La Mia Odiosa Gemella Tettona

Capitolo 3 - la sorellina che si scandalizza per un pompino

Alessia
13 hours ago

Il mattino ha l'oro in bocca. Letteralmente.

Apro gli occhi e mi sento un fottuto re. La stanza è già inondata di luce, l'aria condizionata, che i nostri devono aver riacceso da sotto, finalmente funziona. Mi volto verso l'altro letto. Anna dorme ancora, rannicchiata su un fianco, il lenzuolo aggrovigliato intorno alla vita. Mi soffermo sulla linea nuda della sua spalla, ripensando a come tremava, a come ha inarcato la schiena sotto le mie mani poche ore fa. L'ho smontata. L'ho portata in paradiso e poi l'ho lasciata cadere nel vuoto.

Scendo dal letto con una molla sotto i piedi e mi chiudo in bagno.

Apro l'acqua ghiacciata della doccia per cercare di spegnere l'incendio che ho ancora addosso. Mentre le gocce fredde mi sferzano la schiena, la mia mente scivola inevitabilmente sull'unica persona che può aiutarmi a chiudere la trappola: Miriam. Io e lei siamo sempre stati fottutamente simili. Praticamente migliori amici da una vita, complici in ogni stronzata estiva, gli unici a capirsi con uno sguardo in mezzo a questo gruppo di esibizionisti. Ma l'estate scorsa, in una notte umida sugli scogli, abbiamo deciso di superare il limite. È stata una notte di puro, egoistico e perfetto piacere. Nessun dramma, nessuna complicazione romantica. Da quel giorno abbiamo stretto un patto, un vero e proprio accordo estivo, tacito e assoluto: finché siamo entrambi single, quando ci rivediamo qui in vacanza, scopiamo e ci divertiamo senza fregarci il cervello. Mi passo le mani tra i capelli bagnati, l'acqua che mi scivola sui muscoli tesi. Spero vivamente che Miri non se ne sia dimenticata. Se Anna vuole giocare duro, io userò la mia migliore amica per farla impazzire di gelosia.

Chiudo l'acqua, mi asciugo in fretta, mi infilo un paio di bermuda e una maglietta pulita e scendo in cucina.

I miei genitori sono già operativi. Chiacchiero con mio padre del tempo, aiuto mia madre ad apparecchiare per la colazione, fischiettando. L'adrenalina e il senso di onnipotenza mi pompano nelle vene. Sto solo aspettando che la principessa scenda dalle scale. Me l'aspetto con gli occhi bassi, imbarazzata, o magari disperatamente in cerca di quello sguardo o di quel bacio che le ho negato.

Sento i suoi passi leggeri sulle scale di legno. Mi giro, appoggiandomi al bancone della cucina, con la tazza di caffè in mano e il mio miglior sorriso da stronzo stampato in faccia.

Ed eccola. Il mio ego si schianta a duecento all'ora contro un muro di cemento armato.

Non c'è traccia di vulnerabilità. Zero imbarazzo. Anna scende le scale armata fino ai denti. Indossa un paio di shorts di jeans inguinali e un micro-top a fascia rosso fuoco, talmente stretto che il suo seno abbondante sembra voler esplodere dalla stoffa a ogni respiro. Ha i capelli legati in una coda alta e tirata, e un filo di trucco perfetto. È la "poser" all'ennesima potenza.

"Buongiorno," dice a nostra madre, ignorandomi completamente. Va verso il frigo, prendendo una bottiglia d'acqua.

Faccio un passo verso di lei, bloccandole la strada verso il tavolo. "Dormito bene, principessa?" le chiedo, abbassando la voce in un sussurro rauco, puntando gli occhi sulla scollatura prepotente del top rosso. "Sembravi parecchio stanca stanotte."

Anna si ferma. Alza lo sguardo su di me. I suoi occhi neri non tremano: sono due lastre di ghiaccio tagliente.

"Spostati, Gio," sibila, la voce acida e piatta. Nessun rossore, nessun fremito. "E non mi rivolgere la parola. Mi fai venire la nausea già di prima mattina."

"Eppure qualche ora fa non sembravi così schifata," la provoco, avvicinandomi di un millimetro, sfidando quel muro.

"Qualche ora fa ho avuto un momento di debolezza perché mi faceva male la testa e faceva un caldo infernale," ribatte, spietata, senza abbassare lo sguardo. Si passa la lingua sui denti in un sorriso gelido. "Non farti strane idee. Sei stato solo un mezzo comodo per scaricare la tensione. Ora levati dal cazzo."

