»

Non capisco le parole, ma capisco il significato. Mi odio. Vorrebbe sbranarmi.

Le trecce nel mio pugno si stringono. Il suo viso diventa rosso, poi violaceo. Le vene del collo pulsano, tese come corde di violino. I suoi occhi mi lanciano fulmini. Ma non c'è solo odio. C'è panico. C'è un piacere atavico che emerge dal dolore.

Lei piange. Lacrime silenti che le rigano il viso, mischiandosi al sudore. E io la guardo. Mi nutro della sua disperazione.

«Piangi, Raffy? Povera piccola principessa che non si aspettava di essere scopata così?»

Stringo ancora. Il suo respiro è un rantolo affannoso. I suoi lamenti strozzati iniziano a cambiare. L'acuto del dolore si abbassa, si trasforma in un suono più cupo, più lungo. Un gemito. Un vero, putridamente erotico gemito di piacere.

«Senti? La tua fica mi ama. Odia me, ma ama il mio cazzo.»

Stringo le trecce, la costringo a guardarmi mentre la distruggo. La sua fica è una voragine bollente, sanguinolenta, che mi succhia dentro, che non vuole lasciarmi andare. Le sue mani non graffiano più, ma si aggrappano alle mie spalle, le unghia che si conficcano nella mia pelle, non per ferirmi, ma per ancorarsi a me mentre la tempesta del piacere la travolge.

Continuo a scoparla. Ogni colpo è una dichiarazione. Ogni colpo è una vendetta.

«Questa è la tua prima volta, Raffy. Ricordala. Ricorda il sangue. Ricorda il mio cazzo che ti spacca. Ricorda il mio odore.»

La mano libera scende, afferra il suo seno, lo stringo con forza, il capezzolo duro contro il palmo della mia mano. Lei urla, ma è un urlo di puro godimento. Il suo corpo è un campo di battaglia, e io sono il vincitore.

La sento vicina. La sento che si avvicina all'orlo. La sua fica si contrae, diventa ancora più stretta, se possibile. Le sue gambe mi avvolgono, mi tirano dentro, come se volesse farmi diventare parte di lei.

«Vieni, Raffy. Vieni come una cagna in calore. Vieni con il cazzo dello stronzo che odi dentro di te.»

Lei scoppia. Un urlo liberatorio, le lacrime che le sgorgano mentre il suo corpo si contorce in un orgasmo violento, selvaggio, che le fa perdere il controllo. La sua fica mi masturba, mi succhia, mi strizza, mentre lei si abbandona al piacere.

E io, la vedo così, distrutta, piena del mio cazzo, del mio sangue, del mio odio, e non posso trattenermi. Con un ringhio, le sbatto dentro l'ultima volta, scaricando tutto dentro di lei. Il mio sperma, caldo e denso, si mescola ai suoi fluidi, al suo succo, creando un cocktail depravato che trabocca dalla sua fica.

Crollo su di lei, esausto. Il mio cuore batte all'impazzata contro il suo petto. Sento il suo respiro affannato, il suo odore, il suo sudore. Sento le sue trecce ancora attorno al mio pugno, un promemoria del mio potere su di lei.

Resto sopra di lei, il mio peso un'ancora che la inchioda al materasso umido e sfondato. Sento il suo corpo che trema sotto di me, un'intermittenza di singhiozzi e spasmi post-orgasmici. Il suo respiro è un rantolo roco, un suono di chi ha lottato per ogni singola molecola d'aria.

Poi, ricomincia. Lentamente all'inizio, poi con più forza. Le sue pugnette, piccole e deboli, battono contro la mia schiena. Non è un attacco, è una sconfitta che si trasforma in rabbia impotente. È il cigno che, morendo, batte le ali per l'ultima volta.

«Ti odio... ti odio... ti odio, bastardo!» La sua voce è un filo rotto, una cascata di parole affogate nel pianto a dirotto. «Sei un mostro... uno schifoso...»

Continua a picchiarmi, le sue lacrime scorrono a dirotto, con i nostri succhi. Io non mi muovo. La lascio sfogare. La lascio scaricare tutta la sua rabbia, tutta la sua umiliazione sul mio corpo.

