La Mia Odiosa Gemella Tettona

Capitolo 4 - lavando le tettone della sorellina

Alessia
12 hours ago

Il sole di mezzogiorno picchia sulla sabbia rovente, ma io ho il ghiaccio nelle vene. Un fottuto blocco di ghiaccio misto a catrame che mi sta avvelenando dall'interno.

Siamo sotto i nostri ombrelloni. Giusy ha già fatto amicizia con un gruppo di ragazzi del lido accanto e sta starnazzando in acqua, lasciando noi quattro in un fottuto girone infernale di sguardi e silenzi.

Il mio sguardo è fisso sul lettino a due metri dal mio. È un'ossessione malata, viscerale, morbosa. Non riesco a guardare da nessun'altra parte.

Anna e Gigi sono incollati. Lui è sdraiato a pancia in su, e lei gli è praticamente mezza sopra, la testa appoggiata al suo petto nudo. Gigi le accarezza la coscia con una lentezza possessiva, le dita che scivolano sotto il bordo di quel micro-bikini nero, per poi risalire e tracciarle il contorno del fianco. Ogni volta che la tocca, ogni volta che si china a baciarle la spalla o il collo, la mia mascella scatta. Sento un istinto violento, primordiale, che mi spinge ad alzarmi, prendere quel bastardo per la gola e affogarlo in due spanne d'acqua.

Anna non mi guarda mai. Fissa il vuoto oltre la spalla di Gigi. È una bambola di pezza, passiva ma consenziente. Me l'ha detto in faccia stanotte: se l'è scopato. E ora lo lascia fare, sapendo perfettamente che io sto guardando ogni singolo fottuto movimento. Il mio sabotaggio mi si è ritorto contro, disintegrandomi.

"Se stringi quel bicchiere ancora un po', ti esplode in mano e mi riempi di schegge," mormora Miriam, sdraiata sul lettino di fianco al mio.

Mi giro verso di lei, costringendo i miei muscoli a rilassarsi. Indossa un bikini verde smeraldo che contrasta con la sua pelle scura. Devo reagire. Se Anna vuole giocare a chi si fa più male, non mi tirerò indietro.

"Tranquilla, Miri," le rispondo, allargando le labbra in un sorriso sfrontato che non mi arriva agli occhi. Allungo una mano e le accarezzo la coscia nuda, calda di sole, tracciando linee invisibili con i polpastrelli. "Non ti farei mai del male."

Miriam sorride, maliziosa. Si gira sul fianco verso di me, ignorando platealmente lo spettacolo pietoso di mia sorella e Gigi, e iniziamo a scherzare. Rido alle sue battute a voce un po' troppo alta. Le sfioro i fianchi, le passo la crema sulle spalle indugiando sui laccetti del costume, le mordo il labbro inferiore quando mi si avvicina per sussurrarmi qualcosa all'orecchio. Faccio il teatrino perfetto, ma dentro sto letteralmente schiattando.

Subito dopo il pranzo frugale al bar della spiaggia, la situazione diventa insostenibile.

"Noi restiamo un altro po' qui a prendere il sole," annuncia Gigi, baciando la nuca di Anna, che annuisce in silenzio, appoggiandosi di nuovo a lui sul lettino. I piccioncini vogliono amoreggiare.

Miriam si alza, scrollandosi la sabbia dalle gambe perfette. Si infila un prendisole trasparente e mi lancia un'occhiata liquida, inequivocabile.

"Ehi, Gio," sussurra, chinandosi verso di me in modo che gli altri due non sentano. Il suo profumo mi inonda. "Se questi due restano qui a fare i romantici... a casa mia non c'è nessuno. I miei sono fuori in barca fino a stasera."

Il mio sguardo scatta un'ultima volta verso Anna. La mano di Gigi le sta accarezzando il sedere. Sento il sangue pulsarmi nelle tempie.

"Andiamo," ringhio.

Poco dopo.

La camera di Miriam è in penombra, le tapparelle abbassate contro il sole cocente del primo pomeriggio. Ma qui dentro fa ancora più caldo che in spiaggia.

Sono in ginocchio sul pavimento, ai piedi del suo letto matrimoniale sfatto.

Miriam è sdraiata sulla schiena, posizionata esattamente sul bordo del materasso. È completamente nuda. Le sue gambe sono spalancate, i polpacci appoggiati sulle mie spalle, spingendola contro il mio viso. Il profumo del mare sulla sua pelle si è mescolato a quello pungente e dolciastro della sua eccitazione.

Affondo il viso in mezzo alle sue cosce, divorandola.

Non c'è niente di dolce o romantico in quello che sto facendo. È un attacco frontale, famelico, disperato. La mia bocca è un incendio contro la sua intimità fradicia. Uso la lingua con un ritmo spietato, largo e profondo, assaporando ogni goccia del suo calore umido. Le mie mani le afferrano i glutei, impastando la carne soda, sollevandole il bacino per spingerla ancora di più contro la mia bocca, non lasciandole via di scampo.