Mi dà una spallata decisa, superandomi per posare l'acqua sul tavolo. Incasso il colpo. La stronza ha rialzato il ponte levatoio e ci ha piazzato sopra l'artiglieria pesante. Vuole la guerra fredda? E guerra fredda sia.

"Torno subito, vado a truccarmi le labbra in bagno," annuncia a mia madre, ignorandomi di nuovo, e sparisce su per le scale, lasciandomi una scia di profumo e una rabbia sorda che inizia a montarmi nello stomaco.

Mi siedo sullo sgabello della penisola in cucina, sbattendo la tazza di caffè sul marmo. I miei genitori nel mentre se ne vanno in spiaggia, lasciandomi solo a fare colazione.

Proprio in quel momento, la zanzariera della porta d'ingresso cigola.

È Miriam.

Entra in casa nostra con la stessa naturalezza con cui camminerebbe in camera sua. E, cazzo, è una visione che ti sveglia meglio di tre caffè. Indossa un paio di pantaloncini della tuta grigi morbidissimi, arrotolati in vita, e una canottiera bianca di cotone sottile. Il fatto che non porti il reggiseno non è un sospetto, è una certezza sfacciata e palese che spinge contro il tessuto a ogni passo felino che fa. Ha i capelli scuri spettinati ad arte e quell'espressione costantemente maliziosa e assonnata.

"Buongiorno, splendore," mi saluta, la voce roca, strascicata.

"Miri. Che ci fai già in piedi?" le chiedo, appoggiando i gomiti sul bancone, godendomi la vista.

"Gli altri dormono tutti come sassi da me. Mi annoiavo," risponde. Si avvicina alla penisola, si versa un bicchiere di succo d'arancia e si siede esattamente sullo sgabello accanto al mio. Troppo vicino. La sua coscia nuda sfiora il mio ginocchio. Odora di bagnoschiuma esotico e pelle calda.

Prende un sorso di succo, poi si gira a guardarmi. I suoi occhi scuri mi scrutano le braccia, le spalle, scendendo fino al petto, senza il minimo pudore.

"Sei di buon umore stamattina," nota, passandosi la punta della lingua sul labbro inferiore bagnato di succo.

"Abbastanza. Il mare mi fa bene," rispondo, sostenendo il suo gioco di sguardi. So benissimo che la porta del bagno di sopra è aperta e che Anna, se non ci sta guardando dalle scale, ci sta sicuramente sentendo.

Miriam fa una mezza risata vibrante, sporgendosi verso di me sul bancone. La canottiera bianca cede in avanti, offrendomi una visuale perfetta del suo seno pieno e morbido.

"Sai a cosa stavo pensando stamattina nel letto, mentre quegli sfigati russavano?" sussurra, abbassando la voce in un tono intimo, complice e inequivocabile. "A quella notte dell'estate scorsa. Noi due sugli scogli. Te la ricordi, Gio?"

Il ricordo di quelle mani frettolose e di quella pelle salata mi attraversa la mente.

"Difficile dimenticarla," rispondo, la voce che si abbassa di un'ottava.

Miriam sorride, soddisfatta. Avvicina il viso al mio, i suoi occhi che si piantano sulla mia bocca. "Eri già niente male l'anno scorso... ma a guardarti ora, mi sa che quest'estate le cose potrebbero farsi molto, molto più interessanti." Si ferma a un millimetro da me, il suo respiro caldo sulla mia mascella. "Che ne dici di una replica, Gio? Magari con qualche upgrade."

Non mi sposto. Sento i passi di Anna bloccarsi esattamente a metà delle scale di legno.

Alzo lentamente lo sguardo dal décolleté di Miriam e punto dritto i miei occhi nei suoi. Le sorrido. Un sorriso sfrontato, rapace e pieno di fottuta lussuria.

"Direi che mi sembra un'ottima idea," le rispondo.

Non perdo un fottuto secondo. Mi alzo dallo sgabello, azzerando la distanza tra noi. Mi piazzo esattamente dietro la sua schiena e le appoggio le mani sulle spalle nude. Inizio a massaggiarla, affondando i polpastrelli nella sua pelle morbida e già scaldata dal sole mattutino.

Miriam lascia cadere la testa all'indietro, appoggiandola dolcemente contro il mio stomaco. Chiude gli occhi con un sospiro roco, vibrante, che riempie il silenzio della cucina.

Mi chino in avanti, abbassando il viso fino a sfiorare l'orecchio di Miriam con le labbra. Il suo profumo esotico mi riempie i polmoni. "Replichiamo subito, Miri, o preferisci aspettare stanotte?" le sussurro, la voce carica di una promessa sfacciata.

