«Ma smettila…»
«Dai, Ale… è normale. È bellissima, no?» disse, leccando il ghiacciolo in modo provocante. «E tu sei in piena esplosione ormonale… Avresti bisogno di un po’ di sfogo, altroché.»
Cercai di tornare alle istruzioni, ma era impossibile concentrarsi con lei che mi studiava così da vicino.
«Quindi?» continuò con tono più basso. «Mai fatto nulla con nessuna? Neanche una cosina piccante, un’esperienza fuori dalle righe…?»
«Non… non così. Ho avuto… qualcosa. Ma niente di serio.»
Federica rise piano, appoggiando il bastoncino vuoto del ghiacciolo sul tavolino. «Che dolce… sei ancora da svezzare. Ma tranquillo, ci pensa zia Fede.»
La guardai di nuovo. «Dovresti essere una psicologa seria…»
Lei si sporse appena verso di me. «Ma io non sono la tua psicologa. Io sono quella che ti fa le domande che contano. Tipo: quanto spesso pensi a Gabriella quando sei da solo, eh?»
Arrossii di colpo. Lei scoppiò a ridere e mi diede una piccola spinta sulla spalla.
«Vedi? Avevo ragione. Sei cotto, Ale. Ma tranquillo… prima o poi succederà qualcosa. E magari nel frattempo,» disse strizzando l’occhio, «ti aiuto io a capire come si gestisce un desiderio proibito.»
Avevo le mani che tremavano mentre cercavo di inserire le viti nella struttura. Montare quella libreria, in quel momento, era diventato un’impresa epica.
Provai a cambiare discorso mentre incastravo i pannelli laterali della libreria, stringendo le viti con più forza di quanto servisse davvero.
«E quindi… com’è la tua giornata tipo?» chiesi, cercando di sembrare disinvolto.
Federica si stiracchiò sul tappeto come un gatto pigro, poi si mise seduta di nuovo incrociando le gambe con noncuranza. La canottiera si era leggermente sollevata, lasciando intravedere un pezzetto di pancia liscia.
«Beh, abbastanza noiosa a tratti… studio, pazienti, un sacco di scartoffie. E poi riunioni, supervisioni, ti giuro che a volte mi sembra di impazzire. Però… mi piace. Ogni persona è una storia a sé, una specie di piccolo enigma da decifrare.»
«Sembra figo. Anche se stressante.»
«Lo è. Ma c’è anche un bel lato: entri nelle vite delle persone, a volte nei loro segreti più nascosti.»
Mi guardò con un sorriso lento. «Un po’ come sto facendo ora con te, no?»
Sospirai. «Tu non entri nei segreti, li spacchi a martellate.»
Lei ridacchiò e si sollevò per sedersi sul suo letto, allungando le gambe nude in modo fin troppo teatrale. Parlava con tranquillità, ma ogni tanto si passava una mano tra i capelli, o giocava con la canottiera, come se fosse tutto casuale… ma non lo era. Era il suo modo.
«Quindi niente fidanzate serie, niente avventure. Sei proprio un bravo ragazzo, eh? Troppo bravo, forse.»
Feci finta di non sentire mentre fissavo le istruzioni della scrivania.
«E tu invece? Qualche paziente che ti ha fatto perdere la testa?»
«Per ora no, ma chi lo sa… magari mi succede con qualcuno che conosco da una vita…» sussurrò, come fosse una battuta. Poi si alzò e andò a prendere una bottiglietta d’acqua, bevendo con calma mentre si appoggiava al tavolo, proprio di fronte a me.
Ero in ginocchio davanti alla struttura, sistemando un ripiano, ma ogni volta che alzavo gli occhi c’era qualcosa da vedere. Le sue provocazioni erano sottili ma continue, come gocce che scavavano.
Alla fine, non resistetti.
«Posso chiederti una cosa seria, ora?»
Federica sollevò un sopracciglio, incuriosita. «Wow, sembri quasi adulto. Spara.»
«Tu sai qualcosa in più di quello che succede tra Gabriella e Matteo? Cioè… sembrano sempre a un passo dal lasciarsi.»
Federica si appoggiò al mobile mezzo montato e inizialmente scrollò le spalle. «Boh, sai com’è Gabry… non parla tanto. Fa la dura, ma dentro si spegne piano piano.»
Fece una pausa, poi aggiunse, abbassando un po’ il tono, anche se diretto come sempre.
«Ti dico la verità, Ale: Gabriella non è più felice. Non lo dice, ma lo vedi. Matteo… non la fa più sentire desiderata. Non la tocca quasi più, e quando lo fa, è tutto piatto, senza passione. Lei prima era diversa, capito? Aveva un fuoco dentro, si vedeva da come camminava, da come rideva, da come si vestiva. Ora sembra quasi… rassegnata.»