"Ah... Gio... cazzo!" urla Miriam, la voce roca che rimbomba nella stanza vuota.

Getta la testa all'indietro contro i cuscini, inarcando la schiena come un arco in tensione. I suoi seni perfetti sussultano a ogni mio movimento. In un impeto di pura lussuria, allunga le braccia e mi afferra i capelli. Intreccia le dita tra le mie ciocche e tira con forza, trattenendo il mio viso esattamente dove lo vuole, dettando il ritmo.

"Così... fottutamente perfetto... ah!" geme come una pazza, divincolandosi contro la mia bocca.

Cerco di perdermi in lei. Cerco di usare il suo sapore, il suono dei suoi gemiti sguaiati e la sensazione dei suoi muscoli che tremano contro le mie guance per anestetizzare il mio cervello. Ma è inutile.

Mentre la mia lingua lavora senza sosta sul suo clitoride turgido, facendole tremare le gambe, la mia mente proietta in loop l'immagine di Anna. Anna nel buio della macchina di Gigi. Le mani di quel bastardo sulla sua pelle. La mia principessa, la mia ossessione, che si fa sfondare da un altro solo per punirmi. La rabbia mi sale in gola, rendendo i miei movimenti su Miriam ancora più aggressivi, più intensi, come se potessi cancellare l'onta di mia sorella infliggendo piacere a un'altra.

Sento i muscoli delle cosce di Miriam contrarsi violentemente. Sta per cedere, ma io rallento all'improvviso, sfiorandola appena con la punta della lingua, torturandola.

"Non fermarti!" strilla lei, strattonandomi i capelli con rabbia, ansimando pesantemente, gli occhi scuri ridotti a fessure. "Gio, cazzo... per farti perdonare di quanto mi hai lasciata bagnata ieri in quel bagno, me la devi leccare per quattro fottute ore. Hai capito?! Non ti azzardare a fermarti!"

Il comando sfacciato e pornografico mi fa sorridere contro la sua pelle bagnata.

"Come vuoi tu, Miri," le ringhio contro l'interno coscia, prima di morderle leggermente la carne sensibile.

Poi torno ad affondare il viso in lei, riprendendo a torturarla con la lingua e con le labbra. Non mi fermerò. Mi ubriacherò di questo schifo, di questo piacere finto, finché l'immagine di mia sorella e di Gigi non mi lascerà in pace. Anche se so benissimo che non succederà mai.

La camera di Miriam è un fottuto forno. L'aria è satura, pesante, carica dell'odore pungente del nostro sudore e del sapore salato della sua pelle.

un ritmo serrato, spietato, affondando contro il suo centro ipersensibile. Le mani di Miriam sono aggrappate ai miei capelli, tirandomi con una forza disperata, tenendomi schiacciato contro di lei mentre il suo bacino scatta verso l'alto a ogni mia singola mossa. È fradicia di sudore, la pelle scura che brilla nella penombra della stanza.

"Così... ah, cazzo, Gio, non ti azzardare a rallentare!" ansima, la voce incrinata, graffiante.

Alzo il ritmo. Uso le labbra, uso il respiro caldo, la divoro letteralmente, sfogando tutta la rabbia cieca che mi sta corrodendo lo stomaco. Immagino di poter cancellare la faccia di Gigi, di poter spazzare via l'umiliazione di stanotte facendola urlare fino a farle perdere la voce.

I muscoli delle sue cosce, premuti contro le mie spalle, si tendono come corde di violino. Miriam trattiene il fiato, il petto nudo e madido che si inarca in modo innaturale. Poi, l'esplosione.

Un grido acuto, liberatorio, le squarcia la gola.

"Gio!"

Le sue unghie mi graffiano la nuca mentre l'orgasmo la travolge con una violenza che la fa tremare da capo a piedi. La sento stringersi contro la mia bocca, scossa da spasmi intensi e prolungati. Continuo a torturarla dolcemente finché l'ultima onda di piacere non la abbandona, lasciandola svuotata e ansimante contro le lenzuola stropicciate.

Mi tiro su, col fiato corto, i polmoni che bruciano. Mi lascio cadere di peso sul materasso, di fianco a lei.

Miriam si gira subito verso di me. È un groviglio di capelli scuri e pelle bollente. Si accoccola contro il mio fianco, appoggiando il seno nudo e sudata contro le mie costole, e mi fa scivolare una mano pigra sul petto, cercando il mio battito cardiaco che è ancora a mille.

"Mio dio," mormora, la voce ridotta a un filo roco, sorridendo a occhi chiusi. "Sei ancora meglio di come ti ricordavo."

"E io che pensavo di essere fuori allenamento," ribatto, abbozzando un sorriso, passandole un braccio intorno alle spalle per tirarla più vicina. L'attrito dei nostri corpi sudati è una sensazione fottutamente intima.

