La Mia Odiosa Gemella Tettona
Capitolo 5 - Il fottuto gioco delle sorelle troie
Il rumore dell'acqua che scorre riempie il silenzio pesante che è calato tra noi.
Siamo ancora aggrovigliati sotto il getto bollente, il mio viso affondato nel suo collo bagnato, le mie mani che le stringono la vita nuda. Quel suo "grazie... stronzo" mi rimbomba ancora nel cranio. Per un fottuto, interminabile minuto, ho l'illusione di averla spogliata non solo dei vestiti, ma di tutta l'inutile corazza che si porta dietro.
Ma Anna è Anna. La vulnerabilità le fa più paura di me.
All'improvviso, si irrigidisce. Le sue mani, che fino a un secondo prima mi stringevano il petto, ora si appoggiano piatte contro i miei muscoli e mi spingono via con una forza decisa.
L'incantesimo si spezza. I suoi occhi neri, lucidi per l'acqua, tornano a essere due lastre di ossidiana fredda. Si allunga verso il miscelatore e chiude l'acqua di scatto. Il silenzio nel bagno è assordante, rotto solo dal nostro respiro corto.
Apre l'anta di vetro del box doccia e fa un passo fuori, l'aria più fresca della stanza che ci colpisce la pelle umida. Non mi guarda. Afferra al volo un accappatoio di spugna bianca dal gancio e se lo avvolge intorno al corpo bagnato con gesti frettolosi, nervosi, stringendo la cintura in vita fino a farsi male, coprendo immediatamente quel fottuto livido scuro sul fianco.
"Fuori," ordina, la voce che trema appena, ma secca. Punta l'indice verso la porta.
Resto fermo dentro il box doccia, l'acqua che mi gocciola dai capelli sulle spalle, il corpo ancora teso e scosso per l'orgasmo violento che mi ha appena strappato.
"Fai di nuovo la dura, principessa?" la provoco, abbassando la voce, passandomi una mano sul viso bagnato. "Fino a due minuti fa mi stavi segando con un disperato bisogno di sentirmi venire, e ora mi cacci?"
Il rossore le divampa sul collo, ma lei alza il mento, spietata. "Te l'ho detto, ti stavo solo aiutando a lavarti. Hai finito? Bene. Ora levati dai coglioni, Gio. Devo prepararmi."
Non insisto. So riconoscere quando un animale ferito è messo all'angolo. Esco dalla doccia, afferro un asciugamano, me lo avvolgo stretto intorno alla vita ed esco dal bagno senza aggiungere una parola, lasciandola sola con i suoi fantasmi.
Attraverso il corridoio e mi chiudo nella nostra stanza.
L'aria condizionata mi fa venire i brividi sulla pelle bagnata, ma il mio cervello è un fottuto incendio. Mi passo un asciugamano più piccolo sui capelli, strofinandoli con forza, mentre inizio a camminare avanti e indietro per la stanza stretta.
Che cazzo le sta succedendo?
Fino a ieri, l'idea che io la sfiorassi le faceva venire la nausea. Era la principessa intoccabile, la ragazzina vergine e terrorizzata che si nascondeva dietro completini di pizzo e sguardi di fuoco. Poi stanotte il corto circuito: si fa scopare da quel viscido di Gigi pur di annientarmi.
E oggi? Oggi, in quel bagno, si fa spogliare. Si fa toccare i seni nudi. Mi lascia impastare la sua carne bagnata sotto l'acqua, e poi, con una naturalezza disarmante, scivola con la mano sul mio cazzo duro e mi porta al limite fino a farmi esplodere contro la parete della doccia.
Mi fermo in mezzo alla stanza, il respiro che si fa di nuovo pesante. Chiudo gli occhi. L'odore dolciastro e stucchevole del bagnoschiuma alla vaniglia mi è rimasto incollato addosso, coprendo quello di Miriam. Sento ancora la memoria fisica della presa di Anna: la sua mano piccola, inesperta, ma stretta attorno alla mia carne con una foga possessiva e disperata. Rivedo l'attrito, la schiuma, il suo seno morbido premuto contro il mio addome durante quell'abbraccio.
Un calore denso mi si espande nell'inguine. È una reazione fisiologica, brutale, inarrestabile. Sotto la spugna dell'asciugamano, il mio corpo si risveglia con una prepotenza imbarazzante. L'eccitazione che mi ha lasciato addosso non è normale: è una fame malata. Sono appena venuto e la voglio già di nuovo. La voglio sul mio letto, voglio aprirle quell'accappatoio e finire quello che ha iniziato con le mani.
Apro l'armadio con un gesto stizzito, cercando di spegnere il cervello, e tiro fuori un paio di jeans neri e una camicia scura.
Mentre mi asciugo il petto e mi infilo i vestiti, la fiammata di lussuria viene brutalmente soffocata da un'immagine che mi si stampa nella retina.
Il livido.
