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Erotika
Tre troie e un coglione · Cap. 1
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Capitolo 1 di 814 min di lettura

Introduzione

tornato a casa dopo la laurea, tra un lavoretto extra per mettere in tasca qualcosa in più e un incontro particolare, il protagonista inizia ad impantanarsi in qualcosa di grande e complicato, ma incredibilmente eccitante.

Asiadu01
1 anno fa · 953 letture · 6

“Sono tornato da poco. Vivo al terzo piano. Dopo la laurea, sto sistemando un po’ le cose.”

“Ahhh, sei uno di quelli intelligenti!” disse ridendo, agitando una mano come per scacciare la mia umiltà. “Io invece faccio la barista in un bar in centro. Turni folli, clienti folli. Ma nel tempo libero cerco di scrivere… libri, storie, qualsiasi cosa. Magari un giorno smetto di servire cappuccini e divento la nuova Sally Rooney.”

La sua parlantina mi strappò una risata vera.

Era frenetica, vivace, solare.

E bellissima. Ma non nel modo sfacciato e urlato di una influencer: una bellezza naturale, autentica, di quelle che si scoprono un dettaglio alla volta.

Il suo viso aveva una forma ovale armoniosa, con zigomi appena accennati che le davano definizione senza renderla spigolosa. La pelle, liscia e ambrata, sembrava brillare alla luce dei lampioni, come se ogni sua curva fosse accarezzata dalla luce di un tramonto lento.

Gli occhi erano grandi, leggermente a mandorla, di un marrone profondo e vellutato. Le ciglia lunghe e incurvate, le sopracciglia piene e naturalmente arcuate: tutto in lei sembrava disegnato, ma con la mano leggera della natura.

Il naso era dritto, con una punta arrotondata perfettamente bilanciata. Le labbra… piene, ben disegnate, morbide a vedersi. Inviting.

I capelli erano neri, lunghi, lucidi. Cadendo sulle spalle in morbide onde, lasciavano scoperto un collo sottile, elegante, ornato solo da una catenina semplice che brillava sopra una lieve scollatura.

Indossava un top aderente color crema che le abbracciava il seno con naturalezza, evidenziando un décolleté pieno ma mai eccessivo. La vita sottile si chiudeva su jeans a vita bassa, che scoprivano appena l’ombelico e accarezzavano fianchi morbidi e femminili, con una naturalezza che mi fece deglutire.

Ma ciò che mi colpiva più di tutto era il suo modo di muoversi: spontaneo, leggero, ma pieno di presenza. Come se ogni gesto, anche il più distratto, avesse dentro una storia.

“Scusa se parlo tanto, lo faccio sempre, soprattutto quando sono in imbarazzo. E ti giuro che non succede spesso, ma a volte, tipo ora, non riesco a fermarmi.”

“No, tranquilla. È… divertente,” risposi, senza distogliere lo sguardo.

Lei mi studiò per un attimo. Non flirtava. Non ancora. Ma qualcosa aleggiava. Forse solo curiosità reciproca.

Forse qualcosa di più.

“Allora ci becchiamo, Joe-del-terzo-piano. Magari ti offro un caffè al bar. O un consiglio editoriale, se vuoi leggere storie brutte scritte in fretta.”

“Volentieri. Basta che non mi chiedi di suonarti la chitarra.”

“Suoni?”

Fece un passo avanti, interessata.

“Allora sì. Voglio proprio vederti. Magari sei tipo un cantautore triste e intenso, di quelli che fanno innamorare le ragazze timide.”

Scoppiai a ridere.

“No, niente triste. Giusto qualche accordo… pericoloso.”

Lei mi strizzò l’occhio.

“Meglio così.”

Si voltò, salì sull’ascensore e mi lasciò lì, solo nell’androne, col cuore che batteva ancora, come se quella sera non volesse finire mai.

Quella sera tornai a casa con la testa piena.

