Mi aprì come sempre.
Sorriso dolce, occhi grandi, capelli raccolti male e ovviamente, una canotta sottile che lasciava intuire tutto il necessario, accompagnata da quei soliti pantaloncini sportivi che sembravano disegnati apposta per farmi impazzire.
“Ciao prof!”
disse ridendo, mentre si allontanava sul parquet a piedi nudi.
La stanza era in ordine, la chitarra già poggiata sulla sedia.
Si sedette sul letto, come sempre, gambe incrociate, pronta.
E iniziò a suonare.
Solo che… stavolta qualcosa era cambiato.
Alice stava facendo progressi. Veri.
Le sue mani si muovevano con sicurezza, i suoi occhi seguivano le corde, le note uscivano limpide, morbide, piene.
E sopra tutto questo, la sua voce.
Perché sì, quella sera cantava anche.
E aveva una voce… cazzo, una voce che ti entrava sotto pelle.
Dolce, graffiata al punto giusto, emotiva. Vera.
“Porca miseria Alice,”
disse ridendo mentre applaudivo piano,
“Stai diventando magica.”
Lei arrossì un po’, si piegò in avanti, la canotta che le cadeva appena da un lato, il seno che si muoveva appena sotto il tessuto. Sorrise.
“Mi piace farlo davanti a te. Mi sento più sicura…”
Proprio in quel momento, la porta si aprì.
Entrò sua madre, Veronica.
Bella, curata, elegante anche nella fretta.
“Scusate ragazzi, non volevo interrompere, stavo uscendo. Alice, c’è la cena in frigo, non fare tardi e non scordarti di dare da mangiare a Luna, ok?”
“Sì mamma, tranquilla!”
Veronica mi lanciò un sorriso gentile e poi svanì nel corridoio, chiudendo la porta dietro di sé.
Silenzio.
Io guardai Alice e sorrisi.
“Sei stata bravissima, davvero.”
Lei mi fissò. Quegli occhi verdi grandi, un po’ furbi, un po’ da cerbiatta.
“Posso… concedermi una ricompensa per stasera?”
Alzai un sopracciglio, ironico.
“Che tipo di ricompensa?”
Alice si allungò sotto il letto, tirò fuori una piccola scatolina di latta e la aprì.
Dentro c’era una bustina trasparente piena di marijuana, ben curata, profumata.
“Solo una cannetta, dai. Ce la meritiamo… no?”
Ecco.
Ancora una volta… quella linea sottile tra innocenza e provocazione.
E io lì, a chiedermi se stavo facendo da insegnante… o da complice.
⸻
“Alice, non so…”
“Oh dai… solo una, per festeggiare i progressi.”
“Sono qui per lavorare…”
“E hai fatto un ottimo lavoro, prof. Concediti un premio.”
Mi guardò con quegli occhioni verdi e il tono dolce che sapeva usare benissimo, quasi da bambina viziata.
E come facevi a dirle di no?
Sospirai.
“Okay. Solo una.”
Lei prese il grinder con naturalezza, spezzettò l’erba, la rollò con una precisione da esperta e, poco dopo, la prima boccata fumava già verso il soffitto.
Mi passò la canna, sdraiandosi sul letto.
Io la imitai, rassegnato. Ma divertito.
Fummo lì per un po’, in silenzio, testa contro testa, occhi al soffitto.
“Secondo te le nuvole… si guardano tra loro?”
“Stai già fusa?”
“No. Sto filosofeggiando.”
Scoppiammo a ridere, quella risata lunga e scema che ti viene solo quando sei fatto e felice.
“Guarda il soffitto,” disse a un certo punto, “sembra la faccia di un cane arrabbiato.”
“Alice. Quello è solo il lampadario.”
“Appunto.”
Poi cominciò a giocare con le mie dita. Le intrecciava, le sfiorava, le sollevava in aria come fossero marionette.
“Tu secondo me suoni la chitarra meglio con la sinistra.”
“Sono destro.”
“Appunto.”
Ridevamo per tutto. Anche solo per il suono della parola “fagiolo”.
Poi si voltò verso di me e mi osservò un attimo in silenzio.
“Joe, ma tu… pensi che io sia carina?”
