Calpestami!

Capitolo 1 - Raffy odiosa troia eccitante

Alessia
17 hours ago

Odio Raffy. È una verità assoluta, scolpita nella pietra.

Io sono un ragazzo schietto, uno a cui non piacciono i giri di parole. Sono fidanzato da quattro anni con una ragazza fantastica, ho una relazione stabile e matura. Marco, il mio migliore amico, invece vive sulle montagne russe. E la colpa è solo di quella mocciosa. Raffy è viziata, capricciosa, una manipolatrice cronica che esige di essere adulata da chiunque le graviti attorno. Se non sei ai suoi piedi, sei il nemico. L'ha persino tradito, e Marco, cieco e sottomesso, l'ha ripresa con sé scusandosi al posto suo. Un'idiozia che mi fa ribollire il sangue.

Io non la assecondo mai. Le sbatto in faccia la verità, la tratto per la ragazzina insopportabile che è, e per questo tra noi c'è una guerra fredda perenne. La chiamo "la strega" nella mia testa.

E il problema più grande, quello che mi fa impazzire di rabbia, è l'inganno perfetto del suo corpo. Perché Raffy ha un'armatura che frega tutti, e a volte, se non sto attento, rischia di fregare anche me.

A guardarla, è una ragazza dall’aspetto delicatamente provocante, con una bellezza che mescola dolcezza e una sensualità naturale quasi inconsapevole. Il viso è morbido e armonioso, con lineamenti giovani ma già definiti: zigomi leggermente pieni che addolciscono l’espressione e una mandibola sottile che le dona un’aria elegante e femminile. Gli occhi sono grandi e luminosi, incorniciati da ciglia scure che ne enfatizzano la profondità. Hanno uno sguardo curioso, leggermente malinconico, ma allo stesso tempo magnetico: uno di quegli sguardi che sembrano osservare il mondo con calma, ma che riescono a catturare l’attenzione di chi li incontra. Dietro le lenti sottili degli occhiali il suo sguardo assume anche un fascino un po’ intellettuale, quasi timido, che contrasta violentemente con la sensualità delle sue forme.

Le labbra sono piene e morbide, naturalmente disegnate, con un arco superiore ben definito. Il rosso tenue che le colora le rende ancora più evidenti, creando un contrasto delicato con la pelle chiara del viso. Sono labbra che sembrano fatte per sorrisi lenti o parole sussurrate, anche se io so bene quanto veleno sappiano sputare. I capelli sono lunghi e voluminosi, mossi in onde morbide che scendono lungo le spalle e incorniciano il viso con naturalezza. Il colore è un biondo caldo, leggermente sfumato da riflessi più scuri verso le radici, che le dona profondità e illumina il volto.

Ma è il corpo quello che cattura immediatamente lo sguardo: una figura sinuosa e molto femminile, costruita su curve morbide e marcate. Il busto è pieno e prosperoso, con un seno generoso che contribuisce a dare al suo profilo una presenza sensuale e decisa. La vita invece si stringe con grazia, creando una silhouette a clessidra che enfatizza ancora di più la rotondità dei fianchi. I fianchi sono larghi e morbidi, con una linea piena e armoniosa che scende verso gambe lunghe e affusolate. Il suo corpo ha una sensualità evidente, fatta di proporzioni generose e curve naturali che danno l’impressione di una femminilità forte e sicura. La pelle appare liscia e chiara, quasi vellutata, e contribuisce a dare all’insieme un aspetto delicato ma allo stesso tempo irresistibilmente seducente.

Nel complesso, la sua bellezza è un mix affascinante di innocenza e sensualità: lo sguardo dolce e il viso delicato suggeriscono una ragazza gentile e tranquilla, mentre le curve del corpo raccontano una presenza molto più magnetica e provocante.

Una bomba a orologeria. E come se non bastasse la sua figura a mandare in tilt il cervello degli uomini, ha quel maledetto, insopportabile vizio. Odio i suoi piedi. O meglio, odio il fatto che debba per forza metterli in mostra. Ovunque si trovi, in qualunque situazione, la prima cosa che fa è sfilarsi le scarpe. Che sia su un divano, in macchina o a tavola, quei piedi nudi, perfetti e curati, spuntano sempre fuori, sfiorando mobili, cuscini, e a volte, per "sbaglio", le persone.

È una richiesta costante di attenzioni. E io, che la disprezzo con tutto me stesso, non riesco a smettere di fissarli.

Tutto è precipitato a febbraio.

Dopo quattro anni, la mia storia con Alice era finita, sbriciolata come se non fosse mai esistita. Ero distrutto, svuotato. Passavo le giornate chiuso in camera mia, con le tapparelle abbassate e l'aria viziata di chi non ha la forza di fare nemmeno una doccia. I miei amici cercarono di fare quadrato. Vennero da me una sera per cazzeggiare, bere un paio di birre e cercare di farmi pensare ad altro.

