«Sì, tutto bene amore, la solita noia,» mentì lei, con una naturalezza spaventosa, mentre iniziava a muovere il piede su e giù lungo la mia erezione. «Ho fatto un sacco di tavoli. I ragazzi del privé facevano un po' troppo i viscidi, ma sai che io non calcolo nessuno. Ho pensato solo a te.»
«Sei la migliore... mi manchi da morire, Raffy. Non vedo l'ora di tornare.»
«Mi manchi anche tu, amore. Sono qui sul divano, stanchissima... mi sto rilassando un po'.»
Era il diavolo. Stava rassicurando il mio migliore amico sul suo amore, mentre, a meno di un metro da lei, mi stava facendo una sega con i piedi, torturandomi fisicamente e psicologicamente. Il contrasto tra la voce dolce che usava con Marco e la violenza dei suoi piedi nudi su di me era un cortocircuito che mi fondeva il cervello. Sfregava l'arco plantare contro la cappella sensibile, premendo con i talloni alla base, torturandomi in un gioco di edging spietato.
I miei fianchi si inarcarono involontariamente dal tappeto. Chiusi gli occhi, stringendo i pugni fino a conficcarmi le unghie nei palmi. Le lacrime per lo sforzo mi pungevano gli occhi. Non potevo ansimare. Non potevo gemere. Se avessi emesso un suono, Marco avrebbe sentito tutto. Ero intrappolato nel silenzio più assordante della mia vita, costretto a godere come un animale mentre il mio migliore amico le diceva che l'amava.
«Garg come si è comportato?» le chiese improvvisamente Marco dall'altro lato del telefono, con una risatina assonnata. «Spero non ti abbia stressata troppo, sai che fa sempre il musone.»
Raffy mi guardò. Prese la punta del mio cazzo teso tra l'alluce e il secondo dito, stringendo forte, provocandomi una fitta di piacere e dolore che mi fece contorcere silenziosamente sul tappeto. «Mmh... Garg?» fece lei, fingendo indifferenza. «Ma no, figurati. Ha fatto il suo dovere. Mi ha accompagnata e poi l'ho mandato via. Sai com'è fatto, è inutile perderci tempo.»
Mi stava distruggendo. Ero meno di niente. La tortura andò avanti per altri tre, interminabili minuti. I suoi piedi continuavano a mungermi con una maestria sadica, portandomi ripetutamente sull'orlo del precipizio per poi rallentare, lasciandomi bruciare nella frustrazione, tutto mentre augurava la buonanotte al suo "cucciolo".
«Notte, amore. Ti amo,» tubò infine Raffy. «Ti amo anch'io, piccola. A domani.»
Chiuse la chiamata. Il silenzio calò di nuovo nella stanza, rotto solo dal mio respiro spezzato e irregolare. Ero madido di sudore, i muscoli tremanti.
Raffy abbassò il telefono. Mi guardò dall'alto in basso, i suoi piedi nudi ancora saldamente appoggiati sulla mia erezione tesa e umida dei miei stessi fluidi pre-seminali. Il suo sorriso dolce era sparito, rimpiazzato di nuovo da quella maschera di arroganza suprema.
«Hai visto, Garg?» mormorò, premendo il tallone con forza contro il mio inguine, schiacciandomi al pavimento. «Marco si fida ciecamente di me. E tu... tu sei sdraiato sul mio tappeto, nudo, a farti segare dai miei piedi mentre lo ascolti farsi prendere in giro. Chi è il pezzo di merda adesso?»
Cercai di prendere fiato, la gola secca. Non riuscivo a formulare una risposta. Aveva ragione. Mi aveva ridotto a un animale senza dignità.
«Adesso conosci il tuo posto,» continuò, implacabile. «Non provare mai più ad aggredirmi. Da ora in poi, prenderai solo quello che ti concedo io. E se fai il bravo, forse... ma solo forse... un giorno ti farò sentire cosa c'è sotto questi pantaloncini.»
Con un ultimo, brusco movimento, ritrasse le gambe, lasciandomi dolorante e sull'orlo dell'esplosione. Si alzò dalla poltrona, sistemandosi le treccine con nonchalance.
«La punizione è finita,» sentenziò, voltandomi le spalle per dirigersi verso la camera da letto. «Rivestiti, Garg. La porta sai dov'è. E vedi di non lasciare macchie sul tappeto quando ti finisci da solo.»
