Si dimena. Cerca di liberarsi, ma io la tengo bloccata. La sua rabbia esplode in insulti soffocati. «Mmhhph... hhphh... fffhhg... nnnoh!»
Non capisco le parole, ma capisco il significato. Mi odio. Vorrebbe sbranarmi.
Le trecce nel mio pugno si stringono. Il suo viso diventa rosso, poi violaceo. Le vene del collo pulsano, tese come corde di violino. I suoi occhi mi lanciano fulmini. Ma non c'è solo odio. C'è panico. C'è un piacere atavico che emerge dal dolore.
Lei piange. Lacrime silenti che le rigano il viso, mischiandosi al sudore. E io la guardo. Mi nutro della sua disperazione.
«Piangi, Raffy? Povera piccola principessa che non si aspettava di essere scopata così?»
Stringo ancora. Il suo respiro è un rantolo affannoso. I suoi lamenti strozzati iniziano a cambiare. L'acuto del dolore si abbassa, si trasforma in un suono più cupo, più lungo. Un gemito. Un vero, putridamente erotico gemito di piacere.
«Senti? La tua fica mi ama. Odia me, ma ama il mio cazzo.»
Stringo le trecce, la costringo a guardarmi mentre la distruggo. La sua fica è una voragine bollente, sanguinolenta, che mi succhia dentro, che non vuole lasciarmi andare. Le sue mani non graffiano più, ma si aggrappano alle mie spalle, le unghia che si conficcano nella mia pelle, non per ferirmi, ma per ancorarsi a me mentre la tempesta del piacere la travolge.
Continuo a scoparla. Ogni colpo è una dichiarazione. Ogni colpo è una vendetta.
«Questa è la tua prima volta, Raffy. Ricordala. Ricorda il sangue. Ricorda il mio cazzo che ti spacca. Ricorda il mio odore.»
La mano libera scende, afferra il suo seno, lo stringo con forza, il capezzolo duro contro il palmo della mia mano. Lei urla, ma è un urlo di puro godimento. Il suo corpo è un campo di battaglia, e io sono il vincitore.
La sento vicina. La sento che si avvicina all'orlo. La sua fica si contrae, diventa ancora più stretta, se possibile. Le sue gambe mi avvolgono, mi tirano dentro, come se volesse farmi diventare parte di lei.
«Vieni, Raffy. Vieni come una cagna in calore. Vieni con il cazzo dello stronzo che odi dentro di te.»
Lei scoppia. Un urlo liberatorio, le lacrime che le sgorgano mentre il suo corpo si contorce in un orgasmo violento, selvaggio, che le fa perdere il controllo. La sua fica mi masturba, mi succhia, mi strizza, mentre lei si abbandona al piacere.
E io, la vedo così, distrutta, piena del mio cazzo, del mio sangue, del mio odio, e non posso trattenermi. Con un ringhio, le sbatto dentro l'ultima volta, scaricando tutto dentro di lei. Il mio sperma, caldo e denso, si mescola ai suoi fluidi, al suo succo, creando un cocktail depravato che trabocca dalla sua fica.
Crollo su di lei, esausto. Il mio cuore batte all'impazzata contro il suo petto. Sento il suo respiro affannato, il suo odore, il suo sudore. Sento le sue trecce ancora attorno al mio pugno, un promemoria del mio potere su di lei.
Resto sopra di lei, il mio peso un'ancora che la inchioda al materasso umido e sfondato. Sento il suo corpo che trema sotto di me, un'intermittenza di singhiozzi e spasmi post-orgasmici. Il suo respiro è un rantolo roco, un suono di chi ha lottato per ogni singola molecola d'aria.
Poi, ricomincia. Lentamente all'inizio, poi con più forza. Le sue pugnette, piccole e deboli, battono contro la mia schiena. Non è un attacco, è una sconfitta che si trasforma in rabbia impotente. È il cigno che, morendo, batte le ali per l'ultima volta.
«Ti odio... ti odio... ti odio, bastardo!» La sua voce è un filo rotto, una cascata di parole affogate nel pianto a dirotto. «Sei un mostro... uno schifoso...»