Lei non ci pensa due volte. Si gira a metà sullo sgabello, la canottiera bianca che si tende in modo osceno sui suoi seni liberi. Si passa la punta della lingua sul labbro inferiore, e i suoi occhi scuri brillano di pura lussuria, di chi sa esattamente cosa vuole e sa come prenderselo.

"E se invece iniziassimo con un bel... antipasto?" mormora. Allunga una mano e me la fa scivolare sull'addome, accarezzando con finta innocenza la linea dei boxer che spuntano dai bermuda.

Non me lo faccio ripetere.

Le afferro il polso, la tiro giù dallo sgabello con uno strattone deciso e la trascino verso la porta del bagno di servizio al piano di sotto. È a tre metri di distanza. La vedo sorridere, eccitata dalla mia irruenza.

Entriamo. Chiudo la porta a chiave alle nostre spalle con uno scatto secco, metallico, che rimbomba nel corridoio. Un messaggio chiarissimo per chiunque sia là fuori ad ascoltare.

Il bagno è piccolo, illuminato a malapena dalla luce che filtra dalla finestrella opaca. Senza dire una parola, afferro Miriam per i fianchi. La sollevo di peso e la piazzo a sedere sul marmo freddo del lavandino. Lei capisce al volo: allarga le ginocchia, coprendo i miei fianchi con le sue cosce morbide, in tuta, incastrandomi perfettamente contro la sua intimità.

Le mie mani vanno dritte al sodo. Scivolano sotto l'orlo della sua canottiera bianca. La sua pelle è bollente sotto i miei palmi. Le afferro i seni nudi a mani piene, riempiendomi le dita di quella carne morbida, pesante e perfetta, stuzzicando i capezzoli già duri come la pietra.

Miriam ansima, gettando la testa all'indietro e inarcando la schiena contro lo specchio freddo.

Mi fiondo sulla sua bocca. Il bacio è un assalto totale: bagnato, profondo, famelico. Le nostre lingue si scontrano con violenza mentre lei mi aggrappa i capelli con entrambe le mani, tirandomeli in un moto di passione animale. Sento il suo bacino muoversi contro di me, strusciandosi contro la mia erezione pulsante attraverso le stoffe dei nostri vestiti. È un attrito continuo, bollente, che mi manda il sangue al cervello.

La bacio, le mordo il labbro inferiore, le stringo il seno facendola gemere a voce più alta, senza preoccuparmi minimamente di fare silenzio. È bellissima, è erotica, è tutto quello che un ragazzo sano di mente potrebbe desiderare per iniziare la giornata.

Ma la verità... la fottutissima, malata verità... è che mentre assecondo i gemiti di Miriam nel buio di questo bagno, il mio cervello è rimasto fuori da quella porta a chiave.

Sto pensando ad Anna.

Sto immaginando i suoi occhi sgranati, le sue unghie conficcate nel palmo della mano per la rabbia, il suo respiro corto sulle scale. Sto assaporando l'odio viscerale che le sta avvelenando il sangue in questo esatto secondo, sapendo che sto facendo impazzire un'altra ragazza a pochi metri da lei, nello stesso identico modo in cui l'ho fatta impazzire io poche ore fa.

Ed è questa consapevolezza tossica, questo senso di potere assoluto su mia sorella, a rendere l'eccitazione che provo con Miriam cento volte più sporca e devastante.

“Gio mi stai allargando la canotta…alzala dai” la prendo alla lettera, le alzo quella maledetta canottiera, liberando quelle due tette pallide e sode.La stringo con forza, impastandole le curve mentre le mordo la pelle sensibile del collo, succhiandola fino a lasciarle un segno rosso che tutti, tra poco, potranno vedere chiaramente.

"Ah... Gio... cazzo, sì..." geme Miriam.

Non sussurra. Non cerca di nascondersi. È teatrale, calorosa, esibizionista fino al midollo. Getta la testa all'indietro contro lo specchio, inarcando la schiena per spingermi i seni nudi contro il viso, e lascia che i suoi gemiti riempiano ogni singolo centimetro cubo di questo minuscolo bagno. Soffoca a malapena le parole contro i miei capelli.

Ogni volta che apre bocca e lascia uscire uno di quei sospiri umidi e vibranti, la mia eccitazione fa un salto mortale.

Inizio a strusciarmi contro di lei. Schiaccio il mio bacino contro il suo, incastrandomi in mezzo alle sue cosce divaricate. Anche attraverso lo strato spesso della sua tuta grigia e dei miei bermuda, l'attrito è devastante. Sento il calore della sua intimità contro la mia erezione pulsante, e comincio a spingere con un ritmo pesante, sordo, inesorabile. Il rumore dei nostri corpi che sbattono contro il mobiletto del lavandino è ritmico, osceno, impossibile da non sentire nel corridoio.