Quell'ombra violacea impressa sull'osso del suo bacino. Mi allaccio i jeans, le nocche che mi diventano bianche. Quello non era un segno da "sportello della macchina". Era il marchio di una mano. Le dita di qualcuno che ha stretto la sua carne con violenza, affondando nella sua pelle.
Gigi.
Il mio istinto di protezione primordiale si mescola all'ossessione tossica, creando una miscela letale. Che cazzo le ha fatto in quella macchina? L'ha forzata? O lei si è lasciata fare del male chiudendo gli occhi, solo per portare a termine la sua stupida, fottuta vendetta contro di me?
Mi infilo la camicia, lasciando i primi bottoni aperti, lo sguardo fisso sul mio riflesso nello specchio dell'armadio. Gli occhi sono scuri, cattivi.
Anna è confusa, terrorizzata, e sta usando il sesso con me per anestetizzarsi e per tenermi a bada. Ma io non starò al suo gioco. Se pensa che le sue dita insaponate bastino a zittirmi, si sbaglia di grosso. Stasera, a quella maledetta cena a casa di Miriam, non ci sarà nessuna tregua. Voglio la verità su quel livido. E se scopro che quel bastardo le ha fatto del male senza che lei lo volesse, giuro su dio che gli spacco una bottiglia di vodka in faccia.
L'aria nella stanza è pesante, carica di un'elettricità statica che minaccia di far saltare tutto in aria da un momento all'altro.
Sto finendo di abbottonarmi la camicia scura davanti allo specchio dell'armadio, il sangue che pulsa ancora a un ritmo fottutamente innaturale per quello che è successo sotto la doccia, quando la porta si spalanca.
Anna entra. E il mio cervello va letteralmente in fumo.
Non ha più addosso l'accappatoio. Ha scelto il suo abito da guerra per la cena, ed è una dichiarazione d'intenti così sfacciata che mi fa mancare la terra sotto i piedi. Indossa un micro-top a corsetto nero, talmente stretto e scollato che le spinge i seni pieni verso l'alto, offrendo una visuale praticamente totale e oscena della sua scollatura. Non porta il reggiseno, il tessuto sottile fatica a contenere le sue forme. Sotto, una gonna di pelle nera che definire "inguinale" è un fottuto eufemismo: è letteralmente una fascia che le copre a malapena il sedere. Tacchi vertiginosi le slanciano le gambe ambrate.
È vestita da troia. Da esca perfetta.
L'impatto visivo mi travolge in due ondate distinte e opposte. La prima è un'eccitazione bestiale, immediata: vederla così, con la pelle che profuma ancora di vaniglia e le labbra dipinte di rosso, mi fa indurire i muscoli e riaccende prepotentemente la voglia di strapparle via quei due stracci di dosso. La seconda ondata è un possesso tossico, feroce e nero come il catrame. Si è vestita così per scendere a cena. Si è vestita così per Gigi. Per farsi guardare, per farsi toccare, per sbattermi in faccia che un altro uomo stasera le metterà le mani esattamente dove voglio metterle io.
Anna va dritta verso il comò, dandomi le spalle, per prendere il mascara. Fa finta di ignorarmi, ma so benissimo che sente il mio sguardo bruciarle la pelle nuda della schiena.
Non ci vedo più.
Azzero i tre metri che ci separano con due falcate silenziose e letali. Mi piazzo esattamente dietro di lei. Non le do nemmeno il tempo di guardare il mio riflesso nello specchio.
Le mie mani scattano in avanti. Le afferro i seni scoperti da dietro, riempiendomi i palmi di quella carne morbida e calda. La stringo con forza, senza nessuna fottuta dolcezza, i miei pollici che affondano nell'attaccatura della scollatura, possessivi e brutali. Sento il suo petto sollevarsi di scatto contro le mie mani per la sorpresa, un piccolo sussulto che le sfugge dalle labbra.
"Dove cazzo credi di andare con queste di fuori, eh?" le ringhio nell'orecchio, premendo il mio bacino duro contro il suo sedere fasciato dalla pelle nera. "Vuoi far sbavare quel viscido sul tavolo da pranzo?"
L'esitazione di Anna dura una frazione di secondo. Poi, la leonessa si risveglia.
Si divincola dalla mia presa con uno scatto violento, girandosi su se stessa con una velocità che non mi aspetto. Il suo palmo aperto fende l'aria e si schianta contro la mia guancia sinistra.
Sbam. Il rumore dello schiaffo rimbomba nella stanza. La pelle mi brucia all'istante, ma non indietreggio di un millimetro.
"Non azzardarti mai più a toccarmi così!" urla, il petto che si alza e si abbassa freneticamente, gli occhi neri che mi sputano fiamme addosso. "Sei un fottuto porco malato! Tieni le tue mani sporche lontane da me!"
"Le mie mani ti facevano schifo anche sotto la doccia un'ora fa?" le rido in faccia, un suono cattivo, massaggiandomi la guancia col pollice. "O ti faceva schifo la tua, di mano, mentre mi segavi facendomi venire contro le piastrelle?"
