“addio Stella…” le dissi passandole accanto senza nemmeno degnarla di uno sguardo.
mi rincorse e mi prese per il braccio, bloccandomi, furente.
“...e salutami Enrico, chiunque sia…” aggiunsi con un sorrisetto.
“Enrico è mio marito, stronzo!” ringhiò, “come ti permetti?”
“quante balle mi hai raccontato, Stella?” le chiesi, stanco, “quante… cose ti sei inventata solo per il gusto di… farci del male?”
diventò paonazza.
“io? io fare del male?” ruggì, “IO?”
la ragazza della reception che era rimasta a guardare se la diede a gambe.
“IO non ti ho mai fatto del male! non IO!” gridò ancora, “io sono quella che è stata… ingannata, odiata… disprezzata! IO NON HO MAI FATTO NIENTE!”
non mi feci impressionare, anzi, la considerai solo…
“sei patetica” le dissi, e questo la fece infuriare ancora di più.
“sei… un figlio di puttana” ringhiò, “come ti permetti di… trattarmi così?”
“addio Stella…” le dissi ancora togliendomi dalla sua stretta, “spero di non vederti più”
“BASTARDO!” gridò, “SEI UN BASTARDO! UN GRANDISSIMO BASTARDO!”
“TU E QUELLA TROIA DI GIOIA!” urlò a squarciagola quando ormai ero fuori, ma seguendomi di fuori continuò nel suo show.
“SIETE… ROVINATI!” continuò a gridare, “IO VI DISTRUGGO, VI… VI FACCIO A PEZZI! VI ROVINO!!!”
non dubitavo che facesse sul serio e che le sue minacce fossero reali, ma… non mi importava più.
aveva delle foto ancora peggiori di quelle che mi aveva mandato e che anche Gioia aveva visto?
ok, pazienza, che ne facesse quello che voleva.
Stella scese le scale e si avvicinò minacciosamente all’auto, chiusi la portiera ma senza darle l’idea che mi stavo nascondendo da lei e con estrema calma allacciai la cintura di sicurezza e poi misi in moto.
Stella era stravolta.
aprì la portiera e mi minacciò puntandomi il dito contro.
“TU… TU TE NE PENTIRAI!” gridò, “TU… TORNERAI STRISCIANDO IN GINOCCHIO PER CHIEDERE IL MIO AIUTO E… E…”
“e che cosa, Stella?” le chiesi, calmo e pacato, “e cosa farai? che cosa farai?”
era… stralunata dal furore.
sapevo bene che cosa provava…
“le tue minacce di stasera sono come le mie di poche ore fa, vuote…” le dissi, sereno, “vai, Stella, qualsiasi cosa tu volessi fare… hai fallito, non ci sei riuscita, hai perso…”
“e adesso vattene” conclusi, sempre più stanco, “devo tornare a casa…”
chiusi la portiera e con un colpo di acceleratore la lasciai indietro, lontana, mentre ancora gridava la sua rabbia.
e mentre guidavo nella notte completamente perso nei miei pensieri Stella rientrò in hotel, salì nella stanza 320 e si lasciò andare sul letto, chiudendo gli occhi.
prese la borsetta e tirò fuori il pacchetto, ne accese una, la prima dopo più di cinque anni di e-cig, e inspirò il fumo che le bruciò i polmoni facendole venire la nausea ma la finì, facendo male a se stessa anche lei, spense il mozzicone nel pacchetto ancora nuovo e lanciò via tutto.
e poi prese il telefono e chiamò, con le dita che tremavano.
“sono io…” disse, sospirò e aggiunse “è uscito adesso, è andato”
dall’altra parte silenzio.
“sei sicura?” le chiese la voce dall’altra parte dell’apparecchio, una voce che non tradiva alcuna emozione.
“sì, ero lì…” disse ancora Stella, “ero lì e… l’ho… insultato, l’ho minacciato, l’ho provocato, ma è andato”
dall’altra parte silenzio.
“io… io ho fatto… quello che mi hai chiesto, io… io…” provò a giustificarsi Stella ma dall’altra parte sentì sospirare e allora non aggiunse altro.
“ok, va bene” le rispose la voce dall’altra parte, “va bene così, tranquilla…”
“sei stata brava, hai giocato bene” le disse ancora la voce, “è stata una sua scelta… non è stata colpa tua”
“d-davvero?” chiese Stella, “finisce… così?”
“sì Silvia, finisce così…” le rispose la voce.
‘Silvia’, erano… mesi che non si sentiva più chiamare con il suo vero nome.
“e… il gioco?” chiese esitante Stella/Silvia, “e… tutto quello che abbiamo… costruito? che cosa faccio io adesso?”