"Dai," le ringhio all'orecchio, la voce impastata da una lussuria che mi sta accecando. Le mie mani scivolano dai suoi seni ai fianchi, afferrando l'elastico dei suoi pantaloncini. "Togli sti cazzo di pantaloni, Miri."

Ma lei si blocca. Con una lucidità che mi spiazza, mi afferra i polsi, fermando le mie mani. Il suo petto nudo si alza e si abbassa freneticamente mentre mi guarda con quegli occhi neri da gatta, le labbra gonfie per i miei baci.

"Fermo, tigre," ansima, sfoggiando quel suo solito sorriso malizioso, passando un dito sul mio labbro inferiore. "Non abbiamo il preservativo. E io non faccio cazzate."

Il sangue mi pulsa nelle tempie per la frustrazione, ma non faccio in tempo a ribattere.

Miriam scivola giù dal marmo del lavandino con un movimento fluido. Atterra sui piedi nudi e, senza staccare gli occhi dai miei, si inginocchia lentamente sul pavimento di piastrelle.

L'aria mi si blocca in gola.

"Però..." sussurra dal basso, le mani che si appoggiano con sicurezza sui miei fianchi. "...posso fare altro."

Senza esitare, aggancia l'elastico dei miei bermuda e dei boxer in un colpo solo e li tira giù lungo le mie cosce. L'aria fresca del bagno mi colpisce la pelle per una frazione di secondo, ma viene immediatamente sostituita da un calore umido, bollente e avvolgente.

Chiudo gli occhi di scatto. La testa mi cade all'indietro, sbattendo con un tonfo sordo contro la porta di legno chiusa a chiave.

Miriam non è solo teatrale, sa esattamente come usare la bocca per farti perdere la testa. Il suono bagnato, ritmico e osceno di quello che mi sta facendo rimbomba tra le pareti strette del bagno. È intenso, sfacciato, perfetto. E lei accompagna ogni movimento con piccoli mugolii di approvazione che mi fanno contrarre ogni muscolo del corpo.

Affondo le mani nei suoi capelli scuri, stringendoli, lasciandomi sfuggire un gemito roco e gutturale che non cerco minimamente di trattenere.

La sto godendo. Sto godendo di lei, del suo calore, della sua bocca esperta. Ma il mio vizio è molto più tossico. Mentre i miei fianchi iniziano a muoversi da soli assecondando il ritmo di Miriam

Il mondo fuori da questo buco di bagno smette di esistere.

Miriam ha un controllo assoluto. Non c'è fretta nei suoi movimenti, c'è solo una fottuta, calcolata precisione. La sua bocca è una morsa calda, un contrasto umido e bollente contro la pelle sensibile che mi fa mancare il respiro. Sento la morbidezza delle sue labbra, la pressione decisa delle pareti interne e il guizzo continuo della sua lingua che traccia traiettorie che mi mandano il cervello in tilt. Il suono bagnato e ritmico riempie l'aria stretta del bagno, mescolandosi al suo respiro affannato e ai miei gemiti trattenuti a stento.

Getto la testa all'indietro contro la porta di legno. Affondo le dita nei suoi capelli scuri, non per allontanarla, ma per tenerla esattamente lì. Le nocche mi diventano bianche.

"Cazzo, Miri..." sbotto, la voce roca, quasi irriconoscibile.

Il ritmo aumenta. Si fa più serrato, più profondo. Ogni muscolo del mio corpo si tende come la corda di un arco pronto a spezzarsi. L'adrenalina mi pulsa nelle orecchie con la forza di un martello pneumatico. Il calore della sua bocca e la saliva che mi scivola sulla pelle sono una fottuta droga. Sento l'onda del climax che sale dalla base della spina dorsale, densa, prepotente, inarrestabile. Mi sto avvicinando al punto di non ritorno e non ho nessuna intenzione di fermarmi.

E poi, il disastro. O forse, l'apoteosi perfetta del mio piano malato.

Il vecchio gancio arrugginito della serratura, quello che pensavo di aver chiuso con uno scatto, cede. Non era scattato del tutto.

La maniglia si abbassa con un colpo secco.

"Gio, hai finito in questo cazzo di specchio che devo prendere il tr—"

La porta si spalanca verso l'interno, spingendomi in avanti di un passo. Anna entra come una furia, la voce acida e impaziente, lo sguardo puntato sul lavandino.

Ma la scena che le si para davanti la paralizza all'istante.

Le parole le muoiono in gola, strozzate in un respiro che non uscirà mai.

