Un’altra coltellata.
Ma poi aggiunse:
«Però…
Vedresti tutto.
In anteprima.
E ci guadagneremmo entrambi, no?
Io ho un assistente discreto, e tu… ti porti a casa uno spettacolo privato.»
Mi passai una mano tra i capelli.
Era una proposta assurda.
Eppure, così maledettamente eccitante.
Reika si voltò verso di me, il trench ancora chiuso sul corpo da sogno che conoscevo ormai quasi a memoria, ma che vederlo dal vivo, così vicino, era tutta un’altra storia.
Mi guardò con quel suo mezzo sorriso storto, sicuro, e disse:
«Per esempio… oggi.
Vorrei che tu mi riprendessi.
Mi spoglio un po’.
Facciamo un giro nel parco, qualche scatto tra gli alberi, gioco col corpo…
E poi mi masturbo.
Lì.
Nel parco.
E tu stai dietro. Occhio vigile, riprendi tutto.
Ti va?»
La sua voce era bassa, decisa, con quella freddezza che faceva ancora più effetto del contenuto stesso delle sue parole.
Io deglutii.
E per qualche secondo rimasi zitto.
La mia mente girava su due binari: quello del “sei pazzo?” e quello del “è la cosa più eccitante che ti sia mai stata proposta”.
Mi grattai la nuca, quasi a prendere tempo, ma in realtà la decisione era già presa.
Avevo già detto sì dentro, solo che le parole dovevano ancora uscire.
«Beh… è decisamente una proposta allettante.
E, a pensarci bene, non c’è nessun motivo per cui dovrei dire di no.
Quindi…
Sai che c’è?
Proviamo.»
Lei annuì.
Fredda, soddisfatta.
Come se avesse appena confermato una pedina nel suo piano.
«Perfetto.
Allora andiamo.
E tieniti pronto:
vedrai cose che non dimenticherai più.»
Si alzò dalla panchina, sistemò il trench e iniziò a camminare verso il sentiero che attraversava il parco come un serpente buio.
Reika mi porse il telefono con nonchalance, senza nemmeno guardarmi.
«Fotocamera già aperta, riprendi tutto bene…»
Sorrise, accennando un morso al labbro inferiore. «Se sei bravo, magari te lo faccio anche rivedere dopo.»
Poi si voltò e cominciò a camminare lungo il vialetto di ghiaia del parco, diretta verso la zona delle vecchie giostre. Era tutto deserto, silenzioso, come se la notte stessa sapesse di dover tacere davanti a quello che stava per succedere.
Quando arrivammo, indossò una mascherina nera e degli occhiali da sole scuri, in pieno stile Reika. Si sistemò il trench con lentezza teatrale e mi lanciò un’occhiata:
«Pronto, regista?»
Annuii.
E allora iniziò.
Salì sull’altalena con grazia sfrontata, le gambe fasciate dalle calze a rete che brillavano lievemente sotto la luce fioca di un lampione. Oscillò appena, e mentre il dondolio prendeva ritmo, si sbottonò lentamente il trench, lasciandolo cadere dietro di sé.
Sotto, un corsetto aderente in vinile nero e una minigonna cortissima. Le curve le esplodevano addosso, scolpite e provocanti. La osservavo mentre giocava, oscillando piano, poi con un movimento rapido si alzò e corse verso lo scivolo. Sfilò il top corsetto come se fosse parte di una coreografia: spalle scoperte, schiena nuda, seno appena coperto da un reggiseno in pizzo sottile.
Era uno spettacolo. Selvaggia, libera.
E il bello è che lo stava facendo solo per la telecamera. Per me.
Restò in intimo: slip neri a vita alta, reggiseno coordinato, calze fino alla coscia. Mentre camminava verso l’albero più grande, sculettava con malizia, voltandosi appena ogni tanto per assicurarsi che la stessi riprendendo come voleva.
Mi fermai quando si sedette sotto l’albero.
