Il mattino ha l'oro in bocca. Letteralmente.
Apro gli occhi e mi sento un fottuto re. La stanza è già inondata di luce, l'aria condizionata, che i nostri devono aver riacceso da sotto, finalmente funziona. Mi volto verso l'altro letto. Anna dorme ancora, rannicchiata su un fianco, il lenzuolo aggrovigliato intorno alla vita. Mi soffermo sulla linea nuda della sua spalla, ripensando a come tremava, a come ha inarcato la schiena sotto le mie mani poche ore fa. L'ho smontata. L'ho portata in paradiso e poi l'ho lasciata cadere nel vuoto.
Scendo dal letto con una molla sotto i piedi e mi chiudo in bagno.
Apro l'acqua ghiacciata della doccia per cercare di spegnere l'incendio che ho ancora addosso. Mentre le gocce fredde mi sferzano la schiena, la mia mente scivola inevitabilmente sull'unica persona che può aiutarmi a chiudere la trappola: Miriam. Io e lei siamo sempre stati fottutamente simili. Praticamente migliori amici da una vita, complici in ogni stronzata estiva, gli unici a capirsi con uno sguardo in mezzo a questo gruppo di esibizionisti. Ma l'estate scorsa, in una notte umida sugli scogli, abbiamo deciso di superare il limite. È stata una notte di puro, egoistico e perfetto piacere. Nessun dramma, nessuna complicazione romantica. Da quel giorno abbiamo stretto un patto, un vero e proprio accordo estivo, tacito e assoluto: finché siamo entrambi single, quando ci rivediamo qui in vacanza, scopiamo e ci divertiamo senza fregarci il cervello. Mi passo le mani tra i capelli bagnati, l'acqua che mi scivola sui muscoli tesi. Spero vivamente che Miri non se ne sia dimenticata. Se Anna vuole giocare duro, io userò la mia migliore amica per farla impazzire di gelosia.
Chiudo l'acqua, mi asciugo in fretta, mi infilo un paio di bermuda e una maglietta pulita e scendo in cucina.
I miei genitori sono già operativi. Chiacchiero con mio padre del tempo, aiuto mia madre ad apparecchiare per la colazione, fischiettando. L'adrenalina e il senso di onnipotenza mi pompano nelle vene. Sto solo aspettando che la principessa scenda dalle scale. Me l'aspetto con gli occhi bassi, imbarazzata, o magari disperatamente in cerca di quello sguardo o di quel bacio che le ho negato.
Sento i suoi passi leggeri sulle scale di legno. Mi giro, appoggiandomi al bancone della cucina, con la tazza di caffè in mano e il mio miglior sorriso da stronzo stampato in faccia.
Ed eccola. Il mio ego si schianta a duecento all'ora contro un muro di cemento armato.
Non c'è traccia di vulnerabilità. Zero imbarazzo. Anna scende le scale armata fino ai denti. Indossa un paio di shorts di jeans inguinali e un micro-top a fascia rosso fuoco, talmente stretto che il suo seno abbondante sembra voler esplodere dalla stoffa a ogni respiro. Ha i capelli legati in una coda alta e tirata, e un filo di trucco perfetto. È la "poser" all'ennesima potenza.
"Buongiorno," dice a nostra madre, ignorandomi completamente. Va verso il frigo, prendendo una bottiglia d'acqua.
Faccio un passo verso di lei, bloccandole la strada verso il tavolo. "Dormito bene, principessa?" le chiedo, abbassando la voce in un sussurro rauco, puntando gli occhi sulla scollatura prepotente del top rosso. "Sembravi parecchio stanca stanotte."
Anna si ferma. Alza lo sguardo su di me. I suoi occhi neri non tremano: sono due lastre di ghiaccio tagliente.
"Spostati, Gio," sibila, la voce acida e piatta. Nessun rossore, nessun fremito. "E non mi rivolgere la parola. Mi fai venire la nausea già di prima mattina."
"Eppure qualche ora fa non sembravi così schifata," la provoco, avvicinandomi di un millimetro, sfidando quel muro.
"Qualche ora fa ho avuto un momento di debolezza perché mi faceva male la testa e faceva un caldo infernale," ribatte, spietata, senza abbassare lo sguardo. Si passa la lingua sui denti in un sorriso gelido. "Non farti strane idee. Sei stato solo un mezzo comodo per scaricare la tensione. Ora levati dal cazzo."
Mi dà una spallata decisa, superandomi per posare l'acqua sul tavolo. Incasso il colpo. La stronza ha rialzato il ponte levatoio e ci ha piazzato sopra l'artiglieria pesante. Vuole la guerra fredda? E guerra fredda sia.
"Torno subito, vado a truccarmi le labbra in bagno," annuncia a mia madre, ignorandomi di nuovo, e sparisce su per le scale, lasciandomi una scia di profumo e una rabbia sorda che inizia a montarmi nello stomaco.
