La Mia Odiosa Gemella Tettona
Capitolo 2 - il primo orgasmo della gemellina
L'abitacolo della mia auto è una fottuta pentola a pressione.
Guidare per due ore in autostrada con Anna chiusa qui dentro, da soli, è sempre stato un incubo, ma oggi c'è una novità: mi sto godendo il suo silenzio. I nostri genitori sono partiti all'alba e ci aspettano già alla casa al mare. Peggio per lei. Non ha nessuno dietro cui nascondersi per tutto il tragitto.
Le lancio un'occhiata con la coda dell'occhio. È incollata alla portiera del passeggero, rigida come un pezzo di marmo. Indossa un top bianco a costine, scollato e teso all'inverosimile sul suo seno abbondante, e un paio di shorts di jeans. Fissa il finestrino dietro i suoi occhiali da sole scuri, ma vedo chiaramente le nocche bianche delle sue mani aggrappate alla borsa. Il suo respiro è irregolare. Ogni volta che prendiamo una curva e i nostri fianchi si sfiorano per un secondo sul sedile di pelle, la sento irrigidirsi come se l'avessi bruciata con un tizzone ardente.
Non le dico una sola parola. Non ce n'è bisogno.
Fissa il vuoto, ma so esattamente a chi sta pensando per cercare di calmare i nervi. Sta pensando che stasera, o al massimo domani, vedrà lui. Il fratello maggiore dei nostri compagni di vacanza. Gigi, Venticinque anni. Il ragazzo a cui Anna muore dietro da estati intere, sbavando come una ragazzina.
È l'esatto opposto di me: fisico più asciutto, definito, una presenza che non ha bisogno di fare rumore per farsi notare. È bello, ma non di una bellezza dolce: è bello in modo arrogante. Mascella marcata, sguardo diretto che ti scava dentro, movimenti lenti e controllati. È il tipo che parla poco, osserva molto, e quando tocca qualcuno lo fa con una sicurezza fottuta e destabilizzante. Non è violento, ma è un dominante psicologico. E Anna impazzisce per quell'aura di controllo.
E poi ci sono le altre due. Sua sorella, Miriam, la nostra coetanea, una buona amica di entrambi. Lei è il tipo di bellezza che non chiede attenzione: è una calamita. Ha un fisico morbido ma armonioso, curve piene e naturali. Quando è distesa al sole sembra rilassata, quasi indifferente al mondo, ma c’è una consapevolezza letale nel modo in cui occupa lo spazio. Non provoca attivamente, è pura presenza. Pelle chiara che al sole si scalda, capelli scuri che le cadono sulle spalle in modo disordinato ma studiato, e un viso quasi innocente finché non ti guarda: quando apre gli occhi non sono teneri, sono diretti. Valutanti.
E infine, la sua migliore amica, Giusy, il nostro jolly estivo. Lei è energia pura. Corpo più compatto, seno evidente, postura aperta. Non ha l’aura silenziosa dell'altra: lei entra in una stanza e si sente. Spalle leggermente più robuste, vita segnata, movimenti rapidi e un sorriso malizioso perennemente stampato in faccia. È carnale, sfacciata, scherza troppo e sa leggere le tensioni prima di chiunque altro. Non è quella che desidererei in modo ossessivo, ma è quella che basterà usare per smuovere le dinamiche con uno sguardo.
Tutta questa gente ci aspetta. E Anna pensa di poter fare la sua solita sfilata di perfezione davanti a loro. Pensa di potersi far mettere le mani addosso da quel venticinquenne arrogante, come se niente fosse.
Ma la regola del gioco è appena cambiata. Mi pulsa nel cranio, velenosa e assoluta: Non ti cerco. Non ti voglio. Ma se guardi qualcun altro, Anna, io ti distruggo.
Io ho il braccio appoggiato al finestrino aperto, il vento che mi scompiglia i capelli, e la mente che proietta in loop l'immagine del suo occhio dilatato nel buio del corridoio. Il mio ego è alle stelle. Mi sento un fottuto dio. So che dietro quella finta indifferenza da "poser", lei non sta guardando il paesaggio: sta rivedendo la mia schiena sudata che si muove sopra la sua migliore amica, e la cosa la sta divorando viva.
Appena parcheggio nel vialetto della casa vacanze, Anna spalanca la portiera prima ancora che io spenga il motore.
Afferra il suo borsone e corre dentro casa, borbottando un "ciao" strozzato a nostra madre che ci viene incontro dal portico, e vola su per le scale di legno, diretta alla nostra vecchia stanza. Quando entro io, con calma, lasciando i bagagli sul letto, lei non c'è. Sento il rumore scrosciante dell'acqua nel minuscolo bagno in camera. Sta cercando di scappare, di lavarsi via l'umiliazione.
Inizio a disfare il mio borsone. Dopo dieci minuti l'acqua si ferma. Ho bisogno di una doccia anch'io, o quantomeno di sciacquarmi la faccia, e l'abitudine vince sul buonsenso. In questa casa le porte non si chiudono mai a chiave.
Abbasso la maniglia e spingo. "Cazzo, Anna, sbrigati che devo—"
Mi blocco sulla soglia.
La stanza è un cubo di vapore denso e bollente. Anna è in piedi davanti allo specchio appannato, i capelli scuri bagnati e appiccicati alle spalle. Ha appena fatto in tempo ad avvolgersi un asciugamano bianco intorno al corpo. La spugna è corta, precaria, e a malapena riesce a contenere le curve esplosive dei suoi seni e a coprirle il sedere.
Appena mi vede, si gira di scatto, sgranando gli occhi.
"Ma sei impazzito?! Esci fuori, cazzo!" urla, stringendo i lembi dell'asciugamano al petto con le mani tremanti.
Dovrei scusarmi. Dovrei chiudere la porta. Ma vederla così, esposta, bagnata e col fiato corto, cancella ogni mia intenzione civile. E poi, il pensiero di quel venticinquenne che la tocca mi fa salire un veleno indicibile in gola. L'arroganza prende il sopravvento. Invece di uscire, faccio un passo dentro e mi appoggio allo stipite della porta, incrociando le braccia.
"Rilassati, principessa. Pensavo avessi finito," le dico, passandomi la lingua sui denti. La guardo dall'alto in basso, senza fare il minimo sforzo per nascondere dove si posa il mio sguardo. La sua pelle ambrata è lucida di gocce d'acqua e arrossata dal calore. "Anche se... devo ammettere che la vista non è male. Per niente."
Anna avvampa. La vergogna cede istantaneamente il posto alla rabbia pura, cieca e violenta.