Quando i suoi colpi si indeboliscono, quando i suoi insulti si trasformano in gemiti disperati, mi alzo leggermente, appoggiandomi sui gomiti. Il mio cazzo è ancora dentro di lei, un promemoria caldo e pesante della sua sconfitta.

Le guardo il viso. È un disastro. Gli occhi gonfi, le labbra gonfie. È la faccia di una puttana appena uscita da una battaglia. E bellissima. Terribilmente, meravigliosamente bella.

Mi piego, le bacio la guancia. È un gesto delicato, quasi tenero, che stona con la violenza di prima. Lei si ritrae, come scottata dal mio tocco.

«Dimmi la verità, troia,» sussurro contro la sua pelle. La mia voce è calma, sicura. Non c'è più rabbia, solo la certezza della vittoria. «Lo hai amato, vero?»

Lei scoppia a piangere di nuovo, a singhiozzi convulsi. «No... ti odio...»

«Menti» la interrompo, la mia voce ancora bassa, un sibilo contro il suo orecchio. «La tua fica non mente. Si è bagnata per me. Si è strizzata intorno al mio cazzo mentre ti strozzavo. È venuta più forte di quanto abbia mai fatto con le mani o la bocca tuo fottuto fidanzato.»

Lei non risponde. Piange solo di più.

Mi rialzo un po', la guardo dritta negli occhi.

«E se te lo chiedessi...» dico, e la mia voce si fa più bassa, quasi un sussurro. «Se ti dicessi adesso, "Raffy, scopami di nuovo"... cosa faresti?»

Il suo respiro si blocca. I suoi occhi mi fissano, pieni di terrore e... altro. Qualcosa che non riesco a decifrare. Qualcosa che assomiglia terribilmente al desiderio.

«Lo rifaresti subito, vero? Subito, senza pensarci. Mi apriresti le gambe e mi lasceresti distruggerti di nuovo.»

Mi appoggio ancora, il mio peso che la schiaccia. Il mio cazzo si indurisce di nuovo dentro di lei, un promemoria del piacere che la possiede.

«Ammettilo, Raffy. Ammetti che ami essere scopata come una cagna.»

Lei scoppia. In un urlo che è metà rabbia, metà piacere.

«SI!» urla, la voce rotta. «SI, BASTARDO! SÌ, LO HO ODIATO E LO HO AMATO! SÌ, MI HAI SCOPATO E MI HAI DISTRUTTO! SÌ, VOGLIO DI PIÙ!»

Le sue parole sono una confessione esplosiva. Una resa totale.

La sua confessione è musica per le mie orecchie. Un suono di sconfitta totale, di resa incondizionata. Il pianto si è trasformato in singhiozzi controllati, e i suoi occhi, pur rossi e gonfi, mi guardano con una mistura di odio e di un altro sentimento che non ho mai visto in lei: supplica.

mi sposto di lato. «Guarda il mio cazzo,» le ordino, la voce bassa e imperiosa. L'asta si presenta al suo sguardo, non più dura e aggressiva, ma appassita, grottesca nel suo stato post-scopata. È sporco, coperto di un miscuglio bianco e rosastro: il mio sperma, il suo sangue, i suoi succhi. Un trofeo della sua deflorazione violenta.

«È ancora moscio e tutto sporco della tua figa,» le dico, con un tono disgustato. «Prima di essere scopata fai il bravo cane e succhiami il cazzo moscio per pulirlo.»

Lei sobbalza. Il suo volto, già una maschera di umiliazione, si contorce in un'espressione di puro schifo. Per un attimo, la vecchia Raffy, la mocciosa viziata, sembra tornare a galla. Le sue labbra si stringono in una linea sottile, gli occhi mi fulminano.

«Mai,» sussurra, la voce piena di veleno. «Non toccherò quella cosa schifosa.»

Mi limito a sorridere. Non è un sorriso felice. È un sorriso da padrone al suo schiavo. Non devo fare nulla. Il mio silenzio, il mio sguardo fisso, sono peggio di qualsiasi minaccia.