Il rossore le inonda il collo e il viso, colpita e affondata dal ricordo crudo di quello che ha fatto. Ma l'orgoglio la tiene in piedi.
"L'ho fatto per farti stare zitto!" strilla, spingendomi per le spalle. "Perché non sopportavo di sentirti blaterare! E ora mi metto quello che cazzo mi pare! Il corpo è mio!"
"Il tuo corpo?" sibilo, afferrandola per i polsi prima che possa spingermi di nuovo. La tiro verso di me, ignorando i suoi calci, fino a far scontrare i nostri petti. L'odore del suo trucco e della sua pelle mi riempie i polmoni. "Ti vesti da troia per farti lasciare un altro fottuto livido da quel pezzo di merda? È questo che vuoi, Anna? Vuoi farti spaccare su un sedile da un bastardo che non sa nemmeno come ti chiami, solo per farmi un dispetto?!"
Anna sgrana gli occhi, la menzione del livido la colpisce come una frustata. Cerca di liberare i polsi, dimenandosi come una furia, i seni spinti verso l'alto dal corsetto che si strusciano contro la mia camicia sbottonata in un attrito che ci sta facendo impazzire entrambi.
"A te non deve fregare un cazzo del mio livido!" urla, la voce incrinata da una disperazione rabbiosa, le lacrime di frustrazione che le pungono gli occhi. "Se voglio farmi scopare da Gigi, se voglio farmi lasciare i segni addosso da lui, sono solo affari miei! Tu hai la tua cara Miriam da farti, no? E allora vai da lei e lasciami in pace, invece di fare il fratello geloso e finto-protettivo quando mi guardi come se volessi divorarmi!"
Restiamo lì, piantati al centro della stanza. I nostri visi sono a tre centimetri di distanza, i respiri pesanti che si mescolano. L'odio, la gelosia e una fottuta, insopprimibile attrazione carnale ci legano come una corda stretta al collo. Ha tirato in ballo Miriam per ferirmi, ma io ho tirato in ballo il livido, e so benissimo di averle fatto più male io.
Lascio andare i suoi polsi con uno strattone, ma non faccio un passo indietro. Anzi.
Prima che lei possa anche solo pensare di allontanarsi, la mia mano destra scatta verso l'alto. Le afferro il viso con decisione, le dita che le stringono la mascella e il pollice che preme vicino alle sue labbra dipinte di rosso. La tengo ferma, bloccandole il muso in una morsa che non fa male, ma che è fottutamente autoritaria e possessiva.
Anna sgrana gli occhi neri. Il respiro le si incastra in gola, le labbra dischiuse.
Mi chino in avanti, piegando la testa fino a nascondere il viso nell'incavo del suo collo. Sento il suo battito impazzito martellarmi contro il petto. Le sfioro la pelle calda dell'orecchio con le labbra.
"Io non rovinerei mai quel tuo bel corpo... credimi," le sussurro, la voce ridotta a un graffio basso, letale, carico di un'oscura promessa. Poi mi scosto di un millimetro, guardandola dritta negli occhi per assicurarmi che il colpo vada a segno. "Ma goditi il tuo bastardo, stasera."
Lascio la presa di scatto, come se la sua pelle mi bruciasse.
Mi volto, afferro le chiavi e apro la porta della stanza, scendendo le scale senza voltarmi indietro a guardare la sua reazione. La guerra fredda è ufficialmente finita. Stasera scorrerà il sangue.
Il tragitto fino a casa di Miriam dura due fottuti minuti, ma a me sembra un'eternità. Ho la mascella così serrata che mi fanno male i denti.
Entro dal cancello aperto senza bussare. La musica a palla rimbomba già dal salotto, mescolandosi all'odore di soffritto e di alcol a buon mercato.
Vado dritto in cucina. Giusy è al tavolo, intenta a tagliare dei pomodorini, mentre Miriam è ai fornelli, girata di schiena. Indossa un paio di pantaloncini di jeans sfilacciati e un top allacciato dietro il collo che le lascia mezza schiena nuda. Di Gigi non c'è traccia. Sento l'acqua scorrere nelle tubature del piano di sopra: lo spaccone si sta facendo bello nel bagno degli ospiti.
Il mio sguardo cade immediatamente sulla bottiglia di vodka mezza vuota appoggiata sul marmo della penisola.
Non dico "ciao". Non saluto. Afferro un bicchierino da cicchetto, lo riempio fino all'orlo e lo butto giù in un sorso. Il liquido ghiacciato mi brucia la gola, ma non basta a spegnere l'incendio che ho dentro. Ne verso un altro. Lo butto giù.
Poi, guidato da un istinto puramente animale e dalla rabbia cieca che Anna mi ha pompato nelle vene, vado dritto verso Miriam.
Azzero lo spazio alle sue spalle. Senza dire una parola, le passo le braccia attorno alla vita e la tiro violentemente contro di me. Il mio bacino si incastra contro il suo sedere, facendole sentire esattamente quanto sono duro e su di giri. Le mie mani non cercano dolcezza: scivolano verso l'alto, afferrandole i seni nudi sotto la stoffa leggera del top. Li stringo, impastandoli con una foga ruvida, possessiva, mentre abbasso il viso nell'incavo del suo collo.