"Fai schifo!" sibila. Non ci pensa due volte: fa un passo avanti e alza la mano libera, scagliandomela contro la faccia con l'intento di spaccarmi il labbro.
Ma me l'aspettavo. Sono più veloce. Le afferro il polso a un millimetro dal mio zigomo, stringendo la presa. Lei reagisce d'istinto da belva ferita: con l'altra mano mi spintona il petto, costretta a mollare la presa sull'asciugamano.
La spugna cede. Le scivola giù di qualche centimetro, rivelando il solco profondo del seno e minacciando di cadere sul pavimento madido. Anna ansima, terrorizzata, e cerca di tirarlo su, ma io la blocco. Le afferro anche l'altro polso, spingendola senza alcuna delicatezza contro le piastrelle fredde del bagno, incastrandola nell'angolo stretto tra il lavandino e la doccia.
I nostri corpi si scontrano con violenza. Il mio petto vestito schiaccia il suo corpo bollente, bagnato e seminudo.
"Levami le mani di dosso, viscido pezzo di merda!" ringhia lei, dimenandosi contro di me. I suoi seni pesanti premono contro la mia maglietta a ogni respiro furioso, un attrito che mi manda il cervello in corto circuito. I suoi occhi neri mi sputano addosso un odio viscerale. "Sei un fottuto mostro! Ti scopi Alice alle mie spalle! Ti scopi la mia migliore amica come un animale in calore, la tratti come un pezzo di carne, e ora entri qui dentro a fare il viscido con me?!"
"Perché ti brucia così tanto, Anna?" le sussurro a un palmo dal viso, la voce bassa, ignorando i suoi calci a vuoto. "Perché ti fa così schifo?"
"Perché sei mio fratello, cazzo!" mi urla in faccia, la voce rotta da un rancore che va ben oltre la gelosia per l'amica. "E mi fai vomitare! Siete disgustosi! Siete sporchi!"
"Eppure ieri notte la pensavi diversamente," le ringhio contro, azzerando l'ultima distanza, sfiorando il suo naso con il mio. L'odore del suo bagnoschiuma dolce mi ubriaca, ma l'astio che ci scorre nelle vene è una droga ancora più forte. "Ti faccio così vomitare, eppure eri incollata alla porta della mia camera. Hai guardato ogni singolo fottuto secondo, Anna. Eri lì nel buio a sbavare, mentre io le facevo tutto quello che adesso vorresti ti facessi io."
"Taci!" strilla lei, girando il viso di scatto, ma la sento tremare da capo a piedi contro di me. "Taci, ti odio! Ti odio da morire!"
"Odiami quanto cazzo ti pare," le rispondo, premendo i fianchi contro i suoi, facendole sentire esattamente l'effetto che il suo corpo nudo ha su di me. "Ma non azzardarti mai più a fare la morale a me o ad Alice, quando sei la prima ad avere la testa piena di fottuti pensieri malati."
"Non voglio," le rispondo a un millimetro dalla bocca. "Tu mi odi, principessa. Ma il modo in cui stai tremando in questo momento... mi dice che mi odi esattamente quanto ti odio io."
Quelle parole la colpiscono come uno schiaffo. La verità è troppo vicina, troppo insopportabile.
Con un gemito di pura frustrazione, Anna raccoglie tutte le forze che le restano in corpo. Punta le mani bagnate contro il mio petto e si dà uno slancio all'indietro per divincolarsi dalla mia presa.
Ma il pavimento è un lago.
Il suo piede nudo calpesta l'asciugamano zuppo d'acqua. La spugna scivola sulle piastrelle lisce. È una frazione di secondo, un battito di ciglia in cui il tempo sembra congelarsi. Sento la sua presa scivolare via dalla mia maglietta. Cerco di afferrarla per un braccio, di tirarla a me, ma sono troppo lento.
Anna perde l'equilibrio. Cade all'indietro, e la nuca sbatte con un tonfo sordo, secco e terribile contro lo spigolo della mensola di marmo sotto lo specchio.
"Ah!"
Un urlo acuto, strozzato, le squarcia la gola. Scivola a terra, accasciandosi sulle piastrelle fredde.
"Anna! Cazzo!"
L'adrenalina sessuale, l'arroganza, l'odio... tutto viene spazzato via in un millesimo di secondo, sostituito da un terrore puro e ghiacciato. Mi inginocchio all'istante davanti a lei, il cuore che mi esplode nel petto.
Si è rannicchiata su se stessa, le mani premute convulsamente dietro la testa. I suoi capelli scuri e bagnati le coprono il viso, ma i singhiozzi arrivano immediati. Non è il pianto stizzito o teatrale della Anna che conosco. È il pianto rotto, disperato e spaventato di una ragazzina.
"Fammi vedere, togli le mani," le ordino, la voce che mi trema, cercando di scostarle le dita per controllare il danno.
"Toccami e ti ammazzo!" strilla lei, la voce rotta dal dolore e dal panico. Alza il viso verso di me. Ha gli occhi spalancati, le guance rigate da lacrime calde che si mescolano all'acqua della doccia. È terrorizzata.
E in quel momento, la realtà mi investe con una violenza devastante.
È rannicchiata a terra, completamente nuda. Il suo corpo perfetto è esposto, vulnerabile in un modo che mi fa mancare l'aria. Le sue ginocchia sono piegate al petto, ma non bastano a nasconderla. A ogni singhiozzo disperato, i suoi seni pesanti e madidi d'acqua sussultano, i capezzoli duri per il freddo e lo shock. La pelle ambrata delle sue cosce, le curve morbide dei fianchi... ogni fottuto centimetro di lei è una visione oscena e bellissima, in totale contrasto con la situazione drammatica.
Il mio corpo è ancora teso, il cazzo duro contro i jeans, pulsante per il contatto di un secondo prima, eppure mi sento il pezzo di merda più grande dell'universo.
Vede il mio sguardo scivolare su di lei, anche solo per un istante, e questo la distrugge definitivamente.
"Vai via!" urla, la voce incrinata, stringendo le braccia attorno al petto per cercare disperatamente di coprire quelle forme abbondanti che fino a un minuto prima mi stava schiacciando addosso. "Vai via, mostro! Mamma! Chiamala! Chiama la mamma, Gio, mi fa male! Cazzo, mi fa male!"
Il suo grido disperato rimbomba nel bagno. Mi alzo in piedi di scatto, barcollando all'indietro, come se mi avesse appena pugnalato allo stomaco.