Restiamo in silenzio per qualche minuto, cercando di far scendere i battiti. Poi Miriam si mette a ridere sotto i baffi, una risatina bassa che le fa vibrare il petto contro il mio.

"Che c'è?" le chiedo, guardando il soffitto.

"Pensavo a Giusy," risponde, alzando il viso per guardarmi. I suoi occhi neri brillano di una malizia irriverente. "Siamo dei bastardi, Gio. L'abbiamo mollata in spiaggia da sola a fare il quinto incomodo tra i due piccioncini, mentre noi siamo qui a fare i maiali nel mio letto. Fa sempre questa fine."

"Vero," rido anch'io, l'immagine di Giusy che sbraita contro tutti che mi fa allentare la tensione per un secondo. "La prossima volta dovremmo includerla. Almeno non si sente tagliata fuori."

L'ho buttata lì come una stronzata, ma Miriam si appoggia sui gomiti, sporgendosi sul mio petto. Non ride più. Mi fissa con un'espressione indecifrabile, passandosi la lingua sulle labbra lucide.

"Sai," mormora, accarezzandomi la linea degli addominali con l'unghia dell'indice, scendendo pericolosamente verso il basso. "Non provocarmi su queste cose. Ha un bel corpo, e non è per niente timida. Potrei prenderla in considerazione sul serio."

La guardo, sorpreso dalla sua sfacciataggine. "Sei fuori di testa, Miri."

"Forse," sussurra lei, avvicinandosi fino a sfiorarmi la bocca. "Ma ora basta parlare degli altri."

Con un movimento fluido, si scosta da me e si allunga verso il cassetto del comodino. Lo apre e tira fuori un quadratino argentato. Me lo sbatte letteralmente sul petto sudato, gli occhi neri che bruciano di una fame che il suo orgasmo di prima non ha minimamente saziato.

"Dai," mi ordina, la voce che torna a farsi graffiante. "Mettiti sto cazzo di preservativo e scopami."

Il mio sangue riprende a pompare con una ferocia inaudita.

Strappo l'involucro argentato coi denti. Miriam non aspetta nemmeno che io finisca. Si gira di scatto, puntando le ginocchia e i gomiti sul materasso sfatto. Inarca la schiena, offrendomi la visuale perfetta della sua intimità e dei suoi glutei sodi, voltandomi le spalle in una sottomissione sfacciata e animale che mi manda in corto circuito il cervello.

Le mani mi tremano leggermente per la fretta mentre srotolo il lattice sulla mia erezione dolorante. Non c'è dolcezza, non c'è più spazio per i preliminari.

Mi piazzo in ginocchio dietro di lei. Le afferro i fianchi con entrambe le mani, stringendo la carne scura con una foga possessiva, posizionandomi contro il suo calore umido.

"Tieniti forte," le ringhio all'orecchio.

Spingo i fianchi in avanti con uno scatto secco, implacabile.

L'impatto è violento. Miriam lancia un gemito strozzato, un misto di dolore acuto e piacere puro, mentre affonda la faccia nel cuscino per non urlare a pieni polmoni. Inizio a muovermi subito, spinto da una forza bruta, martellando contro di lei con un ritmo forsennato. I nostri corpi sbattono l'uno contro l'altro, pelle sudata contro pelle sudata, in uno scontro carnale in cui sto disperatamente cercando di affogare ogni singolo pensiero su Anna.

Il rumore sordo della mia pelle sudata che sbatte contro la sua riempie la penombra della stanza, coprendo perfino il ronzio del condizionatore

È pura, cruda meccanica mista a rabbia.

Le mie mani scivolano dai suoi fianchi e si ancorano ai suoi glutei. Stringo la carne scura e soda a mani piene, affondando i polpastrelli, usandola come leva per tirarmi il suo bacino contro e spingermi ancora più a fondo. La sensazione di lei, quella morsa bollente, umida e implacabilmente stretta che mi avvolge a ogni affondo, mi manda il cervello in corto circuito. È come se le sue pareti si contraessero apposta per succhiarmi via l'anima e ogni fottuto pensiero.

"Mio dio, Gio... sì!" urla Miriam. Le sue mani sono aggrappate alle lenzuola stropicciate, le nocche bianche per lo sforzo di non crollare in avanti. Inarca la schiena fino a farsi male, spingendo il sedere contro di me per assecondare la mia violenza. "Di più! Cazzo, spingi più forte!"

La sua teatralità, il modo sfacciato, quasi pornografico in cui esige di essere presa, è la droga esatta di cui ho bisogno in questo momento.

"Vuoi che spinga?" le ringhio all'orecchio, il respiro pesante che le brucia la pelle del collo.

"Sfondami," ansima lei, voltando appena il viso madido di sudore per lanciarmi un'occhiata selvaggia da sopra la spalla. "Fammi dimenticare come ci si chiama."

Non me lo faccio ripetere.