"Gio... cazzo fai?" squittisce Miriam, colta di sorpresa, il cucchiaio di legno che le resta a mezz'aria.
"Ho bisogno di scoparti," le ringhio all'orecchio, la voce impastata di alcol e lussuria rabbiosa. "Ora. Su questo fottuto tavolo."
Sposto una mano dai suoi seni e scendo giù, affondando le dita nella carne morbida del suo sedere, strizzandola e tirandola ancora più contro la mia erezione. Inizio a strusciarmi contro di lei con un ritmo pesante, sfacciato, ignorando completamente il mondo intorno a me. Sto usando il suo corpo per sfogare la frustrazione di non poter distruggere quello di mia sorella.
Giusy, seduta a due metri da noi, fa cadere il coltello sul tagliere.
"Ehm... ragazzi," balbetta, il viso paonazzo, fissando il tavolo per non guardare le mie mani che palpano Miriam senza il minimo pudore. "Io... io sono ancora qui, eh. E stiamo cucinando."
Miriam si lascia sfuggire una risatina bassa, vibrante. Invece di respingermi, inarca la schiena contro di me, assecondando la mia spinta. Gira la testa di lato, sfiorandomi la guancia con le labbra lucide.
"Pazienza, tigre," ridacchia, la voce maliziosa. Mi accarezza il braccio che le stringe il petto. "Hai già avuto il tuo round pomeridiano. Fammi finire di scolare la pasta, poi ti prometto che andiamo di là e ti faccio passare i bollenti spiriti."
"Non credo che ci riuscirai," sibilo, mordendole la spalla, incapace di staccarmi da lei perché è l'unico fottuto appiglio che mi impedisce di spaccare tutto.
Proprio in quel momento, la porta d'ingresso si apre.
E, come in un film dell'orrore perfettamente sincronizzato, sento i passi pesanti di Gigi scendere le scale di legno dal piano di sopra.
Mi fermo, le mani ancora incollate al corpo di Miriam, e giro lentamente la testa verso l'ingresso.
Anna è lì. Il corsetto di pizzo nero le spinge i seni verso l'alto in modo osceno, e la gonna di pelle è un invito allo stupro visivo. È uno schianto, ed è letale.
Gigi finisce di scendere le scale, sistemandosi il colletto di una camicia di lino bianca sbottonata sul petto. Appena la vede, si blocca. Il suo sorriso da ebete spaccone si spegne, sostituito da un'espressione infastidita, scura. È il classico maschio alfa insicuro: adora avere la ragazza più bella del locale, ma impazzisce di gelosia se gli altri possono vedere troppa carne.
"Che cazzo ti sei messa?" sbotta Gigi, andandole incontro con passi decisi. La voce è aggressiva, priva di qualsiasi complimento. "Non avevi niente di più corto? Ti si vede letteralmente tutto."
Anna si irrigidisce per una frazione di secondo. Sento la sua insicurezza vibrare nell'aria, ma il suo sguardo scatta immediatamente verso di me e Miriam. Vede le mie mani sui seni della mia amica. Vede la mia presa possessiva.
L'orgoglio di Anna prende il sopravvento. Decide di usare Gigi per colpire me.
"Ti dà fastidio, amore?" amoreggia Anna, sfoderando un sorriso finto, zuccheroso e disgustoso, avvicinandosi a lui.
Gigi non si fa pregare. Con un gesto rude, per marcare il suo fottuto territorio davanti a me, le butta un braccio attorno alla vita e la tira a sé. E la sua mano destra grande e volgare va a posarsi esattamente lì.
Sul fianco destro. Sull'osso del bacino. Esattamente sopra il livido che le ha lasciato stanotte.
Vedo Anna sussultare. Le scappa un microscopico gemito di dolore soffocato, un battito di ciglia fuori posto, e la sua mano scatta d'istinto per coprire quella di Gigi, come per allentare la pressione.
Ma lui non se ne accorge nemmeno. Anzi, la stringe più forte. Abbassa la testa e la bacia con prepotenza, infilandole la lingua in gola davanti a tutti noi, la mano libera che scivola spudoratamente sul sedere appena coperto dalla pelle nera.
È una scena squallida, volgare. Ma soprattutto, è fottutamente dolorosa da guardare.
Il bicchierino da cicchetto che ho ancora nella mano sinistra scricchiola sotto la pressione delle mie dita. Il sangue mi ribolle nelle tempie. Anna sta letteralmente sopportando il dolore fisico pur di farsi baciare da quel maiale e sbattermelo in faccia.
"Beh, direi che la cena può iniziare," annuncia Miriam, rompendo la tensione con un battito di mani e un sorriso radioso, totalmente ignara della bomba innescata che ha appena apparecchiato nel suo salotto. "Sedetevi, piccioncini. L'alcol lo verso io."