Arrivò anche Marco. E, siccome è un cagnolino incapace di imporsi, si trascinò dietro lei.

Raffy entrò in camera mia come se stesse facendo una sfilata. Non un "come stai", non un minimo di tatto per la situazione. La prima cosa che fece, ancor prima di salutare, fu sfilarsi gli stivaletti. Non li mise da parte: li lasciò esattamente in mezzo alla stanza, vicino alla porta, costringendo tutti a scavalcarli. Poi si accomodò sulla mia poltrona, scalza, tirando su le gambe. Sentii un nervo pulsarmi sulla tempia, ma stavo troppo male per mettermi a litigare. Volevo solo che la serata finisse.

Marco si sedette sul bordo del mio letto, passandomi una birra. «Dai fratello, devi darti tempo. Quattro anni non si cancellano in un giorno, ma vedrai che...»

Non finì la frase. Un sospiro teatrale, lungo e rumoroso, tagliò l'aria.

Era Raffy. Evidentemente, cinque minuti senza che qualcuno la guardasse erano oltre il suo limite di sopportazione. Si stiracchiò sulla poltrona. Non un movimento casuale, ma un inarcamento della schiena lento e calcolato, che spinse in fuori il seno generoso, tendendo il tessuto del suo maglioncino aderente fino quasi a farlo strappare. I lunghi capelli biondi le scivolarono sulle spalle, e per un attimo, dietro quelle lenti sottili, i suoi occhi grandi incrociarono i miei. Aveva quello sguardo mezzo innocente e mezzo malizioso che mi faceva venire voglia di prenderla a sberle.

«Mamma mia, che caldo che fa qui dentro,» mormorò, la voce impastata in quel tono languido che usava apposta per farsi notare.

Senza aspettare risposta, si sfilò il maglioncino, restando con un top scollato che lasciava ben poco all'immaginazione. La sua pelle chiara e vellutata sembrava brillare nella penombra della stanza. Poi, scese dalla poltrona e venne a sedersi proprio ai piedi del mio letto. Troppo vicina.

«Scusate, ma lì ero scomoda,» disse, passandosi una mano tra i capelli.

Marco le sorrise come un ebete, mentre io stringevo la lattina di birra fino a deformarla. Stavo parlando della donna che amavo, e lei stava facendo uno spogliarello passivo-aggressivo.

Ma il peggio doveva ancora arrivare. Raffy allungò le gambe sul mio materasso. I suoi piedi nudi, dalla pedicure perfetta, si avvicinarono pericolosamente alla mia coscia. Iniziò a muovere le dita, strofinando l'alluce contro le coperte, un movimento ritmico e ipnotico.

«Comunque, Garg...» esordì, le labbra piene e rosse appena socchiuse in un sorrisetto. «Secondo me ti stai deprimendo per niente. Quattro anni sono tanti. Sai che noia? Io non riuscirei mai a stare con la stessa persona senza... sperimentarequalcosa di nuovo.»

Calò il gelo. Uno dei miei amici tossicchiò, imbarazzato. Marco abbassò lo sguardo.

«Raffy, non mi sembra il momento...» azzardò il suo ragazzo, debolmente.

Lei lo ignorò. Si appoggiò all'indietro sui gomiti, accentuando ancora di più la curva della vita e la pienezza dei fianchi. Il suo piede nudo scivolò di qualche centimetro in avanti, fino a sfiorare il tessuto dei miei jeans. Un contatto leggerissimo, ma che mi attraversò come una scossa elettrica.

«Dico solo la verità,» sussurrò, guardandomi dritto negli occhi, sfidandomi. «Alla fine, la fedeltà è sopravvalutata, no? Forse Alice si era solo stufata di fare sempre le stesse, identiche cose. Magari aveva bisogno di... attenzioni diverse.»

Era la cosa più crudele e irrispettosa che potesse dire. Voleva farmi male solo per costringermi a reagire, per essere lei il centro della scena. E io la odiai. La odiai con una forza devastante. Eppure, mentre il mio cervello formulava l'insulto più pesante possibile per cacciarla da casa mia, il mio sguardo cadde su quel piede nudo premuto contro la mia gamba, sulle curve morbide del suo corpo sfacciatamente in mostra, su quelle labbra che invitavano a essere morse fino a farle sanguinare.

Il disgusto si mescolò a un'eccitazione improvvisa, violenta e malata. Ed era la sensazione più schifosa del mondo.

Guardai il suo piede nudo, ancora premuto con sfacciataggine contro la mia gamba, e poi alzai lentamente lo sguardo verso il suo viso. Si aspettava un'esplosione. Si aspettava che le urlassi contro, che le dessi la soddisfazione di una reazione teatrale, perché per lei ogni fottuto dramma era un palcoscenico.

Ma io ero troppo svuotato per urlare, e troppo schietto per stare al suo gioco.

