Lei torna da me sorridendo, quel sorriso da sgualdrinella che mi lascia sempre immaginare cosa voglia farmi e tutte le volte mi sorprende. Si prende da una tasca un elastico viola scintillante di brillantini, con l’altra mano i suoi lunghi capelli fulvi e con un movimento sicuro dettato dall’esperienza si fa la coda. «Ti voglio, Lele. Ricordati che io sarò sempre con te e ti rispetterò, non come…» Non aggiunge altro, ma dal tono della voce e dallo sguardo pare chiaro che si stia riferendo alla Nobili, sottintendendo con il suo silenzio qualcosa di molto volgare nei confronti dell’insegnante. «Vorrei che mi facessi urlare di piacere, come fai quando siamo a casa tua, ma l’intervallo è troppo breve e.… e dovremo accontentarci».
Si inginocchia davanti a me, apre i miei jeans e li abbassa. Fissa per un istante la deformazione del tessuto delle mie mutande; sorride alzando gli occhi verso i miei. «Spero di essere io a fartelo diventare così grosso».
Inspiro profondamente, stringo le dita delle mani e le libero. Non ricominciare con quella cazzata, quella fottuta bocca aprila solo per succhiarmi il cazzo, troietta… «Ma certo, amore,» dico a denti stretti. Le appoggio una mano sulla nuca, e non so come mi trattengo dal gettarla contro il mio inguine: mi limito ad accarezzarla, sebbene il mio movimento vada a scatti, i muscoli del mio braccio che sembrano avere degli spasmi, lottare contro la mia volontà.
La ragazza afferra l’elastico degli slip e abbassa. La mia nerchia pare sgranchirsi e allungarsi verso di lei, come la lingua dentata dell’Alien quando attacca la sua vittima. Un brivido mi corre lungo la colonna vertebrale, il mio inguine sembra in fiamme.
Lei afferra il cazzo, lo sposta di lato e lo lecca sul lato sinistro con la punta della lingua. Mi aspetto di vedere un getto di sborra colpirla in faccia tanto sono eccitato. L’altra mano accarezza i miei coglioni, scivola tra le gambe, in mezzo alle chiappe e il mio buco del culo si apre quando il dito medio di Isabella vi si infila. Grugnisco quando lo percepisco frugarmi il retto, il mio cazzo farsi ancora più turgido e caldo.
La ragazza prende tra le labbra la mia cappella e la sua lingua comincia a scivolare attorno, bagnandola.
Il grugnito diventa un grido roco, soprattutto quando il dito nel culo trova la prostata. Un senso animale di bisogno di fottere e godere sommerge la mia mente, l’impressione di pisciare lava corre lungo l’interno della mia nerchia mentre le palle sembrano essere strette da una morsa. L’immagine della puttana dai capelli castani e le tette grosse prende il posto della mia fidanzata, finalmente sottomessa e costretta a bere la mia bega.
Sandra mi guarda soddisfatta, abbandonando il suo lavoro di bocca per chiedermi: «Ti piace, amo-»
Con una mano afferro la sua coda, con l’altra il mio cazzo, puntandoglielo contro come un’arma. Apri quella cazzo di bocca, troia! penso con tale intensità che rimbomba nelle mie orecchie. Ettolitri di sborra bollente, acida, liquida, schizzano fuori di me, sparati con la pressione di un idrante, ogni spasmo del mio inguine dolore e piacere, la mia rabbia che viene spruzzata fuori dal cazzo come un veleno che abbandona il mio corpo.
Mi sento vuoto, vuoto come può essere qualcuno appena nato, ripulito come qualcuno che si è fatto una doccia calda dopo una giornata passata a lavorare nel fango, soddisfatto come qualcuno che abbia appena fottuto la più bella e carogna figa che abbia mai visto nella sua vita, l’abbia sottomessa e scopata fino a renderla la sua puttana.
Sì, Daniele, ho fatto bere la mia sborra a Sandra: adesso è mia.
Un sospiro esce dalle mie narici, pieno della rabbia che ha oppresso il mio petto tutta la mattina. La soddisfazione ha l’odore acre del mio sperma.
Abbasso lo sguardo sorridendo, desideroso di vedere la mia nuova professoressa preferita marchiata come mia proprietà. Tra le mie mani, invece di capelli castani ne trovo di rossi, al posto di Sandra soddisfatta della mia sborrata c’è Isabella, il suo bel viso distorto in una smorfia di incredulo disgusto.
Spruzzi di sperma le colano sopra gli occhi chiusi, lungo il naso, sulle labbra, gocciolandole sulla maglia e i pantaloni. Ciocche fulve brillano di seme liquido. Puzza di sborra come potrebbe esserlo solo una pornostar dopo un bukkake, ma non ha la stessa espressione soddisfatta.
Isabella ha un fremito come se stesse tornando in vita, emette un gemito e solleva le mani, le dita contratte come gli artigli di un rapace. Un ruggito le sfugge dalla gola. Scuote la testa, gettando gocce di sborra in giro sul pavimento come un cane bagnato. Un suo braccio si muove di scatto, colpendomi il polso della mano con cui le tengo i capelli. «Lasciami, bastardo!»