Alice. Raffaella. Il pizzo nero e quel sorriso disordinato nel corridoio.

Mia madre aveva preparato qualcosa di surgelato e poco ispirato. Mangiai distrattamente, guardando le notifiche sul telefono. Poi, con il portatile sulle gambe, restai a letto a guardare qualche video a caso fino a crollare nel sonno.

Il giorno dopo fu uguale a molti altri: sveglia alle 8:30, caffè bruciato, connessione traballante, una riunione troppo lunga e lo stesso codice da rifattorizzare.

Dalle 9 alle 18, come ogni giorno.

Niente di memorabile.

Il giorno dopo, invece, qualcosa cambiò.

⸻

Ore 19:00. In punto.

Solito portone, solito corridoio, solita porta aperta con la voce di Veronica in sottofondo. Ma appena entrai, capii subito che c’era qualcosa di diverso.

“Ciao Joe!”

Era la voce di Alice.

Non di sua madre.

Mi avvicinai al soggiorno, poi alla sua stanza. La porta era socchiusa.

“Entra pure!” disse, e la voce vibrava di una strana allegria.

Spinsi piano.

E lì la vidi.

Era in piedi accanto al letto, sistemando qualcosa su un piccolo leggio improvvisato. La finestra era aperta, l’aria tiepida della sera faceva muovere leggermente le tende.

Alice indossava una canottiera grigia chiara, sottile come un velo, senza reggiseno.

E bastò un secondo per rendermene conto.

Il tessuto, leggerissimo, seguiva ogni curva del suo corpo con una fedeltà spietata. I capezzoli si disegnavano sotto il cotone, duri e visibili a ogni respiro. Il seno, pieno e sodo, ballava leggero mentre lei si muoveva, con una naturalezza disarmante.

I pantaloncini erano gli stessi dell’altra volta, ma sembravano ancora più corti.

Ingoiai a vuoto.

“Oggi siamo solo io e te,” disse girandosi verso di me, con un sorriso. “Mamma è uscita. Quindi posso sbagliare tutte le note che voglio, senza nessuno che urla dalla cucina.”

“Perfetto,” dissi, cercando di sembrare disinvolto. “Allora possiamo concentrarci su… l’accordo di Sol.”

“O su quello che vuoi tu,” disse, già sedendosi sul letto, gambe nude incrociate, la canottiera che tirava appena mentre si chinava per prendere la chitarra.

Mi sedetti accanto a lei. La distanza tra noi era quella giusta per non toccarci. Eppure, bastava una distrazione… e le nostre ginocchia si sarebbero sfiorate.

“Allora,” disse con tono teatrale, “oggi ho la sensazione di essere bravissima. Ho già imparato tre accordi e la posizione comoda per mettermi in mostra.”

“Hai anche talento, guarda un po’.”

“Sì ma tu guarda quanto,” disse piegandosi lentamente in avanti con la chitarra, come se cercasse una posizione migliore.

E la canottiera scese ancora.

Un secondo. Il tempo di vedere un seno che si muoveva sotto il tessuto come vivo, pieno, morbido, perfettamente modellato. Il tessuto ne seguiva la forma, si tendeva sul profilo, e sembrava lì per essere notato.

“Sei distratto?”

La voce di Alice mi raggiunse mentre io ancora cercavo di trovare un accordo diverso dal panico.

“No. Solo… attento.”

“Ah, ottimo. Allora guarda bene.”

Si avvicinò per vedere le mie dita sugli accordi, poggiando la sua coscia nuda contro la mia. Calda. Liscia.

Non si mosse.

Continuammo così. Ridendo, scherzando, provando accordi e battute. Lei a un certo punto disse:

“Secondo me hai una voce sexy. Dovresti cantare più spesso.”

“Secondo me stai flirtando.”

“No,” disse dolcemente. “Flirtare è quando ti fai desiderare. Io sto solo dicendo la verità.”

