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Erotika
La Mia Odiosa Gemella Tettona · Cap. 5
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Capitolo 5 di 6 26 min di lettura

Il fottuto gioco delle sorelle troie

la situazione tra i gemelli si fa sempre più bollente e complicata, ma una cosa è certa, gio impazzisce di gelosia per anna.

Alessia
6 mesi fa · 1.2k letture · 1

Il rumore dell'acqua che scorre riempie il silenzio pesante che è calato tra noi.

Siamo ancora aggrovigliati sotto il getto bollente, il mio viso affondato nel suo collo bagnato, le mie mani che le stringono la vita nuda. Quel suo "grazie... stronzo" mi rimbomba ancora nel cranio. Per un fottuto, interminabile minuto, ho l'illusione di averla spogliata non solo dei vestiti, ma di tutta l'inutile corazza che si porta dietro.

Ma Anna è Anna. La vulnerabilità le fa più paura di me.

All'improvviso, si irrigidisce. Le sue mani, che fino a un secondo prima mi stringevano il petto, ora si appoggiano piatte contro i miei muscoli e mi spingono via con una forza decisa.

L'incantesimo si spezza. I suoi occhi neri, lucidi per l'acqua, tornano a essere due lastre di ossidiana fredda. Si allunga verso il miscelatore e chiude l'acqua di scatto. Il silenzio nel bagno è assordante, rotto solo dal nostro respiro corto.

Apre l'anta di vetro del box doccia e fa un passo fuori, l'aria più fresca della stanza che ci colpisce la pelle umida. Non mi guarda. Afferra al volo un accappatoio di spugna bianca dal gancio e se lo avvolge intorno al corpo bagnato con gesti frettolosi, nervosi, stringendo la cintura in vita fino a farsi male, coprendo immediatamente quel fottuto livido scuro sul fianco.

"Fuori," ordina, la voce che trema appena, ma secca. Punta l'indice verso la porta.

Resto fermo dentro il box doccia, l'acqua che mi gocciola dai capelli sulle spalle, il corpo ancora teso e scosso per l'orgasmo violento che mi ha appena strappato.

"Fai di nuovo la dura, principessa?" la provoco, abbassando la voce, passandomi una mano sul viso bagnato. "Fino a due minuti fa mi stavi segando con un disperato bisogno di sentirmi venire, e ora mi cacci?"

Il rossore le divampa sul collo, ma lei alza il mento, spietata. "Te l'ho detto, ti stavo solo aiutando a lavarti. Hai finito? Bene. Ora levati dai coglioni, Gio. Devo prepararmi."

Non insisto. So riconoscere quando un animale ferito è messo all'angolo. Esco dalla doccia, afferro un asciugamano, me lo avvolgo stretto intorno alla vita ed esco dal bagno senza aggiungere una parola, lasciandola sola con i suoi fantasmi.

Attraverso il corridoio e mi chiudo nella nostra stanza.

L'aria condizionata mi fa venire i brividi sulla pelle bagnata, ma il mio cervello è un fottuto incendio. Mi passo un asciugamano più piccolo sui capelli, strofinandoli con forza, mentre inizio a camminare avanti e indietro per la stanza stretta.

Che cazzo le sta succedendo?

Fino a ieri, l'idea che io la sfiorassi le faceva venire la nausea. Era la principessa intoccabile, la ragazzina vergine e terrorizzata che si nascondeva dietro completini di pizzo e sguardi di fuoco. Poi stanotte il corto circuito: si fa scopare da quel viscido di Gigi pur di annientarmi.

E oggi? Oggi, in quel bagno, si fa spogliare. Si fa toccare i seni nudi. Mi lascia impastare la sua carne bagnata sotto l'acqua, e poi, con una naturalezza disarmante, scivola con la mano sul mio cazzo duro e mi porta al limite fino a farmi esplodere contro la parete della doccia.

Mi fermo in mezzo alla stanza, il respiro che si fa di nuovo pesante. Chiudo gli occhi. L'odore dolciastro e stucchevole del bagnoschiuma alla vaniglia mi è rimasto incollato addosso, coprendo quello di Miriam. Sento ancora la memoria fisica della presa di Anna: la sua mano piccola, inesperta, ma stretta attorno alla mia carne con una foga possessiva e disperata. Rivedo l'attrito, la schiuma, il suo seno morbido premuto contro il mio addome durante quell'abbraccio.

Un calore denso mi si espande nell'inguine. È una reazione fisiologica, brutale, inarrestabile. Sotto la spugna dell'asciugamano, il mio corpo si risveglia con una prepotenza imbarazzante. L'eccitazione che mi ha lasciato addosso non è normale: è una fame malata. Sono appena venuto e la voglio già di nuovo. La voglio sul mio letto, voglio aprirle quell'accappatoio e finire quello che ha iniziato con le mani.

Apro l'armadio con un gesto stizzito, cercando di spegnere il cervello, e tiro fuori un paio di jeans neri e una camicia scura.

Mentre mi asciugo il petto e mi infilo i vestiti, la fiammata di lussuria viene brutalmente soffocata da un'immagine che mi si stampa nella retina.

Il livido.

