Lei se ne accorge. I suoi occhi scendono per un istante, seguendo il mio sguardo incollato alla sua scollatura. Avvampa di nuovo, ma invece di coprirsi, invece di scappare come farebbe chiunque, fa la cosa più pericolosa che potesse fare: solleva il mento e mi sfida.
"Almeno io non ho bisogno di nascondermi in camera per sfigati," mi sputa addosso, gli occhi scuri che mi trapassano. La sua voce trema appena, tradendo l'eccitazione e la vergogna che le stanno incendiando i nervi. "Non guardarmi in quel modo, Gio."
"In quale modo?" sussurro, facendo un altro passo impercettibile verso di lei. La costringo con le spalle contro l'anta dell'armadio. Il calore che emana il suo corpo mi sta letteralmente ubriacando.
"Come se avessi fame," mormora lei, e per la prima volta la sua voce è un soffio roco, privo di tutta l'arroganza di sempre.
Restiamo lì, incastrati l'uno nell'orbita dell'altra. Le sue mani sono ancora premute contro il mio petto, ma ora le dita sono leggermente arricciate sulla mia maglietta. I nostri respiri si mescolano nell'aria bollente della stanza. La sento deglutire. La tensione è una corda di violino tesa fino allo spasimo, pronta a spezzarsi da un momento all'altro.
Le sue parole, sussurrate con quel filo di voce rotta, mi colpiscono come una secchiata d'acqua ghiacciata.
Come se avessi fame.
Cazzo. Mi ha letto dentro. Ha visto esattamente quello che cerco disperatamente di nascondere dietro le mie frecciatine da bastardo.
Per un secondo infinito, nessuno dei due si muove. Il mio petto è incollato al suo, sento il battito impazzito del suo cuore contro le mie costole e il calore della sua pelle che mi incendia i nervi. Abbasso lo sguardo sulle sue labbra socchiuse, lucide per il sudore, e la tentazione di annullare quei fottuti millimetri che ci separano è così forte da farmi male fisicamente. Voglio assaggiarla. Voglio zittirla nel modo peggiore possibile.
Ma prima che il mio cervello vada completamente in corto circuito, l'istinto di sopravvivenza di Anna prende il sopravvento.
Con uno strattone violento, mi pianta le mani sul petto e mi spinge via con tutta la forza che le rimane. L'incantesimo si spezza, lasciandomi addosso una sensazione di vuoto improvviso.
"Fuori da camera mia!" mi urla addosso, la voce che ora le trema in modo incontrollabile.
Si china con uno scatto felino, afferra il vibratore di silicone dal pavimento e se lo nasconde dietro la schiena, il viso paonazzo e gli occhi scuri che le brillano di rabbia, di vergogna e di qualcosa che assomiglia in modo pericoloso all'eccitazione. Il suo respiro solleva in modo quasi ipnotico quel top bianco ormai fradicio. "Fuori, Gio! E non azzardarti mai più a entrare qui dentro!"
Faccio un passo indietro, alzando le mani in segno di resa, ma il respiro mi esce a fatica e sento i muscoli tesi come corde di violino. "Rilassati, principessa," la provoco un'ultima volta, la voce roca. "Non volevo rubarti il fidanzato."
"Fuori!" strilla lei, indicando la porta con una mano tremante.
Faccio dietrofront ed esco nel corridoio, il sangue che mi pompa nelle orecchie come un tamburo. Appena sento la serratura della sua porta scattare alle mie spalle con un colpo secco, mi appoggio al muro, chiudendo gli occhi e buttando fuori tutta l'aria che avevo nei polmoni.
Mi passo una mano tra i capelli sudati, la mente che viaggia alla velocità della luce. Ho i pantaloni stretti, il cazzo duro come il marmo e un senso di vertigine che mi annebbia la vista.
La odio. La odio da morire. Ma quello che ho appena visto nei suoi occhi, mentre la schiacciavo contro l'armadio, non era solo imbarazzo. Era una fottuta scintilla.
E so, con una certezza che mi terrorizza e mi fa impazzire allo stesso tempo, che la linea è stata superata. La miccia è accesa e non c'è più modo di spegnerla. Ho bisogno di sfogarmi, e so esattamente chi chiamare.
Qualche giorno dopo, la sera prima della partenza.
La casa doveva essere vuota. avevo un disperato bisogno di scaricare l'adrenalina tossica che mi avvelenava il sangue da quel incidente del vibratore. Il ricordo di Anna, rossa in viso e col fiato corto in camera sua, mi stava letteralmente facendo impazzire.
