Epilogo
Due settimane dopo. Marco era tornato dalla montagna, abbronzato, felice e disarmante nella sua totale cecità. Aveva insistito per organizzare una cena a casa sua per raccontarmi del viaggio.
Ero seduto a tavola, una birra in mano, annuendo alle sue stronzate sulle piste da sci. Di fronte a me c'era Raffy. Indossava un vestitino a fiori, casto e primaverile. I capelli erano raccolti in una coda perfetta, il trucco leggero. La fidanzatina ideale. Ascoltava Marco con finta adorazione, accarezzandogli il braccio di tanto in tanto. A guardarla, nessuno avrebbe mai sospettato il livello di depravazione di cui era capace. Nessuno avrebbe immaginato le urla, i morsi, il modo in cui il suo corpo aveva accolto la mia violenza in quella fottuta notte.
Io la fissavo, aspettando di provare disgusto. Aspettando di sentire quel senso di superiorità che mi ero guadagnato distruggendola.
Ma il disgusto non arrivò.
Mentre Marco parlava, notai un movimento con la coda dell'occhio. Raffy, con la massima naturalezza, aveva lasciato scivolare via la ballerina dal piede destro. Il mio respiro si fermò per una frazione di secondo. Sotto la tovaglia, la sua gamba si allungò verso di me.
Non fu una provocazione da ragazzina come faceva un tempo. Non c'erano sfottò o sorrisetti di sfida. Il suo piede nudo scivolò lungo il mio polpaccio, salì fino alla mia coscia e andò a premersi, con una precisione chirurgica e possessiva, esattamente contro il mio inguine. Le dita smaltate si mossero lentamente, carezzandomi attraverso la stoffa dei jeans.
Sentii una scossa elettrica attraversarmi la spina dorsale. Il mio corpo reagì istantaneamente, indurendosi con una ferocia che mi fece mancare l'aria.
Alzai lo sguardo verso di lei. Raffy stava sorseggiando il suo calice di vino. I suoi occhi incrociarono i miei da sopra l'orlo del bicchiere. E in quel preciso istante, il castello di carte delle mie convinzioni crollò, schiacciandomi.
Ora non potrai più desiderare nessun'altra.
Aveva fottutamente ragione. Credevo di averla usata e sottomessa, di averla piegata al mio volere togliendole l'innocenza e il potere. Ma la verità era molto più agghiacciante: lei aveva sacrificato se stessa per forgiare un guinzaglio impossibile da spezzare. Mi aveva dato in pasto la mia stessa ossessione, trasformandola in una dipendenza letale.
Non riuscivo a pensare ad Alice. Non riuscivo a guardare le altre ragazze in palestra. Il mio cervello era perennemente sintonizzato sul ricordo della sua pelle, del suo sapore, della sua sottomissione. Avevo bisogno di lei come un tossico ha bisogno della dose.
E lei lo sapeva.
Sotto il tavolo, premette il piede con più forza contro di me, costringendomi a stringere i denti per non gemere davanti a Marco, il mio migliore amico, che continuava a ridere ignaro di tutto. Eravamo due traditori schifosi seduti alla sua stessa tavola.
Raffy mi sorrise dolcemente, ma i suoi occhi dicevano un'altra cosa. Dicevano che ero suo. Dicevano che credevo di essere il padrone, il predatore che l'aveva domata, ma in realtà ero solo il suo schiavo più fedele, pronto a tornare in ginocchio, pronto a tradire e a dannarmi l'anima ogni volta che lei avesse schioccato le dita.
Avevo perso la guerra. E, cazzo, non vedevo l'ora di arrendermi di nuovo.
Marco sbatté le mani sul tavolo, facendomi riscuotere dai miei pensieri. «Vado in cucina a cercare quel limoncello artigianale che ho preso in baita! Roba forte, eh. Voi due fate i bravi.»
Appena la porta a scrigno si chiuse dietro di lui, il teatrino crollò in un istante.
Non perse un secondo. Raffy si alzò dalla sedia con una fluidità predatoria, aggirò il tavolo e si fermò davanti a me. L'aria da fidanzatina innocente nel suo vestito a fiori svanì nel nulla, sostituita da quell'oscurità viziata e padronale che ormai mi avvelenava il sangue. Senza dire una parola, mi afferrò per i capelli e mi tirò la testa all'indietro, costringendomi a guardarla dal basso verso l'alto.