La guardo un'ultima volta, nuda, rannicchiata in un lago d'acqua e lacrime, distrutta. Non le rispondo. Faccio dietrofront e mi precipito in camera, la mascella contratta, pronto a correre giù per le scale con un senso di colpa che mi divora le viscere, e con un'immagine scolpita a fuoco nella mente che non mi farà dormire per il resto della fottuta vacanza.
La botta in testa si è rivelata una stronzata, ma il pranzo è un funerale silenzioso.
Siamo seduti al tavolo del portico. Nostra madre le ha subito dato del ghiaccio e Anna si è calmata dopo un po’, eppure però successe l’inaspettato, quando mamma chiese come fosse successo, lei non mi butto in pasto ai cani, anzi, senza nemmeno alzare gli occhi dal piatto, ha recitato la sua parte alla perfezione. "Sono scivolata sull'asciugamano bagnato. Niente di che."
Mi ha coperto. Non le ha detto che l'ho schiacciata contro il muro, che le ho strappato via l'arroganza fino a farla tremare nuda sul pavimento. Ma il silenzio tra noi due adesso è tossico. È un filo spinato teso sopra il tavolo. Sento il suo respiro. Noto il modo in cui deglutisce a fatica l'acqua. Sotto il tavolo, le nostre gambe sono a pochi centimetri di distanza, ed entrambi stiamo attenti a non sfiorarci come se l'altro fosse radioattivo.
Subito dopo pranzo, nostra madre ci sbatte fuori. "Andate a fare un giro sul lungomare, andate a cercare i ragazzi."
Anna si chiude in bagno per cambiarsi. Quando esce, indossa un vestitino nero, corto, sottilissimo, che le fascia le forme in modo quasi illegale, e i suoi soliti occhiali da sole scuri per nascondere gli occhi ancora gonfi. È tornata la bambola di plastica, la "poser". O almeno, ci sta provando disperatamente.
Camminiamo fianco a fianco verso la spiaggia. Non parliamo.
Poi, li vediamo. Sono seduti al tavolino del bar dello stabilimento, il nostro solito punto di ritrovo da dieci estati a questa parte.
"Gio! Anna!"
La prima a urlare è Giusy. Si alza di scatto e ci corre incontro. È un ciclone di energia carnale, come sempre. Indossa un paio di pantaloncini di jeans tagliati cortissimi e il pezzo sopra di un costume a triangolo rosso che fatica a contenere il seno. Mi butta le braccia al collo, stringendomi contro la sua pelle calda e sudata di sole. "Cazzo se siete mancati! Guardati, sei diventato enorme!" ride, dandomi una pacca sfacciata sul petto prima di stritolare Anna.
Ma i miei occhi sono già oltre la sua spalla.
Gigi si sta alzando dal tavolino. Venticinque anni di pura fottuta arroganza. Ha il fisico asciutto, scolpito, la pelle scura e quella mascella squadrata che sembra perennemente contratta. Cammina verso di noi con quella lentezza studiata di chi sa di avere gli occhi di tutti addosso.
E dietro di lui, si alza Miriam.
Se Giusy è un'esplosione, Miriam è un veleno a lento rilascio. È... illegale. Indossa un pareo bianco a rete, completamente trasparente, infilato sopra un micro-bikini dorato che non lascia assolutamente niente all'immaginazione. Le sue curve piene, morbide ma sode, si muovono con una lentezza ipnotica. Ha i capelli scuri scarmigliati dal vento e un sorriso letale. Non saluta sbracciandosi. Mi punta con i suoi occhi scuri e valutanti, mi sorride, e improvvisamente l'aria diventa più pesante.
"Anna," dice Gigi.
La sua voce è bassa. Ignora me, ignora le altre, e punta dritto a mia sorella. Azzera la distanza con una confidenza che mi fa ribollire il sangue all'istante. Le mette una mano sul fianco, scivolando pericolosamente verso la curva bassa della schiena, e si china per darle due baci sulla guancia. Ma non si stacca. Le resta a un palmo dal viso.
"Sei bellissima quest'anno," le sussurra, abbastanza forte da farsi sentire. La sua mano si stringe sulla vita di Anna. È appiccicoso. Stranamente famelico. Di solito si fa desiderare, fa lo stronzo misterioso, ma oggi sembra volerla marcare come se fosse roba sua.
Il mio istinto primordiale si accende. Le vene del collo mi pulsano. Levale quelle fottute mani di dosso, pezzo di merda.La regola mi martella nel cranio: Non la voglio. Mi fa schifo. Ma se tu la tocchi, io ti stacco le dita una a una.
Mi preparo a godermi lo spettacolo pietoso di mia sorella che si scioglie, che gli fa gli occhi dolci e la gattina morta come ha sempre fatto ogni fottuta estate.
Ma succede qualcosa di impensabile.
Anna si irrigidisce. Il tocco di Gigi, invece di farla impazzire, la fa scattare. Sotto i miei occhi attenti, fa un passo indietro, rompendo il contatto con una freddezza quasi innaturale. Si stringe le braccia sotto il seno, un gesto di chiusura totale che fa risaltare ancora di più la sua scollatura, ma il suo linguaggio del corpo urla "stammi lontano".
"Ciao Gigi," risponde, la voce piatta, schiva. Evita il suo sguardo e si fissa le scarpe, spostando nervosamente il peso da un piede all'altro.
Gigi incassa il colpo. Socchiude gli occhi, infastidito da quel rifiuto inaspettato.
Il mio cervello processa l'informazione e un'ondata di piacere oscuro, malato e contorto mi invade lo stomaco. Io l'ho rotta. Non riesce a farsi toccare da lui perché la sua pelle brucia ancora per come l'ho schiacciata io contro il muro del bagno. Il suo teatrino perfetto è andato in frantumi, e io ne ho i pezzi in mano.
"Beh, se lei fa la preziosa..."
La voce di Miriam mi accarezza l'orecchio. È scivolata di fianco a me senza che me ne accorgessi. Mi passa un braccio intorno alla vita. Sento la pelle nuda del suo fianco, bollente per il sole, premere contro di me. Il profumo del suo olio solare è stordente.
"Sei diventato un uomo, Gio," sussurra Miriam, alzando il viso verso il mio. I suoi occhi mi scrutano con una malizia che non cerca di nascondere. Le sue labbra piene si aprono in un sorriso bagnato, e con una naturalezza disarmante fa scivolare la mano dal mio fianco fino a sfiorarmi il petto attraverso la maglietta. È una provocazione erotica pura, esplicita, lanciata in mezzo a tutti come se fosse la cosa più normale del mondo.
