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Erotika
Tre troie e un coglione · Cap. 4
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Capitolo 4 di 8 18 min di lettura

mai dimenticare il preservativo

un po’ di sana follia nelle giornate di joe lo porta a casa di raffaella.

Asiadu01
1 anno fa · 567 letture · 3

Una scopata? Un gioco? Un racconto che si sta scrivendo da solo?

Eppure, non volevo rischiare.

Non ancora.

Mi limitai a osservare Reika da lontano, come se stessi spiando una parte di me stesso.

La mia ossessione, la mia fantasia, il mio porno preferito.

In carne, ossa, felpa e silenzio.

E intanto, bevevo.

Guardando due donne.

E chiedendomi quale dei due fuochi mi avrebbe bruciato per primo.

La serata andava avanti.

La birra mi stava sciogliendo.

Con Raffaella si scherzava, come sempre.

Una battuta, un ammiccamento, una piega del corpo che diceva tutto e niente.

Lei si avvicinava ogni tanto, mi versava senza chiedere, mi parlava con quegli occhi liquidi e quel sorriso che sapeva esattamente dove colpire.

E io…

guardavo Reika.

Di nascosto.

Come uno stronzo.

Con desiderio.

Con curiosità.

Con fame.

Finché la vidi alzarsi.

Andava in bagno.

Quel bagno unisex in fondo al corridoio.

E non so.

Non so che cazzo mi è passato per la testa.

Forse la birra.

Forse l’erezione costante da tre giorni.

Forse l’idea di incrociarla davvero, senza schermi.

Mi alzai, cercando di non farmi notare.

Non un piano brillante.

Ma l’idea era semplice: incrociarla all’uscita, buttare lì una frase. Una cosa tipo:

“Hey… bella felpa.”

Così, idiota. Ma almeno esistere.

Mi avvicinai al corridoio.

Il cuore martellava.

Stavo sudando.

Ero a due passi da quella ragazza che, fino a ieri, guardavo mentre si toccava dicendo il mio nome.

Il bagno era chiuso.

La luce accesa.

E io lì.

Fermo.

Idiota.

Poi… il clic della serratura.

La maniglia che gira.

Lei uscì.

La felpa larga, il viso abbassato.

Le labbra lucide.

Gli occhi truccati, ma stanchi.

Bellissima, con quella fragilità che ti fa venire voglia di toccarla anche solo per vedere se è vera.

Mi vide.

Mi vide.

Si fermò.

“Stai facendo stalking?”

Disse, seria.

Poi accennò un sorriso appena, come a dire sto scherzando… forse.

“No… cioè…

Volevo solo dirti ciao.”

Lei si avvicinò.

Pochi centimetri.

Ora la vedevo da vicino, i dettagli del viso, la pelle chiarissima, quasi diafana, gli occhi truccati che sembravano leggere tutto.

“Joe, giusto?”

Mi guardò negli occhi.

Non sorpresa.

Solo… presente.

Perfettamente presente.

Annuii.

“Già.

Non pensavo ci saremmo mai… incrociati, così.”

Lei si spostò una ciocca dietro l’orecchio.

“Beh, a quanto pare siamo più vicini di quanto credevamo.

Ma tu… nella videochiamata non ti sei mostrato.”

Fece un mezzo sorriso, un po’ sprezzante.

“Molto misterioso.”

“Mi serviva solo… vedere te.”

Un secondo di silenzio.

Poi fece un passo ancora più vicino.

Lentamente.

“E ti è piaciuto?

Guardarmi?”

Abbassai appena lo sguardo, poi risposi a voce bassa.

“Sì.

Troppo.”

Lei rise.

Un suono leggero, quasi sarcastico.

“Allora adesso lo sai… sono vera.

E ho un cazzo di nome vero.

Ma per te… puoi continuare a chiamarmi Reika.”

Poi mi sfiorò il petto con due dita, come una firma, e sussurrò:

“Non cercarmi, se non sei sicuro di voler giocare sul serio.”

Si voltò.

Andò via.

Il suo profumo rimase lì, addosso a me,

come un invito senza biglietto.

Come una promessa a tempo.

E io…

io ero più eccitato e più perso di prima.

Tornai al mio posto.

Cercai di guardare la partita.

Ma la testa era altrove.

Ancora lì, in quel corridoio, con la sua voce che mi rimbalzava nelle orecchie.

“Non cercarmi, se non sei sicuro di voler giocare sul serio.”

E intanto, a pochi metri da me, Reika era tornata al suo tavolo.

Non mi guardava.

Sembrava concentrata sullo schermo.

Sembrava.

Perché sapevo che non era così.

Poi passò Raffaella, con lo straccio in una mano e il vassoio nell’altra, e con quel tono da “non sto dicendo nulla ma sto dicendo tutto”, mi lanciò:

“Dopo la partita finisco,

se ti va torniamo su insieme.”

