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Erotika
Calpestami! · Cap. 1
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Capitolo 1 di 5 26 min di lettura

Raffy odiosa troia eccitante

raffy con il povero garg si comporta uno schifo eppure...a lui sembra piacere ed eccitare questo odio tra loro.

Alessia
7 mesi fa · 919 letture · 8

La trovai già bagnata, un dettaglio che mi fece salire il sangue alla testa. Faceva la schizzinosa, la principessa intoccabile, ma il suo corpo la tradiva miseramente.

Iniziai da fuori. Usai le dita per accarezzarla, premendo con movimenti lenti e calcolati, costringendola a sentire ogni singolo millimetro del mio tocco. Raffy gettò la testa all'indietro, i capelli che sfioravano il poggiatesta in pelle del sedile. Le labbra rosse si schiusero, ma invece di un sospiro arreso, ne uscì l'ennesima provocazione.

«Sei rigido, Garg,» sussurrò con un finto sbadiglio, anche se il petto le si alzava e abbassava a scatti. «Marco ha le mani molto più delicate... tu sembri un fottuto muratore. Ti devo spiegare io come si fa?»

«Marco non ti fa bagnare così solo guardandoti,» le ringhiai a un millimetro dal viso.

Senza darle il tempo di rispondere, spinsi due dita dentro di lei. Era stretta, caldissima, un contrasto assurdo e viscerale con la sua anima gelida e calcolatrice. Le strappai un gemito acuto, un suono che le sfuggì dal controllo. Ma la sua arroganza era una malattia cronica. Anche mentre ansimava, trovò il modo di essere odiosa.

«Mhh... sì...» ansimò, piantando un piede contro il cruscotto per fare leva. «Bravo cagnolino... fai il lavoro sporco per il tuo padrone.»

Accecato dalla lussuria, dalla rabbia e da quella bocca che non sapeva stare zitta, la mia mano sinistra scattò in alto. Volevo stringere quel seno pieno e perfetto che mi stava sbattendo in faccia da ore, volevo farle capire che non aveva il controllo su niente. Sfiorai il tessuto leggero della canottiera bianca, sentendo il calore della sua pelle.

SBAAM.

Uno schiaffo secco, fortissimo, mi colpì in pieno viso. Il rumore rimbombò nell'abitacolo chiuso.

«Non ti azzardare!» sibilò Raffy. Gli occhi le si erano spalancati, furiosi e taglienti dietro le lenti sottili. La sua voce era puro veleno. «Non ti ho dato il permesso di toccarmi lì! Metti giù quella mano. Non sei il mio ragazzo, sei solo uno strumento. Fai quello che ti ho detto e resta al tuo posto.»

Il bruciore sulla guancia fece esplodere l'ultimo frammento della mia pazienza. Il sangue mi pompò nelle tempie a una velocità folle. Mi stava trattando come un fottuto schiavo, nel mio stesso SUV.

«Come vuoi, principessa,» le sputai in faccia, con un sorriso che non aveva niente di umano.

Invece di fermarmi, affondai le dita con più forza. Aumentai il ritmo in modo brutale, violento. Nessuna dolcezza, nessuna delicatezza. Era pura sopraffazione fisica. Piegai le dita dentro di lei, colpendo il suo punto più sensibile con una cadenza spietata, mentre con l'altra mano le afferrai l'anca per impedirle di ritrarsi.

«Ah! F-fai piano, idiota!» squittì lei, perdendo del tutto il suo tono languido. Cercò di divincolarsi, ma le tenni fermo il bacino, bloccandola contro il sedile. Le sue unghie laccate di rosso si conficcarono nella pelle del cruscotto.

«Perché? Non ti piace il lavoro sporco, Raffy?» la provocai, muovendo le dita senza pietà, facendole mancare il fiato. «Fai la superiore, fai la viziata intoccabile, ma sei qui a farti scopare la mano dal migliore amico del tuo ragazzo!»

«S-sei... sei un bastardo!» ansimò. Il corpo le si inarcava da solo, mosso da spasmi che non riusciva più a governare. La voce aveva perso la finta spocchia, spezzata da veri gemiti di piacere incontrollabile.

«E tu sei una mocciosa viziata che implorava di farsi rimettere al suo posto,» le risposi a denti stretti, guardandola negli occhi mentre la sua maschera crollava. «Piangi, sbraita, dammi gli schiaffi che vuoi. Ma stasera vieni per me, e te lo farò ammettere.»

Il ritmo divenne forsennato. Non le davo tregua, spingendo le dita dentro di lei con una brutalità che le strappava il fiato, mentre il pollice premeva senza pietà sul suo centro nevralgico. L'abitacolo era saturo del suo profumo alla vaniglia e dell'odore inconfondibile del sesso.