La cena è una fottuta tortura medievale.
Gli spaghetti sanno di cenere, ma la vodka scende che è una meraviglia. Bottiglia dopo bottiglia. Il tavolo è un campo di battaglia silenzioso. Gigi fa lo spaccone per tutto il tempo, raccontando stronzate a voce troppo alta, ma è quello che fa con le mani a farmi impazzire. Passa tre quarti della cena con un braccio avvolto attorno alle spalle di Anna, o con la mano infilata sotto il tavolo, accarezzandole le cosce nude sotto quella fottuta gonna di pelle.
Ogni volta che lui le bacia il collo, Anna mi cerca con lo sguardo. I suoi occhi neri brillano di una sfida disperata. Beve sorsate di vodka pura e si lascia toccare, si lascia stringere, solo per godersi il modo in cui le mie nocche diventano bianche attorno al bicchiere. Io rispondo al fuoco usando Miriam: le bacio la spalla, le tengo una mano possessiva sulla coscia, le sussurro porcherie all'orecchio facendola ridere in modo sguaiato.
Siamo due kamikaze che si stanno schiantando l'uno contro l'altra, usando i corpi di questi due malcapitati come scudi.
Quando Giusy si lascia cadere all'indietro sulla sedia, brilla come il sole, Miriam sbatte l'ennesima bottiglia mezza vuota sul tavolino basso del salotto.
"Basta cibo," decreta, gli occhi scuri che le brillano di pura malizia alcolica. Si lascia cadere sul divano a L in pelle bianca, trascinandomi con sé. "Tutti sul divano. Facciamo un gioco. Obbligo o verità, come ai vecchi tempi."
Gigi fa un sorriso sghembo, gli occhi lucidi di vodka, e si butta sul divano di fronte a noi, tirandosi Anna letteralmente sulle ginocchia. Lei sussulta appena quando il fondoschiena urta contro le sue gambe, ma si sistema subito, accavallando le gambe e offrendo a me e a Miriam una visuale perfetta del corsetto nero che sta per esplodere.
"Inizio io," ridacchia Giusy, mezza ubriaca, seduta a gambe incrociate sul tappeto. Punta il dito verso Miriam. "Obbligo o verità?"
"Obbligo. Sempre," risponde Miri, sfacciata.
"Limonati Gio. Ma non un bacetto. Fammi sudare solo a guardarvi."
Miriam non se lo fa ripetere. Mi si mette a cavalcioni sulle cosce, i suoi pantaloncini di jeans che sfregano contro i miei jeans. Mi afferra il viso e mi bacia con una foga affamata. Sento il sapore della vodka e del sale. Rispondo al bacio con violenza, infilandole le mani sotto il top per stringerle la schiena nuda, mentre lei geme contro la mia bocca. È un bacio umido, osceno, rumoroso. Quando ci stacchiamo, ho il fiato corto, ma i miei occhi scattano subito su Anna.
La sua espressione è una maschera di ghiaccio, ma le sue mani sono strette a pugno sulle cosce di Gigi.
"Tocca a me," ansima Miriam, girandosi appena verso lo spaccone. "Gigi. Obbligo o verità?"
"Obbligo, cazzo," risponde lui, tracannando un altro sorso dalla bottiglia.
"Facci vedere quanto ti piace l'outfit della nostra Anna," lo sfida Miriam, passandosi la lingua sulle labbra. "Toccale quelle tette spettacolari finché non la fai gemere per davvero."
Il mio stomaco fa un salto mortale, ma Anna non si tira indietro. Sorride, un sorriso crudele rivolto dritto a me, e si gira a cavalcioni su Gigi, esattamente come Miriam è su di me.
Gigi non aspetta altro. Le afferra i fianchi, le dita che premono esattamente su quel fottuto livido e la tira contro di sé. Anna chiude gli occhi, trattenendo il respiro per la fitta di dolore, ma un secondo dopo Gigi le affonda entrambe le mani nella scollatura del corsetto. Le stringe i seni nudi con una volgarità che mi fa montare il sangue alla testa, impastandoli, spingendoli verso l'alto mentre le divora la bocca e il collo con baci bagnati e pesanti.
Il rumore della loro saliva, i respiri pesanti di Gigi e i piccoli gemiti che Anna si sforza di emettere per reggere il gioco mi stanno perforando i timpani. La gonna di pelle di Anna sale pericolosamente, scoprendo la linea del perizoma nero. Lui la struscia contro la propria erezione in modo sfacciato. È una scena pornografica, messa in scena solo per distruggermi. E ci sta riuscendo.
"Mmh, okay, okay, abbiamo capito!" ride Giusy, sventolandosi la faccia con una mano. "Tocca a te, Gigi."
Gigi si stacca dal collo di Anna, col fiato corto, gli occhi da predatore da quattro soldi puntati su di me.
"Gio," biascica, il braccio stretto possessivamente attorno alla vita di mia sorella. "Verità. Ti dà fastidio se mi scopo tua sorella su questo divano stasera? Facendo tremare i muri?"