Aumento il ritmo, trasformando ogni spinta in un colpo brutale, disperato. Il vecchio letto matrimoniale inizia a cigolare in modo disastroso. La testiera di legno sbatte ritmicamente contro il muro della stanza: bam, bam, bam. Un rumore osceno che fa da metronomo alla nostra foga.

Più la sento gemere, più mi eccito. Più urla, più la stringo, marchiandole i fianchi con le mie dita. Sto cercando di distruggerla fisicamente, di portarla a un punto di rottura tale da spegnere il fuoco che ho nello stomaco. Chiudo gli occhi, i denti stretti in una smorfia, e per un fottuto istante non c'è più la spiaggia, non c'è più Gigi, non c'è più Anna. C'è solo l'attrito bruciante, il sudore che mi cola sulla fronte e il corpo di Miriam che si piega e si adatta alla mia furia.

"Ah! Gio, così... mi stai distruggendo!" geme lei, la voce che si spezza in un pianto di puro piacere, la testa che le cade in avanti, abbandonata contro il materasso. "Non fermarti... sto per... ah!"

I suoi muscoli si stringono attorno a me come una tagliola. Un'altra ondata di spasmi la travolge, facendola tremare in modo incontrollabile contro il mio bacino.

Ma io non ho ancora finito. L'idea di sfinirla mi manda su di giri. La tengo ferma per i fianchi, bloccandola contro il materasso, e continuo a martellare con una foga cieca, cavalcando l'onda del suo orgasmo, succhiando via ogni singola stilla del suo piacere, fino a quando la mia stessa tensione non arriva al punto di rottura, esplodendo in un climax che mi svuota i polmoni e mi annebbia la vista.

Mi lascio scivolare di lato, atterrando pesantemente sul materasso sfatto. L'aria nella stanza è densa, quasi irrespirabile. Miriam non perde un secondo: si gira sul fianco e si rannicchia contro di me. Incolla il suo corpo nudo, caldo e fradicio di sudore contro il mio fianco.

È una sensazione fottutamente appiccicosa, ma in questo momento è l'unico anestetico che mi tiene a galla.

Le passo un braccio sotto il collo, attirandola ancora di più. Sento il peso morbido del suo seno schiacciato contro il mio addome e il suo respiro irregolare che mi solletica la clavicola. Miriam chiude gli occhi, lasciandosi scappare un sospiro soddisfatto. Le mie dita riprendono a muoversi da sole, tracciando linee pigre e sensuali lungo la sua spina dorsale, scivolando giù fino alla curva umida dei suoi glutei nudi.

"Sei un animale, Gio," mormora lei, la voce impastata e pigra. Solleva leggermente il viso e mi lascia un bacio umido sul petto, la lingua che sfiora la mia pelle salata. "Credo che non riuscirò a camminare dritto per due giorni."

"Te l'avevo detto di non provocarmi," le sussurro, inclinando la testa per morderle dolcemente il lobo dell'orecchio, facendola rabbrividire nonostante i quaranta gradi della stanza. Le stringo appena la coscia, godendomi il calore del suo corpo che reagisce ancora al mio tocco.

Siamo una massa di membra aggrovigliate, sudore e lenzuola stropicciate. Per un attimo, l'illusione di aver spento il cervello sembra reggere.

Poi, un ronzio metallico e insistente distrugge il silenzio.

Il telefono di Miriam vibra sul comodino, illuminando la penombra.

Lei sbuffa, contrariata dall'interruzione. Si allunga per prenderlo, strusciando i seni nudi contro il mio petto in un movimento che mi fa trattenere il fiato. Sblocca lo schermo. La luce azzurra le illumina il viso stanco ma appagato.

"Oh," mormora, scorrendo un messaggio. "A quanto pare i miei hanno deciso di ancorare la barca a largo e restare a dormire fuori stanotte."

"Buon per noi," rispondo, accarezzandole il fianco, pronto a tirarla di nuovo giù sul materasso. "Casa libera fino a domani."

"Sì, ma aspetta..." Miriam corruga la fronte, leggendo il resto della chat di gruppo. "È tua sorella. Dice che visto che ho casa libera, lei e Gigi hanno pensato che potremmo cenare tutti qui stasera. Spaghettata di gruppo e vodka."

Il mio braccio si irrigidisce all'istante sotto la sua nuca.

L'anestetico svanisce in un millesimo di secondo, sostituito da una fiammata di puro, velenoso fastidio. Anna. Quella stronza non riesce a stare al suo posto. Si è scopata Gigi, mi ha sbattuto la cosa in faccia per distruggermi, e ora... ora invade l'unico fottuto posto in cui ero venuto a cercare riparo. Vuole portarmi il suo trofeo sotto il naso, vuole sbattermi in faccia Gigi mentre mangiamo allo stesso tavolo, facendomi impazzire nel territorio della mia migliore amica. È un calcolo spietato.