Il cuore accelerò.

La pelle reagì.

Annuii.

“Certo. Ti aspetto.”

E fu così.

Aspettai.

Finsi di guardare gli ultimi minuti del secondo tempo.

E quando il fischio finale arrivò, non fu il risultato a interessarmi.

Fu Reika, che si alzò, raccolse la borsa, si avviò verso l’uscita.

Ma prima di varcare la porta…

si voltò.

Mi guardò.

E mi sorrise.

Uno di quei sorrisi lenti, enigmatici, che non significano “ciao”, ma “ci rivedremo, quando voglio io.”

Uno sguardo che mi attraversò.

Uno sfioramento senza pelle.

Uno schiaffo di desiderio trattenuto.

Poi se ne andò.

Svanì nella sera.

Poco dopo, Raffaella uscì dallo spogliatoio, zaino in spalla, capelli raccolti in modo disordinato e quell’aria da “ti ho aspettato” che mi piaceva da impazzire.

“Andiamo?”

disse, sorridendo.

“Andiamo,” risposi.

E ci incamminammo insieme verso casa,

verso quel palazzo che ora custodiva segreti,

fantasie,

e un crescente bisogno di capire chi cazzo ero diventato.

Arrivati sotto il palazzo, infilai la chiave nel portone.

La serata era calda, l’aria piena di rumori ovattati e odore di pioggia lontana.

Stavo per salutarla con un mezzo sorriso quando la sentii alle mie spalle.

“Un’ultima birra da me?”

La sua voce era morbida, ma con quel tono da sfida che conoscevo bene.

Mi girai, la guardai con un sorrisetto.

“Una birra?

Sicura che sia quello che vuoi?”

E mentre parlavo le toccai il naso col dito, come si fa quando si prende in giro qualcuno… o quando si è a un passo dal baciarlo.

Lei rise, si scostò appena.

“Oh, guarda che non sei così irresistibile, sai?”

Poi fece un mezzo passo verso di me.

“Però mi piacciono i tipi che parlano troppo.”

Stuzzicarsi era il nostro linguaggio.

Era così che ci dicevamo che ci volevamo.

Accettai.

“Ok.

Ma solo una.

Giuro.”

Salimmo.

Appena dentro casa, lei si tolse le scarpe con un colpo secco e disse che andava a cambiarsi.

Io rimasi sul divano, con una birra già in mano, aspettando, un po’ stanco, un po’ eccitato.

Poi tornò.

E la birra mi si fermò a metà strada.

Canotta bianca, sottile, senza reggiseno.

Mutandine nere.

Piedi nudi.

Capelli raccolti di fretta.

Una bellezza domestica e sfacciata allo stesso tempo.

Appena la vidi, arrossii.

Era istintivo.

Forse stupido.

Ma non me lo aspettavo.

Lei mi guardò con un sorriso storto, sollevò un sopracciglio.

“Dai, Joe…

me l’hai già leccata.

Ti scandalizzi per così poco?”

Boom.

Un pugno dritto allo stomaco.

Di quelli che fanno ridere, eccitare, e perdere il fiato insieme.

La guardai senza parole per un secondo.

Poi sorrisi, scossi la testa.

“No, è che…

mi stavi venendo in mente mentre bevevo.”

Lei rise.

Si sedette accanto a me.

Le sue cosce nude sfiorarono le mie.

“Allora bevi in fretta, magari ti vengo in mente meglio dopo.”

E in quel momento, tra il suono del tappo, le sue gambe, e quel sorriso da peccato annunciato,

capì che con Raffaella le notti normali non esistevano.

Bevemmo in silenzio per qualche minuto.

Lei sedeva con le gambe raccolte sul divano, la canotta scivolata un po’ più giù su una spalla.

Il suo profumo sapeva di bagnoschiuma e notte calda.

Mi stava risucchiando. Piano.

Così, per spezzare l’atmosfera, o forse per spingerla oltre, le chiesi:

“Allora, Raffa, cosa mi fai leggere stasera?

Un altro dei tuoi racconti da censura?”

Lei sorrise senza guardarmi, alzò gli occhi verso la libreria piena di quadernini malconci, alcuni col dorso strappato, altri tenuti insieme da elastici colorati.

Ne prese uno a caso.

“Questo è vecchio.

Ma uno dei miei preferiti.”

Me lo porse.

Lo aprii.

Sfogliai fino a una pagina piegata.

Lessi.

Era un racconto breve, intenso.

Parlava di un ragazzo che si inginocchiava ai piedi della protagonista, li prendeva tra le mani, e iniziava a leccare lentamente la pianta del piede, tra i sorrisi increduli e l’eccitazione crescente della ragazza.

Poi saliva piano.

Caviglia.

Polpaccio.

Coscia.

Fino a… beh.

Sollevai lo sguardo.

Lei si mordeva l’unghia del pollice.

Prima di andare avanti…

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