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Erotika
Calpestami! · Cap. 5
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Capitolo 5 di 5 22 min di lettura

La Troia del Mio Migliore Amico

l'epilogo della storia, il rovescio della medaglia...anche se alla fine si torna sempre dove si sta bene.

Alessia
5 mesi fa · 1.4k letture · 6

Il suo corpo trema. La battaglia si combatte nei suoi occhi. L'orgoglio contro il desiderio. L'odio contro il bisogno di essere umiliata di nuovo.

Vince il desiderio.

Si alza lentamente, come se ogni muscolo le facesse male. E probabilmente le fa male. Si mette a carponi sul letto, un cane ubbidiente che si avvicina al suo padrone. La sua schiena è un arco perfetto, il suo culo gonfio si dondola leggermente mentre si muove.

Si ferma davanti al mio cazzo. Lo guarda. È un momento di pura magia depravata. La reginetta della troiaggine, la ragazza che faceva di tutto per attirare l'attenzione, ora è ridotta a questo. A un animale che deve pulire lo strumento della sua umiliazione.

Chiude gli occhi per un attimo, come se cercasse la forza per fare ciò che deve fare. Poi si china.

La sua lingua esce, esitante. È umida, calda. Tocca la punta del mio cazzo moscio. Un brivido mi percorre la schiena.

Lei si ritrae, un sussulto involontario. Ma io non dico nulla. La guardo solo.

Riprova. Questa volta la sua lingua si muove con più sicurezza. Lecca l'asta, dal basso verso l'alto. Il suo sapore è sulla sua lingua. Il mio sapore è sulla sua lingua. Il nostro miscuglio.

Inizia a succhiare. Non è un pompino. È una pulizia. È un atto di umiliazione totale. Prende il mio cazzo moscio in bocca, lo succhia delicatamente, le sue guance che si muovono mentre cerca di pulire ogni singola parte di me. Le sue labbra, le sue labbra da puttana, ora sono al mio servizio.

«Fai bene, cagna,» le sibilo, e la mia voce è un filo roco di desiderio.

Il mio cazzo risponde. Inizia a indurirsi di nuovo, a crescere nella sua bocca. Lei sente il cambiamento, lo sente il mio cazzo che si riempie di sangue, che preme contro la sua lingua, contro il suo palato.

Un gemito le sfugge, soffocato dalla mia carne che la riempie. Non è più una pulizia. Sta diventando un pompino. Un vero pompino. E lei lo ama.

La sua testa si muove, su e giù, con un ritmo che diventa sempre più vorace. La sua lingua danza attorno alla mia asta, le sue labbra stringono, succhiano, mentre il mio cazzo le scopa la bocca.

La sua bocca è un'opera d'arte depravata, un tempio costruito per adorare il mio cazzo. Ma un tempio non basta. La sua resa deve essere totale, fisica. La afferro per i capelli, un groviglio bagnato di sudore e sperma. Un gemito le sfugge, un suono bagnato e leccato. La tiro su, costringendola a lasciarmi andare con un pop umido e scandaloso.

«Andiamo,» ringhio. La trascino via dal letto, le sue gambe ancora instabili. Il mio cazzo, duro e gocciolante del suo saliva, la guida come un guinzaglio invisibile. La spingo verso la scrivania, un mobile massiccio di legno scuro che regge il suo computer e i suoi trucchi da principessa.

La piego. Brutalmente. Le sue tette piacciono contro il freddo del legno, i suoi capezzoli si induriscono all'istante. La sua schiena si inarca, il suo culo, due sfere perfette e morbide, si offre a me in tutta la sua gloria.

«Cazzo, che culo...» sibilo.

La afferro per i fianchi, la posizione al meglio e spingo. Entro in lei con un solo colpo secco, profondissimo. La sua fica, ancora umida e ancora dolorante dalla prima volta, si apre per me, una voragine bollente e desiderosa.

«Garg!» strilla, il nome che le esce dalla bocca come un urlo sacrilego.

Inizio a scoparla. Non c'è gentilezza. C'è solo la furia del mio cazzo che la possiede da dietro, che la scopa con una violenza che fa tremare il mobile. Le mie palle sbattono contro il suo clitoride ad ogni spinta, un ritmo selvaggio e primordiale.