Allontanai la sua caviglia con due dita, come se stessi spostando un insetto fastidioso, e la guardai dritto negli occhi. «Sai qual è il tuo vero problema, Raffy?» dissi, con un tono di voce così calmo e piatto da far sembrare la stanza ancora più silenziosa. «Che non riesci a sopportare che per un singolo, fottuto momento l'attenzione non sia su di te. Anche a un funerale, saresti gelosa del cadavere. Usi le disgrazie degli altri solo per spogliarti e farti guardare. È patetico.»

Il suo sorrisetto di sfida le morì sulle labbra. Gli occhi le si spalancarono dietro le lenti sottili. Non era abituata a essere trattata così. Marco si irrigidì, mormorando un debole: «Garg, dai, lascia stare…»

Ma lei scattò in piedi, e lo fece con una violenza che tradiva tutta la sua arroganza ferita. Il respiro le si fece pesante, facendo sollevare e abbassare il seno prosperoso in modo quasi ipnotico sotto il tessuto leggero del top. Le sue guance chiare si accesero di rabbia.

«Come osi parlarmi così?!» sbraitò, puntandomi contro un dito tremante. La sua voce dolce e languida era sparita, sostituita da un tono acuto e isterico. «Io stavo solo cercando di farti aprire gli occhi! Sei un maleducato di merda, Garg! Un ingrato!»

Non mi mossi di un millimetro. Rimasi seduto sul bordo del letto, la birra stretta in mano. «Non hai aperto gli occhi a nessuno, Raffy. Hai solo cercato di metterti in mostra perché nessuno ti stava calcolando da dieci minuti.»

«Sei tu che sei un fottuto egocentrico!» urlò lei, sbattendo un piede nudo sul pavimento di legno con stizza infantile. «Credi che il mondo debba fermarsi perché la tua fidanzatina si è stufata di te? Sei triste, Garg! Sei una persona grigia, pesante, depressa! Ecco perché Alice se n'è andata! Perché non sai goderti niente e fai pesare la tua noia su tutti noi!»

«Raffy, cazzo, ora basta,» provò a intervenire uno degli altri ragazzi, mentre Marco si alzava per prenderle il braccio.

«Lasciami!» sibilò lei, strattonandosi via dal suo stesso fidanzato. Mi fissava con un odio puro, il petto ansante, i capelli biondi scompigliati che le ricadevano disordinatamente sulle spalle. Era bellissima anche mentre sputava veleno, e questo mi faceva ancora più rabbia. «Lui pensa di essere migliore di tutti, ma è solo un fallito che piange per una che non lo voleva più!»

La lasciai finire. Lasciai che il suo eco rimbalzasse sui muri. Il contrasto tra la sua furia sguaiata e il mio silenzio glaciale era disarmante.

Quando fu certa che avessi incassato il colpo, feci un respiro profondo e la guardai da capo a piedi.

«Hai finito?» chiesi, senza alzare il tono di un decibel. «Perché puoi strillare e svestirti quanto ti pare, Raffy, ma non cambia quello che sei. Tu dai della noiosa ad Alice, ma la verità è che tu hai dovuto tradire Marco perché non ti bastava mai niente. Sei così affamata di conferme che ti saresti fatta scopare da chiunque pur di sentirti desiderata. E lui è così succube da essersi pure scusato al posto tuo.»

Marco sbiancò, abbassando lo sguardo, distrutto. Mi dispiaceva per lui, ma non potevo fermarmi.

«Tu non sei libera o trasgressiva,» continuai, sputandole in faccia la verità cruda e nuda. «Sei solo una bambina viziata, vuota, che usa il suo corpo e i suoi stupidi piedi nudi sbattuti in faccia alla gente per nascondere il fatto che, senza gli sguardi degli altri, non vali assolutamente nulla.»

Raffy rimase a bocca aperta. Il silenzio che seguì fu assordante. Nessuno l'aveva mai spogliata così, mettendola a nudo non fisicamente, ma psicologicamente. Le avevo strappato via la maschera davanti a tutti.

Vidi le sue labbra carnose tremare leggermente. Per un secondo pensai che si sarebbe messa a piangere, ma mi sbagliavo. I suoi occhi si strinsero. Non c'era lacrime, c'era una furia calcolatrice, oscura. Il suo sguardo scese verso di me, attraversando il mio corpo, e poi risalì lentamente.

Quella dura discussione non la allontanò. Anzi, ruppe un argine. In quel preciso istante, mentre il suo petto si alzava e si abbassava ritmicamente, capii che la dinamica era appena cambiata. Non ero più solo un ostacolo noioso. Ero diventato la sua ossessione. Una sfida.

Nei mesi successivi alla sfuriata, la mia stanza tornò silenziosa. Praticamente non vidi mai più Marco. È una regola non scritta e spietata: se litighi con il padrone, automaticamente perdi anche il cane. Marco era troppo succube per frequentarmi di nascosto, e a me, onestamente, andava bene così. Avevo bisogno di ripulirmi dalla tossicità di quella serata.

