Mandai giù l'ennesimo sorso di vodka, stringendo il bicchiere fino a farmi sbiancare le nocche.
Era la fidanzata del mio migliore amico. Era una manipolatrice vuota e viziata. Eppure, vederla lì, mentre offriva il suo corpo agli sguardi affamati di quegli idioti, mi faceva impazzire. Quei ragazzi le stavano pagando centinaia di euro di alcol solo per farsi sfiorare una mano, per farsi illudere da un sorriso finto e da un paio di tette sbattute in faccia. Non sapevano che sotto quel vestitino c'era una vipera pronta a sputare veleno.
Ma la verità, quella che mi faceva più schifo, era che io non ero incazzato per l'onore di Marco. Marco era a centinaia di chilometri di distanza, cieco e rassegnato. Ero incazzato perché volevo essere io al posto di quel tizio col finto Rolex. Volevo che quel seno prosperoso premesse contro il mio petto, volevo che quella coscia nuda si strusciasse contro la mia, e, cazzo, volevo che quei sandali neri a spillo le restassero ai piedi mentre glielo spingevo dentro con tutta la forza che avevo, sbattendola contro il muro di un cazzo di bagno per farle passare quell'aria da superiore.
Svuotai il terzo bicchiere. L'alcol iniziava a pulsarmi nelle tempie, sciogliendo i miei freni inibitori e alimentando una rabbia scura, possessiva e viscerale. Guardai Raffy che si alzava dal tavolino, lasciando il ragazzo sbavante, per dirigersi verso un altro gruppo di polli da spennare.
Illudili finché vuoi, strega, pensai, sentendo un fuoco liquido e bollente all'inguine. Ma stasera tu torni in macchina con me.
Quello era il suo famoso "lavoro", dunque. Spennare idioti figli di papà facendosi sbavare dietro. A dire il vero, le si addiceva perfettamente. Era la regina delle illusioni.
Ma dopo il quarto bicchiere di vodka, la rabbia scura che avevo nello stomaco lasciò il posto a una lucidità spietata. Se quello era un gioco, potevo giocarci anch'io. Avevo l'alcol a pomparmi nelle vene e nessuna fottuta intenzione di passare la notte a fare la tappezzeria mentre lei si divertiva.
Poco distante da me, c'era un'altra ragazza immagine. Mora, curve esplosive fasciate in un vestitino rosso scarlatto, anche lei mezza brilla. Intercettai il suo sguardo, le feci un sorriso sfacciato e in due minuti eravamo in mezzo alla pista del privé. Non mi feci nessuno scrupolo. Iniziai a flirtare in modo spudorato, ballando incollato a lei. Quando il basso della musica esplose, feci scivolare le mani sui suoi fianchi e le afferrai il culo con prepotenza, stringendole le natiche morbide attraverso la stoffa. Lei rise, gettando la testa all'indietro e strusciandosi contro di me.
Ma i miei occhi non erano per lei. Guardai oltre la sua spalla, puntando dritto al bancone del bar. Raffy era lì. Aveva smesso di sorridere ai suoi polli da spennare. Mi stava fissando con uno sguardo che avrebbe potuto incenerire il locale. Stringeva il suo calice con una forza tale che le nocche le erano sbiancate. Era il colmo della tossicità: non mi voleva, mi usava come un autista e mi trattava come uno straccio, ma il suo ego smisurato non poteva tollerare che le mie attenzioni andassero a qualcun'altra. Io dovevo essere suo, un cane fedele ad aspettare un suo cenno.
Quando la mora si allontanò un attimo per andare a prendere da bere, non feci in tempo a voltarmi che un'ondata di profumo alla vaniglia mi investì.
Raffy mi si era incollata addosso. Era visibilmente brilla, le guance chiare accese da un rossore febbrile, gli occhi leggermente lucidi dietro le lenti. Non disse una parola. Mi diede le spalle, appoggiò le mani sulle mie ginocchia piegandosi leggermente in avanti e iniziò a ballare. Il suo fondoschiena, coperto solo da quel lembo di tessuto nero, si piantò esattamente contro il mio inguine. Iniziò a strusciarsi col bacino a tempo di musica, un movimento rotatorio e profondo che mi schiacciò il cazzo, già duro come la roccia, contro la sua carne morbida.
«Che cazzo fai, Garg?» mi sibilò poi, voltandosi a metà per guardarmi da sopra la spalla. Il suo tono era quello della solita stronza arrogante, ma il respiro era corto. «Pensi di farmi ingelosire con quella sciacquetta da due soldi? Non devi parlare con nessuna, hai capito? Sei venuto qui con me, sfigato. Devi guardare solo me.»
Continuava a muovere il culo contro la mia erezione, torturandomi, pretendendo sottomissione. Ma questa volta, io avevo il coltello dalla parte del manico. Decisi di approfittarne. C'era una cosa, una perversione estrema che non era da me, roba che avevo visto solo in qualche video oscuro su internet, ma che in quel momento, accecato dal feticismo e dall'alcol, divenne un'ossessione bruciante. Era il momento di provarci.
