Il suo sguardo languido sparì in una frazione di secondo. La solita, insopportabile spocchia le tornò a indurire i lineamenti. Fece una risatina fredda, spingendomi indietro per il petto con due dita smaltate. «Scordatelo,» rispose, guardandomi come se le avessi appena chiesto l'elemosina. «Io sto lavorando. E poi, chi ti credi di essere? Ti ho concesso di baciarmi i piedi solo perché mi andava. Non mi chiudo in un cesso puzzolente per farti un favore. Torna a cuccia, Garg, e non mi stressare.»
Mi voltò le spalle. Un rifiuto secco, crudele, sbattuto in faccia dopo che mi ero letteralmente umiliato per lei.
L'alcol iniziò a martellarmi il cervello in modo prepotente. La rabbia mi accecava, ma la botta di lussuria che mi aveva scatenato bere dal suo piede era una droga a cui non riuscivo a rinunciare. Invece di mandarla a fanculo e andarmene, ingoiai il rospo. Decisi di restare lì e prendermi quello che potevo. Per gran parte della notte, mi incollai alla sua schiena. L'alcol scioglieva i miei freni e lei, pur facendo la stronza e ordinandomi di "non starle troppo addosso", non mi allontanava. Anzi. Ballavamo avvinghiati, circondati dal fumo e dalle luci stroboscopiche. Le mie mani scivolarono sui suoi fianchi morbidi, stringendole il culo attraverso la stoffa sottile di quel tubino nero. Mi strusciavo contro di lei a ogni colpo di cassa, premendo il cazzo duro contro l'attaccatura delle sue cosce, facendole sentire esattamente quanto fossi eccitato. Ogni tanto lei buttava la testa all'indietro contro la mia spalla, ansimando piano, per poi ricomporsi subito e lanciarmi qualche insulto sottovoce, in una danza tossica di odio e puro desiderio fisico.
Arrivati alle battute finali della serata, il privé iniziò a svuotarsi. Il mio stomaco era un lago di vodka. Andai al bar e mi scolai due o tre bottigliette d'acqua d'un fiato. Il freddo dell'acqua mi schiarì le idee, spazzando via la nebbia dell'alcol e lasciando solo una lucidità predatrice. Sapevo che avrei dovuto guidare, e dovevo essere pronto per la resa dei conti.
Mi voltai a cercarla. Raffy era alla console a salutare il DJ e il fotografo del locale. Stavano scorrendo le foto della serata sullo schermo della macchina fotografica. Mi avvicinai silenziosamente alle sue spalle, giusto in tempo per sentire la sua mente diabolica all'opera. «Questa,» stava dicendo al fotografo, indicando lo scatto in cui io ero in ginocchio a bere dal suo piede. «Ma taglia la bottiglia di vodka. Croppala fuori. Voglio che si veda solo il mio piede e lui in ginocchio che lo bacia. La bottiglia fa sembrare tutto un gioco alcolico... senza, invece, sembra pura sottomissione.» Una troia furba e calcolatrice. Voleva l'immagine perfetta del suo dominio da postare, epurata da ogni contesto che potesse sminuire il suo ego.
«Andiamo,» le ringhiai dietro la schiena, afferrandola per il braccio.
Il tragitto verso la macchina e il viaggio di ritorno furono un fottuto calvario per la mia sanità mentale. Ero eccitatissimo. Il cazzo mi pulsava contro la cerniera dei jeans in modo doloroso, e nella mia testa rimbombava una sola, incrollabile certezza: stasera me la scopo. Stasera la apro in due. Appena salita sul SUV, Raffy si sfilò i sandali a spillo. Li buttò sui tappetini e, con la massima cafonaggine, schiaffò i piedi nudi direttamente sul cruscotto della mia macchina, sfiorando le bocchette dell'aria condizionata.
Per tutto il viaggio non fece altro che fare la viziata odiosa. «Vai più piano, mi fai venire la nausea,» si lamentava, incrociando le braccia sotto il seno. «Guarda che schifo di musica che tieni, mettila in pausa. Mamma mia Garg, sei un autista pessimo. Marco guida molto meglio di te.»
La ignorai. Fissavo la strada, stringendo il volante, guardando con la coda dell'occhio i suoi piedi nudi e quel tubino nero che le era salito fin quasi all'inguine.
Quando finalmente parcheggiai il SUV sotto casa sua, spensi il motore. La strada era deserta, avvolta nel buio delle quattro del mattino. L'unico rumore era il nostro respiro. Mi slacciai la cintura, girandomi verso di lei. Mi aspettavo che aprisse la portiera e mi liquidasse con un "ciao, sfigato". Invece, non si mosse.
Raffy mi squadrò nel buio dell'abitacolo. I suoi occhi brillavano di una luce famelica, cattiva. Abbassò i piedi dal cruscotto. E poi, con un movimento felino e inaspettato, scavalcò il tunnel centrale dell'auto.
Mi saltò letteralmente addosso, mettendosi a cavalcioni sulle mie cosce.
Il mio respiro si fermò. Il tubino nero le si era arrotolato quasi fino alla vita. Sentii l'attrito dei suoi slip di pizzo, umidi e caldissimi, premere direttamente contro il tessuto ruvido dei miei jeans, proprio sopra la mia erezione esplosiva.