Il tempo si congela. Miriam, in ginocchio sul pavimento, i pantaloncini grigi arrotolati sulle cosce e la canottiera spalancata sui seni nudi, si blocca e gira lentamente la testa verso la porta. Si passa la lingua sulle labbra lucide, per niente scomposta, quasi divertita dall'interruzione.

E io... io sono in piedi, i bermuda calati, completamente esposto, con il respiro spezzato a un millimetro dal limite.

Anna è a un metro da noi. I suoi occhi neri si spalancano a dismisura, fissando prima Miriam in ginocchio, poi scivolando inesorabilmente su di me. Lo shock sul suo viso è totale. Il rossore le divampa dal collo fino alla radice dei capelli. È terrorizzata, schifata, ma c'è un dettaglio, un fottuto dettaglio che mi fa esplodere il cervello: non riesce a distogliere lo sguardo.

È in trappola. La mia esibizionista intoccabile, la ragazza che mi ha confessato di non essersi mai sfiorata in vita sua, è costretta a guardare un'altra donna che mi fa quello che lei non ha nemmeno il coraggio di immaginare.

L'umiliazione nei suoi occhi, unita alla visione del suo viso pietrificato, è la scintilla letale.

Invece di coprirmi d'istinto o girarmi dall'altra parte, sostengo il suo sguardo. Pianto i miei occhi nei suoi, sfacciato, crudele. E proprio mentre lei mi guarda, l'onda mi travolge.

Il climax mi colpisce con una violenza inaudita. Chiudo gli occhi per una frazione di secondo, i denti stretti, un gemito sordo che mi raschia la gola mentre il mio bacino ha uno spasmo involontario. Non c'è nulla di dolce o tenero in questo orgasmo. È brutale, quasi vendicativo. È l'esplosione di ogni singolo filo di tensione accumulato nelle ultime ventiquattro ore. È la risposta a tutte le sue provocazioni, al suo rifiuto, alla sua finta superiorità. È la mia affermazione di potere, urlata in silenzio in un bagno affollato di occhi che mi guardano.

Miriam non si tira indietro. Non si schermisce. Al contrario, al primo sussulto del mio corpo, afferra le mie anche con più forza, unghie che mi si conficcano nella pelle attraverso la tuta, e affonda il viso ancora di più, accogliendo l'ondata con un gemito di pura lussuria.

Quando li riapro, Anna sta letteralmente tremando. La vergogna l'ha annientata. Fa un passo indietro, inciampando quasi nei suoi stessi piedi.

"F-fate schifo," balbetta. È l'unica cosa che riesce a dire.

Si gira di scatto, sbatte la porta alle sue spalle con una violenza che fa tremare i muri, e sento i suoi passi correre via lungo il corridoio, pesanti come macigni.

Miriam si lascia sfuggire una risatina bassa, alzandosi in piedi con una grazia felina, pulendosi le labbra col dorso della mano. "Ops," mormora, maliziosa. "Mi sa che abbiamo un pubblico non pagante."

Ma io non la ascolto nemmeno. Mi rimetto a posto i vestiti con le mani che mi tremano per l'adrenalina, il petto che si alza e si abbassa freneticamente. L'ho distrutta. L'ho spezzata a metà. E la guerra è appena diventata fottutamente nucleare.

Il rumore dei passi veloci di Anna rimbomba, allontanandosi, finché la porta d'ingresso non sbatte con un tonfo sordo.

Nel minuscolo bagno di servizio cala un silenzio denso, rotto solo dal mio respiro ancora affannato e dalla risatina bassa e vibrante di Miriam.

Si alza in piedi con una fottuta grazia felina. Si pulisce le labbra gonfie con il dorso della mano, gli occhi neri che brillano di una malizia assoluta. La sua canottiera bianca è ancora spalancata, il seno nudo e perfetto che si alza e si abbassa a un palmo da me.

"Direi che abbiamo lasciato la principessa senza parole," mormora, passandosi una mano tra i capelli spettinati. "Pensi che le servirà lo psicologo?"

"Penso che se lo ricorderà per un bel po'," le rispondo, la voce ancora arrochita. Mi tiro su i boxer e i bermuda con le mani che formicolano per l'adrenalina, chiudendo il bottone. Ma non mi allontano. Anzi.

Faccio un passo avanti, acciuffandola per i fianchi e tirandola di nuovo contro di me. Il marmo del lavandino le preme contro la schiena. Le mie mani scivolano sulla sua pelle bollente, risalendo per stringere ancora una volta quelle curve morbide che mi ha offerto con tanta sfacciataggine. Miriam non si ritrae: intreccia le braccia dietro il mio collo, premendo il bacino contro di me.

"Dovremmo uscire da questo buco," le sussurro a un millimetro dalle labbra, mordendole dolcemente il mento. "Mia madre potrebbe scendere da un momento all'altro."