Il dolore all'inguine era una fottuta morsa di fuoco. Mi aveva portato sull'orlo del baratro, facendomi assaporare la caduta libera per venti, interminabili minuti, e poi mi aveva tirato indietro con uno strattone brutale.
Cazzo, non mi aveva neanche fatto sborrare. Stavo letteralmente scoppiando.
Mi trascinai in ginocchio sul parquet, nudo, umiliato, sentendo il sudore freddo scivolarmi lungo la schiena. La seguii fino alla soglia della sua camera da letto. Raffy si era già infilata sotto le lenzuola. Aveva sistemato due cuscini contro la testiera del letto, aveva acceso l'abat-jour e stava sfogliando una rivista di moda, con la stessa fottuta tranquillità di chi si prepara per la notte.
«Raffy... cazzo, ti prego,» ansimai, aggrappandomi allo stipite della porta. L'orgoglio era cenere. L'avevo perso completamente. «Non puoi lasciarmi così. Sto male.»
Lei non alzò nemmeno lo sguardo dalla pagina patinata. Inumidì la punta del dito con la lingua e voltò foglio. «Ti ho detto che la punizione è finita, Garg. Vai a casa.»
«Dimmi cosa vuoi sentirti dire,» la supplicai, avanzando di un passo nella stanza, la voce rotta e disperata. «Che sono una merda? Lo sono. Che Marco non vale un cazzo in confronto a te? È vero. Sono il tuo cane, Raffy. Farò tutto quello che vuoi, ma ti supplico... finiscimi. Usa le mani, usa i piedi, non me ne frega un cazzo, ma fammi venire.»
«Sei noioso,» sospirò lei, scocciata, girando un'altra pagina. La luce calda della lampada illuminava il profilo morbido del suo seno sotto la canottiera bianca. «Quando facevi lo stronzo arrogante eri divertente da spezzare. Ora che piagnucoli fai solo pena. Mi hai fatto passare la voglia.»
Era un muro di ghiaccio. Mi stava trattando peggio di uno scarto. Guardai l'orologio sul suo comodino. Erano le cinque e un quarto del mattino. Fuori, il cielo iniziava a tingersi del grigio livido dell'alba. Una voce razionale, l'ultimo brandello del vecchio Garg, urlò nella mia testa: Rivestiti. Prendi la macchina, vai a casa. Mettiti sotto la doccia ghiacciata, sparati una sega per liberarti di questo veleno, bloccala ovunque e dimenticati questa storia malata.
Ma non ci riuscivo. I miei piedi erano incollati a quel pavimento. Guardavo il suo corpo morbidamente adagiato sul materasso, i piedi nudi che spuntavano dal bordo del lenzuolo, e sentivo che se fossi uscito da quella porta senza essermi svuotato, sarei impazzito del tutto. Non potevo andarmene da sconfitto. Non di nuovo.
E così, presi una scelta.
Se implorare non funzionava, e andarmene era impossibile, c'era solo un'altra via. Me lo sarei preso. Senza il suo fottuto permesso.
Avanzai a grandi passi verso il letto. La mia erezione pulsava, dolorosamente tesa e lucida. Sentendo il materasso abbassarsi sotto il mio peso, Raffy abbassò finalmente la rivista. Gli occhi le si strinsero dietro le lenti in due fessure cariche di veleno. «Ma sei sordo o sei stupido? Ti ho detto di lecarti dalle p...»
Non le diedi il tempo di finire la frase.
Scattai in avanti. Con un movimento fulmineo e brutale, le afferrai entrambe le caviglie. Raffy urlò, presa alla sprovvista, mentre la strattonavo verso di me sul lenzuolo, trascinandola fino al bordo del letto. La rivista cadde a terra con un tonfo.
«Che cazzo fai?! Lasciami!» strillò, iniziando a scalciare come una furia, le treccine che le sbattevano sul viso. «Sei un fottuto maniaco! Ti denuncio, bastardo!»
«Hai detto che sono il tuo cane, vero?» le ringhiai contro, gli occhi iniettati di sangue, sovrastandola con il mio corpo nudo e massiccio.
Non mi fermai di fronte ai suoi insulti. La mia pazienza era estinta. Usai tutto il mio peso per bloccarla. Afferrai i suoi talloni con una stretta ferrea e piegai le sue ginocchia, costringendola ad allargare le cosce. Poi, con una violenza calcolata e disperata, incastrai le piante dei suoi piedi nudi esattamente ai lati del mio cazzo durissimo.