Continua a picchiarmi, le sue lacrime scorrono a dirotto, con i nostri succhi. Io non mi muovo. La lascio sfogare. La lascio scaricare tutta la sua rabbia, tutta la sua umiliazione sul mio corpo.
Quando i suoi colpi si indeboliscono, quando i suoi insulti si trasformano in gemiti disperati, mi alzo leggermente, appoggiandomi sui gomiti. Il mio cazzo è ancora dentro di lei, un promemoria caldo e pesante della sua sconfitta.
Le guardo il viso. È un disastro. Gli occhi gonfi, le labbra gonfie. È la faccia di una puttana appena uscita da una battaglia. E bellissima. Terribilmente, meravigliosamente bella.
Mi piego, le bacio la guancia. È un gesto delicato, quasi tenero, che stona con la violenza di prima. Lei si ritrae, come scottata dal mio tocco.
«Dimmi la verità, troia,» sussurro contro la sua pelle. La mia voce è calma, sicura. Non c'è più rabbia, solo la certezza della vittoria. «Lo hai amato, vero?»
Lei scoppia a piangere di nuovo, a singhiozzi convulsi. «No... ti odio...»
«Menti» la interrompo, la mia voce ancora bassa, un sibilo contro il suo orecchio. «La tua fica non mente. Si è bagnata per me. Si è strizzata intorno al mio cazzo mentre ti strozzavo. È venuta più forte di quanto abbia mai fatto con le mani o la bocca tuo fottuto fidanzato.»
Lei non risponde. Piange solo di più.
Mi rialzo un po', la guardo dritta negli occhi.
«E se te lo chiedessi...» dico, e la mia voce si fa più bassa, quasi un sussurro. «Se ti dicessi adesso, "Raffy, scopami di nuovo"... cosa faresti?»
Il suo respiro si blocca. I suoi occhi mi fissano, pieni di terrore e... altro. Qualcosa che non riesco a decifrare. Qualcosa che assomiglia terribilmente al desiderio.
«Lo rifaresti subito, vero? Subito, senza pensarci. Mi apriresti le gambe e mi lasceresti distruggerti di nuovo.»
Mi appoggio ancora, il mio peso che la schiaccia. Il mio cazzo si indurisce di nuovo dentro di lei, un promemoria del piacere che la possiede.
«Ammettilo, Raffy. Ammetti che ami essere scopata come una cagna.»
Lei scoppia. In un urlo che è metà rabbia, metà piacere.
«SI!» urla, la voce rotta. «SI, BASTARDO! SÌ, LO HO ODIATO E LO HO AMATO! SÌ, MI HAI SCOPATO E MI HAI DISTRUTTO! SÌ, VOGLIO DI PIÙ!»
Le sue parole sono una confessione esplosiva. Una resa totale.
La sua confessione è musica per le mie orecchie. Un suono di sconfitta totale, di resa incondizionata. Il pianto si è trasformato in singhiozzi controllati, e i suoi occhi, pur rossi e gonfi, mi guardano con una mistura di odio e di un altro sentimento che non ho mai visto in lei: supplica.
mi sposto di lato. «Guarda il mio cazzo,» le ordino, la voce bassa e imperiosa. L'asta si presenta al suo sguardo, non più dura e aggressiva, ma appassita, grottesca nel suo stato post-scopata. È sporco, coperto di un miscuglio bianco e rosastro: il mio sperma, il suo sangue, i suoi succhi. Un trofeo della sua deflorazione violenta.
«È ancora moscio e tutto sporco della tua figa,» le dico, con un tono disgustato. «Prima di essere scopata fai il bravo cane e succhiami il cazzo moscio per pulirlo.»
Lei sobbalza. Il suo volto, già una maschera di umiliazione, si contorce in un'espressione di puro schifo. Per un attimo, la vecchia Raffy, la mocciosa viziata, sembra tornare a galla. Le sue labbra si stringono in una linea sottile, gli occhi mi fulminano.
«Mai,» sussurra, la voce piena di veleno. «Non toccherò quella cosa schifosa.»
Mi limito a sorridere. Non è un sorriso felice. È un sorriso da padrone al suo schiavo. Non devo fare nulla. Il mio silenzio, il mio sguardo fisso, sono peggio di qualsiasi minaccia.