Il suo corpo trema. La battaglia si combatte nei suoi occhi. L'orgoglio contro il desiderio. L'odio contro il bisogno di essere umiliata di nuovo.

Vince il desiderio.

Si alza lentamente, come se ogni muscolo le facesse male. E probabilmente le fa male. Si mette a carponi sul letto, un cane ubbidiente che si avvicina al suo padrone. La sua schiena è un arco perfetto, il suo culo gonfio si dondola leggermente mentre si muove.

Si ferma davanti al mio cazzo. Lo guarda. È un momento di pura magia depravata. La reginetta della troiaggine, la ragazza che faceva di tutto per attirare l'attenzione, ora è ridotta a questo. A un animale che deve pulire lo strumento della sua umiliazione.

Chiude gli occhi per un attimo, come se cercasse la forza per fare ciò che deve fare. Poi si china.

La sua lingua esce, esitante. È umida, calda. Tocca la punta del mio cazzo moscio. Un brivido mi percorre la schiena.

Lei si ritrae, un sussulto involontario. Ma io non dico nulla. La guardo solo.

Riprova. Questa volta la sua lingua si muove con più sicurezza. Lecca l'asta, dal basso verso l'alto. Il suo sapore è sulla sua lingua. Il mio sapore è sulla sua lingua. Il nostro miscuglio.

Inizia a succhiare. Non è un pompino. È una pulizia. È un atto di umiliazione totale. Prende il mio cazzo moscio in bocca, lo succhia delicatamente, le sue guance che si muovono mentre cerca di pulire ogni singola parte di me. Le sue labbra, le sue labbra da puttana, ora sono al mio servizio.

«Fai bene, cagna,» le sibilo, e la mia voce è un filo roco di desiderio.

Il mio cazzo risponde. Inizia a indurirsi di nuovo, a crescere nella sua bocca. Lei sente il cambiamento, lo sente il mio cazzo che si riempie di sangue, che preme contro la sua lingua, contro il suo palato.

Un gemito le sfugge, soffocato dalla mia carne che la riempie. Non è più una pulizia. Sta diventando un pompino. Un vero pompino. E lei lo ama.

La sua testa si muove, su e giù, con un ritmo che diventa sempre più vorace. La sua lingua danza attorno alla mia asta, le sue labbra stringono, succhiano, mentre il mio cazzo le scopa la bocca.

La sua bocca è un'opera d'arte depravata, un tempio costruito per adorare il mio cazzo. Ma un tempio non basta. La sua resa deve essere totale, fisica. La afferro per i capelli, un groviglio bagnato di sudore e sperma. Un gemito le sfugge, un suono bagnato e leccato. La tiro su, costringendola a lasciarmi andare con un pop umido e scandaloso.

«Andiamo,» ringhio. La trascino via dal letto, le sue gambe ancora instabili. Il mio cazzo, duro e gocciolante del suo saliva, la guida come un guinzaglio invisibile. La spingo verso la scrivania, un mobile massiccio di legno scuro che regge il suo computer e i suoi trucchi da principessa.

La piego. Brutalmente. Le sue tette piacciono contro il freddo del legno, i suoi capezzoli si induriscono all'istante. La sua schiena si inarca, il suo culo, due sfere perfette e morbide, si offre a me in tutta la sua gloria.

«Cazzo, che culo...» sibilo.

La afferro per i fianchi, la posizione al meglio e spingo. Entro in lei con un solo colpo secco, profondissimo. La sua fica, ancora umida e ancora dolorante dalla prima volta, si apre per me, una voragine bollente e desiderosa.

«Garg!» strilla, il nome che le esce dalla bocca come un urlo sacrilego.

Inizio a scoparla. Non c'è gentilezza. C'è solo la furia del mio cazzo che la possiede da dietro, che la scopa con una violenza che fa tremare il mobile. Le mie palle sbattono contro il suo clitoride ad ogni spinta, un ritmo selvaggio e primordiale.

Lei strilla. Non sono gemiti. Non sono sussurri. Sono urla. Urla da pazza, urla di dolore e di un piacere così intenso da sembrare tortura.