Quello che mi sfuggiva, però, era la mente contorta di Raffy. Pensavo di averla umiliata e allontanata, ma per una ragazza abituata ad avere tutti ai suoi piedi, il mio rifiuto non era stato un insulto: era stato un fottuto invito. Le avevo dimostrato di non essere una pedina al suo servizio, e lei si era invaghita del frutto proibito. L'unico che non poteva avere.

Lo capii ad aprile. La primavera mi aveva risvegliato. La ferita di Alice faceva meno male e avevo incanalato tutta la rabbia in palestra. I risultati si vedevano: avevo messo su un bel fisichetto, le spalle si erano allargate e l'addome era scolpito, teso e definito. Un martedì sera, ancora carico di adrenalina post-workout, decisi di ributtarmi sulla piazza. Mi scattai una foto nello spogliatoio, davanti allo specchio: niente maglietta, i muscoli del petto ancora gonfi per lo sforzo, un velo di sudore che mi faceva brillare la pelle sotto le luci al neon, e i pantaloni della tuta abbassati giusto un po' sui fianchi, a scoprire la "V" dell'inguine. Era una foto sfacciata, lo ammetto. La piazzai sulle storie di Instagram e andai a farmi la doccia.

Quando ripresi il telefono, tra le varie notifiche, ce n'era una che mi fece gelare il sangue.

Raffy: Vedo che la solitudine ti fa sudare parecchio. Niente male, per essere un musone.

Un approccio soft, quasi una frecciatina. La ignorai. Non le diedi nemmeno la soddisfazione di visualizzare subito. Ma la settimana successiva, dopo un'altra foto in cui si intravedeva la mia schiena sudata, alzò il tiro. E nell'erotico, come sappiamo, la spontaneità vince sulla complessità.

Raffy: Certo che hai messo su un bel petto, Garg. Chissà se sei così teso e duro anche in altre situazioni... o se fai solo scena.

Fissai lo schermo, sentendo una vampata di calore salirmi dal collo. Era una provocazione aperta. Le mie dita si mossero veloci sulla tastiera, guidate da quel misto di rabbia e attrazione che provavo solo con lei.

Garg: Hai sbagliato chat, Raffy. O ti sei dimenticata che stai con il mio migliore amico? Fai la brava, prima che mandi questi screen a Marco.

La sua risposta arrivò in meno di dieci secondi. Niente paura, niente scuse. Solo pura, sfacciata arroganza.

Raffy: Uh, che paura. Mandali pure, Garg. Secondo te a chi crederà? Comunque non fare il finto moralista con me. Lo so che ti piace farti guardare. E ti assicuro che, se continuassi a scendere con quell'asciugamano, ti guarderei molto volentieri. Seguì un'altra notifica. Una sua foto. Si era scattata un selfie a letto, le lenzuola abbassate in modo strategico per mostrare la scollatura profonda e il seno generoso schiacciato contro il materasso. Sullo sfondo, fuori fuoco, c'era un paio di pantaloni di Marco appoggiati su una sedia. Era un messaggio chiarissimo: lo sto tradendo sotto il suo naso, e voglio farlo con te. E come se non bastasse, in primo piano, sfocato ma inconfondibile, spuntava il suo piede nudo, le dita smaltate di rosso che puntavano verso l'obiettivo.

Raffy: Visto che ti piacciono le belle cose, rifatti gli occhi. E non fare il timido, so che stai fissando proprio lì.

Ero furioso, eppure sentivo il cavallo dei pantaloni farsi stretto. Mi stava sfidando, manipolandomi con il suo corpo e con la consapevolezza della mia debolezza per lei. Feci uno screenshot. Non potevo permetterle di passarla liscia. Lo mandai a Marco su WhatsApp, allegando un messaggio secco.

Garg: Bro, tieni a bada la tua ragazza. Mi sta scrivendo stronzate e sinceramente mi ha rotto il cazzo. Svegliati, Marco.

Aspettai un quarto d'ora. Poi, il telefono squillò. Era un messaggio vocale di Marco. Lo ascoltai, e quello che sentii mi fece cadere le braccia.

«Ahaha, minchia Garg, ma sei sempre il solito drammatico!» La voce di Marco era rilassata, quasi divertita. «Mamma mia, non si può fare una battuta con te. Raffy mi ha appena detto che ti stava prendendo in giro per le tue foto da tronista! Voleva vedere se facevi ancora il pesante o se ti eri sciolto un po'. Dai bro, fattela una risata ogni tanto, sta solo scherzando!»

Chiusi la chat. Fissai il muro della mia stanza. Era completamente andato. Cieco, sottomesso e patetico. Non aveva capito che la sua fidanzata non stava affatto scherzando; stava preparando il terreno per cornificarlo di nuovo, e voleva farlo proprio con me per punirmi e, allo stesso tempo, soddisfare il suo ego.

Il telefono vibrò di nuovo. Notifica di Instagram.

Raffy: Te l'avevo detto. È un cucciolo ingenuo. Adesso che sai che nessuno ti salverà... la prossima volta che posti una foto, mandamela senza pantaloni.

