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Erotika
Calpestami! · Cap. 3
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Capitolo 3 di 5 26 min di lettura

La Vodka sui Suoi Piedi

una serata in discoteca con la fidanzata troia del migliore amico.

Alessia
5 mesi fa · 751 letture · 3

«Mmh... cazzo, sì...» ansimò lei sopra la mia faccia, stringendo le cosce attorno alla mia testa per impedirmi di scappare. «Leccami, bastardo. Più forte.»

Il contrasto era un corto circuito per il cervello. Da una parte mi toglieva il respiro con il suo sesso bagnato, obbligandomi a ingoiare i suoi umori, a usare la lingua con un ritmo frenetico per assecondare i suoi gemiti. Dall'altra, mi torturava l'inguine con i piedi, usandomi come un fottuto poggiapiedi. Ogni volta che io le davo piacere con la bocca, lei premeva il tallone contro il mio cazzo, strofinandolo con una violenza che mi faceva vedere le stelle.

«Guarda come sei duro, Garg,» mi derise dall'alto, la voce rotta dal piacere ma carica di veleno. La sentivo vibrare contro le mie labbra. «Sei intrappolato sotto di me. Mi stai pulendo come un cagnolino... e intanto ti strusci sotto i miei piedi come un verme. Fai pena. Sotto di me fai davvero pena.»

Provai a stringerle i fianchi, a ribaltarla, ma la sua presa coi talloni sul mio linguine si fece dolorosamente eccitante. E poi, il sapore di lei mi stava fottendo il cervello. Ero schiavo del suo corpo.

«M-muovi quella lingua... ah!» squittì all'improvviso. Le sue dita dei piedi si contrassero, aggrappandosi al tessuto dei miei pantaloni. «Non fermarti adesso, sfigato! Fammi venire! Fammi venire!»

Le diedi esattamente quello che chiedeva. Aumentai la pressione, succhiandola e stuzzicandola con una foga animalesca. Raffy perse completamente il controllo. Il suo corpo fu scosso da uno spasmo violento. Gettò la testa all'indietro, urlando il mio nome nel buio della macchina. Mentre l'orgasmo la attraversava, i suoi piedi nudi premettero contro il mio cazzo con una forza spasmodica, i talloni che mi schiacciavano in una morsa di dolore e lussuria assoluta. Inondò la mia bocca, tremando, costringendomi a ingoiare ogni singola goccia del suo trionfo.

Rimase accasciata sopra di me per qualche secondo, il petto ansante, i muscoli delle cosce tesi. Io ero al limite dell'esplosione, il bacino che si inarcava istintivamente contro le piante dei suoi piedi, cercando disperatamente una via d'uscita.

Poi, l'incantesimo si ruppe. Raffy sollevò il bacino. Si tirò su gli slip di pizzo con un colpo secco e ritirò le gambe. Senza dire mezza parola, scavalcò il mio corpo sudato, tornò sul sedile del passeggero e si tirò giù il tubino nero. Si sistemò i capelli guardandosi nello specchietto parasole, fredda e distaccata come se fosse appena uscita dal parrucchiere.

Rimasi sdraiato sul sedile abbassato, il viso sporco di lei, il respiro grosso e il cazzo che mi doleva in modo insopportabile per l'eccitazione negata.

«Mi hai sbavato tutto il trucco addosso, Garg,» disse lei, passandosi un dito sotto l'occhio, scocciata. Mi lanciò un'occhiata di sbieco, soffermandosi sul rigonfiamento osceno dei miei pantaloni. Un sorrisino sadico le piegò le labbra. «Io ho finito. Tirati su il sedile e portati a casa la tua erezione. Magari, se sei un bravo bambino, ci penserà la tua mano a consolarti.»

Aprì la portiera ed scese dall'auto, sbattendola con forza. Il suono echeggiò nella strada vuota. L'ennesima umiliazione. L'ennesima fottuta trappola. Mi aveva schiacciato, usato e lasciato a bruciare. Ma mentre ritiravo su il sedile, sentendo il sapore di lei ancora sulla lingua, la rabbia che provavo superò il limite del ritorno. Non era più un gioco di dispetti. Era diventata una guerra di annientamento.

Le sue parole mi rimbombarono nel cervello mentre la guardavo camminare verso il portone del palazzo. Portati a casa la tua erezione. Il dolore all'inguine era accecante, ma la nebbia dell'alcol che mi infiammava il sangue fu più forte di qualsiasi residuo di razionalità. Non questa volta. Non le avrei permesso di svuotarmi addosso la sua frustrazione per poi lasciarmi a marcire in macchina come un cane randagio.

Spensi il motore con una manata. Spalancai la portiera e mi fiondai fuori, i passi pesanti sull'asfalto silenzioso. Il portone a vetri si stava richiudendo lentamente dietro di lei. Ci infilai la mano un secondo prima che la serratura scattasse, bloccandolo.