«Più forte, stronzo! Più forte!» geme, la voce rotta, le sue mani che si aggrappano ai bordi della scrivania.

Le do ciò che vuole. Ma a modo mio.

Mio schiaffo parte, secco e sonoro. Colpisce la sua guancia del culo, facendola vibrare. Un'impronta rosso vivo appare sulla sua pelle pallida.

«Urli come la cagna che sei!» le grido, mentre il mio cazzo continua a martellarla.

Un altro schiaffo. Più forte questa volta. L'altro lato. Il suo culo ora è una tela rossa, un'opera d'arte della mia violenza.

Lei geme, un suono animalesco, puramente sessuale. Il suo corpo si contorce, le sue gambe tremano.

«Lo vuoi, eh? Lo vuoi il culo che arde, Raffy?»

Un altro schiaffo. E un altro. Un ritmo senza sosta, una pioggia di colpi che si alterna al ritmo del mio cazzo che la scopa. Il suo culo è in fiamme, rosso come il fuoco dell'inferno.

E io, mentre la scopa, mentre la schiaffeggio, la guardo. Guardo il suo corpo che si abbandona, la sua schiena che suda, i suoi capelli che le si attaccano al viso.

«Vieni, cagna,» le ordino. «Vieni mentre ti scopro il culo. Vieni come una puttana.»

Lei scoppia. Un urlo liberatorio che fa tremare i vetri. La sua fica si contrae, si stringe attorno al mio cazzo in un abbraccio mortale, un'ondata di calore che mi travolge.

Io non posso più trattenermi. Con un ringhio, le sbatto dentro l'ultima volta, scaricando tutto dentro di lei.

Il silenzio nella stanza era denso, pesante, rotto solo dai nostri respiri affannati. L'aria era satura dell'odore acre del sudore, del sesso e di quel suo fottuto profumo alla vaniglia, ormai corrotto per sempre.

Mi raddrizzai, passandomi una mano tra i capelli madidi. Mi sentivo un dio. L'avevo piegata, l'avevo spogliata di tutta la sua arroganza e l'avevo ridotta a tremare sotto di me. La strega era stata domata.

Raffy era accasciata sul materasso sfatto. I capelli biondi, un tempo perfetti, erano un groviglio disordinato che le copriva in parte il viso. Aveva le guance rigate di lacrime e il respiro corto, il petto nudo che si alzava e si abbassava a scatti. Sembrava distrutta. Marchiata. Esattamente come volevo che fosse.

Raccolsi i miei boxer e i jeans dal pavimento. Iniziai a vestirmi con una lentezza calcolata, gustandomi ogni secondo di quel trionfo. Non mi degnò di uno sguardo mentre facevo scattare la fibbia della cintura. Ero convinto di aver vinto la guerra, di aver esorcizzato quel demone che mi tormentava da mesi.

Feci per voltarmi verso la porta, pronto a lasciarla lì, a fare i conti con la sua oscurità e col tradimento imperdonabile che avevamo appena consumato alle spalle di Marco.

Ma la sua voce mi fermò sulla soglia.

Non era un sussulto. Non era il piagnucolio di una ragazzina sconfitta. Era un sussurro basso, lucido, che tagliava l'aria come un bisturi di ghiaccio.

«Garg.»

Mi voltai a guardarla. Si era tirata su un lembo del lenzuolo per coprirsi il seno. Le lacrime le bagnavano ancora le guance, ma i suoi occhi, fissi nei miei, brillavano di una luce spaventosa. Un sorriso sghembo, diabolico e malato, le increspò le labbra gonfie.

«Ora non potrai più desiderare nessun'altra.»

Feci una risata ruvida, scuotendo la testa. «Sognatelo, principessa. Mi sono solo tolto uno sfizio. Fatti una doccia e cerca di guardare in faccia il tuo ragazzo quando torna, se ci riesci.» Uscii sbattendo la porta, convinto che fosse solo l'ultimo, patetico tentativo del suo ego di non ammettere la sconfitta.

Epilogo

Due settimane dopo. Marco era tornato dalla montagna, abbronzato, felice e disarmante nella sua totale cecità. Aveva insistito per organizzare una cena a casa sua per raccontarmi del viaggio.