Si getta indietro, allontanandosi da me, spingendosi con le mani. Si passa le dita sugli occhi, pulendoseli. Mi fissa con odio. «Lurido figlio di puttana, che cazzo hai fatto?»
Sgrano gli occhi. Davvero, che cazzo ho fatto?
Isabella si afferra al lavandino e si solleva. Si gira verso lo specchio. Se fino a quell’istante aveva temuto un disastro, dall’espressione è evidente che la situazione è anche peggiore. Si passa le mani sul viso, toccandosi il mio seme, fissandosi le dita come se avesse toccato del sangue infetto. Singhiozza. Mi fissa usando il riflesso dello specchio. «Pezzo di merda… volevo farti un piacere… vaffanculo…»
Faccio un passo verso di lei, spaventato. Il senso di piacere sfuma in qualcosa di più simile ad un attacco di diarrea. «Isa… mi spiace… cosa posso…»
«Levati dai coglioni!» I suoi denti biancheggiano sul riflesso nello specchio. «E fai sparire quel cazzo di merda!»
Prendo un rotolo di carta igienica e glielo porgo. Un movimento della sua mano lo fa cadere a terra e rotolare fino alla doccia.
«Vattene! Vattene ti ho detto, bastardo!» Afferra una saponetta sul lavandino e me la scaglia contro. Mi copro il volto con un braccio, la saponetta mi manca, impatta contro il muro alle mie spalle. «A te non permetto di mancarmi di rispetto, coglione!»
Faccio per aggiungere qualcosa, per dire di nuovo che mi dispiace. Cosa cazzo ho fatto… Lei si gira, apre l’acqua imprecando sottovoce. Mette le mani sotto il getto e si lava il volto.
Mi sento piccolo, come se avessi quattro anni e fossi alto trenta centimetri. Indietreggio fino a sbattere con la schiena contro il muro, allungo una mano per afferrare la maniglia e apro silenziosamente la porta. Isabella non mi degna di uno sguardo, troppo impegnata a cercare di togliersi la mia sborra dalla maglia e a passare acqua sulla macchia che non vuole andarsene.
Esco come un codardo senza darle la schiena. Il gorgoglio dell’acqua e soprattutto lo sbottare della mia fidanzata - non vorrà più nemmeno vedermi dopo questo… - si smorza quando chiudo l’uscio.
Inghiotto un grumo di saliva che sembrava essersi solidificata, gli occhi che mi bruciano ed un senso di profonda inadeguatezza che mi stringe il corpo, soffocandomi. Mi rendo conto che il mio cazzo, che si è raggrinzito fino a raggiungere delle dimensioni imbarazzanti, esce ancora dalla patta. Rigurgita ancora una filagna di sborra che cola e dondola sfiorando il pavimento. La stacco con un dito e me lo pulisco sui pantaloni.
Afferro il cazzo, con la sensazione di un corpo alieno attaccato al mio inguine, qualcosa che non avevo mai visto e che sembra impossibile l’abbia mai avuto. Il tessuto delle mutande si impregna di sborra quando lo copro con gli slip.
Lo stomaco si contrae, preannunciando un conato di vomito. «Porca puttana…»
La mia mano si muove per riafferrare la maniglia ma riesco a impedirmelo. Isabella ha bisogno di non vedermi, di stare sola. É la cosa giusta da fare, e al tempo stesso mi sembra di essere un codardo… Mi sono sempre detto di essere un ragazzo coraggioso, pronto a prendermi le mie responsabilità, e invece…
«…e invece ogni donna mi sta trattando come una merda».
Cos’è successo, perché tutto ha cominciato ad andare a puttane? La Nobili, la mia ragazza… cosa sto sbagliando?
Prendo il telefono dalla tasca e lo accendo. Manca un minuto al suono della campanella e al termine dell’intervallo. Isabella avrebbe fatto in tempo a tornare in classe o sarebbe stata sgridata per colpa mia?
Osservo di nuovo la porta del bagno, da cui proviene ancora il suono dell’acqua che scorre. Entrare o meno? Sospiro e me ne esco dall’infermeria. Probabilmente, Isabella avrebbe preferito ricevere un rimprovero che vedere di nuovo quello che l’ha sborrata da capo a piedi immaginando di scoparsi una donna differente. Me ne vado con la coda tra le gambe.
Torno nel corridoio, senza nemmeno controllare se ci sia qualcuno in vista, e faccio per mettere in tasca il telefono, ma mi fermo. Digito un messaggio.
Davanti alla porta della classe, la notifica di WhatsApp e la campana suonano contemporaneamente. Mi siedo al banco leggendo la risposta.
Fratellone
Problemi gnometto? Certo ke vengo prenderti asp fuori dalla squola
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Un giorno sarò un grande scrittore, ma al momento sono solo un erotomane con una tastiera, molta fantasia, qualche libro di narratologia letto di troppo e un eccesso di autostima. Scene di sesso molto esplicite prossime alla pornografia, politically correct non rilevato.
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