Non mi ritraggo. Anzi.
Lascio scivolare il braccio sulle spalle di Miriam, attirando le sue curve morbide contro di me. Ma non guardo lei.
Alzo lo sguardo e punto dritto verso Anna.
Mia sorella ha sollevato la testa. Dietro le lenti scure degli occhiali, vedo che è pietrificata. Sta fissando la mano di Miriam sul mio petto. E la mascella le trema.
Il pomeriggio al chiosco dello stabilimento scivola via in un fottuto, estenuante gioco di scacchi.
Ci sediamo attorno a un tavolino rotondo di plastica, all'ombra di un ombrellone di paglia. L'aria è densa di salsedine e del profumo dolciastro dei cocktail alla frutta.
Gigi non perde un secondo. Piazza la sua sedia letteralmente incollata a quella di Anna. Passa l'ora successiva a invadere il suo spazio vitale con una sicurezza arrogante che mi fa prudere le nocche. Le parla vicino all'orecchio, le sfiora il braccio nudo per attirare la sua attenzione, le offre da bere dal suo bicchiere. E lei? La Anna che conosco avrebbe sguazzato in quelle attenzioni, si sarebbe accarezzata i capelli rimescolando il drink con la cannuccia, godendosi il trofeo.
Invece, è rigida come una tavola di legno. Dietro le lenti scure, so che i suoi occhi scattano continuamente verso di me. Risponde a Gigi a monosillabi, si ritrae di un millimetro ogni volta che lui cerca il contatto fisico. Il suo corpo respinge ciò che la sua mente ha sempre desiderato, perché la sua pelle è ancora marchiata a fuoco da quello che le ho fatto stamattina. È spezzata. E io la guardo sanguinare, sorseggiando la mia birra ghiacciata con un senso di potere che rasenta la follia.
Per bilanciare la situazione, mi dedico a Miriam.
Non che ci voglia molto sforzo. Miriam è un fottuto magnete. Si è seduta al mio fianco, la sedia leggermente ruotata verso di me, ignorando il resto del tavolo. Il pareo a rete bianco che indossa non copre un cazzo: ogni volta che si accavalla le gambe o si sporge per parlarmi, mi sbatte in faccia la visuale del suo seno pieno stretto nel micro-bikini dorato e la pelle morbida delle sue cosce chiare.
"Quindi, al primo anno di università hai fatto strage, immagino," mi dice Miriam, abbassando la voce, le labbra piene piegate in un sorriso languido. Gioca col sottobicchiere bagnato, ma il suo ginocchio è costantemente, deliberatamente premuto contro la mia coscia.
"Diciamo che non mi sono annoiato," le rispondo, sostenendo il suo sguardo scuro e malizioso. Le sfioro il braccio con finta noncuranza per prendere le noccioline. "Ma vedo che anche tu non hai perso tempo. Sei... diversa dall'anno scorso, Miri."
Lei fa una risatina bassa, vibrante, e si sporge ancora un po', lasciando che il profumo del suo olio solare mi invada le narici. "Speravo lo notassi."
Con la coda dell'occhio, vedo la mascella di Anna contrarsi così forte che temo possa spaccarsi i denti.
Giusy, che non sta mai zitta, cerca di coinvolgerci tutti. "Com'è andato il viaggio? Mamma mia, io con mio fratello in macchina sarei impazzita."
"Lascia stare," sbotta Anna, la voce carica di un astio improvviso, tagliente come una lama. Prende il suo bicchiere e lo sbatte sul tavolo. "È stato un incubo. Gio è il solito animale insopportabile. Due ore a sopportare il suo ego smisurato."
Il tavolo cala nel silenzio per un secondo. Mi volto verso di lei, gli occhi ridotti a due fessure. Miriam ritira appena il ginocchio.
"Sempre meglio che viaggiare con una statuina di porcellana perennemente in preda a crisi isteriche," le rispondo, il tono gelido e spietato. "Senza contare i tuoi fottuti cali di pressione in bagno, principessa. Dovresti farti curare, prima di rovinare le vacanze agli altri."
Le ho appena ricordato la sua umiliazione nuda sul pavimento davanti a tutti, mascherandola da preoccupazione fraterna. Anna sbianca. Sotto il tavolino, le sue mani si stringono a pugno sul vestito nero.
"Ehi, datti una calmata, Gio," interviene Gigi, gonfiando il petto asciutto. Mi punta un dito contro, facendo il finto difensore della patria. "Non parlarle così. È pur sempre tua sorella."
"Fatti i cazzi tuoi, Gigi," gli ringhio contro, la voce così bassa e minacciosa che Giusy smette di sorridere. "Non hai idea di cosa parlo. Quindi pensa a bere la tua birra e non ti intromettere."
La tensione è palpabile. Gigi si irrigidisce, pronto a ribattere, ma il trillo del mio telefono taglia l'aria in due.
È un messaggio di nostra madre. Tornate, la cena è pronta.
"Dobbiamo andare," dico, alzandomi di scatto, rompendo il contatto con Miriam.
I saluti sono veloci e carichi di elettricità. Gigi prova ad abbracciare Anna per salutarla, sussurrandole all'orecchio un "ci vediamo domani" che mi fa venire voglia di spaccargli la faccia. Lei si divincola quasi subito. Miriam, invece, mi saluta piazzandomi un bacio lento e umido a un millimetro dalla bocca, le dita che mi accarezzano la nuca. "A domani, Gio. Mi raccomando."
Il tragitto verso casa è un buco nero di silenzio. Camminiamo a due metri di distanza. Il tramonto brucia il cielo, ma tra noi c'è solo ghiaccio.
La cena sotto il portico con i nostri genitori è una recita grottesca. Il rumore delle posate contro i piatti di ceramica è l'unico suono. Anna fissa il suo piatto di pesce senza toccarlo. Ha tolto gli occhiali scuri: i suoi occhi sono due buchi neri di stanchezza, frustrazione e odio puro. Non mi rivolge la parola, non mi guarda nemmeno per sbaglio.
Quando la tortura finisce, saliamo le scale.
Entriamo nella nostra vecchia stanza e chiudo la porta alle mie spalle con un click che suona come una condanna. L'aria condizionata è ancora spenta, il caldo è asfissiante.
Nessuna parola. Nessun insulto. La guerra verbale è esaurita, sostituita da un odio silenzioso e massacrante.
Lei va in bagno a lavarsi i denti e mettersi la sua fottuta maglietta grigia. Io mi spoglio in camera, rimanendo solo in boxer, la pelle madida di sudore. Quando esce, non mi guarda. Si infila sotto il lenzuolo sottile e si gira sul fianco, dandomi la schiena. Faccio lo stesso.
