«Oggi studio, eh?» mi chiese mentre si infilava gli occhiali.
«Sì…» risposi, cercando di non far tremare la voce.
Mi lanciò un sorriso distratto. «Ci vediamo dopo.»
E poi uscì.
E io rimasi lì, da solo.
Per un po’ tentai di concentrarmi, ma ogni cosa mi riportava a loro. Ogni stanza mi restituiva immagini, ricordi, piccoli dettagli che ormai conoscevo a memoria.
Presi la bottiglia di vino dal mobile e la misi in frigo. nonostante quella bottiglia non fosse per me.
Già, perché in realtà io non ero invitato.
Non lo ero mai.
Quelle serate nell’idromassaggio erano diventate una loro abitudine. Un piccolo rituale tra Gabriella e Federica: chiacchiere, vino, musica a basso volume e due costumi che lasciavano poco spazio all’immaginazione.
Io, in genere, me ne stavo chiuso in camera, con gli auricolari nelle orecchie e una parte del cervello che faceva finta di non pensarci troppo.
L’altra parte, invece, stava già andando fuori controllo.
Era l’idea di vedere Gabriella in costume, ancora una volta, a pochi metri da me…
Quel corpo che avevo visto centinaia di volte, ma che ogni volta sembrava diverso, più bello, più maturo, più provocante.
Quel seno grande e pieno che sembrava sempre voler scappare dalla stoffa, quel fondoschiena perfetto che si muoveva dentro l’acqua come se sapesse di essere guardato.
Ed era questo il punto. Io guardavo.
Sempre.
La desideravo da quando ero piccolo. E con gli anni quella roba non era sparita. Era cresciuta.
Silenziosa, nascosta, ma sempre lì.
A furia di pensieri e fantasie, il tempo volò. Alle 17:58 spaccate sentii la chiave girare nella porta d’ingresso. Gabriella tornava.
Entrò con passo veloce e nervoso, lanciando la borsa sul divano senza nemmeno salutare. Aveva la camicetta sbottonata fino al terzo bottone, gli occhiali già in mano e un’espressione tirata che parlava da sola.
«Tutto bene?» chiesi dal tavolo, cercando di sembrare distratto dai miei appunti, anche se ero pronto da mezz’ora a scrutarla.
«Mh.»
Sbuffò appena, scrollò le spalle e sparì nel corridoio. I tacchi rimbombarono sul parquet. La sua porta si chiuse con un tonfo.
Provai a bussare. «Gabriella?»
«Lasciami stare, Ale.»
Qualcosa la tormentava. Il modo in cui si era tolta gli occhiali, il tono di voce secco… tutto faceva pensare che fosse tornata nervosa per davvero. Stava già cambiandosi, e da come si muoveva nella stanza, sembrava che anche i vestiti le dessero fastidio.
Stavo per tornare al mio posto quando il campanello trillò con due colpi secchi e decisi.
Aprii.
Federica era lì, con uno di quei sorrisi da prendere a schiaffi — o da baciare contro il muro.
Il copricostume bianco, quasi trasparente, le aderiva addosso come una seconda pelle, lasciando vedere ogni dettaglio del bikini nero che sembrava cucito apposta per far perdere la testa. Il seno, pieno e teso sotto il tessuto leggero, ondeggiava mentre camminava già dentro casa, senza aspettare che la invitassi.
«Oh, guarda un po’ chi c’è…» disse ironica. «Il guardiano dell’idromassaggio. Sei pronto a controllare che non anneghiamo?»
«Ciao Federica» mormorai, cercando di non guardarla troppo, ma lei ovviamente se ne accorse.
«Che c’è, ti vergogni? Non hai mai visto un costume?»
Si avvicinò un po’, facendosi più seria. «O forse è il mio che ti imbarazza…»
In quel momento si piegò verso di me come per sistemarsi un sandalo, ma sapeva benissimo cosa stava facendo. Il seno le si mosse sotto il copricostume in un modo lento, teatrale. Io deglutii. Lei sorrise.
«Se ti fa così effetto il costume… figurati dopo, quando usciamo bagnate e rilassate.»
Mi fece l’occhiolino, poi si guardò intorno. «Dov’è Gabriella? È già in modalità “cazzi suoi”?»
«Sì… è rientrata arrabbiata. Le ho chiesto cos’era successo ma non ha voluto parlare.»
Federica fece una risatina nasale, piena di malizia.
«Eh, lo so io cos’ha. Ma non posso dirtelo. Sono cose da adulti… non da bambini.»
Poi si voltò e mi lanciò uno sguardo tagliente.
«Anche se ormai… tu stai facendo di tutto per non sembrare più un bambino, eh?»
Mi restò piantata davanti, a pochi centimetri dal viso. Il profumo che aveva addosso era dolce e speziato, qualcosa che restava sotto pelle.