“il gioco è finito Silvia” le rispose la voce, “non eri tu che volevi che finisse presto? non eri tu a chiedere di lasciarlo quel gioco? e di tornare dalla tua famiglia? quella vera?”
“s-sì… ma io…” provò a dire ancora Silvia, ma la voce la fermò.
“adesso il gioco è finito, puoi andare…” le disse la voce, con quel tono che non ammette repliche.
“e… cosa… e cosa faccio io adesso?” chiese Silvia, “io… che cosa farò?”
“quello che facevi prima, Silvia,” le rispose la voce, “quello che facevi prima di conoscere me”
“prima avevo una vita” replicò senza essere aggressiva ma comunque tesa, “e… e adesso non ce l’ho più! me l’hai… stravolta tu!”
dall’altra parte sentì un sospiro, stanco.
“ce la farai, Silvia” le rispose la voce, “o ce la farai tu o ce la farà Stella, devi decidere tu chi sei e chi sarai…”
“va bene…” rispose altrettanto stanca Silvia.
“e… e lui?” azzardò a chiedere.
“ci inventeremo qualcosa…” rispose la voce, “ma non per adesso”.
“e… le fotografie? e i video?” chiese ancora Silvia, “che cosa… che ne devo fare?”
“cancellali” le disse subito la voce, “non tenerne traccia, ci sono rischi che possano girare”
“e… quelli che ha già lui?” chiese ancora Silvia, “non pensi che anche quelli possano… girare?”
“no…” rispose la voce, sicura, “lui non lo farà mai, la ama troppo per usarli…”
“la ama?” le chiese Silvia, “tu… credi davvero?”
“più della sua stessa vita…” rispose la voce.
“ok…” rispose Silvia in un sussurro.
“adesso ti saluto, Silvia” le disse la voce.
“va bene, ciao…” sussurrò Silvia ma ormai la comunicazione era stata chiusa.
Silvia guardò l’ora, erano le due e ventidue.
inspirò profondamente, prese il telefono e nella rubrica selezionò “Patrick cell”
“S-Silvia?” sentì rispondere dall’altra parte un uomo con un leggero accento francese, “amore, sei tu?”.
“s-sì, sono io…” sussurrò lei, trattenendo la commozione.
“amore, dove sei?” le chiese, “come stai? stai bene?”
“amore…” piagnucolò Silvia, “vieni a prendermi, portami a casa… io…” provò a dire ma poi scoppiò in lacrime.
“sto arrivando, amore, sto arrivando…” le disse Patrick, “dimmi dove sei che vengo a prenderti, ti riporto a casa!”
tornando verso casa provai a pensare ancora a quello che mi era capitato negli ultimi quaranta giorni ma… stentavo a crederci, ma mi imposi una cosa, di non farlo più.
sarebbe stata dura, ma almeno ci avrei provato… senza lasciarli galoppare e travolgermi.
arrivai davanti a casa alle due e quarantadue, tutto era silenzioso ma la luce del soggiorno era accesa.
aprii la porta e Gioia era seduta sul divano, e appena mi vide si alzò, e mi sorrise.
depositai tutte le mie cose rifugiandomi nei gesti di sempre per trovare sicurezza e conforto, ma non c’era più niente di “confortevole” nella mia vita.
mi avvicinai a lei esitante, non sapevo se… non sapevo bene come muovermi ma ci pensò lei, come sempre, a rompere gli indugi.
mi volò addosso e mi strinse così forte da farmi male, permettendomi a malapena di respirare, poi mollò la stretta mortale ma si tenne abbracciata a me.
“Gioia, io…” prova a dire ma subito si staccò e mi mise un dito sulle labbra”
“andiamo a letto, adesso” mi sussurrò Gioia, “è tardi…”
annuii e docilmente la seguii in camera da letto, mi spogliai, nudo, ed entrai sotto il lenzuolo dove mi stava aspettando, nuda.
e come sempre mise la guancia sul mio petto, con una mano sulla mia pancia ed un braccio sotto al mio cuscino.
e scese il silenzio, ma durò davvero pochi istanti.
“noi non ci lasceremo mai, vero?” mi chiese Gioia.
“no” le risposi, “dopo quello… dopo quello che ci siamo fatti, e se siamo ancora qui, no, non ci lasceremo mai…”
la sentii farsi ancora più vicina.
“buonanotte amore…” sussurrò.
“buonanotte Gioia…” le risposi, e scese il silenzio.
e pochi istanti dopo Gioia si addormentò, ma il suo telefono si illuminò perché ricevette un messaggio, da un numero non registrato.
“ciao Gioia” scriveva questo sconosciuto, “mi chiamo Silvia e vorrei scriverti di me, ma comincio subito chiedendoti scusa…”
FINE
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