Aprì le gambe quel tanto che bastava per rendere la posa indecente e ipnotica. Tirò indietro la testa, sfiorandosi il collo con le dita, poi le labbra, poi la pancia. Si mordeva l’interno della guancia, muoveva il bacino appena, lasciando che ogni gesto fosse lento, sensuale, studiato. Ma non per finta: Reika eracosì. Naturale come il peccato.
Il cuore mi batteva a mille.
Mi trovavo nel cuore del mio stesso desiderio, ed ero l’unico a cui era concesso assistere.
E ancora non avevo idea di dove tutto questo mi avrebbe portato.
Si sistemò meglio sotto l’albero, su quel prato appena umido d’estate. Il pizzo delle calze abbracciava ancora le sue cosce, ma poco altro era rimasto addosso. Il reggiseno nero, trasparente, le accarezzava appena il seno, teso sotto l’aria frizzante della notte. Gli slip erano una striscia nera sottilissima, che spariva tra le sue gambe ogni volta che si muoveva.
Mi guardò, sfiorandosi l’interno coscia con una lentezza indecente. La bocca le si incurvò in un sorrisetto obliquo, il tipo di sorriso che ti scivola sotto pelle e resta lì. Poi infilò un dito sotto l’elastico dello slip e con un gesto morbido se lo sfilò. Restò lì, completamente esposta alla notte. Alla mia camera. A me.
Si sdraiò leggermente all’indietro, con le gambe piegate e le cosce aperte. Il respiro le si fece più profondo, le mani le scorrevano sul ventre piatto, poi più giù.
Io continuavo a riprendere, ogni inquadratura più ipnotica della precedente.
Le dita affusolate accarezzavano la pelle chiarissima, si insinuavano, si fermavano, riprendevano. La bocca si socchiudeva, e un piccolo gemito si perse tra le foglie degli alberi sopra di noi.
Ogni suo movimento era una danza privata, e io il solo spettatore. Il busto si sollevava a scatti irregolari, i capelli le cadevano sul viso, le mani sempre più impegnate nel rendersi piacere. E mentre si perdeva nel ritmo del suo stesso corpo, si leccò le dita con lentezza, poi si accarezzò il seno con quelle stesse dita umide, lasciando che si insinuassero tra i capezzoli duri, rotondi, provocanti.
Le sue labbra sussurrarono qualcosa. Forse il mio nome. Forse no.
Ma in quel momento, ogni fibra del mio corpo lo sentì.
Registrai tutto.
Ogni fremito. Ogni sguardo. Ogni dannata curva.
E dentro di me qualcosa bruciava. Un misto di desiderio, confusione e fame.
Ma sapevo che non era ancora il momento di toccare. Di chiedere. Di pretendere.
No, non con Reika.
Con lei si osserva. Si aspetta. Si desidera.
E si spera, dannazione, di non perdere mai il suo interesse.
Le dita si strinsero sul bordo del reggiseno in pizzo, e con un gesto rapido e sicuro, lo sfilò. Il seno le rimbalzò leggermente, pieno, perfetto, i capezzoli tesi nell’aria tiepida della notte. Non distolsi lo sguardo nemmeno per un secondo, e la camera nemmeno.
Reika si portò una mano sul petto, sfiorandosi con la punta delle dita il capezzolo sinistro, che sembrava rispondere al tocco come fosse vivo, nervoso, in cerca di attenzione. L’altro lo stuzzicò con più decisione, pizzicandolo, tirandolo leggermente, mentre l’altra mano era ancora impegnata più in basso, tra le sue gambe aperte.
Aveva il respiro spezzato, le labbra socchiuse, le guance lievemente arrossate. Ma soprattutto… lo sguardo.
Fisso su di me.
Non sulla camera.
Non nel vuoto.
Su di me.
E mentre il suo corpo si irrigidiva, la schiena si inarcava e le gambe si tendevano in un movimento involontario e meravigliosamente autentico, si strinse il seno tra le mani, stuzzicando il capezzolo con due dita bagnate.
Fu un attimo.
Un’onda.
Un fremito.
La bocca si schiuse in un piccolo gemito che mi trafisse. Il corpo tremò in un piacere trattenuto e sensuale, come se ogni singolo muscolo vibrasse in perfetta armonia con il suo tocco.