Spengo la luce dell'abat-jour. Il buio inghiotte la stanza.
Siamo sdraiati ai due estremi di quei venti, maledetti centimetri di spazio tra i due letti. Non sento il rumore delle cicale, non sento il respiro di Anna. Sento solo l'immagine di Gigi che le stringe la vita da una parte, e il calore della coscia di Miriam dall'altra.
Il tempo passa, Il buio in questa fottuta stanza è pesante quanto il caldo.
Saranno le tre del mattino. Il lenzuolo è un groviglio ai piedi del mio letto. Sento il respiro di Anna a venti centimetri da me. È irregolare, spezzato. Nessuno dei due sta dormendo, stiamo solo fottutamente fingendo, rannicchiati nei nostri rispettivi angoli per non impazzire.
Ma io non ce la faccio più. Il silenzio mi sta scartavetrando il cervello.
"Smettila di rigirarti," la inchiodo nel buio, la voce ridotta a un graffio basso e roco. "Mi stai facendo impazzire."
Il materasso accanto al mio si immobilizza di colpo. Sento il fruscio del suo lenzuolo che viene tirato su, come uno scudo inutile.
"Fatti i cazzi tuoi, Gio," sibila lei, voltandomi le spalle. "Dormi e lasciami in pace."
"Non ci riesco. E non ci riesci neanche tu," ribatto, mettendomi seduto. L'aria bollente mi accarezza il petto nudo e madido di sudore. Mi passo una mano tra i capelli, puntando gli occhi sulla sua sagoma scura. "Dobbiamo parlare di quello che è successo. Di stanotte nel corridoio. Di stamattina in bagno."
"Io non devo parlare di un cazzo con te," sbotta lei, la voce che trema di rabbia. "Sei un viscido pezzo di merda. Ti ho già detto tutto quello che penso di te."
"Fai la stronza quanto vuoi, Anna," mormoro, sporgendomi in avanti fino a sfiorare il bordo del suo materasso. "Ma il tuo corpo non sa mentire. In bagno tremavi. E ieri sera, dietro quella porta... il tuo respiro lo sentivo fin da sopra il letto.Eri eccitata. Guardarmi fare a pezzi la tua migliore amica ti ha bagnata fino al midollo."
"Taci!" strilla lei a mezza voce, per non svegliare i nostri genitori di sotto. Si gira di scatto verso di me. Nel buio, vedo il contorno del suo petto sollevarsi e abbassarsi freneticamente sotto la maglietta grigia. "Sei un fottuto mostro!"
"Dillo, cazzo!" le ringhio addosso, azzerando l'ultimo millimetro di buonsenso, i nostri visi a un palmo di distanza.Sento il calore della sua pelle. "Ammettilo e basta!"
Il silenzio che segue è un abisso. Anna ansima, le mani strette a pugno sul materasso. Poi, il muro crolla.
"Sì!" sussurra, la voce rotta, sputandomi la parola in faccia con un odio feroce. "Sì, mi sono eccitata! Mi batteva il cuore a mille e non riuscivo a staccare gli occhi da voi! Contento, adesso? Ti fa sentire un grand'uomo sapere che hai mandato in corto circuito il cervello di tua sorella?!"
Incasso il colpo. Sentirglielo dire ad alta voce è una scossa elettrica che mi arriva dritta all'inguine, ma non mi muovo.
"Mi fa sentire un mostro," ammetto, abbassando il tono, la voce che si fa di colpo letale e sincera. "Mi fa sentire un fottuto malato. Ho le mie colpe, Anna. Ho esagerato, ho spinto sull'acceleratore per farti del male. Ma tu non sei innocente. Io non sopporto la tua finta perfezione. Non sopporto questa maschera da principessa intoccabile che ti metti ogni giorno. Odio il modo in cui cerchi disperatamente le attenzioni di quel viscido di Gigi, quando so benissimo che non te ne frega un cazzo di lui."
Anna sbatte le palpebre nel buio. L'arroganza vacilla, colpita nel vivo.
"Tu non sai niente di me," mormora, ma il veleno è sparito. Abbassa lo sguardo sulle proprie mani. "Tu mi fai a pezzi ogni volta che parli. E io... io ti odio per questo. Ma quando ti vedo girare per casa a torso nudo... quando i miei fianchi ti sfiorano in macchina..." si morde il labbro, la voce che diventa un filo impercettibile e vergognoso. "...sento un fottuto calore in petto che mi toglie il fiato. Una morsa allo stomaco che mi fa venire voglia di strapparmi la pelle. E mi fa schifo. Mi fa così fottutamente schifo provare una cosa del genere per te."
Mi si gela il sangue. Non è solo lussuria. È ossessione pura.
Prendo un respiro lentissimo. Se lei ha messo sul tavolo il suo demone peggiore, io devo fare lo stesso.
"Vuoi sapere cosa fa schifo, principessa?" le sussurro, sporgendomi ancora di più nel buio. "Il vetro del terrazzo di questa fottuta stanza. Da fuori, col buio, fa da specchio sulla finestra del bagno."
Anna alza la testa di scatto.
"Ogni estate," continuo, inesorabile, confessando il peccato che mi porto dentro da anni. "Ogni singola sera delle nostre vacanze in cui ti sei chiusa lì dentro per farti la doccia, io sono uscito in terrazzo. E ti ho guardata spogliarti. Ho guardato ogni fottuto centimetro di te riflesso in quel vetro. Ti ho spiata per anni, Anna. Sono malato di te."
La sento smettere di respirare. La rivelazione è pesante, oscena. Sgrana gli occhi nel buio, scioccata. Si ritrae appena,come se l'avessi schiaffeggiata. Ma poi... succede qualcosa di strano. La repulsione che mi aspettavo non arriva. I suoi muscoli si rilassano. La rabbia evapora, inghiottita da una rassegnazione disarmante.
Siamo due mostri. E lei lo ha appena realizzato.
"Siamo fottuti," mormora, passandosi una mano tremante sul viso sudato.
Poi, abbassa le spalle. La sua postura cambia completamente, perdendo ogni oncia di arroganza, di fierezza da "poser".Sembra improvvisamente minuscola.
"Forse..." inizia, la voce esitante, lo sguardo perso nel vuoto tra i nostri letti. "Forse il problema è che io non mi sfogo mai, Gio."
Corrugo la fronte nel buio. "In che senso?"
