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Francesca e Paolo, amore e follie · Cap. 3 — La prima uscita
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La prima uscita

sesso italiano
2 anni fa · 2.939 parole · 13 min
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Sono passati alcuni giorni da quando ho incontrato e conosciuto Francesca. Il ricordo dei suoi baci è ancora vivido, impresso a fuoco, embossè. Ci siamo sentiti più volte, ma ancora non ci siamo rincontrati. I suoi orari non si sposano con i miei. Tra i suoi problemi a casa ed i miei, il calendario è scorso velocemente. Ho voglia di rivederla.

“Riesci a prenderti una giornata libera domani?” le butto lì su Whatsapp.

Una spunta, due, celeste. “…dipende… per fare che?” dopo qualche secondo dalla spunta blu. Ci sta pensando.

“Ti volevo proporre una cosa diversa”.“Tipo rinchiuderci tutto il giorno in albergo?”. Diretta, schietta, immediata.“No. Volevo proporti una giornata in una SPA, sai, idromassaggio, sauna, bagno turco, massaggi…”.“Ti propongo io un’altra idea”.“Ok, dimmi”.

“No, è una sorpresa. Portati un costume, un asciugamano ed un paio di ciabatte. Anzi se vieni in tuta è pure meglio…”. Prendiamo appuntamento per l’indomani mattina presto. Devo passarla a prendere vicino casa, è momentaneamente senza macchina perché è dal meccanico. “Va bene. Giusto per sapere: è molto lontano dove dobbiamo andare?”. “No, vicino Roma, tranquillo”. Visto che sono i primi di ottobre, il tempo è ancora mite e le previsioni sono ottime, mi va di andare con la Midget. Lo spider fa la sua porca figura.

Mi aspetta alla fermata del bus, una sacca sportiva accanto a lei, vestita in maniera molto informale, twin set crema su jeans skinny, stivaletto con tacco nemmeno troppo alto color tabacco ed una borsa di Fendi. Anche la sacca è griffata Fendi. Un rapido saluto dall’auto scoperta, uno sguardo sorpreso e poi un sorriso di contentezza. L’ho un po’ stupita.

Bacio fugace e casto sulle guance. Butto la sacca dietro i sedili, le apro lo sportello da dentro e la faccio accomodare. Non è facile entrare se non si conoscono i trucchi: prima una gamba diritta, poi l’altra.

Si parte. “In che direzione?”. “Prendi la Roma Civitavecchia ed esci a Civitavecchia Nord.”

“Mi sa che ho capito…”.“Ah si? E dove andiamo allora?”.“Alla Ficoncella!”.

La Ficoncella è un insieme di pozze d’acqua termale costruite a valle dei ruderi delle Terme Taurine fatte edificare dall’imperatore Traiano nel secondo secolo. L’acqua è molto calda, ricchissima di zolfo che dopo un po’ precipita formando delle pellicole e delle masserelle che sembrano sporco, ma in realtà è un toccasana per una serie di malattie, dalle dermatiti alle affezioni sessuali, un rimedio naturale ben conosciuto dai locali che l’affollano anche di inverno, visto che le vasche sono anche a 80 gradi. C’ero stato da ragazzo con gli amici, poi vista la vicinanza con Porto Traiano, dove avevo la barca, avevamo provato una volta ad andarci dopo cena ma la folla lo aveva reso impossibile. E comunque avevo un ricordo un po’ naif di queste pozze e delle pellicine galleggianti.

La conversazione in uno spider degli anni 60 senza capote è virtualmente impossibile se si viaggia a più di settanta all’ora. Decido quindi di non prendere l’autostrada e di passare per l’Aurelia, tanto a bassa velocità ci si mette poco di più. Arriviamo dopo un’ora abbondante alle terme, paghiamo il biglietto (che poi è per il parcheggio) e spengo la macchina. Le chiedo se conosce il posto bene e come funziona.

“Possiamo prendere uno spogliatoio, ma forse è un po’ tardi. Vediamo cosa c’è.” e si reca al bar per informarsi. “C’è solo uno spogliatoio funzionante, per cui dobbiamo attendere il turno”.

Ci mettiamo a chiacchierare in attesa che le persone davanti a noi si cambino e ci lascino il posto; ma pare che le operazioni vadano a rilento: bimbi urlanti, madri ululanti, nonne e zie pedanti e mariti sbuffanti. E’ passata già una mezz’ora. Finalmente tocca a noi.

“Senti, entriamo assieme, ti va? Così facciamo prima”. Figuriamoci, tra palestra e barca sono abituato ad esporre le mie nudità senza problemi, per cui va benissimo.

Lo spogliatoio è poco più di una cabina doccia, in due ci si entra a mala pena e ci sono appena una panchetta e due sedie. Guardo di sottecchi Francesca che apre la sacca, toglie la roba ed inizia a spogliarsi. Sfila il twin set, poi i jeans rimanendo in intimo, reggiseno nero e perizoma abbinato, assolutamente non volgare. Io non porto intimo, mi piace stare freeballing quando posso, per cui mi giro di spalle per rispetto nei suoi confronti, anche per concederle il modo di infilarsi il costume. Indosso il mio Speedo (demodé, ma va bene così) e mi giro. “Sono pronto” “Anch’io…”. È rimasta in intimo nero. Se non lo sapessi, direi che è un normale costume in microfibra. Si panneggia con un telo, infila le giapponesine ed apre la porta. La imito e la seguo.