"Che palle," sibilo, ritirando la mano dal suo fianco, la mascella che si contrae dolorosamente. "Dille di no. Dille che siamo stanchi."

"Ma sei pazzo? A me va benissimo!" ribatte Miriam, sedendosi sul letto, improvvisamente piena di energia. La canottiera è ancora sul pavimento, ma non fa niente per coprirsi. Si tira indietro i capelli scuri con entrambe le mani, sorridendo. "Adoro cucinare per tutti quando non ci sono i miei a rompere. E poi ho già la vodka pronta. Sarà divertente."

La guardo, frustrato. Lei non sa niente. Non sa della guerra, non sa del buco nero che ho nello stomaco. Vede solo una serata tra amici.

"Come ti pare," borbotto, passandomi una mano pesante sul viso.

Resto sul suo letto per un'altra mezz'ora. La stringo, me la tiro addosso, le bacio il collo e le lascio accarezzare il mio corpo sudato in un groviglio di coccole viscose ed esplicite, cercando disperatamente di assorbire ancora un po' del suo calore per blindarmi contro quello che mi aspetta.

Ma la magia è finita. La mia testa è già a quella cazzo di cena.

Alla fine, mi alzo dal materasso con una lentezza rassegnata. Recupero i miei boxer e i bermuda dal pavimento, rivestendomi sotto lo sguardo pigro e malizioso di Miriam, che mi fissa da sotto le lenzuola.

"Vado a casa a farmi una doccia e a cambiarmi," le dico, chinandomi per darle un ultimo bacio sfuggente sulle labbra. "Ci vediamo dopo."

Esco dalla sua stanza, mi chiudo la porta d'ingresso alle spalle e mi ritrovo sotto il sole cocente del tardo pomeriggio.

Cammino verso casa mia con i pugni stretti nelle tasche, il sapore di Miriam ancora sulla lingua e un odio viscerale che mi brucia lo stomaco. La principessa vuole la guerra a cena? E allora le darò uno spettacolo che non dimenticherà.

Apro la porta di casa e vengo accolto dal silenzio. I nostri genitori devono essere in giardino o a fare la spesa.

Salgo le scale due a due, la mente ancora annebbiata dalla stanchezza e dal calore della camera di Miriam. Ma quando arrivo in cima, sento il rumore scrosciante dell'acqua provenire dal nostro bagno. La porta è accostata. Uno spiraglio di vapore caldo filtra nel corridoio, portando con sé il profumo dolce della vaniglia.

Mi fermo sulla soglia e spingo il legno con due dita.

Anna è lì. È di spalle, sotto il getto della doccia. L'acqua le scorre sui capelli scuri, scivolando lungo la linea dritta della schiena, accarezzando la curva perfetta dei fianchi e le gambe toniche. È una visione che mi azzera la salivazione in un fottuto istante. Il sesso con Miriam di un'ora fa sembra evaporato, cancellato dal mio sistema nervoso come se non fosse mai successo. La mia reazione è immediata, dolorosa, prepotente.

Non ci penso. L'istinto divora la ragione.

Mi sfilo la maglietta in un gesto fluido. Calo i bermuda e i boxer, calciandoli via sul pavimento bagnato. Apro l'anta di vetro del box doccia e, senza fare il minimo rumore, mi infilo sotto il getto d'acqua bollente.

Azzero lo spazio tra noi. Mi appoggio a lei da dietro, premendo il mio petto nudo contro la sua schiena bagnata. Il mio corpo teso, duro e pulsante di desiderio, si incastra perfettamente contro i suoi glutei. Allo stesso tempo, faccio scivolare le braccia in avanti e le afferro i seni a mani piene. Li stringo, impastando quella carne morbida e pesante, resa scivolosa dall'acqua, con una foga possessiva che non riesco a frenare.

"Posso fare la doccia con te?" le sussurro all'orecchio, la voce ridotta a un graffio roco.

Anna ha un sussulto violento. Le scappa un piccolo fiato spezzato per lo spavento, i muscoli che le si contraggono di scatto sotto le mie mani. Mi aspetto che urli, che mi tiri uno schiaffo, che mi sbatta fuori dal box doccia ricordandomi la sua fottuta vendetta con Gigi.

Ma la principessa mi spiazza di nuovo.

Invece di lottare, abbassa le spalle. La tensione defluisce dal suo corpo, lasciando il posto a una resa inaspettata.

"Fai come vuoi," mormora. La voce è fredda, rassegnata, ma c'è un'incrinatura dolce sotto la superficie, un'eccitazione repressa che la fa appoggiare impercettibilmente contro il mio petto.

Non me lo faccio ripetere. Inizio a baciarle il collo bagnato, le mani che continuano a tormentare i suoi seni e a stuzzicare i capezzoli turgidi. Mi struscio contro di lei, assecondando il bisogno fisico di sentirla mia, di cancellare le impronte di Gigi dalla sua pelle.