Ero seduto a tavola, una birra in mano, annuendo alle sue stronzate sulle piste da sci. Di fronte a me c'era Raffy. Indossava un vestitino a fiori, casto e primaverile. I capelli erano raccolti in una coda perfetta, il trucco leggero. La fidanzatina ideale. Ascoltava Marco con finta adorazione, accarezzandogli il braccio di tanto in tanto. A guardarla, nessuno avrebbe mai sospettato il livello di depravazione di cui era capace. Nessuno avrebbe immaginato le urla, i morsi, il modo in cui il suo corpo aveva accolto la mia violenza in quella fottuta notte.

Io la fissavo, aspettando di provare disgusto. Aspettando di sentire quel senso di superiorità che mi ero guadagnato distruggendola.

Ma il disgusto non arrivò.

Mentre Marco parlava, notai un movimento con la coda dell'occhio. Raffy, con la massima naturalezza, aveva lasciato scivolare via la ballerina dal piede destro. Il mio respiro si fermò per una frazione di secondo. Sotto la tovaglia, la sua gamba si allungò verso di me.

Non fu una provocazione da ragazzina come faceva un tempo. Non c'erano sfottò o sorrisetti di sfida. Il suo piede nudo scivolò lungo il mio polpaccio, salì fino alla mia coscia e andò a premersi, con una precisione chirurgica e possessiva, esattamente contro il mio inguine. Le dita smaltate si mossero lentamente, carezzandomi attraverso la stoffa dei jeans.

Sentii una scossa elettrica attraversarmi la spina dorsale. Il mio corpo reagì istantaneamente, indurendosi con una ferocia che mi fece mancare l'aria.

Alzai lo sguardo verso di lei. Raffy stava sorseggiando il suo calice di vino. I suoi occhi incrociarono i miei da sopra l'orlo del bicchiere. E in quel preciso istante, il castello di carte delle mie convinzioni crollò, schiacciandomi.

Ora non potrai più desiderare nessun'altra.

Aveva fottutamente ragione. Credevo di averla usata e sottomessa, di averla piegata al mio volere togliendole l'innocenza e il potere. Ma la verità era molto più agghiacciante: lei aveva sacrificato se stessa per forgiare un guinzaglio impossibile da spezzare. Mi aveva dato in pasto la mia stessa ossessione, trasformandola in una dipendenza letale.

Non riuscivo a pensare ad Alice. Non riuscivo a guardare le altre ragazze in palestra. Il mio cervello era perennemente sintonizzato sul ricordo della sua pelle, del suo sapore, della sua sottomissione. Avevo bisogno di lei come un tossico ha bisogno della dose.

E lei lo sapeva.

Sotto il tavolo, premette il piede con più forza contro di me, costringendomi a stringere i denti per non gemere davanti a Marco, il mio migliore amico, che continuava a ridere ignaro di tutto. Eravamo due traditori schifosi seduti alla sua stessa tavola.

Raffy mi sorrise dolcemente, ma i suoi occhi dicevano un'altra cosa. Dicevano che ero suo. Dicevano che credevo di essere il padrone, il predatore che l'aveva domata, ma in realtà ero solo il suo schiavo più fedele, pronto a tornare in ginocchio, pronto a tradire e a dannarmi l'anima ogni volta che lei avesse schioccato le dita.

Avevo perso la guerra. E, cazzo, non vedevo l'ora di arrendermi di nuovo.

Marco sbatté le mani sul tavolo, facendomi riscuotere dai miei pensieri. «Vado in cucina a cercare quel limoncello artigianale che ho preso in baita! Roba forte, eh. Voi due fate i bravi.»

Appena la porta a scrigno si chiuse dietro di lui, il teatrino crollò in un istante.

Non perse un secondo. Raffy si alzò dalla sedia con una fluidità predatoria, aggirò il tavolo e si fermò davanti a me. L'aria da fidanzatina innocente nel suo vestito a fiori svanì nel nulla, sostituita da quell'oscurità viziata e padronale che ormai mi avvelenava il sangue. Senza dire una parola, mi afferrò per i capelli e mi tirò la testa all'indietro, costringendomi a guardarla dal basso verso l'alto.