Mi siedo sullo sgabello della penisola in cucina, sbattendo la tazza di caffè sul marmo. I miei genitori nel mentre se ne vanno in spiaggia, lasciandomi solo a fare colazione.
Proprio in quel momento, la zanzariera della porta d'ingresso cigola.
È Miriam.
Entra in casa nostra con la stessa naturalezza con cui camminerebbe in camera sua. E, cazzo, è una visione che ti sveglia meglio di tre caffè. Indossa un paio di pantaloncini della tuta grigi morbidissimi, arrotolati in vita, e una canottiera bianca di cotone sottile. Il fatto che non porti il reggiseno non è un sospetto, è una certezza sfacciata e palese che spinge contro il tessuto a ogni passo felino che fa. Ha i capelli scuri spettinati ad arte e quell'espressione costantemente maliziosa e assonnata.
"Buongiorno, splendore," mi saluta, la voce roca, strascicata.
"Miri. Che ci fai già in piedi?" le chiedo, appoggiando i gomiti sul bancone, godendomi la vista.
"Gli altri dormono tutti come sassi da me. Mi annoiavo," risponde. Si avvicina alla penisola, si versa un bicchiere di succo d'arancia e si siede esattamente sullo sgabello accanto al mio. Troppo vicino. La sua coscia nuda sfiora il mio ginocchio. Odora di bagnoschiuma esotico e pelle calda.
Prende un sorso di succo, poi si gira a guardarmi. I suoi occhi scuri mi scrutano le braccia, le spalle, scendendo fino al petto, senza il minimo pudore.
"Sei di buon umore stamattina," nota, passandosi la punta della lingua sul labbro inferiore bagnato di succo.
"Abbastanza. Il mare mi fa bene," rispondo, sostenendo il suo gioco di sguardi. So benissimo che la porta del bagno di sopra è aperta e che Anna, se non ci sta guardando dalle scale, ci sta sicuramente sentendo.
Miriam fa una mezza risata vibrante, sporgendosi verso di me sul bancone. La canottiera bianca cede in avanti, offrendomi una visuale perfetta del suo seno pieno e morbido.
"Sai a cosa stavo pensando stamattina nel letto, mentre quegli sfigati russavano?" sussurra, abbassando la voce in un tono intimo, complice e inequivocabile. "A quella notte dell'estate scorsa. Noi due sugli scogli. Te la ricordi, Gio?"
Il ricordo di quelle mani frettolose e di quella pelle salata mi attraversa la mente.
"Difficile dimenticarla," rispondo, la voce che si abbassa di un'ottava.
Miriam sorride, soddisfatta. Avvicina il viso al mio, i suoi occhi che si piantano sulla mia bocca. "Eri già niente male l'anno scorso... ma a guardarti ora, mi sa che quest'estate le cose potrebbero farsi molto, molto più interessanti." Si ferma a un millimetro da me, il suo respiro caldo sulla mia mascella. "Che ne dici di una replica, Gio? Magari con qualche upgrade."
Non mi sposto. Sento i passi di Anna bloccarsi esattamente a metà delle scale di legno.
Alzo lentamente lo sguardo dal décolleté di Miriam e punto dritto i miei occhi nei suoi. Le sorrido. Un sorriso sfrontato, rapace e pieno di fottuta lussuria.
"Direi che mi sembra un'ottima idea," le rispondo.
Non perdo un fottuto secondo. Mi alzo dallo sgabello, azzerando la distanza tra noi. Mi piazzo esattamente dietro la sua schiena e le appoggio le mani sulle spalle nude. Inizio a massaggiarla, affondando i polpastrelli nella sua pelle morbida e già scaldata dal sole mattutino.
Miriam lascia cadere la testa all'indietro, appoggiandola dolcemente contro il mio stomaco. Chiude gli occhi con un sospiro roco, vibrante, che riempie il silenzio della cucina.
Mi chino in avanti, abbassando il viso fino a sfiorare l'orecchio di Miriam con le labbra. Il suo profumo esotico mi riempie i polmoni. "Replichiamo subito, Miri, o preferisci aspettare stanotte?" le sussurro, la voce carica di una promessa sfacciata.
Lei non ci pensa due volte. Si gira a metà sullo sgabello, la canottiera bianca che si tende in modo osceno sui suoi seni liberi. Si passa la punta della lingua sul labbro inferiore, e i suoi occhi scuri brillano di pura lussuria, di chi sa esattamente cosa vuole e sa come prenderselo.
"E se invece iniziassimo con un bel... antipasto?" mormora. Allunga una mano e me la fa scivolare sull'addome, accarezzando con finta innocenza la linea dei boxer che spuntano dai bermuda.