"Nel senso che io faccio la grande. Faccio quella che fa girare la testa a tutti. Gigi, l'università... i social." Fa una risata amara, pietosa. "Ma è tutta finzione. Io non ho mai avuto un fidanzato. Non ho mai fatto niente con nessuno."
"Questo lo so," le rispondo piano.
"No, Gio. Tu non capisci." Anna si stringe le ginocchia al petto. La sua voce ora è un sussurro carico di una vergogna così intima che mi fa tremare le mani. "Io non mi sfogo mai. Quel vibratore... quello che hai trovato ieri in camera mia.Io... io l'ho comprato mesi fa. Ma non l'ho mai acceso."
Il mio cuore perde un battito. "Cosa stai dicendo?"
"Sto dicendo che non l'ho mai usato," ammette, chiudendo gli occhi con forza, due lacrime di puro imbarazzo che le sfuggono nel buio. "Non mi sono mai data piacere, Gio. Mai. Non... non so come si fa. Non mi viene naturale. Ho troppa paura di perdere il controllo, e così accumulo tutto questo schifo dentro finché non esplodo. Sono una fottuta bambola vuota, avevi ragione tu."
Resto paralizzato. Il cervello va in tilt.
L'esibizionista. La principessa intoccabile con le curve esplosive che fa sbavare ogni maschio nel raggio di chilometri,la stronza che mi ha fatto credere di doversi nascondere per toccarsi... è completamente, disperatamente vergine anche a se stessa.
Non si è mai sfiorata. E ora, seduta a venti centimetri da me, me lo sta confessando, mettendomi tra le mani un potere di controllo assoluto, letale e fottutamente definitivo.
L’'aria calda della stanza mi si secca in gola.
"Annina," chiamo nel buio, la voce ridotta a un sussurro che quasi non riconosco.
Sento il suo respiro bloccarsi. È da quando eravamo bambini che non la chiamo così.
"Annina... lo hai qui con te?"
Il fruscio violento delle sue lenzuola mi fa capire che si è irrigidita di scatto. "Cosa?" sibila, la voce sulla difensiva, il panico che le riaccende per un attimo la rabbia. "Perché cazzo me lo chiedi? Che vuoi fare, umiliarmi ancora?"
Non rispondo subito. Mi alzo dal mio letto e azzero l'ultimo abisso che ci separa, sedendomi sul bordo del suo materasso. Il legno scricchiola sotto il mio peso. Lei si ritrae d'istinto, tirandosi le ginocchia al petto sotto il lenzuolo leggero, sgranando gli occhi scuri nel buio.
"Non voglio umiliarti," le sussurro, ignorando il suo scatto indietro. Allungo una mano. Trovo la sua spalla, tesa come una corda di violino, e inizio ad accarezzarla. Il mio tocco è leggerissimo, lento. Le sposto una ciocca di capelli umidi dal collo. "Sto cercando di farti respirare, Anna."
"Toglimi le mani di dosso, Gio," ringhia a mezza voce, ma non si sposta di un millimetro.
La mia mano scivola sulla sua guancia, accarezzandole lo zigomo con una tenerezza che contrasta in modo folle con tutto quello che ci siamo urlati addosso oggi.
"Ascoltami," le dico dolcemente, chinandomi verso di lei. Il mio tono è calmo, protettivo, da fratello maggiore. E la cosa assurda è che, in mezzo a questo schifo, sono fottutamente sincero. "Stiamo impazzendo perché sei un vulcano pronto a esplodere, e hai il terrore di farlo. Ti fa schifo l'idea di toccarti perché non lo senti naturale, hai paura di perdere il controllo e non sai come gestirlo. È il primo scoglio, Annina. Ed è una montagna enorme da scalare da sola."
Il suo respiro trema contro il palmo della mia mano. Le mie dita continuano ad accarezzarle i capelli. La vedo letteralmente sgonfiarsi nel buio sotto quel contatto.
"E allora?" mormora lei, la voce incrinata, le lacrime che minacciano di scendere di nuovo.
"E allora ti aiuto io," rispondo, la voce ferma. "Se non lo senti naturale farlo tu, se hai paura della tua stessa mano... te lo faccio fare io. Senza che tu debba sfiorarti. Ti faccio da vibratore umano, Anna. Tu devi solo chiudere gli occhi e lasciarlo uscire."
"Sei pazzo!" sibila lei, tirandosi indietro con un sussulto, l'orgoglio che cerca di riprendere il comando. "Sei completamente fuori di testa! Sei mio fratello, Gio! Ti rendi conto di cosa cazzo mi stai chiedendo?!"
"Ti sto offrendo una via d'uscita," ribatto, senza alzare la voce, continuando ad accarezzarle il braccio nudo. Sento i brividi che le increspano la pelle. "E so che lo vuoi. Guarda come tremi. So che ti fidi di me, quando non faccio lo stronzo arrogante."
Anna mi fissa nel buio. Il suo petto si alza e si abbassa a un ritmo folle sotto la maglietta grigia. Combatte. Cerca l'odio, cerca il disgusto, ma la mia vicinanza, la mia voce calma, quella maledetta coccola rassicurante che da piccoli la faceva smettere di piangere... stanno sgretolando l'ultima barriera.
Chiude gli occhi, stringendo le labbra fino a farle sbiancare. Un gemito di resa, pietoso e spezzato, le sfugge dalla gola.
"È... è nella tasca laterale della mia borsa," sussurra, la voce così bassa che devo leggere il movimento delle sue labbra per capirla. "Quella nera. Sul pavimento."
Non me lo faccio ripetere due volte.
Mi alzo dal letto in silenzio, recupero la borsa nera vicino all'armadio e infilo la mano nella tasca. Le mie dita si chiudono sulla plastica liscia e fredda del piccolo oggetto. Lo stringo nel pugno e torno verso di lei.
Anna si è rannicchiata sul lato estremo del materasso singolo, stringendo il lenzuolo contro il petto. Mi sdraio accanto a lei. Lo spazio è inesistente. I nostri corpi si sfiorano per forza. Mi infilo sotto il suo lenzuolo, l'aria bollente intrappolata tra di noi.
Senza chiederle il permesso, passo un braccio forte attorno alla sua vita e la tiro dolcemente, ma inesorabilmente, contro di me. La sua schiena si scontra con il mio petto nudo. Trattiene il fiato, rigida come un pezzo di legno.
"Rilassati," le sussurro all'orecchio, il respiro che le solletica la pelle umida del collo. La stringo un po' di più, avvolgendola in un abbraccio che è metà gabbia e metà scudo. "Non farti prendere dal panico. Facciamo così, stabiliamo delle regole. Ti fa sentire più sicura avere delle fottute regole?"