Il silenzio cala nel salotto. Anche Miriam e Giusy si zittiscono, percependo l'elettricità tossica nella domanda. Anna mi fissa dal grembo di Gigi, il petto che le si alza e si abbassa freneticamente.
"Finché non la rompi," rispondo, la voce gelida, letale, scandendo bene le parole mentre pianto i miei occhi in quelli di Gigi. "Non me ne frega un cazzo. Ma se le fai male, ti stacco la testa dal collo."
Gigi fa una mezza risata sbruffona. "Tranquillo, le piace farsi trattare male."
La mia mascella scatta. Anna distoglie lo sguardo, il rossore della vergogna che le inonda il collo. Quella frase l'ha colpita come uno schiaffo.
"Tocca a me," interviene Anna, la voce incrinata ma veloce, cercando disperatamente di riprendere il controllo del gioco prima che io scatti in piedi e uccida il suo finto fidanzato. Mi guarda dritto negli occhi. Il veleno è puro. "Gio. Obbligo. Dimostrami che la tua amichetta qui non è solo un passatempo. Fai qualcosa che non oseresti fare se non fossimo tutti ubriachi."
La sfida è lanciata. Vuole che mi spinga oltre? Vuole il sangue? Lo avrà.
Sposto Miriam dal mio grembo e la faccio sdraiare di schiena sui cuscini del divano bianco. Mi metto in ginocchio sul tappeto, esattamente in mezzo alle sue cosce divaricate. Le sbottono i pantaloncini di jeans con una lentezza calcolata e glieli tiro giù lungo i fianchi, esponendo l'intimo minuscolo che indossa. Miriam trattiene il fiato, spalancando gli occhi, eccitata dalla mia brutalità davanti a tutti.
Non mi fermo. Infilo due dita sotto l'elastico, sfiorando il suo calore umido.
"Gio..." sussurra Miriam, chiudendo gli occhi e inarcando la schiena davanti a tutti, la sua teatralità che si fonde perfettamente col mio piano.
Inizio a stuzzicarla lì, davanti a mia sorella, con movimenti lenti ed espliciti. La guardo godere, la sento ansimare. Ma i miei occhi non sono su di lei. Sono incollati a quelli di Anna.
Anna è paralizzata sulle ginocchia di Gigi. Le sue mani tremano. La gelosia la sta divorando viva, esattamente come l'immagine di Gigi che le toccava il seno ha divorato me due minuti fa. L'aria nel salotto è satura di tensione erotica, alcol e odio.
La situazione sta degenerando a una velocità spaventosa.
Gigi, ormai completamente ubriaco e su di giri per lo spettacolo che sto dando con Miriam, decide di imitarmi. Ma non ha il mio controllo. Non ha la mia attenzione.
Afferra Anna per i fianchi con una foga brutale, per farla girare verso di sé.
La sua mano grande e pesante si chiude a tenaglia, affondando le dita esattamente nel centro perfetto di quel livido violaceo nascosto sotto la pelle nera. E stringe. Forte. Come un fottuto pezzo di carne.
"Ah!"
Il grido di Anna non è un gemito di piacere. È un urlo di dolore acuto, spezzato, reale. Il suo viso si contrae in una smorfia di agonia, e d'istinto tira uno spintone violento al petto di Gigi per allontanarsi da quella presa ferrea.
"Cazzo, Gigi! Ti ho detto che mi fa male!" sbotta lei, le lacrime che le pungono gli occhi, portandosi le mani sul fianco dolorante.
Gigi barcolla all'indietro sul divano, sbuffando, infastidito. "Ma che cazzo hai stasera? Fai la suora? Fino a ieri notte in macchina ti piaceva quando ti stringevo!"
Il tempo si ferma. La mia mano si ritira dai fianchi di Miriam. Mi alzo in piedi dal tappeto con una lentezza letale. L'alcol nel mio sangue evapora all'istante, sostituito da un'adrenalina nera e omicida.
La fottuta verità è appena uscita dalla bocca di quel bastardo.
La tensione nel salotto è così spessa che si potrebbe tagliare col coltello.
Il grido di Anna riecheggia nella stanza, ma invece di lanciarmi addosso a Gigi e spaccargli la faccia come il mio istinto primordiale mi sta urlando di fare, il demone della competizione prende il sopravvento. Siamo in guerra. E in questa fottuta guerra, si vince colpendo dove fa più male.
Non mi alzo. Resto in ginocchio sul tappeto, esattamente in mezzo alle cosce divaricate di Miriam.
Lentamente, lascio scivolare sul mio viso un sorriso gelido, crudele, inzuppato di tutto il veleno che ho in corpo. Pianto i miei occhi in quelli di Gigi, che mi sta guardando col fiato corto, la mano ancora artigliata al fianco di mia sorella.
"Cazzo, guardati, Gigi," lo provoco, la voce bassa, vibrante di scherno. "Fai lo sbruffone con Anna, ma sei tu quello che sta scoppiando di gelosia a guardare come mi scopo tua sorella."