«In ginocchio,» sussurrò, la voce ridotta a un sibilo imperioso e tagliente. «Subito.»
Non esitai. L'istinto di ribellarmi era stato cancellato quella notte. Scivolai giù dalla sedia, atterrando sul parquet del salotto esattamente ai suoi piedi, mentre a meno di tre metri di distanza si sentiva il rumore dei bicchieri di vetro mossi da Marco. Il rischio di essere scoperti da un secondo all'altro era folle, un'adrenalina pura e tossica che mi faceva fischiare le orecchie.
Raffy sollevò il piede nudo, perfetto e spietato, e lo premette con decisione contro la cerniera dei miei jeans, schiacciando la mia erezione già dolorosa. Inarcò la schiena, guardandomi con un misto di disprezzo assoluto e lussuria famelica.
«Ti fa impazzire, vero?» mormorò, muovendo le dita smaltate di bordeaux contro il denim ruvido, facendomi stringere la mascella per non ansimare. «Sapere che lui è di là, convinto che io sia il suo angelo intoccabile, mentre tu sei qui a sbavare sotto le mie suole come il mio giocattolo personale.»
«Sì...» ringhiai a fior di labbra, afferrandole la caviglia. Non per allontanarla, ma per tenerla saldamente ancorata a me. «Mi fa impazzire, strega.»
«Sei un pezzo di merda, Garg,» mi derise, un sorriso crudele che le illuminava il viso. Aumentò la pressione del tallone proprio alla base del mio inguine, torturandomi nel modo esatto in cui sapeva che amavo. «Hai tradito il tuo migliore amico per farti mettere il guinzaglio da me. Sei patetico. Meno di zero.»
«E tu sei la puttana che adora farsi venerare a due passi da lui,» le risposi, il respiro corto, baciandole il collo del piede con una devozione malata e febbrile.
Invece di arrabbiarsi per l'insulto, i suoi occhi brillarono di un'eccitazione febbrile. Quella era la nostra fottuta, inossidabile dinamica. Odio, sottomissione totale, e il brivido estremo e perverso del tradimento. Lei amava essere la carnefice, e io amavo essere il mostro complice che le permetteva di esserlo. Vivere quell'inganno, fare sesso sporco alle spalle del "bravo ragazzo", era il nostro feticcio definitivo.
«Ricordati chi comanda, cane,» mi sibilò all'orecchio, chinandosi appena, mentre con la mano libera armeggiava rapida con la mia cintura per slacciarla, solo per farmi sentire l'aria fredda sulla pelle prima di bloccarsi. «Tu sei il mio segreto sporco. E ti userò ogni fottuta volta che ne avrò voglia. Proprio sotto il suo naso.»
Sentii i passi pesanti di Marco avvicinarsi alla porta della cucina.
Raffy si ritrasse in un lampo. Con una grazia disarmante, scivolò di nuovo sulla sua sedia, si sistemò la gonna a fiori e incrociò le gambe. Il suo viso tornò istantaneamente il ritratto della dolcezza e dell'innocenza. Io mi tirai su a fatica, il cuore in gola e il cazzo duro come la pietra, riallacciandomi la cintura sotto il tavolo un millisecondo prima che Marco rientrasse trionfante con la bottiglia ghiacciata e tre bicchierini.
«Eccoci qua!» esclamò lui, sorridente e ignaro di tutto, versando il liquore denso e giallo. «Alla nostra, ragazzi!»
Raffy sollevò il suo bicchierino. Mi guardò dritta negli occhi, un lampo oscuro, complice e trionfante dietro le lenti sottili, e sotto il tavolo allungò di nuovo la gamba, sfiorandomi l'inguine con le dita del piede per ricordarmi a chi appartenevo.
Bevvi il mio limoncello tutto d'un fiato, sentendo il fuoco bruciarmi la gola e l'anima. Eravamo due malati, carnefice e vittima, fusi in una dipendenza perfetta nel nostro inferno privato. E, maledizione a me, non ero mai stato così felice di bruciare.
Ti è piaciuto?
Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
Altri racconti di Alessia
Commenti 0
Accedi per scrivere un commento…Nessun commento ancora. Scrivi il primo.