Ma proprio quando il calore tra noi inizia a fondere il vetro della doccia, lei alza una mano e ferma la mia.

"Ehi," mormora, girando appena il viso di lato, i capelli bagnati che le coprono metà del profilo. "Se devi fare così... prendi il bagnoschiuma e lavami."

Resto interdetto per una frazione di secondo. Ha cambiato personaggio. Non è più la stronza arrogante, non è più la kamikaze di stanotte. In questo momento, coperta dall'acqua, sembra solo una ragazza fragile che mi sta chiedendo di prendermi cura di lei.

Allungo un braccio, prendo il flacone di bagnoschiuma alla vaniglia e ne verso una quantità generosa sui palmi.

Inizio a lavarla. Le mie mani, lisce e insaponate, scivolano sul suo corpo con una lentezza esasperante, sensuale. Parto dalle clavicole, accarezzando il collo, per poi scendere sulle curve abbondanti del seno. Le insapono il petto indugiando sui contorni, massaggiandola con una dolcezza che contrasta con la durezza del mio corpo premuto contro la sua schiena. Scivolo sul ventre piatto, sui fianchi, seguendo la linea delle sue cosce con tocchi decisi e fottutamente espliciti.

Eppure... mentre la schiuma ci copre e io mi eccito fino a perdere la testa, mi rendo conto che c'è qualcosa di stonato.

Anna si lascia toccare, si lascia lavare, ma è passiva. Non inarca la schiena cercando il mio contatto come faceva l'altra notte. Non emette un suono. Le sue mani sono appoggiate mollemente contro le piastrelle fredde. Fissa il getto dell'acqua con uno sguardo spento, vuoto.

Il mio bacino spinge contro di lei in una chiara muta richiesta, ma la sua passività mi frena. È sconsolata. C'è una tristezza sorda, una delusione profonda che le grava sulle spalle e che sta inquinando il nostro momento.

Mi fermo, le mani ancora sporche di schiuma appoggiate sui suoi fianchi.

"Che hai?" le chiedo, abbassando la voce, il respiro caldo contro la sua nuca. "Dove sei, Anna?"

Lei mi ignora, non risponde.

La tensione sotto il getto d'acqua bollente cambia forma, trasformandosi da lussuria in qualcosa di molto più scuro e viscerale.

Le mie mani insaponate stanno scivolando lungo i suoi fianchi, accarezzando la pelle ambrata, quando i miei polpastrelli sfiorano qualcosa di diverso. Un piccolo avvallamento teso. L'acqua lava via la schiuma alla vaniglia per un secondo, rivelando un'ombra scura, violacea, proprio sull'osso del bacino, vicino all'inguine. Un livido.

Il mio cervello si congela.

"Cos'è questo?" la voce mi esce bassa, pericolosa.

Fermo le mani. La giro a metà verso di me, afferrandola per i fianchi con una forza che non ha più niente di sensuale. Il mio sguardo è incollato a quel segno scuro sulla sua pelle perfetta. L'ossessione tossica e l'istinto protettivo primordiale da fratello si fondono in una miscela esplosiva. Quel bastardo le ha fatto male. L'ha presa con violenza, o forse l'ha forzata sul sedile di quella fottuta macchina.

"Chi cazzo ti ha fatto questo, Anna?" ringhio, alzando gli occhi sui suoi. Le vene del collo mi pulsano. "È stato lui?"

Anna sgrana gli occhi, sorpresa dalla mia furia improvvisa. Cerca di coprirsi il fianco con la mano, visibilmente confusa e messa all'angolo.

"Non... non è niente," balbetta, la voce che trema sotto il rumore dell'acqua. "Ho sbattuto contro lo sportello stanotte. Lasciami."

"Non dirmi stronzate," le sibilo a un palmo dal viso, la mascella contratta fino a farmi male. "Se quel pezzo di merda ti ha messo le mani addosso in un modo che non—"

Ma non riesco a finire la frase.

Per zittirmi, per sviare disperatamente l'attenzione da quella ferita che le brucia l'orgoglio, Anna fa la mossa più fottutamente letale che potesse inventarsi.

La sua mano scivola fulminea verso il basso, fendendo l'acqua, e si chiude di scatto attorno alla mia erezione.

Un gemito gutturale mi viene strappato direttamente dalla gola. Chiudo gli occhi, sbattendo la nuca contro il vetro del box doccia.

La sua presa è stretta, bollente. Il bagnoschiuma alla vaniglia fa da lubrificante perfetto. Anna inizia a muovere la mano su e giù. Non ha l'esperienza fluida e calcolata di Miriam, i suoi movimenti sono leggermente slegati, inesperti, ma compensa questa mancanza con un'intensità rabbiosa, disperata. Stringe la carne tesa e accelera il ritmo con una foga che mi azzera i pensieri, mandando in corto circuito ogni singola cellula del mio corpo.