Strinsi i denti. In quel momento, mentre la rabbia si fondeva con una lussuria viscerale, presi una decisione. Se Marco voleva fare il cieco, l'avrei lasciato nel buio. E se Raffy voleva giocare col fuoco pensando di potermi controllare... l'avrei fatta bruciare viva.

Iniziai a risponderle a tono. Quando mi mandava le sue frecciatine, non stavo più sulla difensiva. Le mandai un paio di foto allo specchio dopo la doccia: i capelli ancora gocciolanti, l'asciugamano stretto in vita e l'ombra dell'inguine bene in vista. «Vediamo se ti faccio sudare io, strega», le scrissi.

La sua risposta fu immediata: «Mmh. Carino. Ma non illuderti, Garg. Devi fare molto di meglio per farmi impressionare.»

«Fammi vedere cosa mi perdo, allora,» ribattei. «Manda qualcosa.»

Silenzio. Visualizzato. Era un fottuto gioco di potere. Lei adorava la caccia, adorava tenermi appeso. Le mandavo una foto del mio addome teso sul letto, e lei rispondeva con un laconico: «Sei troppo teso. Dovresti rilassarti.» Quando le chiedevo esplicitamente una foto per "rilassarmi", lei spariva per ore, o mi mandava uno stupido selfie in cui si vedeva a malapena il suo viso angelico e innocente, coperta fino al collo. Voleva farsi pregare. Voleva che io sbavassi dietro lo schermo, elemosinando la sua attenzione come tutti gli altri cani al suo guinzaglio.

Ma io non ero Marco. E dopo tre settimane di questa tortura psicologica, mi ruppi il cazzo. Non volevo più capire dove volesse andare a parare. Volevo sbatterglielo in faccia.

Un giovedì pomeriggio, presi la macchina. Guidai fino a casa sua senza avvisarla. Accostai il mio SUV nero sotto il suo palazzo, spensi il motore e presi il telefono.

Garg: Sono sotto casa tua. Scendi. Dobbiamo parlare.

La risposta arrivò dopo cinque minuti. Raffy: Sei impazzito? Non scendo. Sto in pigiama e non ho voglia di vedere nessuno.

Sorrisi, un sorriso freddo. Sapevo esattamente come prenderla. Garg: Hai paura di farti vedere senza i tuoi filtri di Instagram? Scendi o salgo io e busso alla porta. Scegli tu.

Non rispose più. Sapevo che l'avevo punta sul vivo. Ma la stronza mi fece aspettare. Dieci minuti. Venti. Mezz'ora. Ero chiuso in macchina, tamburellando le dita sul volante, l'irritazione che mi montava nel petto. Scese dopo ben cinquanta minuti.

La vidi uscire dal portone e dovetti mordermi l'interno della guancia. Era vestita con degli "abiti da casa", certo. Un paio di pantaloncini di tuta grigi così corti e aderenti che le fasciavano i fianchi morbidi e le natiche in modo osceno, e una canottiera bianca, leggera, senza reggiseno sotto. I capezzoli turgidi premevano contro il tessuto. Voleva farmi dire: "Wow, è bellissima anche appena alzata dal divano".

Ma era palese che ci avesse messo quasi un'ora per prepararsi. I lunghi capelli biondi erano raccolti in uno chignon finto-spettinato, studiato ciocca per ciocca. E il trucco... era la quintessenza della falsità. Aveva usato un fondotinta leggerissimo per far sembrare la pelle di porcellana, un velo di mascara per allungare le ciglia e un lucidalabbra trasparente che rendeva la sua bocca carnosa umida e invitante. La finta ragazza della porta accanto.

Aprì lo sportello del passeggero e si lasciò cadere sul sedile di pelle, portando con sé una zaffata di profumo dolce e vanigliato che saturò subito l'abitacolo.

«Sei uno stalker, lo sai?» esordì, chiudendo la portiera. Aveva quel tono languido, di chi sa perfettamente l'effetto che fa.

Non risposi subito. La guardai. E prima ancora che potessi aprire bocca per dirle di piantarla con i suoi giochetti, lei fece la sua mossa.

Non si allacciò la cintura. Senza dire una parola, si sfilò le ciabattine infradito che indossava. Sollevò le gambe affusolate e, con un'arroganza che mi fece formicolare le vene, poggiò i piedi nudi direttamente sul cruscotto della mia macchina. Le unghie erano smaltate di un rosso ciliegia perfetto. La pelle del collo del piede era liscia, e la posizione metteva in mostra non solo la delicatezza delle sue caviglie, ma faceva scivolare i pantaloncini grigi ancora più su, rivelando l'attaccatura morbida e chiara delle cosce.

Si girò verso di me, inarcando un sopracciglio perfetto. «Allora,» mormorò, muovendo lentamente le dita dei piedi contro la plastica scura del cruscotto, un suono di attrito leggero che mi fece stringere le mani sul volante. «Di cosa volevi parlarmi con tanta urgenza?»

