«No! Levati! Non ti azzardare a sporcarmi!» sibilò lei, il panico che per un attimo le incrinò la voce spocchiosa. Provò a ritrarre le gambe, ma io serrai i suoi piedi attorno alla mia carne pulsante in una morsa ineluttabile.
«Fai la stronza, mi fai impazzire, e poi ti metti a leggere?» ansimai, guardandola dritto negli occhi mentre iniziavo a muovere i fianchi. «Non stasera, Raffy.»
Iniziai a spingere. Avanti e indietro. Usavo i suoi piedi come la mia personale valvola di sfogo, strofinando il mio cazzo contro l'arco delle sue piante lisce e morbide, sfruttando l'attrito del suo stesso sudore. Ogni spinta era un affronto, un atto di pura dominazione fisica per riprendermi quello che mi aveva negato.
«S-stronzo...» ansimò lei. Aveva smesso di lottare, sopraffatta dalla mia forza fisica e dall'audacia del mio gesto. Il suo petto si alzava e abbassava furiosamente sotto la canottiera. Le sue dita smaltate di bordeaux si contraevano contro la mia pelle bollente a ogni mia spinta. «Ti odio... cazzo, ti odio...»
«Odiami,» le risposi a denti stretti. Il piacere era accecante, amplificato dal fatto che lo stavo rubando. «Odiami quanto cazzo ti pare. Ma adesso guardami. Guardami mentre vengo sulla tua fottuta pelle.»
Aumentai il ritmo, martellando il bacino contro le sue piante. La frustrazione accumulata per mesi esplose all'improvviso, incontrollabile. Non le diedi nemmeno il tempo di provare a girarsi. Con un gemito roco e bestiale, venni.
Ondate di seme caldo e denso schizzarono fuori, inondando i suoi piedi nudi, colando tra le dita smaltate, imbrattando le sue caviglie e macchiando irrimediabilmente le lenzuola bianche del suo letto. Mi svuotai completamente, tremando per gli spasmi, rilasciando ogni singola stilla di tensione che mi aveva avvelenato la mente.
Il silenzio piombò nella stanza, pesante come un macigno, interrotto solo dal mio respiro spezzato.
Lasciai la presa sulle sue caviglie. Feci un passo indietro, barcollando leggermente, sentendo i muscoli svuotati ma il cervello finalmente lucido, liberato da quella nebbia tossica. Raffy era immobile sul letto. Fissava i suoi piedi sporchi del mio seme, il respiro corto. Lentamente, alzò lo sguardo verso di me. Mi aspettavo un'esplosione, urla, minacce.
Il mio peso la inchiodò al materasso. Avevo avuto quello che volevo, avevo marchiato la sua pelle, sentito il suo corpo tremare sotto il mio, ma non bastava. Era un appetizer, non un pasto. così vulnerabile, Raffaella era ancora bellissima, ancora fastidiosa, e ancora mia per la presa.
«Scazzati via, Garg,» sbuffò, cercando di spingermi via con le spalle. «Hai finito il tuo schifo sporco. Vai via.»
Ma non andai via. Mi mossi su di lei, sentendo la nostra pelle nuda sfiorarsi. Indossava ancora un paio di pantaloncini grigi così corti e sfilacciati che le scoprivano metà delle natiche e una canottiera bianca, sformata, chiaramente priva di reggiseno. I capezzoli turgidi spuntavano prepotenti sotto il tessuto sottile, come due gemme scure che imploravano di essere scoperte.
«Ancora non ho finito, mocciosa,» ringhiai, abbassando la testa verso il suo seno. «Non finirò finché non capirai cosa succede quando giochi con il fuoco.»
M'afferrai i seni attraverso la canottiera bagnata di sudore. Erano pieni, caldi, pesanti. Le mie dita affondarono nella morbidezza, stringendo fino a farla gemere. Poi mi tuffai, prendendo un capezzolo in bocca attraverso il tessuto. Era duro, un sassolino contro la mia lingua. Lo succhiai con ardore, mordicchiandolo, facendole sentire i miei denti attraverso il cotone.
«Ma che cazzo fai?!» gridò, ma la sua voce era rotta da un tremito. Le sue mani, prima spinte a respingermi, ora si aggrappavano alle mie spalle, le unghia mi graffiavano la pelle. «Smettila... sei un animale... un porco...»
Continuai a succhiare, alternando i due seni, bagnando il cotone finché non divenne trasparente, rivelando l'areola scura e gonfia. Il sapore di lei, mescolato al tessuto umido, mi fece impazzire. La mia mano scese lungo il suo ventre, verso i pantaloncini. Li trovai bagnati. Non di sudore.