"Lo so," sospira lei, strusciandosi contro il mio petto vestito. "Ma sei tu che non mi stai lasciando andare, Gio. Sei fottutamente insaziabile."

"È colpa tua. Non dovresti essere così brava," ringhio, rubandole un ultimo bacio profondo, bagnato, carico di tutta la lussuria che mi è rimasta in circolo. Le nostre lingue si cercano un'ultima volta prima che io, a fatica, mi stacchi. Le do una pacca sul sedere coperto dalla tuta grigia. "Vestiti, Miri. Ci vediamo in spiaggia."

Lei mi fa l'occhiolino, si tira giù la canottiera con un sorriso soddisfatto, e usciamo.

In tarda mattinata, il sole picchia come un fabbro sulla spiaggia dello stabilimento. L'aria è un muro di calore e salsedine, ma niente in confronto all'inferno psicologico che sta andando in scena sotto i nostri ombrelloni.

Siamo tutti e cinque lì. Giusy, la scheggia impazzita, fa avanti e indietro dall'acqua con un costume intero rosso sgambatissimo, schizzando tutti e rompendo i coglioni con battute a raffica. È il classico quinto incomodo, ma oggi la sua presenza è l'unico rumore di fondo che copre la guerra silenziosa.

Anna è stesa sul lettino. Indossa un bikini nero letteralmente invisibile: due triangolini di stoffa che a malapena le coprono i capezzoli e un filo interdentale sui fianchi. È passata un'ora dal trauma del bagno. Mi aspettavo che non mi guardasse in faccia, che si isolasse. Invece, la sua reazione è stata fottutamente letale.

Ha deciso di giocare d'attacco.

È appiccicata a Gigi. E lui, il maschio alfa venticinquenne, non si è fatto pregare. Gigi è uno che capisce le debolezze al volo. Deve aver notato che lei è tesa come una corda di violino, così ha iniziato a stuzzicarla, a parlarle all'orecchio con quella sua voce bassa e dominante, sfidandola a sbloccarsi.

E lei lo sta facendo.

La vedo ridere a una sua battuta, una risata acuta, teatrale. Si gira sul fianco, voltandomi le spalle di proposito, e allunga una mano per accarezzare gli addominali scolpiti di Gigi. Fa la porca. Sfacciatamente. Si sporge in avanti, offrendogli una visuale totale della sua scollatura esplosiva, e lascia che lui le spalmi la crema solare sulle cosce, le dita di Gigi che salgono pericolosamente verso l'inguine.

Ogni volta che la mano di quel bastardo sfiora la pelle ambrata di mia sorella, sento un crampo di pura rabbia bruciarmi lo stomaco. La regola è chiara: Se guardi un altro, ti distruggo.

"Gelosetto, Gio?"

La voce di Miriam mi distrae. È sdraiata sul lettino accanto al mio, il suo micro-bikini dorato che luccica al sole. Mi sta fissando da dietro gli occhiali da sole, con un sorrisetto furbo. Ha capito tutto.

"Per niente," ribatto, la mascella contratta. Mi giro verso di lei. Se Anna vuole competere, io alzerò la posta in gioco fino a farla scoppiare. "Anzi, stavo pensando che hai un po' di sabbia sulla schiena. Fatti girare."

Mi alzo in piedi. Miriam non se lo fa ripetere: si gira a pancia in giù, slegando i laccetti del pezzo sopra.

Mi metto a cavalcioni sulle sue cosce morbide. Le mie ginocchia affondano nel suo asciugamano. Verso l'olio solare sui miei palmi e inizio a massaggiarle la schiena nuda. Non lo faccio in modo innocente. Sono pesante, esplicito. Faccio scivolare le mani lungo la sua spina dorsale, spingendomi fino al bordo del suo slip dorato, impastando i suoi glutei sodi con una pressione che le strappa un gemito roco di approvazione.

Faccio il cretino pervertito, e lo faccio apposta.

Mi piego in avanti, premendo il mio petto nudo contro la sua schiena, e le mordo delicatamente la spalla, sussurrandole all'orecchio porcherie che so benissimo che Anna può sentire. "Sei uno schianto, Miri. Stamattina mi hai fatto impazzire... ma ora vorrei farti impazzire io."

Miriam ride, inarcando il fondoschiena contro il mio bacino, assecondando il mio teatrino erotico in mezzo alla spiaggia. "Mmh... non vedo l'ora, Gio."

Alzo gli occhi.