Gigi si irrigidisce, sgranando gli occhi.
Non gli do il tempo di replicare. Affondo due dita dentro Miriam con un colpo secco, deciso, spingendomi in profondità nel suo calore umido. Allo stesso tempo, con la mano libera, afferro il laccetto del suo top dietro il collo e lo slaccio con uno strappo. Il tessuto scivola via, lasciando i suoi seni pesanti e perfetti completamente nudi sotto la luce cruda del salotto.
Miriam getta la testa all'indietro. Non le importa un cazzo che suo fratello sia lì a guardare. Anzi, la sua sfacciataggine esibizionista esplode. Inarca la schiena offrendomi il petto e lascia uscire un gemito lungo, gutturale e osceno che satura l'aria.
"Guarda," sibilo a Gigi, senza smettere di muovere le dita dentro sua sorella, aumentando il ritmo e la pressione in modo spietato, bagnandomi la mano. "Guarda come le piace. Lei non si lamenta quando la stringo. Lei si gode ogni fottuto secondo."
Il viso di Gigi si deforma in una maschera di irritazione pura e orgoglio ferito. L'alcol e la mia provocazione gli mandano il cervello in tilt. Non sapendo come rispondere alla mia foga su Miriam, decide di sfogarsi sull'unica cosa che ha tra le mani: Anna.
Invece di allentare la presa, Gigi la strattona di nuovo contro di sé. Le afferra la mascella con una rudezza che mi fa pulsare le vene del collo e le divora la bocca, la mano che scivola sotto il corsetto di pizzo nero per strizzarle il seno con una violenza volgare, quasi punitiva. Anna ansima contro le sue labbra. Cerca di assecondarlo per non perdere la sua stupida sfida contro di me, ma il suo corpo è rigido. Sta subendo.
È uno stallo alla messicana disgustoso ed erotico. Due fratelli che si stanno letteralmente distruggendo a vicenda usando le rispettive sorelle come carne da macello. Io che faccio impazzire Miriam di piacere, lui che stritola Anna per marcare il territorio.
Ma c'è un limite alla follia che si può sopportare in una stanza.
"Okay, cazzo, fermatevi! Basta!"
La voce di Giusy esplode, acuta e isterica. Scatta in piedi dal tappeto, rovesciando mezza bottiglia di vodka sul tavolo. È rossa in viso, sconvolta, gli occhi sgranati davanti allo spettacolo grottesco a cui l'abbiamo costretta ad assistere.
"Siete completamente fuori di testa!" urla Giusy, sbracciandosi. "Questo non è più un fottuto gioco! È troppo per un obbligo o verità, mi sta venendo letteralmente il vomito a guardarvi. Smettetela!"
L'urlo di Giusy spezza l'incantesimo malato che ci teneva bloccati.
Gigi si stacca dal collo di Anna con un respiro pesante. È sudatissimo, gli occhi iniettati di sangue per l'alcol e l'irritazione. Mi lancia un'ultima occhiata carica d'odio, poi si alza in piedi barcollando e afferra Anna per il polso con una stretta brutale.
"Andiamo," le abbaia contro.
Senza darle il tempo di sistemarsi la gonna o il corsetto, la trascina di peso verso le scale. Anna inciampa sui tacchi, mi lancia un singolo, rapidissimo sguardo da sopra la spalla, un mix indecifrabile di panico, sfida e rimpianto, prima di sparire nel corridoio del piano di sopra.
Un secondo dopo, il tonfo sordo della porta della camera di Gigi che sbatte fa tremare le pareti di casa.
Nel salotto cala un silenzio irreale, rotto solo dal respiro affannato di Miriam, ancora sdraiata mezza nuda davanti a me. Sfilo la mano da lei, i muscoli contratti fino a farmi male. Mi siedo sui talloni, fissando il soffitto. Il pensiero di loro due chiusi in quella stanza, di lui che le tocca quel fottuto livido di nuovo, mi sta facendo alterare ai limiti della follia clinica. Le mani mi tremano di pura rabbia.
"Mio dio," mormora Giusy, lasciandosi cadere su una poltrona, massaggiandosi le tempie. "tuo fratello è davvero un animale, Miri. È sempre così rude ed esagerato... ti giuro, mi ha fatto impressione. Non so come Anna faccia a sopportare uno così. Le stava letteralmente facendo male."
Le parole di Giusy sono benzina sul fuoco che mi sta bruciando vivo. Le stava facendo male. Miriam, invece, sembra non aver perso nemmeno un'oncia del suo umore. Si tira su a sedere lentamente, ignorando il top abbandonato sul tappeto. I suoi seni nudi brillano di sudore. Mi guarda. Vede le mie nocche bianche, vede la mascella serrata, e capisce che sono a un passo dal prendere un coltello in cucina e salire di sopra.