«Guarda che sporca che sei,» sussurrai, sfiorandola. «Ti ecciti quando ti tratto come una troia. Ami il fatto che io non ti rispetti.»
«No...» negò, ma le anche iniziarono a muoversi, cercando il mio tocco. «Ti odio...»
«Odia pure,» risposi, scivolando una mano sotto il bordo dei pantaloncini. La trovai bagnata, calda, pronta. Le mie dita la esplorarono con lentezza, imparandone la forma, il calore, l'umidità. La sentii contrarsi, sentii il suo respiro interrompersi.
«Cazzo...» ansimò, la sua testa si rovesciò all'indietro, esponendo la gola. «Garg...»
«Mi chiami per nome, mocciosa?» domandai, inserendo un dito dentro di lei.
Le diedi piacere per qualche secondo, sentendola avvolgere il mio dito, sentendola pulsare contro il palmo della mia mano. Poi, con un sorriso crudele, me lo strappai via.
«Basta dare piacere a una troia come te, cazzo,» le sibilai in faccia. «Ora mi prenderò tutto. Che tu lo voglia o no.»
La sua reazione fu istintiva, un sibilo di puro odio. Ma non le diedi il tempo di sferrare una risposta o un graffio. Con un movimento secco, afferrai il colletto della sua canottiera bianca e la strappai. Il tessuto sfilacciato cedette con un rumore sordo, esponendo il suo seno pieno e oscillo all'aria fredda della stanza. Lei gridò, più di sorpresa che di dolore, e iniziò a colpirmi con i pugni deboli e a scalciare, una furia viziata e impotente.
«Bastardo! Animale! Ti ammazzerò!»
La sua resistenza mi eccitava più del suo consenso. La presi per le spalle e, con una spinta decisa, la buttai giù dal letto. Atterrò sul tappeto con un tonfo sordo, perdendo l'equilibrio e finendo carponi, le natiche perfette offerte in aria, i pantaloncini grigi che le entravano nella fessura del culo.
Mi sedetti sul bordo del letto, davanti a lei, il mio cazzo già di nuovo duro e pulsante. «E adesso? Chi è il cane?» le domandai, scuotendolo lentamente con una mano. «Dai, vieni a prenderti il biscottino.»
Lei alzò la testa, i capelli un disastro sul viso, gli occhi che lanciavano fulmini. Sputò per terra, vicino al mio piede. «Vaffanculo, stronzaccio. Sei un malato, un pervertito. Mai.»
«Mai è una parola lunga, mocciosa,» risposi, e la afferrai per le treccine, tirando indietro con forza. La sua testa si piegò all'indietro, un gemito di dolore le sfuggì dalle labbra. La trascinai verso di me, le ginocchia che sbattevano sul pavimento.
«Ahi! Ma che cazzo... lasciami, stronzo!» urlò, cercando di liberarsi, ma la mia presa era di ferro.
La costrinsi ad inginocchiarsi tra le mie gambe. Il suo viso era a pochi centimetri dal mio sesso eretto.
«Succhiamelo,» ordinai, la voce un ringhio basso e possessivo. «Succhiamelo tutto, puttana.»
«Ti ammazzo,» sibilò lei, ma i suoi occhi erano fissi sul mio cazzo, e il suo respiro era accelerato.
«Prima succhi,» le dissi, e la spinsi ancora giù. Le sue labbra, morbide e calde, toccarono la punta. Era un contatto elettrico. Sentii il suo corpo rigidersi, poi cedere. Lentamente, la sua bocca si aprì, e sentii la sua lingua, umida e nervosa, leccarmi la cappella.
«Così, sì...» sospirai, stringendo più forte le sue treccine. «Ancora.»
Lei obbedì, ma con rabbia. Mi prese in bocca non con passione, ma con furia, quasi come volesse mordermi. Il suo ritmo era rude, aggressivo. Sentivo i suoi denti sfiorare la pelle, sentivo la sua saliva scendere lungo l'asta. Le sue mani si aggrappavano alle mie cosce, le unghie mi scavavano la pelle.
«Guardami,» le ordinai. «Guardami mentre lo fai.»
Lei alzò lo sguardo, e i nostri occhi si incrociarono. C'era odio lì dentro, profondo, ma anche qualcos'altro. Qualcosa di oscuro, di desiderante. Vedevo che, pur odiandomi, la eccitava essere sottomessa, essere usata. Vedevo la lotta tra la sua mente che la insultava e il suo corpo che la tradiva.
