Iniziai a risponderle a tono. Quando mi mandava le sue frecciatine, non stavo più sulla difensiva. Le mandai un paio di foto allo specchio dopo la doccia: i capelli ancora gocciolanti, l'asciugamano stretto in vita e l'ombra dell'inguine bene in vista. «Vediamo se ti faccio sudare io, strega», le scrissi.
La sua risposta fu immediata: «Mmh. Carino. Ma non illuderti, Garg. Devi fare molto di meglio per farmi impressionare.»
«Fammi vedere cosa mi perdo, allora,» ribattei. «Manda qualcosa.»
Silenzio. Visualizzato. Era un fottuto gioco di potere. Lei adorava la caccia, adorava tenermi appeso. Le mandavo una foto del mio addome teso sul letto, e lei rispondeva con un laconico: «Sei troppo teso. Dovresti rilassarti.» Quando le chiedevo esplicitamente una foto per "rilassarmi", lei spariva per ore, o mi mandava uno stupido selfie in cui si vedeva a malapena il suo viso angelico e innocente, coperta fino al collo. Voleva farsi pregare. Voleva che io sbavassi dietro lo schermo, elemosinando la sua attenzione come tutti gli altri cani al suo guinzaglio.
Ma io non ero Marco. E dopo tre settimane di questa tortura psicologica, mi ruppi il cazzo. Non volevo più capire dove volesse andare a parare. Volevo sbatterglielo in faccia.
Un giovedì pomeriggio, presi la macchina. Guidai fino a casa sua senza avvisarla. Accostai il mio SUV nero sotto il suo palazzo, spensi il motore e presi il telefono.
Garg: Sono sotto casa tua. Scendi. Dobbiamo parlare.
La risposta arrivò dopo cinque minuti. Raffy: Sei impazzito? Non scendo. Sto in pigiama e non ho voglia di vedere nessuno.
Sorrisi, un sorriso freddo. Sapevo esattamente come prenderla. Garg: Hai paura di farti vedere senza i tuoi filtri di Instagram? Scendi o salgo io e busso alla porta. Scegli tu.
Non rispose più. Sapevo che l'avevo punta sul vivo. Ma la stronza mi fece aspettare. Dieci minuti. Venti. Mezz'ora. Ero chiuso in macchina, tamburellando le dita sul volante, l'irritazione che mi montava nel petto. Scese dopo ben cinquanta minuti.
La vidi uscire dal portone e dovetti mordermi l'interno della guancia. Era vestita con degli "abiti da casa", certo. Un paio di pantaloncini di tuta grigi così corti e aderenti che le fasciavano i fianchi morbidi e le natiche in modo osceno, e una canottiera bianca, leggera, senza reggiseno sotto. I capezzoli turgidi premevano contro il tessuto. Voleva farmi dire: "Wow, è bellissima anche appena alzata dal divano".
Ma era palese che ci avesse messo quasi un'ora per prepararsi. I lunghi capelli biondi erano raccolti in uno chignon finto-spettinato, studiato ciocca per ciocca. E il trucco... era la quintessenza della falsità. Aveva usato un fondotinta leggerissimo per far sembrare la pelle di porcellana, un velo di mascara per allungare le ciglia e un lucidalabbra trasparente che rendeva la sua bocca carnosa umida e invitante. La finta ragazza della porta accanto.
Aprì lo sportello del passeggero e si lasciò cadere sul sedile di pelle, portando con sé una zaffata di profumo dolce e vanigliato che saturò subito l'abitacolo.
«Sei uno stalker, lo sai?» esordì, chiudendo la portiera. Aveva quel tono languido, di chi sa perfettamente l'effetto che fa.
Non risposi subito. La guardai. E prima ancora che potessi aprire bocca per dirle di piantarla con i suoi giochetti, lei fece la sua mossa.
Non si allacciò la cintura. Senza dire una parola, si sfilò le ciabattine infradito che indossava. Sollevò le gambe affusolate e, con un'arroganza che mi fece formicolare le vene, poggiò i piedi nudi direttamente sul cruscotto della mia macchina. Le unghie erano smaltate di un rosso ciliegia perfetto. La pelle del collo del piede era liscia, e la posizione metteva in mostra non solo la delicatezza delle sue caviglie, ma faceva scivolare i pantaloncini grigi ancora più su, rivelando l'attaccatura morbida e chiara delle cosce.
Si girò verso di me, inarcando un sopracciglio perfetto. «Allora,» mormorò, muovendo lentamente le dita dei piedi contro la plastica scura del cruscotto, un suono di attrito leggero che mi fece stringere le mani sul volante. «Di cosa volevi parlarmi con tanta urgenza?»
«Togli quei maledetti piedi dal cruscotto,» le ringhiai, la voce più roca di quanto volessi.