Abbassò gli occhi, poi li rialzò lentamente.
«Fai attenzione, Ale. Guardare troppo… a volte porta guai.»
Si allontanò con un’andatura lenta, lasciando la scia del suo profumo e quella provocazione che mi martellava in testa più di qualsiasi compito.
Gabriella uscì dalla stanza senza dire nulla, ma il colpo d’occhio parlava per lei.
Indossava un bikini blu notte, semplice ma che sul suo corpo sembrava tutt’altro che innocente. Il reggiseno, un triangolo morbido, faceva fatica a contenere il seno abbondante e pieno, che si muoveva lento a ogni passo. Sopra aveva un pareo nero, legato basso sui fianchi, che lasciava scoperte le cosce grosse e sode. La carnagione chiarissima brillava sotto la luce calda del pomeriggio e, con i capelli ancora un po’ arruffati dal lavoro e gli occhiali di nuovo sul naso, sembrava uscita da uno di quei sogni che tornano la notte per tormentarti.
«Saliamo?» chiese rivolta a Federica, che già si era sistemata una molletta nei capelli.
«Pronta. Portiamo su il vino che ho visto in frigo?»
Gabriella annuì. «Sì, e due bicchieri. Ale, ci pensi tu?»
Non feci in tempo a rispondere che loro erano già sul primo gradino della scala a chiocciola che portava al terrazzo.
Sospirai e mi voltai verso la cucina. Le osservai salire, una dietro l’altra, con quel modo disinvolto e perfettamente femminile di muoversi: i parei che ondeggiavano, le curve che si disegnavano sotto la stoffa leggera. Il suono delle loro risate salì veloce insieme a loro, mentre io restavo lì, solo, a stringere la bottiglia di bianco come fosse la mia unica compagnia.
Mi sedetti un momento sul divano. Il pensiero di Gabriella, così nervosa prima e ora rilassata, immersa nell’acqua calda con Federica, mi arrovellava. Lei non mi vedeva, non mi aveva mai visto in quel modo. Ma io sì. Io la vedevo eccome. Ogni volta. Da anni.
E poi c’era Federica… che sapeva guardarmi come se lo sapesse, come se leggesse tutto.
Il telefono vibrò.
Un messaggio.
“Porta su i salatini, cameriere ;)”
Sospirai, poi sorrisi.
Presi una ciotola con qualche snack e i tovagliolini. Quando salii le scale, sentii il rumore dell’idromassaggio già acceso. La porta a vetri del terrazzo era socchiusa e il sole, ancora alto, illuminava tutto d’oro.
Entrai.
La scena mi colpì come un pugno nello stomaco.
Gabriella e Federica erano immerse nell’idromassaggio fino al seno, i capelli raccolti in fretta e il viso leggermente arrossato dal vino. La pelle lucida d’acqua, i bicchieri in mano e quella disinvoltura che sembrava studiata per mandarmi in tilt.
Federica fu la prima a vedermi.
«Ah, eccolo!» esclamò, con un tono teatrale. «Il nostro servitore personale! Sei stato rapidissimo.»
«Lascia lì, Ale» disse Gabriella, appoggiando il bicchiere sul bordo della vasca. «E non rubare i nostri snack.»
Posai tutto su un tavolino accanto e feci per girarmi.
«Aspetta…»
Federica mi bloccò con la voce. «Vieni un po’ più vicino… hai mai visto due dee nude in acqua calda?»
Gabriella rise, ma non disse nulla. Si limitò a gettare indietro la testa, mostrando il collo, e si lasciò accarezzare dall’acqua. Il bikini si era inzuppato e aderiva ancora di più al suo corpo: il seno sembrava raddoppiato, i capezzoli tesi sotto il tessuto. Le cosce immerse si intravedevano appena.
Federica, intanto, si sollevò leggermente, il suo fondoschiena uscito parzialmente dall’acqua, e si sistemò i capelli bagnati.
«Peccato che tu non possa entrare…» disse, fissandomi. «Regole da donne, ricordi?»
Gabriella annuì. «Eh già. Tu al massimo puoi portare gli asciugamani.»
«O fare le foto se proprio ti serve materiale per la notte» aggiunse Federica con un sorriso provocante, facendomi l’occhiolino.
Risi nervosamente, accennando a voltarmi.
Il cuore mi batteva forte. Il sole sulle loro pelli umide, i corpi immersi, i sorrisi mezzi brilli… era tutto troppo.
Scesi le scale più lentamente.
il suono delle risate di sopra e l’odore del loro corpo misto a crema solare e cloro mi restavano addosso.
Scesi le scale con un peso nello stomaco e qualcosa che bruciava sotto la pelle.
Tornai in camera e mi buttai sul letto, ancora vestito. Restai lì, a fissare il soffitto, poi chiusi gli occhi.