Le afferrai i fianchi con forza, bloccando il suo movimento, e mi chinai in avanti, premendo la bocca contro il suo orecchio. Le sussurrai esattamente quello che volevo che facesse con quella bottiglia mezza vuota di vodka Grey Goose che aveva lasciato sul tavolino lì accanto.
Raffy si irrigidì di colpo. Si voltò verso di me, gli occhi spalancati per lo shock e lo schifo. «Tu sei un fottuto malato di mente,» sputò, spingendomi per il petto. «Non ci penso nemmeno! Fai vomitare, scordatelo!»
Feci un mezzo sorriso, freddo e calcolatore. «Va bene, principessa. Come vuoi,» le risposi, alzando le mani in segno di resa. Guardai ostentatamente verso il bar. «Vado a chiederlo alla mora. È così ubriaca che non le sembrerà vero di farsi venerare in quel modo al centro del locale. E ha anche dei piedi niente male.»
Feci per voltarmi. Fu la mossa dello scacco matto. L'idea che un'altra ragazza prendesse il centro della scena, rubandole l'attenzione e l'adorazione estrema che le stavo offrendo, mandò in frantumi le sue finte difese morali.
«Fermo,» ringhiò, afferrandomi per il colletto della camicia. Mi fulminò con lo sguardo, il petto che si alzava e abbassava furiosamente. «Sei un cane schifoso. Ma se vuoi umiliarti fino a questo punto davanti a tutti... accomodati.»
Fece due passi verso il tavolino più vicino. Con un gesto teatrale e sfacciato, salì con un piede nudo, calzato in quel vertiginoso sandalo nero, che si era sfilata, direttamente sopra il pouf di velluto, esponendo la gamba perfetta e la coscia nuda agli occhi di mezzo privé. Afferrò la bottiglia di vodka ghiacciata. Io mi misi in ginocchio davanti a lei.
La musica sembrava ovattata. Raffy mi guardò dall'alto in basso, un ghigno spocchioso e crudele sulle labbra. Poi, inclinò la bottiglia. Il liquido trasparente e ghiacciato colpì la sua caviglia liscia, scivolando giù lungo il collo del piede, bagnando i laccetti neri del sandalo e colando tra le sue dita smaltate di bordeaux.
Schiusi le labbra e mi attaccai alla punta del suo piede. L'alcol gelido mi bruciò la gola, ma il sapore era inebriante: vodka mescolata al sapore caldo, salato e dolciastro della sua pelle sudata. Bevvi tutto quello che scendeva. Le mie labbra accarezzavano le sue dita, la mia lingua raccoglieva ogni singola goccia che le colava lungo l'arco plantare.
Raffy ansimava. La guardai dal basso verso l'alto: aveva la testa gettata all'indietro, gli occhi chiusi, le mani strette a pugno. Le faceva schifo ammetterlo, ma quell'atto di adorazione pubblica e degradante la stava bagnando fino al midollo. Stava svuotando l'intera bottiglia sul suo piede, facendomi bere direttamente da lei come se fosse una fottuta divinità.
Alcune persone attorno a noi si erano fermate. Ragazzi e ragazze del privé ci stavano guardando, un mix di shock, voyeurismo e pura eccitazione. Eravamo lo spettacolo della serata. E Raffy amava essere lo spettacolo.
Quando l'ultima goccia di vodka lasciò la bottiglia, lei buttò il vetro vuoto sul divano. Non mi diede il tempo di staccarmi. Senza alcun ritegno, con una sfacciataggine animalesca, spinse la punta del suo piede bagnato direttamente dentro la mia bocca. Fu un'invasione prepotente. Strinsi le labbra attorno alle sue dita smaltate, succhiandole con una fame viscerale e malata, assaporando ogni millimetro di quella pelle fredda di alcol ma bollente di eccitazione. Le tenni la caviglia con entrambe le mani, massaggiandola, mentre la mia lingua lavorava sotto le sue dita in mezzo a quel locale affollato.
«Succhialo, bastardo,» sussurrò lei, guardandomi con un'arroganza estrema, sebbene le sue ginocchia stessero tremando. «Fai vedere a tutti a cosa servi. Sei solo roba mia.»
Aveva la corona in testa. Ma per la prima volta, mentre il sapore di lei mi saturava la bocca e gli sguardi del locale ci bruciavano addosso, sentii che la stavo finalmente trascinando all'inferno con me.
Mi alzai lentamente, passandomi il dorso della mano sulle labbra bagnate di vodka. Il petto mi si alzava e abbassava per l'adrenalina. Il sapore della sua pelle mi bruciava ancora sulla lingua. Mi chinai verso di lei, il viso a un millimetro dal suo collo, respirando il suo profumo dolce alla vaniglia.
«Visto che ti ho succhiato i piedi davanti a tutti e ti ho fatto fare la tua fottuta scena,» le sussurrai, la voce roca e carica di aspettativa, «perché non andiamo cinque minuti nel bagno del privé e succhi tu qualcosa di mio, adesso?»