Anna ha smesso di ridere. La mano che stava accarezzando il petto di Gigi è bloccata a mezz'aria. Ci sta fissando da sopra la spalla del ragazzo. I suoi occhi neri, nudi dietro le lenti che si è tolta, sono due pozzi di veleno e ossessione. Vede le mie mani stringere il sedere di Miriam. Vede la mia bocca sul suo collo.

E io le sorrido, sfidandola, le dita sporche d'olio che scivolano ancora più giù sulla pelle dell'altra ragazza.

"Oh, ma insomma!" urla Giusy, arrivando di corsa dall'acqua e scrollandosi i capelli bagnati, schizzandoci tutti. "Si può sapere che problemi avete oggi?! Da una parte sembra di stare sul set di un film porno, e dall'altra pure! Prendetevi due stanze e non rompetemi i coglioni, che sto cercando di prendere il sole in santa pace!"

Gigi sbuffa, infastidito dall'interruzione di Giusy, e cerca di riportare l'attenzione di Anna su di sé, afferrandole il mento. "Non farci caso," le sussurra. "Pensiamo a noi."

Ma Anna non lo ascolta. Si divincola dalla sua presa con uno scatto nervoso, mettendosi a sedere. Ha il respiro corto. Il petto le si alza e le si abbassa con violenza, il bikini nero che minaccia di cedere.

La competizione la sta divorando viva. Il mio sabotaggio è fottutamente perfetto.

Torniamo a casa che il sole è già calato, lasciando il posto a un'aria densa e umida.

La doccia lava via la salsedine e la sabbia, ma non l'elettricità che mi scorre sotto la pelle. La cena con i nostri genitori è la solita fottuta recita. Anna mangia in silenzio, lo sguardo fisso sul piatto. Io mi godo ogni boccone, convinto di aver vinto su tutta la linea. Il mio sabotaggio in spiaggia è stato perfetto: l'ho portata al limite, l'ho fatta impazzire di gelosia. Ora devo solo aspettare che la porta di quella stanza si chiuda alle nostre spalle per riscuotere.

Mentre aiuto a sparecchiare, il telefono mi vibra in tasca. È Miriam.

Salgo in camera, mi chiudo la porta alle spalle e rispondo.

"Gio..." La sua voce è un sussurro roco, impastato. Il rumore delle onde fa da sottofondo. "Ho rubato una bottiglia di vodka a mio fratello. Sono qui in spiaggia, da sola. La sabbia è ancora calda." Fa una pausa calcolata, lasciando scivolare una risatina maliziosa. "Che ne dici di raggiungermi? Magari mi fai finire quello che quella guastafeste di tua sorella ci ha interrotto in bagno. O magari mi fai vedere se sei così bravo anche senza i vestiti addosso."

La proposta è esplicita, bagnata, un invito servito su un piatto d'argento. Sento il calore salirmi all'inguine al ricordo della sua bocca di stamattina, ma il mio cervello è settato su una sola, fottuta frequenza.

"Passo, Miri," le rispondo, appoggiandomi alla finestra e guardando il vialetto buio. "Sono a pezzi. E poi... stanotte ho altri piani."

"Peccato," sospira lei, per nulla offesa. "Vorrà dire che dovrai farti perdonare."

Riattacco, buttando il telefono sul letto. Non sospetto minimamente la tempesta che sta per abbattersi su di me. Credo che Anna stia solo facendo i capricci. Credo che la sua scenata con Gigi in spiaggia fosse solo fumo negli occhi.

E invece, dieci minuti dopo, la sento urlare a nostra madre dal piano di sotto: "Mamma, esco a fare un giro con Gigi! Non aspettatemi svegli!"

La porta sbatte.

Resto paralizzato in mezzo alla stanza. È uscita. È andata da lui. La delusione mi morde lo stomaco, ma l'arroganza la ricaccia giù. Fai la dura, principessa. Fammi aspettare. Tanto lo so che torni da me. Mi sdraio sul letto, al buio. Le ore passano. L'una. Le due. Le due e mezza. Il caldo della stanza mi cuoce vivo insieme all'ossessione. Inizio a camminare avanti e indietro come un leone in gabbia.

Verso le tre meno un quarto, sento la chiave girare nella serratura del piano di sotto. Passi leggeri sulle scale.

Mi piazzo nell'angolo più buio della stanza, accanto alla porta.

La maniglia si abbassa lentamente. Anna entra, richiudendosi la porta di legno alle spalle con un sospiro tremante. La luce della luna che filtra dalle tapparelle la illumina a metà. Indossa una minigonna di jeans nera e un top attillato. I suoi capelli sono disordinati. Ha un'espressione strana, gli occhi lucidi, le spalle curve. Sembra turbata, svuotata, quasi sotto shock.

Ma io sono troppo accecato dalla fame e dalla rabbia per fermarmi a leggere il suo dolore.