«Togli quei maledetti piedi dal cruscotto,» le ringhiai, la voce più roca di quanto volessi.

Lei non si mosse. Anzi, allungò ancora di più le gambe, tendendo le caviglie. Rise, una risata cristallina e insopportabile che le fece vibrare il seno sotto la canottiera bianca senza reggiseno. «Perché? Ti distraggo, bravo ragazzo?» mi stuzzicò, inclinando la testa, i capelli biondi che le ricadevano su una spalla in finte onde disordinate. «Fino a un mese fa facevi il paladino della giustizia. Mi davi della puttana. Dicevi che era tutto sbagliato. E guardati adesso, Garg. Sei qui, sotto casa mia, chiuso in macchina, con la bava alla bocca perché non ti mando due foto. Hai perso la testa.»

Un pugno nello stomaco. Mi sentii un bastardo. Un traditore viscido. Marco era il mio migliore amico e io stavo per rovinare tutto per una mocciosa egocentrica che disprezzavo. Ma l'odore della sua pelle, misto a quel profumo dolce alla vaniglia, saturava l'abitacolo. L'eccitazione era un rumore di fondo assordante che soffocava la mia coscienza.

«Mi sono rotto il cazzo dei tuoi giochetti da bambina,» le risposi secco, cercando di mantenere il controllo. «Fai tanto la trasgressiva sui messaggi, ma sei solo chiacchiere per farti adulare. Voglio vedere se sei all'altezza di quello che scrivi.»

Gli occhi di Raffy si strinsero. Non tollerava di essere sfidata. Con una lentezza esasperante, abbassò le gambe dal cruscotto. Ma invece di rimetterle sul tappetino, ruotò il bacino sull'ampio sedile in pelle. Il suo piede destro, nudo, liscio, con quelle unghie laccate di rosso, atterrò dritto in mezzo alle mie gambe. Trattenni il fiato. Premette la pianta del piede esattamente contro la cerniera dei miei jeans, proprio sopra il mio cazzo già dolorosamente duro.

«Io non amo mandare foto, Garg,» disse, con quella spocchia da viziata che mi faceva venire voglia di prenderla a sberle. Iniziò a strofinare l'arco del piede contro il denim ruvido, un movimento lento, calcolato e crudele. «Le foto le mandano le sfigate che hanno bisogno di filtri. Io sono un lusso. Se vuoi guardare, devi implorare.»

«Non imploro una mocciosa,» le sibilai, afferrandole la caviglia. Ma non la allontanai. La tenni ferma lì, premendola io stesso ancora di più contro il mio inguine, costringendola a sentire quanto la mia reazione fisica fosse in contrasto con le mie parole.

Lei sbuffò, irritata dal mio rifiuto di strisciare ai suoi piedi, ma il suo respiro era diventato improvvisamente corto. Senza staccare i suoi occhi grandi e magnetici dai miei, sollevò il bacino. Con un movimento provocante e sfacciato, si sfilò i pantaloncini della tuta, lasciandoli cadere sul tappetino dell'auto.

Deglutii a fatica. Rimase solo con la canottiera bianca e un paio di mutandine color carne. Sembravano una seconda pelle, quasi invisibili, tese sui fianchi larghi e morbidi. Il contrasto tra la sua figura morbida, quasi angelica, e l'arroganza con cui allargò leggermente le cosce sul sedile era devastante. Bisogna dare abbastanza dettagli per far viaggiare immaginare, e la vista di quel tessuto leggero che si tendeva sulle sue curve mi azzerò il cervello.

«Dai, allora,» mi sfidò, un sorrisetto crudele sulle labbra rosse e piene. «Fammi vedere quanto sei uomo, Garg. Fammi vedere se sai fare di meglio di quel cagnolino del tuo amico.»

La mia pazienza esplose. L'odio e la lussuria si fusero in un unico istinto bestiale. Portai le mani alla cintura, slacciando i pantaloni con foga, pronto a tirarlo fuori e a sbatterla contro il sedile finché non le avessi fatto passare quell'aria insopportabile di superiorità.

Ma appena feci scattare la zip, lei ritrasse il piede e mi piantò una mano sul petto, respingendomi di colpo. L'espressione del suo viso cambiò, tornando in una frazione di secondo quella della ragazzina schizzinosa e viziata.

«Fermo lì. Che schifo fai?» disse, arricciando il naso perfetto con finto disgusto, guardando i miei pantaloni aperti. «Ma ti pare che mi faccio scopare in macchina da te, come una troietta qualunque? Manco da Marco mi faccio scopare, e lui perlomeno mi riempie di regali.»

Rimasi paralizzato, i muscoli della mascella contratti fino a farmi male. Era insopportabile. Aveva acceso un incendio volontariamente e ora voleva dettare le regole con i suoi fottuti capricci, umiliandomi per affermare il suo potere.