Lei annuisce impercettibilmente contro il mio braccio.
"Bene," mormoro, la mia mano libera che si posa piatta sul suo ventre, appena sopra l'elastico degli slip. Sento i suoi muscoli contrarsi. "Regola numero uno: io posso toccarti con le mie mani solo dalla cintura in su. Niente mani sotto la cintura. sotto, userò solo questo." Sfioro la plastica del vibratore contro la sua coscia nuda. "Sei d'accordo?"
Anna deglutisce a fatica. Il caldo della stanza, il buio, il mio corpo incollato al suo e la perversione logica di quell'accordo la stanno portando sull'orlo del baratro.
"Sì," sussurra, la voce che è poco più di un sospiro arreso nel buio. "Sì, va bene."
"Perfetto," le rispondo, il battito che mi rimbomba nelle orecchie come un tamburo di guerra. La mia mano scivola dal suo ventre e risale lentamente, agganciando l'orlo della sua maglietta grigia. "Allora iniziamo."
La sento rigida contro il mio petto. È un pezzo di legno, paralizzata dal tabù, dalla vergogna e da quell'eccitazione che non ha mai saputo gestire. Se mi fiondassi su di lei come un animale, assecondando solo la mia fame, la spezzerei e lei si chiuderebbe per sempre.
Ma io non sono un ragazzino alle prime armi. Ho spogliato abbastanza ragazze da sapere esattamente come si disinnesca il panico e si accende il desiderio. E con lei, con la mia fottuta ossessione, voglio fare un capolavoro.
"Shhh... respira, Annina," le sussurro, la voce bassa, calda, un ronzio che le vibra direttamente contro la pelle del collo.
Inizio ad accarezzarla con una dolcezza che non sapevo nemmeno di possedere. Le sfioro le spalle, le bacio la linea della mascella, scendendo lentamente lungo il collo sudato. Il mio respiro si mescola al suo. La mia mano destra, quella libera, scivola lungo il suo fianco. Afferro l'orlo della maglietta grigia fradicia di sudore e, con una lentezza calcolata, inizio a tirarla su, scoprendole il ventre piatto.
Anna sussulta, trattenendo il fiato, ma non mi ferma.
Spingo la stoffa fino a incastrarla sotto le sue ascelle, liberando definitivamente il suo petto nel buio. La poca luce che filtra dalle tapparelle illumina la sua pelle lucida.
"Sei uno spettacolo," mormoro contro il suo orecchio, prima di far scivolare entrambe le mani sui suoi seni nudi.
Il contatto è elettrico. Inizio a impastare quella carne morbida, pesante e abbondante. Non sono delicato, ma sono fottutamente attento. Le stringo il seno con ardore, sollevandolo, riempiendomi i palmi della sua pienezza, per poi far scivolare i polpastrelli sui capezzoli. Sono già durissimi, turgidi e sensibilissimi. Li stuzzico, li stringo leggermente tra pollice e indice, tirandoli con una passione che mi fa bruciare il sangue nelle vene.
"Gio..." piagnucola lei nel buio. È un suono pietoso, carico di un imbarazzo che la sta divorando, ma il suo corpo la tradisce. Si inarca contro le mie mani, spingendo il petto verso l'alto per cercare ancora più attrito, ancora più contatto.
"Lasciati andare, principessa," la assecondo, la voce rocca di lussuria. Le mordo dolcemente il lobo dell'orecchio. "Smettila di pensare. Senti come sei calda... senti come mi stai chiedendo di toccarti. Ti piace farti viziare così, vero?"
"Sì... cazzo, sì," ansima lei, perdendo l'ultima goccia di lucidità. L'orgoglio è evaporato. La vergogna è stata spazzata via da quell'ondata di piacere sconosciuto che le sto pompando nelle vene.
Il suo respiro diventa corto, disperato. Inizia a muovere il bacino contro il materasso, in modo goffo, spinta da un istinto primordiale che non sa più reprimere. Poi, improvvisamente, sento le sue mani scivolare verso il basso.
Sotto il lenzuolo, con un movimento frettoloso e tremante, Anna aggancia l'elastico dei suoi slip. Se li sfila lungo i fianchi, spingendoli giù per le gambe fino a calciarli via con i talloni in fondo al letto. È completamente nuda sotto di me, esposta e bollente.
Allunga le mani e mi afferra i capelli, tirandomi leggermente verso di sé. I suoi occhi neri brillano nel buio, dilatati, selvaggi.
"Inizia," mi ordina, o meglio, mi supplica, la voce spezzata a metà. "Inizia, Gio. Ti prego, fammi impazzire."
Non me lo faccio ripetere.
Mi sposto sopra di lei, incastrando il mio bacino contro la sua coscia nuda, schiacciandola a pancia in su contro il materasso. Senza staccare gli occhi dai suoi, abbasso il viso sul suo petto e le prendo un capezzolo tra le labbra. Lo succhio con avidità, passandoci sopra la lingua, bagnandole la pelle calda mentre con la mano le stringo l'altro seno.
Anna butta la testa all'indietro, affondandola nel cuscino, e lascia uscire un gemito altissimo che è costretta a soffocare mordendosi il dorso della mano.
Allo stesso tempo, la mia mano destra scivola verso il basso. Rispetto la regola: niente dita. Stringo il piccolo vibratore liscio nel pugno. Il mio pollice scatta sul pulsante di accensione e un ronzio sordo, basso e potente riempie il silenzio della stanza.
Apro le sue cosce con una leggera pressione del ginocchio. Lei cede all'istante, spalancandosi per me. Scivolo tra le sue gambe con la mano e premo la testina vibrante esattamente al centro della sua intimità umida e pulsante.
"Ahhhh!"
Anna si inarca come se avesse preso la scossa. Le vibrazioni intense la colpiscono dritta al centro del suo piacere mai esplorato, mentre la mia bocca continua a divorarle il seno senza pietà. I suoi fianchi scattano verso l'alto, cercando disperatamente il contatto contro la plastica vibrante, mentre le sue unghie mi si piantano con violenza nelle spalle.
Il corto circuito è totale. L'ho appena spinta oltre il limite, e lo spettacolo della sua resa assoluta è la cosa più erotica e devastante a cui abbia mai assistito
La tensione nella stanza è un filo spinato che si tende fino a spezzarsi.
Il ronzio sordo del vibratore vibra contro il palmo della mia mano, ma la mia attenzione è tutta sulla reazione di Anna. Non ha mai provato niente del genere. È una tela bianca, e io la sto letteralmente inondando di sensazioni che il suo cervello non sa come processare.