Esco dall'ombra come un predatore. Prima che possa accendere l'abat-jour o dire una parola, le sono addosso.

La afferro per i fianchi e la sbatto contro il legno della porta con un tonfo sordo. Lei sussulta, lasciando cadere la borsetta a terra.

"Ti stavo aspettando," le ringhio addosso, impetuoso, azzerando ogni distanza.

Non le do il tempo di respirare. Le blocco i polsi contro la porta con una mano sola, mentre con l'altra scivolo immediatamente sotto l'orlo della sua minigonna di jeans. Trovo la sua coscia nuda, calda, e affondo le dita nella sua carne, tirandola contro di me.

Abbasso il viso sul suo collo e inizio a baciarla con una foga violenta, possessiva. Le mordo la pelle sotto l'orecchio, inalando il suo profumo mescolato a quello dell'aria notturna. "Pensavi davvero di potermi tenere sulle spine per tutta la notte?" le sussurro, risalendo per morderle il lobo.

Per un fottuto, illusorio secondo, il suo corpo cede.

La sento inarcare la schiena. Un gemito le muore in gola. Le sue gambe si ammorbidiscono, tradendola, rispondendo alla chimica malata che ci lega. La mia mano sotto la gonna sale ancora di un centimetro, sfiorando l'elastico degli slip, pronto a riprendermi il controllo totale che le avevo rubato ieri notte.

Ma poi, il suo cervello si riaccende.

La ribellione esplode. Anna punta entrambe le mani contro il mio petto e, con una forza disperata che non le ho mai visto addosso, mi spinge via.

Barcollo all'indietro, sorpreso. "Cazzo fai?" sbotto, il respiro pesante.

Anna è appoggiata alla porta, il petto che si alza e si abbassa freneticamente. Si tira giù la gonna con le mani che tremano. I suoi occhi mi fissano nel buio, e non c'è più lussuria. Non c'è più sottomissione. C'è solo una crudeltà fredda, disperata, di chi ha appena premuto il tasto dell'autodistruzione pur di vederti saltare in aria.

"Non toccarmi," sibila, la voce rotta ma spietata. "Toglimi quelle fottute mani di dosso, Gio."

"Fai ancora la preziosa?" le rido in faccia, nervoso, facendo un passo avanti. "Dai, Anna. Entrambi sappiamo cosa—"

"Sono uscita con Gigi," mi interrompe, le parole taglienti come schegge di vetro.

Mi blocco. "E allora? Hai fatto il tuo giretto. Ora sei qui."

Lei alza il mento. Una lacrima singola, rabbiosa e umiliata, le riga la guancia nel buio, ma il suo sorriso è un taglio di bisturi dritto al mio cuore.

"L'ho fatto," sussurra, scandendo ogni singola parola per assicurarsi che mi trapassi il cranio. "Me lo sono scopato, Gio."

Il mondo intorno a me si ferma di colpo. Il ronzio delle cicale fuori dalla finestra scompare. L'aria nei miei polmoni diventa piombo.

"Cosa... cosa cazzo hai detto?" mormoro. La voce non mi appartiene più.

"Hai sentito benissimo," sputa lei, la voce che si incrina per il dolore di quello che ha appena confessato. "Siamo andati nel retro della sua macchina. Me lo sono scopato." Chiude gli occhi per un secondo, e il disgusto che le deforma i lineamenti è reale, crudo, devastante. "Ed è meraviglioso, mi ha aperta, mi ha dato il piacere che tu non mi darai mai! Ti fa vomitare l'idea? Ti fa impazzire che mi abbia messo le mani addosso lui?!"

Mi fissa, respirando a fatica, offrendomi il suo petto ferito.

"Volevi distruggermi?" urla in un sussurro strozzato, le guance bagnate di lacrime. "L'ho fatto da sola! pur di non dare a te la soddisfazione di avermi in pugno!"

Il silenzio che segue è la cosa più assordante che abbia mai sentito.

La guardo in piedi contro la porta. La ragazza che fino a ieri non si era mai sfiorata da sola, ha appena regalato la sua prima volta a un pezzo di merda qualsiasi, sopportando uno squallore indicibile, solo ed esclusivamente per togliere il trofeo dalle mie mani. Per ferirmi.

Il mio stomaco si contorce in una morsa atroce. La gelosia non è fuoco, è acido puro che mi corrode le osserve, mi brucia la gola, mi svuota i polmoni. Un'altra bocca l'ha baciata. Altre mani l'hanno toccata.

Faccio un passo indietro, barcollando. Poi un altro. Mi sento morire dentro. La guerra è finita. E ci ha appena uccisi entrambi.