Lei non si mosse. Anzi, allungò ancora di più le gambe, tendendo le caviglie. Rise, una risata cristallina e insopportabile che le fece vibrare il seno sotto la canottiera bianca senza reggiseno. «Perché? Ti distraggo, bravo ragazzo?» mi stuzzicò, inclinando la testa, i capelli biondi che le ricadevano su una spalla in finte onde disordinate. «Fino a un mese fa facevi il paladino della giustizia. Mi davi della puttana. Dicevi che era tutto sbagliato. E guardati adesso, Garg. Sei qui, sotto casa mia, chiuso in macchina, con la bava alla bocca perché non ti mando due foto. Hai perso la testa.»
Un pugno nello stomaco. Mi sentii un bastardo. Un traditore viscido. Marco era il mio migliore amico e io stavo per rovinare tutto per una mocciosa egocentrica che disprezzavo. Ma l'odore della sua pelle, misto a quel profumo dolce alla vaniglia, saturava l'abitacolo. L'eccitazione era un rumore di fondo assordante che soffocava la mia coscienza.
«Mi sono rotto il cazzo dei tuoi giochetti da bambina,» le risposi secco, cercando di mantenere il controllo. «Fai tanto la trasgressiva sui messaggi, ma sei solo chiacchiere per farti adulare. Voglio vedere se sei all'altezza di quello che scrivi.»
Gli occhi di Raffy si strinsero. Non tollerava di essere sfidata. Con una lentezza esasperante, abbassò le gambe dal cruscotto. Ma invece di rimetterle sul tappetino, ruotò il bacino sull'ampio sedile in pelle. Il suo piede destro, nudo, liscio, con quelle unghie laccate di rosso, atterrò dritto in mezzo alle mie gambe. Trattenni il fiato. Premette la pianta del piede esattamente contro la cerniera dei miei jeans, proprio sopra il mio cazzo già dolorosamente duro.
«Io non amo mandare foto, Garg,» disse, con quella spocchia da viziata che mi faceva venire voglia di prenderla a sberle. Iniziò a strofinare l'arco del piede contro il denim ruvido, un movimento lento, calcolato e crudele. «Le foto le mandano le sfigate che hanno bisogno di filtri. Io sono un lusso. Se vuoi guardare, devi implorare.»
«Non imploro una mocciosa,» le sibilai, afferrandole la caviglia. Ma non la allontanai. La tenni ferma lì, premendola io stesso ancora di più contro il mio inguine, costringendola a sentire quanto la mia reazione fisica fosse in contrasto con le mie parole.
Lei sbuffò, irritata dal mio rifiuto di strisciare ai suoi piedi, ma il suo respiro era diventato improvvisamente corto. Senza staccare i suoi occhi grandi e magnetici dai miei, sollevò il bacino. Con un movimento provocante e sfacciato, si sfilò i pantaloncini della tuta, lasciandoli cadere sul tappetino dell'auto.
Deglutii a fatica. Rimase solo con la canottiera bianca e un paio di mutandine color carne. Sembravano una seconda pelle, quasi invisibili, tese sui fianchi larghi e morbidi. Il contrasto tra la sua figura morbida, quasi angelica, e l'arroganza con cui allargò leggermente le cosce sul sedile era devastante. Bisogna dare abbastanza dettagli per far viaggiare immaginare, e la vista di quel tessuto leggero che si tendeva sulle sue curve mi azzerò il cervello.
«Dai, allora,» mi sfidò, un sorrisetto crudele sulle labbra rosse e piene. «Fammi vedere quanto sei uomo, Garg. Fammi vedere se sai fare di meglio di quel cagnolino del tuo amico.»
La mia pazienza esplose. L'odio e la lussuria si fusero in un unico istinto bestiale. Portai le mani alla cintura, slacciando i pantaloni con foga, pronto a tirarlo fuori e a sbatterla contro il sedile finché non le avessi fatto passare quell'aria insopportabile di superiorità.
Ma appena feci scattare la zip, lei ritrasse il piede e mi piantò una mano sul petto, respingendomi di colpo. L'espressione del suo viso cambiò, tornando in una frazione di secondo quella della ragazzina schizzinosa e viziata.
«Fermo lì. Che schifo fai?» disse, arricciando il naso perfetto con finto disgusto, guardando i miei pantaloni aperti. «Ma ti pare che mi faccio scopare in macchina da te, come una troietta qualunque? Manco da Marco mi faccio scopare, e lui perlomeno mi riempie di regali.»
Rimasi paralizzato, i muscoli della mascella contratti fino a farmi male. Era insopportabile. Aveva acceso un incendio volontariamente e ora voleva dettare le regole con i suoi fottuti capricci, umiliandomi per affermare il suo potere.
«Usa le mani,» mi ordinò, indicando l'inguine coperto dalle mutandine color carne con un cenno del mento, come una regina che comanda uno schiavo. «Fammi vedere a cosa servi. Altrimenti puoi pure tornartene a casa a piangere per Alice.»
Ero scocciato, furioso, umiliato. Sarei dovuto scendere e lasciarla lì. Ma l'immagine di lei, seminuda, sfacciata, che aspettava solo di essere toccata, abbatté ogni mia resistenza razionale. Sbuffai pesantemente, incapace di fermarmi. Le afferrai la caviglia con una stretta rude, le tirai la gamba verso di me e feci scivolare la mano destra sotto il tessuto invisibile delle mutandine.