Arriviamo alle vasche, quelle praticabili sono due o tre, più si scende a valle meno l’acqua è calda e ci si può immergere un po’ di più. Ovviamente, sono molto affollate. Ma per magia dopo una mezz’ora si svuotano e noi possiamo prendere possesso di quella un po’ più ampia assieme ad altre coppie. Passa il tempo, si chiacchera del più o del meno anche con le altre persone e faccio sfoggio della mia erudizione spiegando ad un grossetano con la sua signora le origini nobili del suo paese e la sua discendenza dagli Etruschi da me tanto amati. Francesca si fa stretta, mi abbraccia da dietro e si struscia un po’ su di me; appoggia le sue labbra all’orecchio e sussurra un “Andiamo”. In effetti è un bel po’ che siamo in acqua.

Rientriamo nello spogliatoio, mi sfilo il costume, apro la doccia per togliere un po’ di zolfo dalla pelle certo di essere spiato. Mi giro verso di lei nudo e un po’ “fluffy”. Sono tutto depilato e faccio una bella figura pur non essendo un superdotato. Anche lei si è sfilata l’intimo ed è nuda, totalmente depilata meno una piccola striscia sul pube, una “landing strip” ben curata. Reagisco con un ulteriore pulsione al basso ventre, ma mi rinfilo subito i pantaloni della tuta e la polo. Francesca entra sotto la doccia ed inizia a sciacquarsi dandomi le spalle. Ha un bel culo, sodo ed eretto. Da dietro sembra ancora una trentenne, senza un filo di cellulite o di grasso superfluo. “Mi passi il telo per favore?” mi chiede. Lo apro e anziché porgerglielo, la avvolgo con delicatezza chiudendolo sul davanti ma senza toccarle la pelle. Un rapido strofinio per asciugarle la schiena e le spalle e mi distacco da lei. “Ti aspetto di fuori” le dico, per evitare di saltarle addosso nello spogliatoio.

Non devo attendere molto. Dieci minuti, ed è fuori. Radiosa, si è cambiata. Non indossa più i pantaloni, ma una gonna plissé longuette con lo stesso twin set ed un paio di ballerine. Al collo, un giro di perle e due orecchini sempre con perle ai lobi. Un foulard buttato sulle spalle. È stupenda, semplice, un filo di trucco leggero e rossetto appena pronunciato. Porta i capelli sciolti, ancora umidi, ma sembra appena uscita dal parrucchiere. Le capacità miracolose di alcune donne di sapere sempre prima come vestirsi e cosa portarsi in ogni occasione mi stupisce!

Sono quasi le tre del pomeriggio, i ristoranti sono chiusi e forse possiamo trovare solo un po’ di pizza da Mastro Titta. Montiamo in macchina, la capote sempre abbassata, e via verso il mare. Francesca è languidamente distesa, per quanto le è permesso dallo schienale del sedile quasi verticale, visibilmente eccitata. I capezzoli spingono il leggero tessuto del twin-set, deduco che non si è rimessa il reggiseno bagnato. Non ha il seno di una ragazza, ma ci sono ragazze che pagherebbero per ricorrere al chirurgo per avere un seno come il suo. E visto che ha avuto due gravidanze e relativi allattamenti, direi che la natura l’ha aiutata molto, anzi…

Mangiamo un po’, dividiamo una birra piccola e risaliamo in macchina, direzione Roma.

Controllo nel cassettino della macchina, ci dovrebbero essere le chiavi del portello della barca che ho in società con gli amici, ormeggiata al Porto di Traiano; ci sono, abbiamo un posto dove stare un po’, se vuole.

Arrivo alla Marina e giro per il porto, dopo averle chiesto se le andava di accompagnarmi perché, visto che c’ero, volevo vedere se avevano completato i lavori di manutenzione.

“Perché, hai una barca?” mi chiede sorpresa. “Beh, diciamo di si, in realtà è in società con alcuni amici e ce la dividiamo d’estate o facciamo qualche piccola crociera assieme” le rispondo. “Ma non ti credere, è solo una barca a vela da quindici metri, grossa ma non enorme. Ci si entra in sette/otto, una sorta di grosso camper marino” preciso.

Acconsente senza problemi. Mi faccio riconoscere dalla guardia al passo carraio, scendo per parlare e attendo di poter entrare con la macchina. È ottobre, giorno feriale, c’è tutto il posto possibile anche all’interno del porto e parcheggio proprio di fronte alla barca, uno Swan 45 di sette anni fa, una bella barca veloce, quasi da regata, ma molto comoda e rifinita negli interni. La prendemmo da un fallimento pagandola cash un terzo del valore di mercato: un vero affare. Il problema sono i costi fissi, il porto, le tasse, la manutenzione… da solo non ce l’avrei mai fatta, ma in quattro soci è gestibile.

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