«Sei... sei un animale!» ansimò Raffy, la voce rotta. Le sue unghie laccate di rosso affondarono nella pelle scura del sedile. Cercava di mantenere quel fottuto sguardo di superiorità dietro le lenti degli occhiali, ma le palpebre le si chiudevano per il piacere.

«Dillo,» le ringhiai contro l'orecchio, spingendo ancora più a fondo, sentendo i muscoli di lei contrarsi in modo febbrile attorno alle mie dita. «Dillo che il cagnolino di Marco non ti fa urlare così. Ammettilo, strega.»

«Fottiti... ah... fottiti, Garg!» squittì, inarcando la schiena. Il seno pieno si sollevò sotto la canottiera bianca, i capezzoli turgidi che sfioravano quasi il mio braccio. Il suo piede nudo, quello che fino a poco prima mi premeva contro l'inguine, scivolò lungo il cruscotto, le dita dei piedi che si contraevano in spasmi involontari.

«Non ti sento,» la provocai, spietato. «Chiudi quella bocca viziata e vieni.»

L'odio nei suoi occhi si sciolse per un solo, fottuto istante. La maschera crollò. Raffy spalancò la bocca in un gemito muto, il corpo che si tendeva come la corda di un arco. Venne stringendomi le dita in una morsa caldissima, con spasmi violenti e profondi che le scossero i fianchi morbidi e le fecero tremare le cosce chiare. Un brivido lungo le attraversò la spina dorsale, mentre il suo respiro si spezzava in piccoli rantoli umidi.

Restai a guardarla mentre atterrava da quell'apoteosi dei sensi, il petto che le si alzava e abbassava freneticamente, la pelle del viso accesa da un rossore febbrile. Era bellissima. E io ero al limite della sopportazione.

Il mio cazzo pulsava dolorosamente contro la cerniera aperta dei jeans. Avevo fatto il lavoro sporco, le avevo dato esattamente quello che il suo corpo arrogante pretendeva. Ora toccava a me.

Ritrassi la mano, asciugandomi le dita, e con l'altra finii di abbassarmi i pantaloni e i boxer. Lo tirai fuori: duro come il marmo, teso fino a farmi male, pronto a farmi ripagare.

«Tocca a te,» le dissi, la voce roca e carica di un'aspettativa animale. Mi appoggiai allo schienale, allargando le gambe. «Usa quella bocca per qualcosa di utile, o usa le mani. Muoviti.»

Raffy fece un respiro profondo. Si passò una mano tra i capelli biondi spettinati. Poi, abbassò lo sguardo verso il mio inguine.

Mi aspettavo che si avvicinasse. Mi aspettavo che l'odio lasciasse il posto alla lussuria, come era successo a me. Invece, un sorrisetto crudele, freddo e spietato le increspò le labbra rosse.

Arricciò il naso, con un'espressione di finto disgusto che mi gelò il sangue. «Cosa stai facendo?» chiese, con un tono così spocchioso e innocente da farmi venire voglia di spaccare il volante. «Mettilo via, Garg. Che schifo.»

Rimasi pietrificato. «Cosa cazzo hai detto?»

Raffy rise. Una risatina cristallina, sadica. Si chinò in avanti, ma solo per recuperare i pantaloncini della tuta dal tappetino. Se li infilò con calma snervante, coprendo quelle mutandine color carne che fino a un minuto prima erano zuppe del mio tocco.

«Ma davvero pensavi che ti avrei toccato?» mi prese in giro, guardandomi con una pietà finta e odiosa. Infilò i piedi nudi nelle sue ciabattine. «Ho detto che mi servivi per fare il lavoro sporco. Avevo voglia, tu eri qui, e ti ho usato. Grazie per il servizio, bravo ragazzo. Ma se pensi che io mi metta in ginocchio per te, sei più illuso di Marco.»

Aprì la portiera del SUV. L'aria fredda della sera invase l'abitacolo, colpendomi la pelle sudata.

«Pulisciti le mani e torna dalla tua fidanzatina noiosa…ah no ti ha lasciato» concluse, lanciandomi un'ultima occhiata di puro trionfo da dietro le lenti. «E cerca di sgonfiarti da solo, prima di scendere. Fai pena.»

Sbatté la portiera con forza.

Rimasi solo. Solo, nel silenzio della mia macchina. Il profumo della sua eccitazione era ancora incollato alle mie dita. Ero furioso, umiliato e, dannazione a me, ancora dolorosamente duro. Aveva vinto lei. Mi aveva usato, mi aveva piegato al suo volere, e se n'era andata con la corona in testa.

Chiusi gli occhi, stringendo i pugni fino a sbiancare le nocche. Aveva vinto la battaglia. Ma, in quel momento, decisi che l'avrei distrutta nella guerra.

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

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Alessia

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