«Usa le mani,» mi ordinò, indicando l'inguine coperto dalle mutandine color carne con un cenno del mento, come una regina che comanda uno schiavo. «Fammi vedere a cosa servi. Altrimenti puoi pure tornartene a casa a piangere per Alice.»

Ero scocciato, furioso, umiliato. Sarei dovuto scendere e lasciarla lì. Ma l'immagine di lei, seminuda, sfacciata, che aspettava solo di essere toccata, abbatté ogni mia resistenza razionale. Sbuffai pesantemente, incapace di fermarmi. Le afferrai la caviglia con una stretta rude, le tirai la gamba verso di me e feci scivolare la mano destra sotto il tessuto invisibile delle mutandine.

La trovai già bagnata, un dettaglio che mi fece salire il sangue alla testa. Faceva la schizzinosa, la principessa intoccabile, ma il suo corpo la tradiva miseramente.

Iniziai da fuori. Usai le dita per accarezzarla, premendo con movimenti lenti e calcolati, costringendola a sentire ogni singolo millimetro del mio tocco. Raffy gettò la testa all'indietro, i capelli che sfioravano il poggiatesta in pelle del sedile. Le labbra rosse si schiusero, ma invece di un sospiro arreso, ne uscì l'ennesima provocazione.

«Sei rigido, Garg,» sussurrò con un finto sbadiglio, anche se il petto le si alzava e abbassava a scatti. «Marco ha le mani molto più delicate... tu sembri un fottuto muratore. Ti devo spiegare io come si fa?»

«Marco non ti fa bagnare così solo guardandoti,» le ringhiai a un millimetro dal viso.

Senza darle il tempo di rispondere, spinsi due dita dentro di lei. Era stretta, caldissima, un contrasto assurdo e viscerale con la sua anima gelida e calcolatrice. Le strappai un gemito acuto, un suono che le sfuggì dal controllo. Ma la sua arroganza era una malattia cronica. Anche mentre ansimava, trovò il modo di essere odiosa.

«Mhh... sì...» ansimò, piantando un piede contro il cruscotto per fare leva. «Bravo cagnolino... fai il lavoro sporco per il tuo padrone.»

Accecato dalla lussuria, dalla rabbia e da quella bocca che non sapeva stare zitta, la mia mano sinistra scattò in alto. Volevo stringere quel seno pieno e perfetto che mi stava sbattendo in faccia da ore, volevo farle capire che non aveva il controllo su niente. Sfiorai il tessuto leggero della canottiera bianca, sentendo il calore della sua pelle.

SBAAM.

Uno schiaffo secco, fortissimo, mi colpì in pieno viso. Il rumore rimbombò nell'abitacolo chiuso.

«Non ti azzardare!» sibilò Raffy. Gli occhi le si erano spalancati, furiosi e taglienti dietro le lenti sottili. La sua voce era puro veleno. «Non ti ho dato il permesso di toccarmi lì! Metti giù quella mano. Non sei il mio ragazzo, sei solo uno strumento. Fai quello che ti ho detto e resta al tuo posto.»

Il bruciore sulla guancia fece esplodere l'ultimo frammento della mia pazienza. Il sangue mi pompò nelle tempie a una velocità folle. Mi stava trattando come un fottuto schiavo, nel mio stesso SUV.

«Come vuoi, principessa,» le sputai in faccia, con un sorriso che non aveva niente di umano.

Invece di fermarmi, affondai le dita con più forza. Aumentai il ritmo in modo brutale, violento. Nessuna dolcezza, nessuna delicatezza. Era pura sopraffazione fisica. Piegai le dita dentro di lei, colpendo il suo punto più sensibile con una cadenza spietata, mentre con l'altra mano le afferrai l'anca per impedirle di ritrarsi.

«Ah! F-fai piano, idiota!» squittì lei, perdendo del tutto il suo tono languido. Cercò di divincolarsi, ma le tenni fermo il bacino, bloccandola contro il sedile. Le sue unghie laccate di rosso si conficcarono nella pelle del cruscotto.

«Perché? Non ti piace il lavoro sporco, Raffy?» la provocai, muovendo le dita senza pietà, facendole mancare il fiato. «Fai la superiore, fai la viziata intoccabile, ma sei qui a farti scopare la mano dal migliore amico del tuo ragazzo!»

«S-sei... sei un bastardo!» ansimò. Il corpo le si inarcava da solo, mosso da spasmi che non riusciva più a governare. La voce aveva perso la finta spocchia, spezzata da veri gemiti di piacere incontrollabile.

«E tu sei una mocciosa viziata che implorava di farsi rimettere al suo posto,» le risposi a denti stretti, guardandola negli occhi mentre la sua maschera crollava. «Piangi, sbraita, dammi gli schiaffi che vuoi. Ma stasera vieni per me, e te lo farò ammettere.»