Lei strilla. Non sono gemiti. Non sono sussurri. Sono urla. Urla da pazza, urla di dolore e di un piacere così intenso da sembrare tortura.

«Più forte, stronzo! Più forte!» geme, la voce rotta, le sue mani che si aggrappano ai bordi della scrivania.

Le do ciò che vuole. Ma a modo mio.

Mio schiaffo parte, secco e sonoro. Colpisce la sua guancia del culo, facendola vibrare. Un'impronta rosso vivo appare sulla sua pelle pallida.

«Urli come la cagna che sei!» le grido, mentre il mio cazzo continua a martellarla.

Un altro schiaffo. Più forte questa volta. L'altro lato. Il suo culo ora è una tela rossa, un'opera d'arte della mia violenza.

Lei geme, un suono animalesco, puramente sessuale. Il suo corpo si contorce, le sue gambe tremano.

«Lo vuoi, eh? Lo vuoi il culo che arde, Raffy?»

Un altro schiaffo. E un altro. Un ritmo senza sosta, una pioggia di colpi che si alterna al ritmo del mio cazzo che la scopa. Il suo culo è in fiamme, rosso come il fuoco dell'inferno.

E io, mentre la scopa, mentre la schiaffeggio, la guardo. Guardo il suo corpo che si abbandona, la sua schiena che suda, i suoi capelli che le si attaccano al viso.

«Vieni, cagna,» le ordino. «Vieni mentre ti scopro il culo. Vieni come una puttana.»

Lei scoppia. Un urlo liberatorio che fa tremare i vetri. La sua fica si contrae, si stringe attorno al mio cazzo in un abbraccio mortale, un'ondata di calore che mi travolge.

Io non posso più trattenermi. Con un ringhio, le sbatto dentro l'ultima volta, scaricando tutto dentro di lei.

Il silenzio nella stanza era denso, pesante, rotto solo dai nostri respiri affannati. L'aria era satura dell'odore acre del sudore, del sesso e di quel suo fottuto profumo alla vaniglia, ormai corrotto per sempre.

Mi raddrizzai, passandomi una mano tra i capelli madidi. Mi sentivo un dio. L'avevo piegata, l'avevo spogliata di tutta la sua arroganza e l'avevo ridotta a tremare sotto di me. La strega era stata domata.

Raffy era accasciata sul materasso sfatto. I capelli biondi, un tempo perfetti, erano un groviglio disordinato che le copriva in parte il viso. Aveva le guance rigate di lacrime e il respiro corto, il petto nudo che si alzava e si abbassava a scatti. Sembrava distrutta. Marchiata. Esattamente come volevo che fosse.

Raccolsi i miei boxer e i jeans dal pavimento. Iniziai a vestirmi con una lentezza calcolata, gustandomi ogni secondo di quel trionfo. Non mi degnò di uno sguardo mentre facevo scattare la fibbia della cintura. Ero convinto di aver vinto la guerra, di aver esorcizzato quel demone che mi tormentava da mesi.

Feci per voltarmi verso la porta, pronto a lasciarla lì, a fare i conti con la sua oscurità e col tradimento imperdonabile che avevamo appena consumato alle spalle di Marco.

Ma la sua voce mi fermò sulla soglia.

Non era un sussulto. Non era il piagnucolio di una ragazzina sconfitta. Era un sussurro basso, lucido, che tagliava l'aria come un bisturi di ghiaccio.

«Garg.»

Mi voltai a guardarla. Si era tirata su un lembo del lenzuolo per coprirsi il seno. Le lacrime le bagnavano ancora le guance, ma i suoi occhi, fissi nei miei, brillavano di una luce spaventosa. Un sorriso sghembo, diabolico e malato, le increspò le labbra gonfie.

«Ora non potrai più desiderare nessun'altra.»

Feci una risata ruvida, scuotendo la testa. «Sognatelo, principessa. Mi sono solo tolto uno sfizio. Fatti una doccia e cerca di guardare in faccia il tuo ragazzo quando torna, se ci riesci.» Uscii sbattendo la porta, convinto che fosse solo l'ultimo, patetico tentativo del suo ego di non ammettere la sconfitta.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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