Poi scivolò lentamente dal letto per allungarsi verso la bottiglietta d’acqua. In quel movimento, il seno ondeggiò appena, visibile sotto la canottiera come una promessa.

Le spalle nude, la curva della schiena che si piegava in avanti, la linea del fianco scoperta dai pantaloncini che si erano alzati un po’.

Quando tornò a sedersi, si girò verso di me con un’aria innocente.

Quella sera Alice sembrava inarrestabile.

Ogni accordo era un pretesto per scherzare, ogni nota sbagliata un’occasione per ridere, sfiorarmi, lasciarsi sfuggire qualcosa che non doveva.

Seduti uno accanto all’altra sul letto, le nostre ginocchia si toccavano ormai da diversi minuti. E nessuno dei due sembrava volerle staccare.

“Hai una concentrazione pessima,” disse lei dopo l’ennesimo errore.

“Mi distrai,” risposi senza pensarci.

Lei rise, abbassando lo sguardo, poi mi guardò da sotto le ciglia.

“Davvero? Cos’è che ti distrae?”

La canottiera sottile le si era incollata addosso, i capezzoli tesi ben visibili sotto il tessuto.

Sapeva esattamente cos’era che mi distraeva. Ma voleva sentirmelo dire.

“Un po’ tutto,” dissi. “Il tuo modo di ridere. Il modo in cui ti muovi. Il modo in cui non porti il reggiseno.”

Fece una risata soffice, lasciando cadere indietro la testa e i capelli.

“Così poco ti basta?”

“Così poco… basta a chi ha troppa immaginazione.”

Lei mi guardò di nuovo, con uno sguardo più serio. Gli occhi grandi, intensi. Quel tipo di sguardo che non si spiega: lo senti. Ti prende alla gola.

Si chinò per posare la chitarra. Il seno si mosse piano, libero. Poi si voltò e si appoggiò sul fianco, sorreggendosi con un braccio.

“Tu sei bravo a suonare. Ma secondo me saresti bravissimo a baciare.”

Mi si bloccò il respiro.

Non sapevo se stesse ancora scherzando. Se stesse solo provocando.

Ma il silenzio che seguì sembrava urlare.

Ci guardammo. Era a pochi centimetri. Le sue labbra si aprirono appena. Le avrei potute sfiorare con un respiro.

Poi, all’improvviso, disse:

“Sai che ho un fidanzato, vero?”

Boom.

Come se qualcuno avesse staccato la corrente.

“No. Non lo sapevo.”

“Lo dico solo perché… a volte sembro un po’ troppo ‘così’. Ma ci tengo. Cioè, più o meno.”

Più o meno?

La frase restò sospesa.

Sembrava aspettare una mia reazione. Una mia mossa.

Ma io non mi mosso.

“E quindi… tutto questo?”

Feci un gesto vago con la mano. Le gambe che si toccavano, i seni in bella vista, la frase sul bacio…

“Questo è… Alice.”

E sorrise, lenta, maliziosa.

“Io sono fatta così. Mi piace giocare. Non significa che voglia davvero… sai.”

“No, certo,” dissi. “Non ho mai pensato nulla del genere.”

“Bugiardo,” sussurrò.

E rise, di nuovo. Ma stavolta c’era una nota in più. Una consapevolezza.

Si alzò dal letto, stiracchiandosi. I pantaloncini si sollevarono quel tanto da far sparire l’orlo sotto le curve dei glutei.

Poi si voltò verso di me con un’aria innocente.

“Ci vediamo dopodomani, prof. Stessa ora?”

“Stessa ora.”

Uscendo, mi chiesi quanto di quello che aveva detto fosse vero.

E quanto, invece, fosse parte del suo gioco.

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Scritto da
Asiadu01

giovane ragazza che da poco si sta approcciando alla scrittura di racconti erotici. se volete scrivermi: [email protected] blog tumblr: https://www.tumblr.com/asiadu01

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