Raffy era a metà dell'androne di marmo, diretta verso l'ascensore. Sentendo il rumore, si voltò di scatto. Sussultò, gli occhi spalancati per la sorpresa, ma ci mise meno di un secondo a rimettersi la sua fottuta maschera da stronza arrogante.

«Ma sei completamente impazzito?» sibilò, incrociando le braccia sotto il seno. «Che cazzo ci fai qui dentro? Ti ho detto di andartene. Esci subito prima che mi metta a urlare.»

Non dissi una parola. La raggiunsi in tre falcate. L'afferrai per i fianchi e, con una spinta brutale, la sbattei contro la parete fredda dell'androne. Raffy emise un gemito strozzato per l'urto, i tacchi a spillo che raschiavano sul pavimento. Il contrasto tra il marmo ghiacciato dietro la sua schiena e il mio corpo bollente schiacciato contro di lei la fece tremare.

«Lasciami, animale!» mi intimò, piantandomi le mani sul petto per spingermi via.

Ma io non arretrai di un millimetro. Le bloccai un polso contro il muro e con l'altra mano feci esattamente quello che volevo fare da tutta la sera. Le afferrai una tetta attraverso il tessuto sottile del tubino nero. La strinsi con forza, possedendo la pienezza della sua carne morbida, senza alcuna delicatezza.

«Ah! G-Garg...» ansimò lei, la finta indignazione spezzata dal tocco rude.

«Basta, Raffy,» le ringhiai contro la bocca, il respiro pesante che sapeva di vodka. «Basta con i tuoi fottuti giochetti. Non puoi usarmi solo come un fottuto vibratore umano per farti venire e poi sbattermi la porta in faccia. Non sono Marco. Io me lo prendo quello che voglio.»

Affondai il viso nel suo collo. Iniziai a baciarla, a morderle la pelle chiara e profumata di vaniglia, succhiando con rabbia per lasciarle il segno. Nel frattempo, la mia mano continuava a impastare il suo seno prosperoso, il pollice che sfregava senza pietà il capezzolo turgido eretto sotto la stoffa.

Lei si contorceva, ma non per scappare. Il suo corpo la tradiva, inarcandosi contro la mia mano e premendo l'inguine contro la mia erezione dolorosa. «S-sei ubriaco... sei un bastardo...» sussurrò, ma la sua voce era un lamento di puro desiderio.

«Lo so che i tuoi genitori non ci sono questo fine settimana,» le mormorai contro l'orecchio, facendola rabbrividire. «Sei sola in quella cazzo di casa. Saliamo. Finiamo questa serata come si deve. Fammi entrare. Te lo sbatto dentro così forte che domani mattina non riuscirai a camminare con quei fottuti tacchi.»

L'odio e l'eccitazione erano arrivati al punto di fusione. Raffy cedette per un istante. Chiuse gli occhi, buttò le braccia attorno al mio collo e mi baciò. Un bacio disperato, bagnato, profondo, le nostre lingue che lottavano come bestie feroci nell'androne silenzioso. Ricambiò con una passione che sapeva di resa, strusciando la coscia nuda contro il mio fianco.

Pensai di aver vinto. Sentii l'adrenalina esplodermi nel petto all'idea di trascinarla in ascensore, strapparle quel tubino da troia e farla urlare sul suo stesso letto.

Ma stavo dimenticando chi avevo di fronte.

Proprio quando mi rilassai, abbassando le difese per stringerla più forte, lei si staccò dalle mie labbra. Il suo sguardo, un secondo prima annebbiato dal piacere, tornò gelido come il marmo contro cui era appoggiata. La sua mano destra scattò in aria.

SBAAM.

Uno schiaffo violentissimo, secco e bruciante, mi colpì in pieno viso. Il rumore rimbombò nell'androne come uno sparo. La testa mi scattò di lato. Il bruciore si propagò sulla guancia all'istante, lasciandomi paralizzato per lo shock.

Raffy mi spinse via, approfittando del mio sbandamento. Si sistemò la scollatura del vestito, il petto che le si alzava e abbassava furiosamente, ma l'espressione era quella di una statua di ghiaccio.

«Non permetterti mai più,» sibilò, la voce carica di un veleno letale, puntandomi un dito contro il petto. «Io decido se, quando e come. E stasera, io ho deciso che tu torni a casa a farti una sega con i jeans sporchi della mia roba.»

Fece due passi indietro, premette il pulsante dell'ascensore e si infilò nell'abitacolo appena le porte si aprirono. «Ciao, sfigato,» aggiunse con un sorrisetto crudele, un secondo prima che le porte scorrevoli si chiudessero, inghiottendola e lasciandomi lì.

Solo, nel cuore della notte. Con la guancia in fiamme, il cazzo duro come il marmo e la consapevolezza che, in questa fottuta guerra, lei mi aveva appena massacrato di nuovo.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!

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