Il tono era innocente. Ma quegli occhi cercavano altro.
“Alice, tu sei oggettivamente una ragazza bellissima.”
Lei sorrise.
Un sorriso che non era più da ragazzina.
Era qualcosa di più. Di pericoloso.
Si girò di schiena, i capelli lunghi che le cadevano addosso, e alzò appena la canotta, scoprendo la schiena nuda.
“Mi fa strano pensare che un ‘prof’ mi guardi così…
Cioè, se mi guardi.”
“Ti guardo solo quando stai per sbagliare un accordo,”
dissi, ironico.
“Appunto.”
E di nuovo scoppiammo a ridere, più vicini di prima, più sciolti.
Più… complici.
Alice si rigirava sul letto come se fosse un’enorme coperta viva.
Rideva per qualsiasi cosa.
“Oh mio Dio, Joe, sembri mio zio quando ridi così.”
“Bene, sono passato da ‘prof’ a ‘zio’. Prossimo step: nonno.”
“Ma sei un prof-ziastro. Dai, hai ventitré anni! Neanche cinque di più di me!”
Si sporse, arricciando il naso, e con la canna tra le dita mi soffiò il fumo in faccia.
Io cercai di non tossire.
Fallii miseramente.
“Ammettilo,” disse sghignazzando, “stai iniziando a divertiti.”
“Sto iniziando a perdere ogni tipo di controllo, sì.”
“Perfetto. Obiettivo centrato.”
La stanza odorava di erba, risate e incenso che aveva acceso all’inizio “per fare atmosfera”.
Era tutto soffuso, caldo, morbido.
E lei… lei si muoveva come se la gravità avesse deciso di lasciarla in pace.
“Hai mai fatto qualcosa di pazzo in vita tua?”
chiese improvvisamente, stendendosi di nuovo a pancia in su.
“Ho accettato di insegnarti a suonare la chitarra.”
“Touché. Ma intendo tipo… cose davvero fuori di testa.”
“Una volta ho fatto paracadutismo.”
“E io una volta ho fatto la pipì in una piscina termale.”
“…Non è la stessa cosa, Alice.”
“No, ma è molto più rock.”
Scoppiammo a ridere di nuovo.
Poi si mise in ginocchio sul letto, la canottiera le ricadeva un po’ di lato, scoprendo una spallina nera. Il seno si muoveva appena sotto il tessuto, libero e morbido.
E per un istante… fui tentato.
“Non mi stai più ascoltando, eh?”
disse, piegando la testa da un lato.
“No, stavo solo… studiando la tua postura da musicista.”
Fece una linguaccia, prese un cuscino e me lo tirò in faccia.
“Allora beccati questo, pervertito!”
E fu guerra di cuscini.
Una guerra senza regole.
Senza armi. Solo risa, fumo, pelle e respiri caldi.
Finimmo stesi uno accanto all’altro, di nuovo, lei con la testa sulla mia spalla, le gambe accavallate.
“Sei troppo simpatico, Joe.”
sussurrò, mezzo addormentata.
“Tu sei un casino, Alice.”
“Appunto.”
E lì, nel silenzio ovattato della stanza, mentre il cuore rallentava e il fumo si dissipava, rimasi ad ascoltare il suo respiro.
E a chiedermi, di nuovo, quanto ancora sarei riuscito a restare solo il suo insegnante di chitarra.
Eravamo lì, sdraiati.
Lei con la testa sulla mia spalla, io ancora un po’ fuso, lo sguardo nel vuoto, il corpo rilassato.
E poi…
“Dlin.”
Il suono di una notifica.
Secco, rapido.
OnlyFans.
Solo che… non la vidi io per primo.
Lo schermo si accese, il nome REIKA comparve in bella vista, e Alice, curiosa come una faina fatta, si sporse verso di me e lo notò.
“E questa cos’è…?”
“Niente, lascia stare.”
“Aspetta, aspetta… ‘nuovo contenuto esclusivo di Reika’.
Joe… ma tu sei uno di quelli?”
Mi voltai verso di lei, sorpreso.
“Di quelli cosa?”
“Di quelli che si fanno le… coccole serali con le tette delle cosplayer su OnlyFans?”