«In ginocchio,» sussurrò, la voce ridotta a un sibilo imperioso e tagliente. «Subito.»

Non esitai. L'istinto di ribellarmi era stato cancellato quella notte. Scivolai giù dalla sedia, atterrando sul parquet del salotto esattamente ai suoi piedi, mentre a meno di tre metri di distanza si sentiva il rumore dei bicchieri di vetro mossi da Marco. Il rischio di essere scoperti da un secondo all'altro era folle, un'adrenalina pura e tossica che mi faceva fischiare le orecchie.

Raffy sollevò il piede nudo, perfetto e spietato, e lo premette con decisione contro la cerniera dei miei jeans, schiacciando la mia erezione già dolorosa. Inarcò la schiena, guardandomi con un misto di disprezzo assoluto e lussuria famelica.

«Ti fa impazzire, vero?» mormorò, muovendo le dita smaltate di bordeaux contro il denim ruvido, facendomi stringere la mascella per non ansimare. «Sapere che lui è di là, convinto che io sia il suo angelo intoccabile, mentre tu sei qui a sbavare sotto le mie suole come il mio giocattolo personale.»

«Sì...» ringhiai a fior di labbra, afferrandole la caviglia. Non per allontanarla, ma per tenerla saldamente ancorata a me. «Mi fa impazzire, strega.»

«Sei un pezzo di merda, Garg,» mi derise, un sorriso crudele che le illuminava il viso. Aumentò la pressione del tallone proprio alla base del mio inguine, torturandomi nel modo esatto in cui sapeva che amavo. «Hai tradito il tuo migliore amico per farti mettere il guinzaglio da me. Sei patetico. Meno di zero.»

«E tu sei la puttana che adora farsi venerare a due passi da lui,» le risposi, il respiro corto, baciandole il collo del piede con una devozione malata e febbrile.

Invece di arrabbiarsi per l'insulto, i suoi occhi brillarono di un'eccitazione febbrile. Quella era la nostra fottuta, inossidabile dinamica. Odio, sottomissione totale, e il brivido estremo e perverso del tradimento. Lei amava essere la carnefice, e io amavo essere il mostro complice che le permetteva di esserlo. Vivere quell'inganno, fare sesso sporco alle spalle del "bravo ragazzo", era il nostro feticcio definitivo.

«Ricordati chi comanda, cane,» mi sibilò all'orecchio, chinandosi appena, mentre con la mano libera armeggiava rapida con la mia cintura per slacciarla, solo per farmi sentire l'aria fredda sulla pelle prima di bloccarsi. «Tu sei il mio segreto sporco. E ti userò ogni fottuta volta che ne avrò voglia. Proprio sotto il suo naso.»

Sentii i passi pesanti di Marco avvicinarsi alla porta della cucina.

Raffy si ritrasse in un lampo. Con una grazia disarmante, scivolò di nuovo sulla sua sedia, si sistemò la gonna a fiori e incrociò le gambe. Il suo viso tornò istantaneamente il ritratto della dolcezza e dell'innocenza. Io mi tirai su a fatica, il cuore in gola e il cazzo duro come la pietra, riallacciandomi la cintura sotto il tavolo un millisecondo prima che Marco rientrasse trionfante con la bottiglia ghiacciata e tre bicchierini.

«Eccoci qua!» esclamò lui, sorridente e ignaro di tutto, versando il liquore denso e giallo. «Alla nostra, ragazzi!»

Raffy sollevò il suo bicchierino. Mi guardò dritta negli occhi, un lampo oscuro, complice e trionfante dietro le lenti sottili, e sotto il tavolo allungò di nuovo la gamba, sfiorandomi l'inguine con le dita del piede per ricordarmi a chi appartenevo.

Bevvi il mio limoncello tutto d'un fiato, sentendo il fuoco bruciarmi la gola e l'anima. Eravamo due malati, carnefice e vittima, fusi in una dipendenza perfetta nel nostro inferno privato. E, maledizione a me, non ero mai stato così felice di bruciare.

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