Il contrasto è devastante. La mia mente urla domande, vuole sapere cosa è successo in quella macchina, vuole uccidere Gigi... ma il mio corpo è totalmente alla sua mercé, schiavo della sua mano piccola e scivolosa che mi sta portando sull'orlo del baratro.

Apro gli occhi, il respiro che mi esce a scatti. Le afferro il mento con due dita, costringendola a guardarmi mentre continua a scorrere su di me, l'attrito che si fa sempre più insopportabile e perfetto.

"E il tuo fottuto Gigi?" la provoco, la voce spezzata, il petto che si alza e si abbassa freneticamente contro i suoi seni bagnati. "Che fai, principessa? Non ti facevo schifo?"

Anna non si ferma. Anzi. Sento le sue unghie sfiorarmi la base, stringendo la presa con una possessività che smentisce ogni sua parola. I suoi occhi neri, resi lucidi dall'acqua e dall'adrenalina, mi sfidano apertamente.

"Ma che dici," sibila, passandosi la lingua sulle labbra bagnate in un sorriso crudele e sarcastico, muovendosi con ancora più foga. "Tu mi fai schifo, Gio. Ti sto solo aiutando a lavarti, che cazzo credi."

La sfacciataggine di quella risposta, unita al calore della sua mano e al fatto che siamo nudi, sotto l'acqua, a fare a pezzi ogni limite morale che ci era rimasto... è la miscela più erotica che io abbia mai provato in vita mia.

"Stronza," rantolo, affondando una mano nei suoi capelli bagnati per tirarle indietro la testa, mentre lei continua il suo lavoro disperato per cancellarmi la lucidità, spingendomi sempre più vicino al limite in una doccia che è diventata un campo di battaglia.

Il suo sorriso si allarga, un ghigno da predatrice ferita che assapora la propria vendetta. "Non godere troppo," mi sibila, il respiro corto. "Sarebbe un peccato."

Non ha idea.

Lei accelera, i movimenti diventano convulsi, quasi arrabbiati. È inesperta, si capisce. La sua presa a volte è troppo secca, poi troppo morbida. Ma non frega un cazzo. L'acqua bollente che ci copre, lo strato di bagnoschiuma alla vaniglia che le ha reso la mano e la mia cazzo scivolose come l'olio, trasformano la sua goffaggine in una tortura deliziosa, irregolare, imprevedibile. È un handjob disperato, rabbioso, sporco, tutto quello che non dovrebbe essere e che per questo è fottutamente divino.

"Ehi," mi fa, notando la mia espressione distorta dal piacere. "Guardami."

Obbedisco. La fisso dritta negli occhi mentre il suo braccio si muove in un vortice di schiuma e desiderio. I suoi capelli neri, incollati al viso, le ciglia bagnate che tremano. È così fottutamente bella in questo momento di totale abiezione che mi fa male al petto. La mia altra mano, ancora libera, abbandona ogni ritegno. Torno a prenderle le tette, le affondo i polpastrelli in quella carne calda e scivolosa, le impasto con una forza che lascia dei segni bianchi sulla sua pelle ambrata prima che l'acqua li lavi via. Le afferro un capezzolo, lo torcendo tra le dita.

"Ah!" urla lei, un suono acuto che non è né dolore né puro piacere, ma un miscuglio fottutamente sbagliato di entrambi. La sua mano su di me, trema, la presa si fa più forte, quasi a volermi punire per quella stimolazione.

"Godi, eh, stronza?" le sussurro all'oreccio, le parole quasi spente dal rumore dell'acqua. "Godi mentre tuo fratello ti tocca le tette."

Lei stringe i denti, un muscolo che salta sulla mascella. "Stai zitto," mi ordina, ma la voce è un filo teso, carico di elettricità. "Solo... solo finisci."

"Finisci? Ma che cazzo dici, principessa," le rispondo, ridendo, un suono rauco che suona come un rantolo. "Abbiamo appena iniziato a sporcarci."

La mia mano scende ancora, abbandonando il seno per tracciare una linea bagnata lungo il suo ventre. Le dita scivolano tra le sue gambe, trovando la piega calda e liscia. Non la penetro, me lo proibisco. La accarezzo solo, le dita che si preme contro quel piccolo bottone nascosto, stimolandola con la stessa lentezza insopportabile con cui lei mi stava massaggiando prima.

"Ricordi questo?" le chiedo, la voce un bisbiglio malizioso.

le mie dita premono su quel nucleo di piacere e Anna sussulta come se l'avessi scossa da una scossa elettrica. Un gemito profondo le sfugge dalle labbra, un suono che non è più un ordine ma una supplica disperata. La mano che mi impugna il cazzo si contrae, un riflesso involontario, quasi doloroso nella sua intensità.

"Ehi," ansimo, le palpebre che si chiudono per un secondo. "Sei sicura di voler farmi... ah!... finire così?"