Con un sorriso carico di dolcezza e di una perversione assoluta, si avvicina gattonando sul divano. Si china verso di me, i capelli scuri che mi sfiorano il viso, e mi sussurra all'orecchio con la voce impastata di lussuria:
"Dai, tigre... non farti rovinare la serata da quegli sfigati. Vai in camera mia. Mettiti comodo sul letto e aspettami." Mi morde dolcemente il lobo, facendo scivolare una mano esperta e bollente sulla mia erezione tesa sotto i jeans, stringendola attraverso la stoffa. "Ora arrivo e ti faccio una sorpresina che ti svuoterà la testa... e non solo quella."
Mi alzo dal tappeto del salotto, i muscoli rigidi come cavi d'acciaio.
Il silenzio lasciato dalla sfuriata di Giusy e dalla porta sbattuta al piano di sopra mi rimbomba nelle orecchie. Ignoro le due ragazze, volto le spalle al divano e mi dirigo a passi pesanti verso la camera di Miriam, in fondo al corridoio del piano terra.
Entro, chiudo la porta a chiave e mi lascio cadere di schiena sul materasso sfatto. Fisso il soffitto bianco. Dieci fottuti minuti. Un'eternità.
Il mio petto si alza e si abbassa a scatti. L'alcol che ho in circolo mi annebbia la vista, ma non riesce a cancellare l'immagine della mano viscida di Gigi stretta attorno a quel livido violaceo. Sento il fantasma dell'urlo di Anna raschiarmi i timpani. Il pensiero di loro due chiusi a chiave nella camera di Gigi, di lui che la spinge sul letto con quella sua arroganza da cavernicolo, mi fa salire un conato di rabbia così violento che devo stringere i pugni nelle lenzuola per non alzarmi e andare a sfondare quella fottuta porta a calci.
Devo spegnere il cervello. Devo staccare la spina o stasera ammazzo qualcuno.
Proprio quando sto per cedere all'impulso di alzarmi, la maniglia si abbassa con uno scatto metallico.
La porta si apre. La luce del corridoio taglia la penombra della stanza, e Miriam entra. Ha un sorriso sfacciato, felino, carico di una perversione che mi fa rizzare i peli sulle braccia. Ma la vera mazzata arriva un secondo dopo, quando fa un passo di lato e tira dentro la stanza un'altra persona.
Giusy.
Il mio cervello, già in corto circuito per la rabbia e la vodka, va in blocco totale.
Entrambe si chiudono la porta alle spalle. E sono praticamente nude. Hanno lasciato i vestiti in salotto: indossano solo due microscopici slip, uno nero di pizzo per Miriam, e uno rosso fuoco per Giusy. Nient'altro. La luce fioca dell'abat-jour mi offre uno spettacolo che azzera ogni mio pensiero razionale.
Miriam ha la pelle scura, tonica e asciutta. Giusy è il suo esatto opposto: la sua pelle è chiara, le sue curve sono abbondanti, burrose e fottutamente morbide. I suoi seni sono enormi, pesanti e gonfi, i capezzoli turgidi per l'adrenalina e il freddo dell'aria condizionata.
"Te l'avevo detto che ti avrei fatto una sorpresa," sussurra Miriam, gli occhi neri che le brillano di malizia. Mi si avvicina, prendendo Giusy per mano. "Oggi pomeriggio, in questo stesso letto, mi hai detto che avremmo dovuto includerla per non farla sentire tagliata fuori, ricordi? Beh... ho una certa capacità di persuasione."
Giusy ha le guance in fiamme, il respiro leggermente affannato. Non ha l'esperienza sfacciata di Miriam, ma i suoi occhi lucidi per l'alcol tradiscono una voglia repressa che non mi sarei mai aspettato da lei.
"Beh," esordisce Giusy, passandosi la lingua sulle labbra carnose, la voce tremante ma decisa. "Piuttosto che restare seduta sul divano di là a guardarvi scopare e fare i pazzi da sola... preferisco decisamente unirmi alla festa."
Senza aggiungere una fottuta parola, le ragazze salgono sul letto.
Si posizionano entrambe a gattoni sul materasso, una di fianco all'altra. Miriam inarca la schiena con un'eleganza felina, offrendomi la curva perfetta dei glutei sodi. Giusy, accanto a lei, asseconda il movimento; la gravità tira verso il basso i suoi seni pesanti, che oscillano a penzoloni, offrendomi una visuale ipnotica, volgare e meravigliosa allo stesso tempo. Due corpi completamente diversi, due desideri puntati dritti su di me.
"Allora, tigre," mormora Miriam, voltandosi a guardarmi da sopra la spalla, sfiorando la coscia morbida di Giusy con la mano. "Credi di avere abbastanza fiato per spegnere l'incendio, o dobbiamo fare tutto noi?"
L'erezione mi fa male contro la cerniera dei jeans. La rabbia per Gigi e Anna è ancora lì, incandescente e velenosa, ma l'istinto animale prende violentemente il volante. Mi tiro su a sedere, sbottonandomi i pantaloni con uno scatto secco, pronto a perdermi nel modo più totale e sporco possibile.
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