Il ritmo divenne forsennato. Non le davo tregua, spingendo le dita dentro di lei con una brutalità che le strappava il fiato, mentre il pollice premeva senza pietà sul suo centro nevralgico. L'abitacolo era saturo del suo profumo alla vaniglia e dell'odore inconfondibile del sesso.

«Sei... sei un animale!» ansimò Raffy, la voce rotta. Le sue unghie laccate di rosso affondarono nella pelle scura del sedile. Cercava di mantenere quel fottuto sguardo di superiorità dietro le lenti degli occhiali, ma le palpebre le si chiudevano per il piacere.

«Dillo,» le ringhiai contro l'orecchio, spingendo ancora più a fondo, sentendo i muscoli di lei contrarsi in modo febbrile attorno alle mie dita. «Dillo che il cagnolino di Marco non ti fa urlare così. Ammettilo, strega.»

«Fottiti... ah... fottiti, Garg!» squittì, inarcando la schiena. Il seno pieno si sollevò sotto la canottiera bianca, i capezzoli turgidi che sfioravano quasi il mio braccio. Il suo piede nudo, quello che fino a poco prima mi premeva contro l'inguine, scivolò lungo il cruscotto, le dita dei piedi che si contraevano in spasmi involontari.

«Non ti sento,» la provocai, spietato. «Chiudi quella bocca viziata e vieni.»

L'odio nei suoi occhi si sciolse per un solo, fottuto istante. La maschera crollò. Raffy spalancò la bocca in un gemito muto, il corpo che si tendeva come la corda di un arco. Venne stringendomi le dita in una morsa caldissima, con spasmi violenti e profondi che le scossero i fianchi morbidi e le fecero tremare le cosce chiare. Un brivido lungo le attraversò la spina dorsale, mentre il suo respiro si spezzava in piccoli rantoli umidi.

Restai a guardarla mentre atterrava da quell'apoteosi dei sensi, il petto che le si alzava e abbassava freneticamente, la pelle del viso accesa da un rossore febbrile. Era bellissima. E io ero al limite della sopportazione.

Il mio cazzo pulsava dolorosamente contro la cerniera aperta dei jeans. Avevo fatto il lavoro sporco, le avevo dato esattamente quello che il suo corpo arrogante pretendeva. Ora toccava a me.

Ritrassi la mano, asciugandomi le dita, e con l'altra finii di abbassarmi i pantaloni e i boxer. Lo tirai fuori: duro come il marmo, teso fino a farmi male, pronto a farmi ripagare.

«Tocca a te,» le dissi, la voce roca e carica di un'aspettativa animale. Mi appoggiai allo schienale, allargando le gambe. «Usa quella bocca per qualcosa di utile, o usa le mani. Muoviti.»

Raffy fece un respiro profondo. Si passò una mano tra i capelli biondi spettinati. Poi, abbassò lo sguardo verso il mio inguine.

Mi aspettavo che si avvicinasse. Mi aspettavo che l'odio lasciasse il posto alla lussuria, come era successo a me. Invece, un sorrisetto crudele, freddo e spietato le increspò le labbra rosse.

Arricciò il naso, con un'espressione di finto disgusto che mi gelò il sangue. «Cosa stai facendo?» chiese, con un tono così spocchioso e innocente da farmi venire voglia di spaccare il volante. «Mettilo via, Garg. Che schifo.»

Rimasi pietrificato. «Cosa cazzo hai detto?»

Raffy rise. Una risatina cristallina, sadica. Si chinò in avanti, ma solo per recuperare i pantaloncini della tuta dal tappetino. Se li infilò con calma snervante, coprendo quelle mutandine color carne che fino a un minuto prima erano zuppe del mio tocco.

«Ma davvero pensavi che ti avrei toccato?» mi prese in giro, guardandomi con una pietà finta e odiosa. Infilò i piedi nudi nelle sue ciabattine. «Ho detto che mi servivi per fare il lavoro sporco. Avevo voglia, tu eri qui, e ti ho usato. Grazie per il servizio, bravo ragazzo. Ma se pensi che io mi metta in ginocchio per te, sei più illuso di Marco.»

Aprì la portiera del SUV. L'aria fredda della sera invase l'abitacolo, colpendomi la pelle sudata.

«Pulisciti le mani e torna dalla tua fidanzatina noiosa…ah no ti ha lasciato» concluse, lanciandomi un'ultima occhiata di puro trionfo da dietro le lenti. «E cerca di sgonfiarti da solo, prima di scendere. Fai pena.»

Sbatté la portiera con forza.

Rimasi solo. Solo, nel silenzio della mia macchina. Il profumo della sua eccitazione era ancora incollato alle mie dita. Ero furioso, umiliato e, dannazione a me, ancora dolorosamente duro. Aveva vinto lei. Mi aveva usato, mi aveva piegato al suo volere, e se n'era andata con la corona in testa.

Chiusi gli occhi, stringendo i pugni fino a sbiancare le nocche. Aveva vinto la battaglia. Ma, in quel momento, decisi che l'avrei distrutta nella guerra.