Riapro gli occhi e la vedo. Il suo viso è una maschera di desiderio e frustrazione, gli occhi neri come pozzi di pece che mi fissano sfidando, la bocca semiaperta, bagnata. Ha capito. Ha capito che le sto rubando il controllo, che la sto portando al limite insieme a me.

"Non sei tu," ringhia lei, la voce carica di una rabbia che nasconde una paura fottutamente eccitante. "Sono io."

E poi inizia.

La sua mano si trasforma in un fottuto macchinario del piacere. Non ha più ritmo, ha solo frenesia. Una violenza erotica, una furia che cerca di spingermi oltre il limite prima che io possa portarla con me. Il bagnoschiuma la fa scivolare su e giù per la mia asta con un suono schiumoso, sporco, che si mescola al rantolo del mio respiro e al rombo dell'acqua. La sua presa è così fottutamente stretta che il mio cazzo pulsa, le vene che sembrano sul punto di esplodere.

"Anna... stronza..." sibil tra i denti, la schiena che si inarca mentre lei continua a impastarmi le palle con l'altra mano, una mossa che non mi aspettavo, che mi azzera ogni difesa. "vorrei Fotterti... Dio..."

Mi guarda godere, becca ogni mio sussulto, ogni mio gemito. Ne trae linfa. Si avvicina, il suo respiro caldo contro il mio petto, e mi sussurra all'orecchio una frase che mi spacca in due.

"Non sei tu," ripete, ma questa volta la voce è un filo di seta bagnata, un respiro rotto dal desiderio che si confonde con il mio. "Sono io."

È lei.

La sua mano diventa un vortice. L'acqua che ci avvolge sembra bollire. La schiuma la copre, le sue tette rimbalzano sotto il getto mentre il suo braccio si muove senza sosta. Non riesco più a parlare, riesco solo a gemere, a urlare il suo nome mentre sento il calore che mi sale dalle palle, un'onda rovente che si raccoglie alla base della schiena.

"Anna... Anna... Anna...sorellina!"

La sento stringere ancora di più, un ultimo, fottuto colpo di grazia che mi fa perdere la cognizione di tutto.

Il mondo scompare.

L'acqua, il vapore, il rumore. Tutto si dissolve in un alone bianco.

E poi esplodo.

Non è una sborrata, è un'eruzione vulcanica.

Il primo getto è così potente che mi piega in due, un gemito strappato dalle viscere. Sento il liquido caldo schizzare contro il suo ventre, un colpo secco, bagnato, che la fa sobbalzare. Lei non si ferma, continua a masturbarmi con una furia che sembra voler strapparmi l'anima. Il secondo getto le colpisce il seno, schizzando contro il capezzolo che avevo torto prima, un segno bianco, caldo, sulla sua pelle ambrata che mi fa urlare.

Non mi fermo più. È un fiume, un'onda che la sommerge. Le schizzo l'addome, l'interno delle cosce, anche il viso, una goccia che le cola sulla guancia e che lei leccano via con un gesto così fottutamente volgare e bello che mi fa venire un altro, piccolo, spasimo.

Sono esausto. Le ginocchia mi cedono e crolli contro di lei, la faccia sepolta tra i suoi capelli bagnati, il respiro che esce a singhiozzi.

Anna si ferma.

La sua mano lascia la mia cazzo, ora morbido e sensibile, e si appoggia contro la mia spalla.

Poi, succede qualcosa che mi paralizza il cuore.

La sua mano scivola via da me, ma non per allontanarsi. Anna fa un passo avanti, azzerando l'ultimo millimetro di distanza, e mi avvolge le braccia intorno al collo. Si stringe a me. Nudi, bagnati, avvolti dal vapore e dalla schiuma, mi abbraccia con una forza disarmante.

Sento il suo seno morbido e pesante schiacciato contro il mio addome, il battito accelerato del suo cuore contro il mio petto. Appoggia la guancia umida sulla mia spalla. Non c'è malizia in questo gesto. C'è solo un bisogno disperato, infantile quasi, di trovare un fottuto appiglio in mezzo a tutto lo schifo che ci stiamo tirando addosso.

Resto immobile, le mani ancora a mezz'aria, il cervello in tilt totale. Poi, lentamente, le passo le braccia attorno alla vita, ricambiando la stretta, affondando il viso nel suo collo bagnato.

L'acqua continua a scorrere su di noi, lavando via il sudore di Miriam dalla mia pelle e, forse, un po' dello sporco di Gigi dalla sua.

Anna si solleva appena sulle punte. Le sue labbra sfiorano il mio orecchio, calde contro la mia pelle infreddolita.

"Grazie," mi sussurra. La sua voce è un filo rotto, ma carico di una sincerità che mi disarma completamente. "Ci voleva... stronzo."

Chiudo gli occhi, stringendola un po' di più contro di me.

La guerra è tutt'altro che finita, ma in questo momento, sotto il getto di questa fottuta doccia, siamo solo due mostri che hanno un disperato bisogno l'uno dell'altra per non affogare.