Non mi diede il tempo di parlare. Mi afferrò il viso con entrambe le mani, le unghie che mi graffiavano le guance, e mi baciò. Non fu un bacio romantico. Fu un fottuto scontro armato. Le nostre bocche si schiantarono l'una contro l'altra, denti contro denti. Sapeva di alcol, di fumo e di sesso puro. La sua lingua invase la mia bocca in modo prepotente, famelico, mentre le mie mani scattavano ad afferrarle i fianchi larghi e morbidi, stringendoli con una forza che le avrebbe lasciato i lividi.
«Sei uno stronzo...» ansimò contro le mie labbra, staccandosi per un secondo solo per respirare, guardandomi con puro disprezzo e lussuria. «Sei un viscido, maledetto bastardo.»
«E tu sei una puttana viziata che non ne ha mai abbastanza,» le ringhiai di rimando, afferrandola per i capelli biondi alla nuca e tirandola di nuovo contro la mia bocca.
Iniziai a limonare duro, baciandola con una violenza che le strappò un gemito gutturale. La mia lingua le esplorava la bocca, mentre con le mani le stringevo le natiche, sollevandola appena per poi farla ricadere con forza contro il mio bacino. Lei piantò le ginocchia ai lati dei miei fianchi sul sedile di pelle, inarcando la schiena. Iniziò a strusciarsi contro di me, un movimento ritmico, disperato e osceno. Il tessuto bagnato delle sue mutandine scivolava contro la cucitura spessa dei miei pantaloni, creando una frizione che ci stava facendo impazzire entrambi.
«Muoviti,» mi ordinò, mordendomi il labbro inferiore fino a farmi sentire il sapore metallico del sangue. «Spingi, Garg... cazzo, spingi!»
Era odiosa, prepotente e mi dava ordini persino mentre me la stavo letteralmente mangiando. Ma non me ne fregava più un cazzo. Iniziai a spingere il bacino verso l'alto, rispondendo ai suoi movimenti, strusciando il mio cazzo duro contro la sua intimità attraverso i vestiti, in un fottuto delirio di hate-sex e sudore nell'abitacolo chiuso. Era arrivato il momento. Stasera non l'avrei fatta scappare.
Le nostre bocche si scontravano con una violenza che sapeva di alcol e rabbia, mentre i nostri bacini continuavano a cercarsi attraverso i vestiti in una frizione disperata. Il respiro di Raffy era corto, spezzato, le sue unghie mi graffiavano la nuca. Sembrava sul punto di cedere, di lasciarsi strappare quel maledetto tubino nero.
Ma sottovalutavo il suo sadismo. Il suo bisogno di controllo era una malattia.
Di colpo, si staccò dalle mie labbra. Ansante, con il rossetto sbavato e gli occhi accesi da una cattiveria purissima, allungò una mano verso il lato del mio sedile. Clack. Tirò la leva. Il sedile scattò all'indietro di botto, facendomi cadere sdraiato con la schiena contro la pelle dell'auto. Fui preso in contropiede, stordito dalla mossa, ma prima che potessi tirarmi su, lei si era già mossa.
Invece di restare a cavalcioni sul mio bacino, Raffy si spostò in avanti. Le sue ginocchia si piantarono ai lati delle mie spalle. Il tubino nero le era ormai arrotolato sopra la vita. Mi ritrovai letteralmente schiacciato sotto di lei, il viso intrappolato tra le sue cosce chiare e morbide. L'odore della sua eccitazione, mescolato al profumo alla vaniglia e al sudore della discoteca, era una morsa che mi toglieva il fiato. Era una droga pura.
Raffy mi guardò dall'alto in basso, stagliandosi contro il tettuccio buio del SUV. Il suo sorriso era l'incarnazione del disprezzo. Con estrema lentezza, infilò due dita sotto il bordo degli slip di pizzo neri, ormai zuppi, e li spostò di lato, liberando la sua intimità bagnata e bollente. Si abbassò di qualche centimetro, fino a sfiorare il mio naso con la sua pelle umida.
«Hai detto che con la lingua sei bravo,» mi ordinò, la voce gelida e perentoria, come una regina che comanda il suo schiavo peggiore. «Lavora. E vedi di non deludermi.»
Non avevo scampo. E, maledizione a me, non volevo averlo. Aprii la bocca e affondai la lingua direttamente contro il suo centro. Raffy sussultò violentemente, inarcando la schiena. Ma non si limitò a farsi leccare. Voleva dominarmi totalmente, umiliarmi su ogni fottuto fronte. Mentre io ero costretto a divorarla dal basso verso l'alto, sentii un peso improvviso atterrarmi dritto sull'inguine.
Raffy aveva allungato le gambe all'indietro.
I suoi piedi nudi, quelli che avevo venerato e da cui avevo bevuto fino a mezz'ora prima, premettero esattamente contro la mia erezione, tesa allo spasimo sotto la cerniera dei jeans. I talloni duri e lisci affondarono nella carne, mentre le piante e le dita smaltate iniziarono a massaggiarmi con forza, calpestandmi e strusciandosi contro il denim ruvido.