"Ah... Gio... cazzo..." piagnucola, la voce rotta, muovendo il bacino in modo frenetico.
Aumento la pressione della plastica liscia contro di lei, accendendo il ritmo. Allo stesso tempo, la mia bocca non le dà tregua. Passo da un seno all'altro, bagnando la sua pelle calda, succhiando i capezzoli turgidi mentre con le mani impasto le sue forme pesanti e abbondanti. La stringo con una foga calcolata, lasciandole i segni leggeri dei polpastrelli sulla pelle chiara.
In questo vortice di piacere sconosciuto, le difese di Anna crollano del tutto. La sento cercare disperatamente un appiglio emotivo. Le sue dita mi scivolano tra i capelli, cercando di tirarmi su, di cercare il mio viso nel buio. Vuole un abbraccio vero, vuole incrociare il mio sguardo, cerca una dolcezza che giustifichi quello che stiamo facendo.
Ma io sono fottutamente concentrato. Il mio respiro è pesante, i miei movimenti sono pratici, precisi, spietati. Non sono qui per fare l'innamorato. Sono qui per spaccare la sua finta perfezione e dimostrarle chi ha il controllo. La tengo schiacciata, ignorando le sue dita che cercano il mio viso, continuando a divorarle il seno e a tormentarla sotto le lenzuola.
"Gio... ti prego... sto per..." ansima, la schiena inarcata al massimo, il petto nudo e madido di sudore che si solleva quasi a cercare la mia bocca.
"Lascialo andare," le ordino a fior di labbra, afferrandole entrambi i seni e stringendoli con decisione.
L'esplosione è devastante.
Venti anni di repressione, di finta perfezione e di controllo si sbriciolano in un secondo. Anna lancia un grido acuto, soffocandolo all'istante contro la sua stessa spalla. I muscoli delle sue cosce scattano, stringendosi come una morsa attorno al mio ginocchio. Trema da capo a piedi, scossa da un orgasmo di un'intensità inaudita che le svuota i polmoni e le fa inarcare la schiena come un arco teso, mentre le sue unghie mi graffiano la schiena nuda.
Resto a guardarla mentre le onde del piacere la travolgono, il petto che si alza e si abbassa freneticamente. Ma l'istinto predatorio prende il sopravvento. Invece di spegnere il piccolo aggeggio di plastica e lasciarla riprendere fiato, mantengo la pressione, stuzzicandola ancora.
"È più bello se continuiamo adesso che sei sensibile," le sussurro all'orecchio, spietato, tornando con la bocca sulla curva abbondante del suo seno.
Ma ho fatto male i calcoli. L'ipersensibilità del post-orgasmo la colpisce come una scossa elettrica.
"No! Ah... fermati, cazzo!" strilla a mezza voce. Si ribella all'istante. Mi spinge via le spalle con entrambe le mani, divincolandosi con forza per allontanarsi dalla vibrazione che ora le risulta insopportabile. "Basta, Gio, basta! Fa male!"
Spengo il vibratore e mi ritiro, mettendomi seduto sul materasso, il respiro pesante.
Anna è stravolta. Ansima nel buio, gli occhi chiusi, cercando di calmare i battiti del cuore. Poi, in un gesto di una vulnerabilità disarmante, scivola sul fianco e si accoccola contro il mio fianco. Appoggia la guancia calda contro il mio addome sudato, circondandomi la vita con un braccio. È indifesa, nuda, svuotata di ogni arroganza. Cerca rifugio. Cerca un momento di intimità, l'illusione che questo non sia stato solo un fottuto gioco di potere.
Ma il mio sangue pulsa ancora nelle vene a una velocità folle. L'erezione intrappolata nei miei boxer è dolorosa. Ho appena fatto crollare la sua fortezza, ma la mia fame non è nemmeno lontanamente saziata.
Invece di accarezzarle i capelli, mi scosto. La sua mano cade dal mio fianco.
Mi alzo dal letto e mi metto in piedi in mezzo allo stretto corridoio che divide i nostri materassi. Lei sbatte le palpebre nel buio, confusa dalla mia freddezza improvvisa.
"Beh," mormoro, la voce bassa, pratica, indicando in modo esplicito il rigonfiamento teso e pulsante contro il tessuto scuro dei miei boxer. "Visto che tu hai risolto... ti andrebbe di provare a fare qualcosa anche per me, adesso? Magari impari in fretta."
Il silenzio nella stanza diventa di ghiaccio.
Vedo la delusione, cruda e tagliente, attraversarle il viso prima che l'orgoglio ferito la trasformi in rabbia. Anna si rende conto in un istante di cosa è appena successo: le ho dato l'orgasmo più intenso della sua vita, ma ai miei occhi è stata solo una transazione. Un modo per piegarla.
Afferra il lenzuolo con un gesto secco e se lo tira fin sopra il petto nudo, coprendosi quelle forme che fino a un minuto prima mi stava implorando di toccare.
"Scordatelo," sibila, la voce carica di un disprezzo che nasconde a malapena la ferita. "Fai schifo. Rimettiti nel tuo fottuto letto."
Non insisto. So di aver tirato troppo la corda. Alzo le mani in finta resa e faccio un passo indietro verso il mio materasso.
"Come vuoi, principessa," le rispondo con un sorriso amaro.
Mi sporgo di nuovo verso di lei, appoggiando un ginocchio sul bordo del suo letto. Anna mi guarda. Le sue labbra si dischiudono leggermente, gli occhi le si chiudono in automatico, le ciglia che tremano. Pensa che stia per chiederle scusa. Pensa che stia per darle il bacio della buonanotte, quel momento di tenerezza finale per addolcire la pillola amara della sua prima volta.
Ma il bacio non arriva.
Infilo bruscamente le mani sotto il bordo del suo lenzuolo. Le afferro entrambi i seni nudi a mani piene. La carne morbida riempie i miei palmi, e li stringo con un'intensità possessiva, rude, senza un briciolo di romanticismo. Sento il suo respiro bloccarsi in gola per la sorpresa e il disappunto.
Li impasto un'ultima, fottuta volta, marchiando il territorio.
"Buonanotte," le sussurro a un palmo dal viso, la voce gelida e carica di lussuria.
Lascio la presa, mi volto e mi butto sul mio letto, dandole le spalle e lasciandola sola nel buio, con il petto indolenzito, il corpo ancora scosso dal piacere e la mente che brucia di delusione.
Generi
Argomenti