Quell'ombra violacea impressa sull'osso del suo bacino. Mi allaccio i jeans, le nocche che mi diventano bianche. Quello non era un segno da "sportello della macchina". Era il marchio di una mano. Le dita di qualcuno che ha stretto la sua carne con violenza, affondando nella sua pelle.

Gigi.

Il mio istinto di protezione primordiale si mescola all'ossessione tossica, creando una miscela letale. Che cazzo le ha fatto in quella macchina? L'ha forzata? O lei si è lasciata fare del male chiudendo gli occhi, solo per portare a termine la sua stupida, fottuta vendetta contro di me?

Mi infilo la camicia, lasciando i primi bottoni aperti, lo sguardo fisso sul mio riflesso nello specchio dell'armadio. Gli occhi sono scuri, cattivi.

Anna è confusa, terrorizzata, e sta usando il sesso con me per anestetizzarsi e per tenermi a bada. Ma io non starò al suo gioco. Se pensa che le sue dita insaponate bastino a zittirmi, si sbaglia di grosso. Stasera, a quella maledetta cena a casa di Miriam, non ci sarà nessuna tregua. Voglio la verità su quel livido. E se scopro che quel bastardo le ha fatto del male senza che lei lo volesse, giuro su dio che gli spacco una bottiglia di vodka in faccia.

L'aria nella stanza è pesante, carica di un'elettricità statica che minaccia di far saltare tutto in aria da un momento all'altro.

Sto finendo di abbottonarmi la camicia scura davanti allo specchio dell'armadio, il sangue che pulsa ancora a un ritmo fottutamente innaturale per quello che è successo sotto la doccia, quando la porta si spalanca.

Anna entra. E il mio cervello va letteralmente in fumo.

Non ha più addosso l'accappatoio. Ha scelto il suo abito da guerra per la cena, ed è una dichiarazione d'intenti così sfacciata che mi fa mancare la terra sotto i piedi. Indossa un micro-top a corsetto nero, talmente stretto e scollato che le spinge i seni pieni verso l'alto, offrendo una visuale praticamente totale e oscena della sua scollatura. Non porta il reggiseno, il tessuto sottile fatica a contenere le sue forme. Sotto, una gonna di pelle nera che definire "inguinale" è un fottuto eufemismo: è letteralmente una fascia che le copre a malapena il sedere. Tacchi vertiginosi le slanciano le gambe ambrate.

È vestita da troia. Da esca perfetta.

L'impatto visivo mi travolge in due ondate distinte e opposte. La prima è un'eccitazione bestiale, immediata: vederla così, con la pelle che profuma ancora di vaniglia e le labbra dipinte di rosso, mi fa indurire i muscoli e riaccende prepotentemente la voglia di strapparle via quei due stracci di dosso. La seconda ondata è un possesso tossico, feroce e nero come il catrame. Si è vestita così per scendere a cena. Si è vestita così per Gigi. Per farsi guardare, per farsi toccare, per sbattermi in faccia che un altro uomo stasera le metterà le mani esattamente dove voglio metterle io.

Anna va dritta verso il comò, dandomi le spalle, per prendere il mascara. Fa finta di ignorarmi, ma so benissimo che sente il mio sguardo bruciarle la pelle nuda della schiena.

Non ci vedo più.

Azzero i tre metri che ci separano con due falcate silenziose e letali. Mi piazzo esattamente dietro di lei. Non le do nemmeno il tempo di guardare il mio riflesso nello specchio.

Le mie mani scattano in avanti. Le afferro i seni scoperti da dietro, riempiendomi i palmi di quella carne morbida e calda. La stringo con forza, senza nessuna fottuta dolcezza, i miei pollici che affondano nell'attaccatura della scollatura, possessivi e brutali. Sento il suo petto sollevarsi di scatto contro le mie mani per la sorpresa, un piccolo sussulto che le sfugge dalle labbra.

"Dove cazzo credi di andare con queste di fuori, eh?" le ringhio nell'orecchio, premendo il mio bacino duro contro il suo sedere fasciato dalla pelle nera. "Vuoi far sbavare quel viscido sul tavolo da pranzo?"

L'esitazione di Anna dura una frazione di secondo. Poi, la leonessa si risveglia.

Si divincola dalla mia presa con uno scatto violento, girandosi su se stessa con una velocità che non mi aspetto. Il suo palmo aperto fende l'aria e si schianta contro la mia guancia sinistra.

Sbam. Il rumore dello schiaffo rimbomba nella stanza. La pelle mi brucia all'istante, ma non indietreggio di un millimetro.

"Non azzardarti mai più a toccarmi così!" urla, il petto che si alza e si abbassa freneticamente, gli occhi neri che mi sputano fiamme addosso. "Sei un fottuto porco malato! Tieni le tue mani sporche lontane da me!"

"Le mie mani ti facevano schifo anche sotto la doccia un'ora fa?" le rido in faccia, un suono cattivo, massaggiandomi la guancia col pollice. "O ti faceva schifo la tua, di mano, mentre mi segavi facendomi venire contro le piastrelle?"

Prima di andare avanti…

Com'è finora?

Un tocco e l'autore lo saprà. Non serve registrarsi.
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