Così ho chiamato Alice.
Eravamo sul mio letto da non so quanto tempo. Le lenzuola erano ormai un groviglio informe sotto di noi. Di solito con lei sono dolce, il classico "patatone", ma stasera non ci riuscivo. C'era un'energia feroce che mi scorreva nelle vene, una rabbia inespressa che stavo riversando completamente sul suo corpo morbido.
Le tenevo i polsi bloccati contro il materasso con una mano sola, stringendo la presa, e mi muovevo con una foga cruda, intensa, quasi violenta nella sua precisione. Non le davo tregua.
"Gio... cazzo..." ansimava Alice, buttando la testa all'indietro. I suoi gemiti erano rumorosi, acuti, disperati e senza alcun freno.
"Zitta," le ho ringhiato, la voce arrochita dallo sforzo. Mi chinai su di lei, implacabile. "Vuoi che ci sentano i vicini?"
Eppure, proprio mentre affondavo in lei con un colpo ancora più deciso, con la coda dell'occhio ho captato un movimento. La porta della mia camera era rimasta socchiusa, lasciando una fessura sul corridoio buio.
Mi sono bloccato per una frazione di secondo. C'era un'ombra. Ho messo a fuoco la fessura e il sangue mi si è gelato per un istante, per poi tornare a scorrere a una velocità spaventosa.
Era Anna. Era tornata prima.
Mi aspettavo che spalancasse la porta, che mi urlasse contro, che facesse la sua solita scenata di superiorità umiliando Alice. Invece era immobile. Pietrificata nel buio. E quando i miei occhi si sono incrociati con i suoi attraverso quello spiraglio, ho visto qualcosa che mi ha fatto saltare il cervello.
Non c'era disgusto. Non c'era rabbia. Il suo petto si alzava e si abbassava freneticamente, il respiro corto. Si stava mordendo il labbro inferiore con una foga tale da farsi male. I suoi occhi scuri, fissi sui miei muscoli contratti e sul modo in cui stavo distruggendo la sua migliore amica, erano dilatati, lucidi e carichi di una fame assoluta.
Cazzo. Le stava piacendo. La stavo eccitando da morire.
Questa consapevolezza mi ha colpito come una scarica elettrica. Sapere che mia sorella gemella, quella stronza arrogante che fa finta che io non esista, era lì fuori a guardare di cosa ero capace... era la fottuta benzina sul fuoco.
Invece di fermarmi, non ho interrotto il contatto visivo con lei. Ho cambiato ritmo. Sono diventato ancora più spietato. Ho usato Alice, costringendola a inarcare la schiena e a gemere ancora più forte, mettendo in scena uno spettacolo crudo e primordiale solo ed esclusivamente per gli occhi di mia sorella. Volevo che vedesse tutto. Volevo che quella stessa fame la divorasse viva.
"Gio, ti prego... sto per..." ha supplicato Alice, perdendo completamente il controllo.
Ho tenuto gli occhi incatenati a quelli di Anna nell'ombra, fino a quando non l'ho vista sussultare, portarsi una mano al petto e indietreggiare nel buio del corridoio, incapace di reggere oltre. Solo allora sono venuto, con un grugnito roco e gutturale che ha rimbombato nella stanza, scaricando tutta la frustrazione accumulata.
Mi sono lasciato cadere di lato sul materasso sudato, il petto che si alzava e si abbassava freneticamente, mentre un sorriso bastardo mi piegava l'angolo della bocca.
Domani partiremo. Saremo nella fottuta casa delle vacanze e i nostri genitori ci costringeranno a condividere la stessa stanza. Soli. Nel pieno dell'afa di luglio. Ho guardato la porta ormai vuota. Chissà cosa succederà, laggiù, ora che so quanto le è piaciuto guardare. Sarà un inferno. E non vedo l'ora di bruciarci dentro.
Com'è finora?
Ti è piaciuto?
Scrivo racconti da poco e spero davvero possano piacere!
Altri racconti di Alessia
Bell'inizio!
bel racconto, incuriosisce
Ciao, grazie per le belle pubblicazioni. Ti ricordo che i LIBRI/BOOK non possono essere pubblicati senza Capitoli. A presto, Giovanna.
questo racconto mi incuriosisce, sono curioso di vedere che piega prenderà e spero sia una bella piega, penso che le sorelle tettone siamo sempre il meglio.