Mi bloccai un secondo, il cacciavite fermo tra le dita. Lei continuò, guardandomi.
«Gabriella ha bisogno di sentirsi viva, non solo amata. Le serve pelle, sguardi, desiderio. E Matteo questo non glielo dà più da un pezzo. Solo che lei non lo ammette. Sta lì… sperando che le cose cambino da sole.»
Mi voltai lentamente verso di lei. Era seria, stavolta. E quel pensiero mi fece esplodere mille riflessioni in testa, che cercai di ricacciare giù.
«Quindi… dici che non va affatto bene tra loro?»
«No. Ma non credo che lo chiuderà a breve. Forse aspetta di crollare del tutto. O magari… aspetta qualcosa che le faccia capire cosa si sta perdendo.»
Poi tornò a sorridere. Ma lo sguardo era rimasto fisso su di me. «Perché? Sei preoccupato per la sorellina?»
«Solo curioso.»
Si spostò accanto a me, lasciando cadere la bottiglietta d’acqua sul tavolo e accovacciandosi di nuovo. «Ma senti, ora che ti sei scaldato… mi aiuti anche a sistemare i faldoni nella libreria nuova?»
Mi voltai verso di lei. Era di nuovo troppo vicina, e il suo profumo mi colpiva in pieno.
«Se smetti di stuzzicarmi per cinque minuti, forse ci riesco.»
Lei sorrise, piegando la testa. «Ci proverò… ma non prometto niente.»
Mentre montavo l’ultima mensola della libreria, la mia mente continuava a tornare a quella conversazione con Federica. Le sue parole su Gabriella non mi lasciavano in pace, un misto di preoccupazione e qualcosa di più difficile da definire si faceva strada dentro di me.
Terminai di montare l’ultima mensola della libreria, il lavoro era quasi finito. Federica si dedicò subito a sistemare i libri e i documenti appena posizionati, muovendosi con disinvoltura tra gli scaffali. Io, invece, mi spostai accanto a lei per iniziare a montare la scrivania nuova.
Mentre avvitavo le ultime viti, la conversazione continuava a scorrere leggera, ma ogni tanto lei tornava a fissarmi con quel sorriso provocante. Poi, con aria seria e un po’ maliziosa, mi interruppe.
«Ale, devo chiederti una cosa… voglio che mi rispondi sinceramente, senza giri di parole.»
Annuii, concentrato sul lavoro ma curioso.
«Quella tua cotta per tua sorella… è vera? Da quanto tempo?»
Feci una pausa, cercando di trovare le parole giuste. «È da sempre, credo. Fin da quando ero piccolo. Non so bene spiegare, è qualcosa di diverso, non solo una semplice attrazione.»
Federica rise, scuotendo la testa divertita. «Sei proprio un bambino, Ale. Ma ti capisco… è un debole che ti porti dietro, eh?»
Continuai a montare la scrivania, le mani un po’ più lente, mentre lei sistemava con calma i libri. Poi, quasi a sussurrarmi una sfida, si avvicinò e con voce dolce ma provocante disse:
«E se davvero Gabriella ti lasciasse fare… se davvero volesse lasciarsi andare con te, tu riusciresti a farla impazzire?»
Il cuore mi batté forte, la domanda mi colpì come un’onda, lasciandomi senza fiato.
Eravamo a terra, uno accanto all’altro, e lei mi guardò con quella passione che conoscevo fin troppo bene. Con un sorriso malizioso, mi disse: «Dai, io sono Gabriella. Mi lascio toccare, cosa mi fai? Fammi vedere cosa vuoi fare a tua sorella.»
La sua voce si fece più dolce e sfacciata insieme: «Toccami, fammi quello che vuoi. E se vuoi, puoi anche chiamarmi sorellona.»
Iniziò a provocarmi come solo lei sapeva fare, il suo sguardo era una sfida. Poi, con un gesto lento e deciso, il suo piede nudo sfiorò il mio, iniziando a giocare. «Non hai il coraggio, vero?» mi sussurrò, facendomi sentire ogni volta più nervoso e allo stesso tempo incantato.
il coraggio inizio a scorrere piano piano in me.
Le salii sopra con un misto di timore e desiderio, mentre lei si stendeva sotto di me senza opporre resistenza, anzi… sorridendo come se stesse aspettando quel momento da sempre. Le mani tremavano appena mentre scivolavano lungo il suo busto, e poi sul seno, sfiorandolo piano, sentendolo pulsare sotto la maglietta leggera.
Federica rise piano, sussurrando: «Non è grande come quello di Gabri, vero?»
